Contro la “trasformazione” di società a responsabilità limitata in società a responsabilità limitata unipersonale
Contro la “trasformazione” di società a responsabilità limitata in società a responsabilità limitata unipersonale
di Mario Stella Richter jr
Consiglio Nazionale del Notariato - Studio n. 1854
Pubblicato nella rivista Studi e Materiali CNN, Milano, 2001, 6.1., p. 127 ss.

1. Da più parti si chiede se sia possibile «la trasformazione da società a responsabilità limitata (normale) in società a responsabilità limitata unipersonale» e, addirittura, se tale “trasformazione” sia doverosa.

Si tratta di dubbi che non avrebbero ragione di essere; sono però il portato di una prassi notarile – per vero ancora piuttosto recente, ma non commendevole – di fronte alla quale si impone un chiarimento di fondo.

2. La società a responsabilità limitata con unico socio non è un tipo diverso rispetto alla società a responsabilità limitata pluripersonale. Non lo era prima della riforma del 1993 e non lo è adesso.

D’altronde, a nessuno è mai venuto in mente di pensare ad una “trasformazione”, implicita o esplicita, in caso di riunione in capo ad un solo socio di tutte le partecipazioni in una società per azioni: e, all’evidenza, non si vede in che cosa dovrebbe distinguersi l’ipotesi della società unipersonale con unico quotista.

Naturalmente, nulla vieta che all’atto del trasferimento di tutte le quote ad un unico soggetto si modifichino alcuni elementi dell’atto costitutivo(-statuto) della società: ma si tratterà solo di una modificazione eventuale e, comunque, non di una trasformazione (del tipo).

E’ anzi da aggiungersi che il passaggio dalla pluripersonalità alla unipersonalità della compagine sociale, così come quello inverso, non implica, di per sé, alcun coinvolgimento della assemblea (straordinaria), e questo sia nella società per azioni che in quella a responsabilità limitata.

L’unica particolarità per quest’ultima consiste nel fatto che il beneficio della responsabilità limitata è subordinato all’adempimento di particolari obblighi, che però competono agli amministratori e a soci (uti singuli, e perciò anche a colui che cessi di essere tale): art. 2497, comma II, lett. b) e c), che rinvia agli artt. 2476, II e III comma, e 2475-bis c.c.; giammai ai soci in sede assembleare, ed in particolare in sede di modificazione dell’atto costitutivo.

La previsione di quegli speciali obblighi (o, se si vuole, oneri) non è allora sufficiente a connotare un autonomo tipo, ma comporta solo un più articolato regime di responsabilità per le obbligazioni sociali [ed in questo senso cfr. pure la lett. a) dell’art. 2497, comma II, c.c.].

3. D’altra parte, assolutamente non accettabile è pure l’argomento che una lettura affrettata dell’art. 2250, ultimo comma, c.c. potrebbe suggerire a sostegno della tesi della “trasformabilità” della s.r.l. “normale” in s.r.l. unipersonale.

Infatti, in occasione del passaggio dalla pluripersonalità alla unipersonalità non vi è alcuna necessità di cambiare la denominazione sociale. In questa circostanza, così come in caso di costituzione unilaterale di una società a responsabilità limitata, non si deve modificare o confezionare l’atto costitutivo della società in modo che la denominazione preveda oltre che la menzione del tipo sociale anche l’attestazione del carattere della unipersonalità.

Tale addendum alla denominazione non è richiesto dalla legge, perché una cosa è prescrivere la indicazione della unipersonalità negli atti e nella corrispondenza, a norma appunto dell’ultimo comma dell’art. 2250, altra è includere la medesima indicazione nel nome della società: non a caso il d.lgs. 3 marzo 1993, n. 88, in attuazione della XII direttiva comunitaria in materia di società, non ha sentito l’esigenza di mutare la chiara lettera dell’art. 2473 c.c.

A quest’ultimo proposito ci si dovrebbe anzi chiedere se sia possibile, lungi dall’essere necessario, comporre la denominazione con l’attributo della unipersonalità. Il dubbio che tale prassi possa essere vietata (e quindi impedita in sede di omologazione) è particolarmente fondato con riguardo alle società per azioni, e forse meno con riferimento a quelle a responsabilità limitata. In vero, mentre il regime alquanto variegato di responsabilità sussidiarie per la s.r.l. unipersonale non induce chi venga in contatto con una società che si presenti con il nome di “unipersonale” che a controllare nel registro delle imprese chi sia la persona dell’unico quotista (e quale sia la sua natura giuridica), nel caso della società per azioni l’univoco meccanismo dell’art. 2362 c.c. appare di per sé idoneo a creare un affidamento sull’esistenza di un secondo patrimonio su cui soddisfarsi in caso di insolvenza della società, anche quando la reale composizione della compagine sociale non presentasse più in concreto il carattere della unipersonalità. D’altro canto, la clausola statutaria che fissasse la denominazione sociale includendovi il carattere della unipersonalità potrebbe essere interpretata come una previsione limitativa della circolazione delle azioni, nel senso, cioè, di imporre un trasferimento delle stesse (e non solo inter vivos) necessariamente cumulativo, facendo così sorgere un dubbio di compatibilità con uno dei caratteri ritenuti tipologicamente essenziali per la società per azioni (art. 2355, ultimo comma, c.c.).

4. In definitiva, la concentrazione di tutte le partecipazioni sociali in unica mano:

  • in nessun caso comporta (nel senso che non può né deve comportare) un cambiamento del tipo, e quindi una trasformazione;
  • nel caso della società a responsabilità limitata, sconsiglia, perché inutile e diseconomica, la modificazione della clausola statutaria relativa alla denominazione;
  • nel caso della società per azioni, non consente tale intervento.
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