Giurisprudenza - Casi e materiali di diritto comunitario di interesse notarile: le societÓ
Giurisprudenza

Sentenza della Corte di Giustizia del 11/10/2007. Causa C-117/06

L’art. 2, n. 3, del regolamento n. 881/2002, che impone specifiche misure restrittive nei confronti di determinate persone ed entità associate a Osama bin Laden, alla rete Al‑Qaeda e ai Talibani e abroga il regolamento n. 467/2001, che vieta l’esportazione di talune merci e servizi in Afghanistan, inasprisce il divieto dei voli e estende il congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie nei confronti dei Talibani dell’Afghanistan, come modificato dal regolamento n. 561/2003, deve essere interpretato nel senso che, in una situazione in cui tanto il contratto di compravendita di un bene immobile quanto l’accordo sul trasferimento della proprietà di tale bene siano stati conclusi prima della data di iscrizione dell’acquirente nell’elenco di cui all’allegato I del detto regolamento n. 881/2002, e in cui il prezzo di vendita sia stato del pari pagato prima di tale data, la detta disposizione vieta la trascrizione definitiva, in esecuzione del contratto summenzionato, del trasferimento di proprietà nel registro fondiario successivamente a tale data.
Da un lato, infatti, la detta norma si applica ad ogni caso in cui sia messa a disposizione una risorsa economica, e dunque anche ad un atto che consegue all’esecuzione di un contratto sinallagmatico, per il quale il consenso è stato prestato in cambio del pagamento di una contropartita economica.
Dall’altro lato, l’art. 9 dello stesso regolamento va interpretato nel senso che le misure imposte da quest’ultimo, tra cui il congelamento delle risorse economiche, vietano altresì il compimento di atti esecutivi di contratti conclusi anteriormente all’entrata in vigore di detto regolamento.

Cass. Sez. 1, Sentenza n. 18944 del 28/09/2005

Secondo quanto si desume dagli artt. 2437 cod. civ. e 25, comma terzo, della legge 31 maggio 1995, n. 218, il trasferimento della sede sociale all'estero non fa venir meno la "continuità" giuridica della società trasferita, specie quando la legge applicabile nella nuova sede concordi con il determinarsi di tale effetto: né, tanto meno, un mutamento di identità potrebbe essere ricollegato al contemporaneo cambiamento della denominazione sociale o alla eventuale invalidità degli atti cui tali vicende sono collegate. Ne consegue che la società risultante a seguito delle indicate modificazioni deve ritenersi legittimata a proporre opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento emessa nei confronti della società "originaria", nonché a proporre appello avverso la sentenza di primo grado che tale opposizione abbia respinto. (Nella specie, di seguito alla dichiarazione di fallimento di una società a responsabilità limitata, si era costituita nel giudizio di opposizione promosso da quest'ultima, facendone proprie le istanze e le difese, una società diversamente denominata, qualificatasi come la risultante delle modificazioni della società fallita, la quale aveva trasferito la propria sede nelle Isole Vergini Britanniche, assumendo lo "status" di "International Business Company" con nuova denominazione. Sulla base dell'enunciato principio, la S.C. - rilevato come la legge applicabile nella nuova sede prevedesse, nell'ipotesi considerata, la "continuità" del nuovo ente rispetto a quello "originario" - ha quindi cassato con rinvio la sentenza impugnata, la quale, in accoglimento dell'eccezione del curatore fallimentare, aveva dichiarato inammissibile, per carenza di legittimazione attiva, l'appello proposto dall'anzidetta società contro la sentenza di primo grado, reiettiva dell'opposizione, sul rilievo che non risultava provata la "derivazione" della società appellante da quella dichiarata fallita).

Sentenza della Corte di Giustizia dell'11 gennaio 2001. Causa C-464/98.

L'art. 73 B del Trattato (divenuto art. 56 CE) deve essere interpretato nel senso che si oppone ad una normativa di uno Stato membro che obbliga ad iscrivere in moneta nazionale un'ipoteca destinata alla garanzia di un credito pagabile nella moneta di un altro Stato membro.
Ai sensi dell'art. 73 A del Trattato (abrogato dal Trattato di Amsterdam), l'art. 73 B del Trattato (divenuto art. 56 CE) è entrato in vigore il 1° gennaio 1994 negli Stati che allora facevano parte dell'Unione europea. Poiché la Repubblica d'Austria ha aderito a quest'ultima solo a decorrere dal 1° gennaio 1995 ed in mancanza di una disposizione contraria nell'Atto relativo di adesione del 1994, l'art. 73 B del Trattato ha cominciato a produrre i suoi effetti in tale Stato membro solo a decorrere da quest'ultima data.
Conseguentemente, l'art. 73 B del Trattato deve essere interpretato nel senso che non si applicava in Austria prima della data di adesione della Repubblica d'Austria all'Unione. Esso non può regolarizzare, a decorrere dall'entrata in vigore del Trattato in Austria, un'iscrizione ipotecaria inficiata, nel sistema giuridico nazionale di cui trattasi, da una nullità assoluta e irrimediabile che opera ex tunc ed è tale da rendere inesistente tale iscrizione.

Sentenza della Corte di Giustizia del 13 luglio 2000. Causa C-423/98.

L'acquisto di un immobile sul territorio di uno Stato membro da parte di un non residente, a prescindere dai motivi per cui è effettuato, costituisce un investimento immobiliare che rientra nella categoria dei movimenti di capitali tra gli Stati membri. La libertà di tali movimenti è garantita dall'art. 73 B del Trattato (divenuto art. 56 CE).
L'art. 73 B del Trattato (divenuto art. 56 CE) osta a una normativa nazionale di uno Stato membro che, per motivi connessi alle esigenze di difesa del territorio nazionale, dispensa unicamente i cittadini di tale Stato membro dall'obbligo di chiedere un'autorizzazione amministrativa per l'acquisto di un bene immobile situato in una zona del territorio nazionale dichiarata di importanza militare. La soluzione sarebbe diversa soltanto se si potesse dimostrare, dinanzi al giudice nazionale competente, che, in una zona determinata, un trattamento non discriminatorio dei cittadini di tutti gli Stati membri comporterebbe per gli interessi militari dello Stato membro di cui trattasi rischi reali, concreti e gravi, ai quali non potrebbe essere posto rimedio mediante misure meno restrittive.

Sentenza della Corte di Giustizia del 16 marzo 1999. Causa C-222/97.

Dalla nomenclatura dei movimenti di capitali allegata alla direttiva 88/361 per l'attuazione dell'art. 67 del Trattato, la quale, anche se la direttiva è stata adottata sulla base degli artt. 69 e 70, n. 1, del Trattato CEE, conserva il valore indicativo che le era proprio prima della sostituzione degli artt. 67-73 del Trattato CEE con gli artt. 73 B e seguenti del Trattato CE, risulta che costituiscono movimenti di capitali ai sensi dell'art. 73 B sia la liquidazione di un investimento immobiliare (punto II della nomenclatura) sia le cauzioni, altre garanzie e diritti di pegno (punto IX della nomenclatura). Poiché un'ipoteca è, da un lato, indissolubilmente legata alla liquidazione di un investimento immobiliare e, dall'altro, in quanto mezzo classico di garanzia di un credito collegato ad una vendita immobiliare, costituisce un'altra garanzia, essa rientra nel campo di applicazione dell'art. 73 B del Trattato, che vieta le restrizioni ai movimenti di capitali tra gli Stati membri e tra gli Stati membri e i paesi terzi.
L'art. 73 B del Trattato si oppone ad una normativa di uno Stato membro che obbliga ad iscrivere in valuta nazionale un'ipoteca destinata alla garanzia di un credito pagabile nella valuta di un altro Stato membro, fermo restando che l'iscrizione non possa essere per un importo superiore al valore che rappresenta tale credito in valuta nazionale al giorno della domanda.
Una tale normativa deve, infatti, essere considerata come una restrizione ai movimenti dei capitali, dato che essa ha per effetto di allentare il legame tra il credito da garantire, pagabile nella valuta di un altro Stato membro, e l'ipoteca, il cui valore può, a causa di fluttuazioni valutarie successive, divenire inferiore a quello del credito da garantire, il che può solo ridurre l'efficacia e, pertanto, l'attrattiva di una tale garanzia. Essa è pertanto tale da dissuadere gli interessati dal formulare un credito nella valuta di un altro Stato membro e, pertanto, di privarli di una prerogativa che costituisce una componente della libera circolazione dei capitali e dei pagamenti.
L'obbligo, imposto dalla normativa di cui trattasi, di ricorrere, ai fini della costituzione dell'ipoteca, alla valuta nazionale non può del resto essere giustificato con un motivo imperativo d'interesse generale inteso a garantire la prevedibilità e la trasparenza del regime ipotecario. Se, a tale riguardo, uno Stato membro è legittimato ad adottare i provvedimenti necessari affinché il regime ipotecario fissi in maniera certa e trasparente i diritti rispettivi dei creditori ipotecari tra di loro nonché i diritti di tutti i creditori ipotecari, da un lato, e quelli di tutti gli altri creditori, dall'altro, tale normativa porrebbe i creditori di rango inferiore in grado di conoscere con precisione l'importo dei crediti prioritari e di accertare così il valore della garanzia che è loro offerta solo al prezzo dell'insicurezza dei titolari di crediti in valuta estera.

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