Appunti sul vincolo di destinazione. L'art. 2645-ter c.c.
Appunti sul vincolo di destinazione. L'art. 2645-ter c.c.
di Salvatore Tondo
Ordinario di storia del diritto romano, Università "La Sapienza" di Roma

Premessa

La L. 23 febbraio 2006 n. 51, nel convertire il D.l. 30 novembre 2005 n. 273, ha introdotto (art. 39-novies), in funzione novellativa del codice civile, l'art. 2645-ter (Rubrica: 'Atti di destinazione per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisichè; testo: «Gli atti in forma pubblica con cui beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri sono destinati, per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell'articolo 1322, secondo comma, possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione; per la realizzazione di tali interessi può agire, oltre al conferente, qualsiasi interessato anche durante la vita del conferente stesso. I beni conferiti e i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione del fine di destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione, salvo quanto previsto dall'articolo 2915, primo comma, solo per debiti contratti per tale scopo».

Viene subito in mente, già a una prima lettura della norma (e tenuto conto che è destinata a incidere niente meno che sul codice civile), la caratterizzazione formulata, entro un'opera ormai celebre, per il più recente e invadente indirizzo, che s'esprime, per antitesi al positivismo giuridico, nel cosiddetto positivismo legislativo (Gesetzespositivismus), come poco (o addirittura non) sensibile al gioco dei principi informanti il sistema concettuale già vigente, ma piuttosto pronto ad appagarsi, in vista degl'interessi da far valere, di non più che la propria formale competenza [nota 1]. Ed è cosa, per il nostro caso, tanto più da avere presente se, giusto in una prima valutazione della nostra norma, s'è sentito il bisogno, per il prossimo futuro, onde siano evitate distorsioni sempre più gravi, di espressamente auspicare, seppure come misura irrealistica (ma certo ispirata da crescente disagio), che «venga richiesto il parere preventivo ed obbligatorio di accademici, studiosi, ordini professionali, in modo da riportare la qualità delle leggi ad un livello accettabile per un paese di antica civiltà giuridica come il nostro» [nota 2].

Ma, tutto ciò posto, tanto più dovrà valere, per la giurisprudenza sia teorica sia pratica, l'esigenza d'una riflessione che, senza forzature sullo stesso senso letterale, ne sappia sviluppare la portata, in modo da comportare, oltre a una coerente valutazione degli interessi in gioco, un appropriato suo inserimento, magari con risvolti critici, nella logica del sistema. E, quindi, per una razionalizzazione, che possa servire, onde evitare gravi smottamenti, a rinsaldare il tutto in un organico contesto. Cosa, appunto, a cui le seguenti note vogliono essere informate, in via d'una scansione che, per maggiore chiarezza e rigore, sia strettamente raccordata, attraverso la stessa intitolazione per i singoli paragrafi, alle parole, quindi anche ai concetti, che concorrono a formare la norma stessa.

Profilo della destinazione

Nella semantica giuridica propria al nostro ordinamento, come interno all'area di civil law (e cioè in quanto area che ha avuto a principale base, per la propria formazione, il Corpus Iuris Civilis giustinianeo), si profila piuttosto ovvio che l'importante concetto, per designare l'insieme dei beni appartenenti (o facenti capo) a un soggetto, sia espresso attraverso la nozione, tout court, di patrimonio (lat. patrimonium), originariamente costituitasi attraverso il riferimento alla figura del pater (familias), quale indicativo della persona sui iuris per eccellenza (e, quindi, che tipicamente, se non esclusivamente, poteva accentrare su di sé l'insieme predetto) [nota 3]. E, posto che essa è stata poi applicata in riferimento generico alla persona (siccome espressiva della ivi presupposta capacità giuridica), ne doveva anche risultare, per stare all'impalcatura codicistica tradizionale, che dovesse venire in questione, come ambedue le serie caratterizzate da personalità giuridica, non solo per le "persone fisiche" (c.c. libro I titolo I), ma anche per quelle "giuridiche" (ib. titolo II), tra cui, in specie, non meno le società di capitali (richiamate- in coerenza con l'accennato impianto sistematico- già in c.c. libro I titolo II art. 13), nonostante le stesse siano a loro volta composte, come almeno tipico per ogni sorta d'impianto associativo, d'una pluralità di partecipanti [nota 4].

Ma, posto che l'insieme degli elementi economici facenti capo a una certa persona, a prescindere da altri riflessi d'ordine costruttivo, è unitariamente caratterizzato quale "patrimonio", come (e perché) poi distinguere un eventuale sottinsieme, che pur rientri nella medesima titolarità, a guisa di patrimonio separato (Sonderverm?gen o Sondergut)? Appare chiaro che, per sovvenire a quell'esigenza, occorrerà evidenziare, in via preliminare, le caratteristiche del comune patrimonio, per poi determinare, in funzione differenziativa, il diverso modo d'essere che, specifico a taluni elementi pur nella stessa titolarità, valga appunto ad atteggiarli come giuridicamente separati. Si tratterà, in questo senso, di por mente al fatto, per prima cosa, che gli elementi concorrenti nel normale patrimonio sono tanto utilizzabili dal loro titolare (compatibilmente- s'intende- con la natura dei relativi diritti) quanto gravati da responsabilità per le sue obbligazioni, giusta quel che in effetti è, mentre per l'un verso sottinteso come ovvio, per l'altro espressamente sancito, in coerenza a principio comune per la nostra tradizione, non solo in c.c. 1804 artt. 2092-2094 (da cui, tra l'altro, c.c. 1865 artt. 1948-1950), ma anche, con sviluppo, in c.c. 1942 artt. 2740-2741 [nota 5]. E, quindi, da doverli riconoscere caratterizzati da un regime di illimitatezza, stante la correlazione tra i due punti, tanto per la loro utilizzabilità da parte del titolare quanto per l'aggredibilità da parte dei suoi creditori (art. 2740/1: «Il debitore risponde dell'adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri»). Donde, a sua volta, facile dedurre che, a fronte degli elementi nell'ordinario patrimonio, quelli che sono specifici, ancorché compresi nella medesima titolarità, agli effetti della loro utilizzabilità e responsabilità, se ne devono distinguere, per l'uno e l'altro riguardo, in via d'una qualche limitazione [nota 6].

Preme aggiungere, in sviluppo della precedente caratterizzazione, che, pur dovendosi postulare ai fini della separatezza un vincolo dei beni a un certo interesse (o scopo), non sempre però è presupposto un atto di destinazione (Zwecksatzung), tanto vero che un atto simile, mentre è evidente, tra le molteplici figure che lo possono interessare, in relazione ad alcune, come il patrimonio familiare (c.c. 167-176 abr.) e la dote (ib. 177-209 abr.) e il fondo patrimoniale (c.c. 1942/1975 artt. 167-171), non sembra invece ravvisabile riguardo ad altre, come l'eredità beneficiata (c.c. artt. 484-511) o conseguente a separatio bonorum (ib. artt. 512-518). E, inoltre, avvertire che l'atto di destinazione quando volto, anzi che solo a porre un vincolo sui beni, anche a creare un ente a sé stante, vale certo a determinare una corrispondente autonomia patrimoniale (come appunto qualificabile non in sé stessa ma in rapporto ai soggetti destinanti), quale, a sua volta, da suddistinguere in autonomia imperfetta o perfetta a seconda che comportante, per l'ente interessato, una responsabilità solo prioritaria (associazioni non riconosciute e società di persone) o addirittura esclusiva (associazioni riconosciute e società di capitali). E, per il complesso, da fare chiaramente desumere che, mentre la separatezza patrimoniale non sempre nasce da apposita destinazione, nemmeno la destinazione porta sempre ad essa.

Ma, con riguardo al nostro tema specifico, è reso testualmente evidente che siamo a un atto destinatorio, come volto, oltre che a creare un vincolo sui beni, anche a tradursi per gli stessi in un regime, per tutti i più significativi risvolti, di effettiva separatezza («atti … con cui beni … sono destinati … alla realizzazione …, possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione … ») [nota 7].

All'interno del nostro ordinamento (civil law), ma anche in vista del possibile assorbimento, sovente temuto più che sperato, d'una straordinaria figura (trust) da altra area (common law), s'è sviluppata un'analisi piuttosto impegnata, per cercare di comprovare che, senza bisogno di costruzioni altrui, sarebbe la logica della nostra operatività negoziale, purché affrancata da condizionamenti inutilmente tralatizi, a poter soddisfare, mercé il congegno e la combinazione di appropriate destinazioni, alle più diverse esigenze [nota 8]. Ciò, per prima cosa, in base all'idea, la più generale, che l'autonomia privata, da reinterpretare come autonomia individuale, abbia a potersi ritradurre, secondo Cost. art. 2 (« … diritti … dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità»), in funzione della massima attuazione, entro i limiti segnati dall'ordinamento, dei propri voleri [nota 9]. Quindi, trattandosi d'un principio di libertà, sì nello stile dell'art. 1322 ("Autonomia contrattuale"), che è venuto a espressamente riconoscere la potestà, oltre che di «liberamente determinare il contenuto del contratto nei limiti imposti dalla legge» (comma 1), anche di «concludere contratti che non appartengono ai tipi aventi una disciplina particolare, purché … diretti a interessi meritevoli di tutela … » (comma 2), avendo cura d'intendere la limitazione ultima, almeno in linea di principio, nel segno, come sottolineato da un autorevole studioso, non d'una astratta utilità sociale, ma della mera liceità [nota 10].

Non importa ora fermarsi sulle possibili combinazioni, entro i vari assetti negoziali, della funzione destinatoria, ma piuttosto considerare in quali limiti la stessa, in quanto volta a determinare una separatezza patrimoniale, possa riconoscersi compatibile con la logica del nostro ordinamento. E, per quest'altro riguardo, chiamare in causa un insieme di principî, comunque storicamente determinatisi, che nel nostro ordinamento, lungi dall'essere posti in limitazione dell'autonomia dei singoli, hanno voluto essere piuttosto in funzione della certezza, quindi anche circolabilità, dei diritti sulle cose. A cominciare, per qui limitarsi a quanto veramente essenziale, dal numero chiuso dei diritti reali, che sembrerebbe essere stato formalizzato, già nel c.c. 1804, non per formale ossequio alla tradizione romanistica, ma in reazione alla grande fluidità di figure, magari meritevole di migliore valutazione, nel regime feudale [nota 11]. E, in connessione, venire alla considerazione delle ulteriori norme che, in privilegiamento della libertà per l'utilizzazione dei beni (soprattutto agli effetti della proprietà), pongono rigorosi limiti ai vincoli di contitolarità, alla compatibilità dei diritti reali su cosa altrui, ai patti d'inalienabilità, alla perpetuabilità in soggetti non entificati, eccetera. Sino, per prima cosa, a doverne desumere che, già in relazione a una impostazione siffatta, l'autonomia per gli atti destinatori, in quanto implicativi di vincoli reali, sembrerebbe soggetta a condizionamenti pesanti.

Ma, di là da quanto appena accennato, ancor più sembra destinato a giocare in funzione limitativa, per l'autonomia destinatoria, il principio dell'art. 2740/1, che sancisce per il debitore la "universalità" (o "illimitatezza") della responsabilità patrimoniale. Un principio che, nel solco d'una tradizione solida (ma anche ovvia, tanto che è presupposto, pur in assenza d'una sua enunciazione espressa, anche in area germanica), si trova formalmente ribadito, così per il c.c. 1804 artt. 2091-2094 (e 1865 artt. 1948-1958) come per il codice nostro attuale, nel quadro di norme che, volte a delineare privilegi e pegni e ipoteche quali figure tipicamente idonee a realizzare garanzie patrimoniali speciali (cioè deroganti alla responsabilità patrimoniale ordinaria), tanto più sarebbero valse a presupporre, chiaramente, normale inderogabilità del principio stesso.

Né, d'altra parte, sembra appropriata la pretesa, in svuotamento di quanto nella stessa Relazione al c.c. (sull'art. 2740), che il trattamento sanzionatorio dovrebbe ridursi, per l'ipotesi di destinazione non rispondente a previsione normativa, alla mera azione revocatoria [nota 12]. Facile, invero, replicare che ridursi a quell'azione, se naturale quando si tratti di destinazione, prima che ingiustamente lesiva della garanzia verso i creditori del destinante, già normativamente ammessa nella sua tipicità (come, per esempio, agli effetti della costituzione d'un fondo patrimoniale), non così invece per atti destinatori che, a parte ogni loro incidenza negativa, non siano nemmeno rispondenti a fattispecie legale. Tanto più, questo, in ragione del fatto che l'art. 2740/2, profilandosi in aggiunta a quanto nella tradizione codicistica [nota 13], ha chiaramente voluto esplicitare, non sostanzialmente creare, il principio «della tipicità (o del numerus clausus) delle possibili limitazioni della responsabilità patrimoniale del debitore» [nota 14]. Donde, ancora una volta, la conseguenza che qualunque destinazione a valenza alterativa d'essa responsabilità non altrimenti potrebbe ritenersi ammessa, ossia giuridicamente valida (e opponibile), che a condizione della sua rispondenza a uno schema normativo.

Tutto questo torna importante per il nostro tema. Segue, anzi tutto, che la discussa norma (art. 2645-ter), lungi dal presupporre una libera determinabilità di limiti alla responsabilità patrimoniale, è stata espressamente costruita, con riguardo a specifiche figure negoziali, proprio per ammetterne la valenza limitativa (« … possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione … »). E, inoltre, che la stessa, se pur allarga la possibile autonomia destinatoria, non potrebbe però corrivamente aprire, fuori da ben meditate misure, a ulteriori intrusioni. Ma, per parte nostra, senza che nemmeno vada smarrito il senso delle implicazioni distorsive, agli effetti dell'impostazione codicistica, che l'innovazione stessa, per quanto in sé plausibile, sembra aver nondimeno comportato.

Profilo della trascrivibilità

Importa ora considerare che la discussa norma è stata formalmente concepita, non, come logica avrebbe voluto, per ammettere la idoneità degli atti destinatori, che sono ivi contemplati, a produrre un corrispondente vincolo a valenza reale, bensì per ammetterne la trascrivibilità, nell'implicito ma chiaro presupposto della riconosciuta loro idoneità sostanziale, nei corrispondenti registri. Cosa che, comunque valutabile per la sostanza, chiaramente contraddice, per più versi, alla logica che governa l'impostazione codicistica. Merita darsene conto, non per ragioni astrattamente teoriche, ma per poi meglio apprezzare, anche in altri riguardi, la portata della norma stessa.

Va tenuto presente che nel vecchio codice civile erano prospettati, come suscettibili e bisognosi di trascrizione, solo gli atti tra vivi importanti acquisti della proprietà (o altro diritto reale) o d'un rilevante diritto personale di godimento o gli atti volti a estinguere (o risolvere) un'alienazione già validamente compiuta (e, quindi, a determinare un acquisto in senso inverso) o gli atti volti a costituire un vincolo in ordine alla facoltà di disporre. E, inoltre, considerare che il nuovo codice, in vista di allargare adeguatamente la copertura pubblicitaria, ha determinato un ampliamento generalizzato degli "atti (tra vivi) soggetti a trascrizione", adottandovi un'impostazione che, a superamento della tassatività dei tipi di atto (art. 2643), renda decisiva la tassatività del tipo di effetto (art. 2645: «ogni altro atto o provvedimento che produce … effetti dei contratti menzionati nell'art. 2643, salvo che … ») [nota 15]. Donde segue che, trattandosi d'ammettere la valenza reale dei predetti atti destinatori, sarebbe stato logicamente necessario, non già profilarvi la conseguente trascrivibilità (questa sarebbe automaticamente seguita, in ragione della natura dei beni coinvolti, sulla base degli artt. 2643 e 2645 tra loro coordinati), ma previamente ammettere quella valenza, allocando la norma novellatrice, a seconda di una o altra prospettiva, nel libro I (Delle persone) o nel libro III (Dei beni).

Né difficile, d'altra parte, rendersi conto che l'incoerenza d'ordine costruttivo, che abbiamo appena segnalato, non è punto contraddetta da c.c. art. 2645-bis (ex L. 30/1997 art. 3), in cui s'è profilata, limitatamente alla materia immobiliare, la ammissione di trascrivibilità di preliminari preordinati a futuri atti traslativi o costitutivi di diritti reali (art. 2645-bis/1) [nota 16]. Qui, come risaputo, la previsione di trascrivibilità, lungi dal poter essere supportata con gli originari artt. 2643 e 2645, era resa indispensabile dal fatto che il preliminare, seppur preordinato a futuro atto a valenza reale, è per sé stesso solo a valenza obbligatoria [nota 17]. Tanto vero, questo, che poi la stessa trascrivibilità del preliminare, che è stata riconosciuta nell'art. 2645-bis, ha avuto bisogno d'essere scandita, non nei termini normali, ma in maniera peculiare al particolare congegno, che è implicito in essa fattispecie.

Va aggiunto, come importante, che la sbavatura d'ordine sistematico, che abbiamo visto implicata nel discusso art. 2645-ter, è resa ancora più grave dal fatto che la perseguita novità, pur involgendo non solo gli atti relativi agli immobili ma anche quelli relativi ai mobili iscritti nei pubblici registri, è però stata, oltre che concepita insieme per gli uni e gli altri, anche allocata solo nel capo I ("Trascrizione degli atti relativi ai beni immobili": art. 2643 ss.) e non anche nel capo III ("Trascrizione degli atti relativi ad alcuni beni mobili": artt. 2683-2685). Non solo, ma, ove pur si fosse profilata duplicazione della norma per la trascrizione, ne sarebbe comunque derivata eguale incoerenza, stante il fatto che anche il capo III (artt. 2684 e 2685), come logica esige, perfettamente contempla, sul modello di quanto nel capo I (art. 2643 con art. 2645), trascrivibilità di tutti gli atti a valenza reale, che siano relativi a quel tipo di beni, senza bisogno di specificazione per quelli destinatori.

Ma non vale insistere su quest'aspetto. Aggiungere, piuttosto, che viene ritenuto, in termini generali, che «la pubblicità del vincolo, insieme alla realizzazione d'un interesse meritevole, rappresentano gli elementi imprescindibili affinché una destinazione possa incidere sulla posizione dei terzi» [nota 18]. E, movendo da questo presupposto, s'è anche sostenuto che solo nei limiti della pubblicità, magari estensibile anche a beni mobili, ma in conformità ai criteri di pubblicità che vi sarebbero propri, sarebbe postulabile una efficacia destinatoria a valenza reale. Cosa, questa, su cui sembra doversi concordare [nota 19], argomentando dal principio che, se dalla pubblicità del vincolo sui beni dipende la opponibilità ai terzi, la destinazione abbia ragione di valere solo nei limiti in cui, per la tipologia dei beni stessi, essa pubblicità possa essere soddisfatta.

Profilo della riferibilità degli interessi

Tenuto conto che, come veduto nel paragrafo precedente, la portata di questi atti è di creare un vincolo, in quanto a valenza reale, trascrivibile per la opponibilità ai terzi, si tratta ora di determinare, sulla scorta della formulazione sopra riportata, le possibili fattispecie, che rientrano nella previsione normativa. Ma, per tutto questo, non senza dover aggiungere che la norma stessa, per quanto eccessivamente verbosa, non sembra aver utilizzato la messa a punto concettuale, che trova riscontro in una solida tradizione dottrinaria, secondo cui qualunque atto destinatorio (Zwecksatzung), sebbene normalmente integrato con un'attribuzione (Zuwendung), può anche esaurirsi in sé medesimo [nota 20]. Cosa, comunque, che non mai deve escludere, a lume di logica, la configurabilità dell'atto destinatorio nei termini più ristretti [nota 21].

Quanto osservato vuol collegarsi al fatto che, entro la discussa proposizione normativa, la nozione della destinazione e del destinare sembrerebbe adoperata, piuttosto chiaramente, non nel senso più rigoroso, ma in quello, come riflesso nell'ultima parte, di conferire per … a …, quindi siccome non esaurientesi nell'imposizione d'un vincolo per un certo interesse, ma comprensivo anche, quasi momento necessario, di quello dell'attribuzione. Come, in specie, rilevabile nella scansione, per cui si parla di «beni … destinati …, alla (= per la) realizzazione di interessi … a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche», che viene appunto a distinguere, a fronte dei soggetti cui gli interessi sono riferibili, il ruolo degli altri, che ne sono investiti a guisa di titolari/gestori.

Il tutto, così inteso, sembra meglio raccordarsi con l'ordine osservato nella determinazione dei limiti temporali per l'istituendo vincolo. Invero, trattandosi d'una configurazione che, in quanto implicativa di usus et fructus nell'interesse di certi soggetti, si profila come chiaramente omologa a quella dell'ordinario usufrutto, va però tenuto conto che, mentre nella disciplina di quest'ultimo si parla prima del limite con riferimento alla vita della persona fisica e poi di quello assoluto (30 anni) con riferimento alla persona giuridica (c.c. art. 979/1-2), invece nella nostra norma abbiamo prima il termine assoluto di 90 anni (in correlazione con «pubbliche amministrazioni») e poi quello relativo alla vita del beneficiario (in correlazione con «o ad altri enti [nota 22] o persone fisiche»).

Quanto or messo a punto, investendo (o volendo investire) la vera sostanza della fattispecie, presuppone che nella determinazione degli interessi, che si tratta di soddisfare attraverso l'imposizione dell'apposito vincolo, la loro riferibilità («alla [= per la] realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a … ») sia, non già estesa a tutti quelli menzionati dopo quell'inciso (da includere anche: «a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche»), ma appuntata, come logica vuole, solo alla prima menzione (« … a persone con disabilità»). Cosa, questa, decisamente avvalorabile con elementi, oltre che di ordine interno, anche esterni.

Primo punto. Il riferimento più ampio, per quanto formalmente possibile, appare sostanzialmente escluso, non solo dal fatto che non avrebbe molto senso di affiancare accanto agli interessi di «persone con disabilità», quelli di altri soggetti completamente diversi («a pubbliche amministrazioni o ad altri enti o persone fisiche»), ma anche, anzi soprattutto, dal fatto che con l'aggiungere «persone fisiche» si finirebbe per assorbire, quindi anche completamente annullare, la iniziale e qualificante menzione («persone con disabilità»).

Secondo. Non mancano, a conferma della specificazione presedente, materiali parlamentari univocamente orientativi [nota 23]. Fondamentale, per tale riguardo, il supporto da Proposta di legge (XIV legislatura) n. 3972 ("Disciplina della destinazione di beni in favore di soggetti portatori di gravi handicap per favorire l'autosufficienza") e Proposta di legge (legislatura XIV) n. 5414 ("Disposizioni in materia di destinazione di beni in favore di persone con gravi disabilità e di discendenti"), chiaramente evidenzianti, come possibili beneficiari del vincolo sui beni destinati, solo una ristretta e qualificata categoria (disabili) [nota 24].

Osservazioni conclusive

Possibile riformulazione, cogli stessi suoi elementi testuali, della nostra norma: - Rubrica: 'Trascrizione di atti di destinazione per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone giuridichè; testo: «Gli atti con cui beni … sono destinati (= conferiti), per un periodo non superiore a 90 anni o per la durata della persona fisica beneficiaria, alla (= per la) realizzazione di interessi meritevoli di tutela [<,>] riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni o ad altri enti o persone fisiche, ai sensi dell'art. 1322/2, possono essere trascritti … ».

Quindi, per concludere, una delimitazione piuttosto rigorosa e ristretta. Ma, beninteso, non da escludere, in sede applicativa, anche interpretazioni estensive, a condizione che, in garanzia della coerenza valutativa, le stesse assumano, quello che ne è stato il riferimento delimitativo (« … a persone con disabilità … »), in funzione almeno esemplare.

Il tutto, comunque, da completare con la considerazione, che spetterà all'autonomia negoziale specificare se, col cessare del vincolo di destinazione, la proprietà abbia a consolidarsi, per fare le ipotesi più congrue, nella sfera della parte conferitaria (e suoi aventi causa) o in quella della parte conferente (e suoi aventi causa). Come, per quest'ultimo riguardo, da valutare in relazione all'ipotesi, che abbiamo già riconosciuto tecnicamente possibile, del vincolo che sia stato posto, per l'interesse del disabile, a carico dello stesso costituente.

Impressione dello scrivente - disagio, piuttosto grave, dal volgarismo giuridico, che sempre più contrassegna, non per influenza dal basso (a livello di prassi), ma dall'alto (a livello di normazione), la stessa fenomenologia giuridica. Tale, per la specie, da poter giustificare, nonostante la rischiosità dell'operazione, anche un'interpretazione in funzione correttiva. Come, difatti, qui s'è osato proporre.

Poscritto (7 dicembre 2006)

Ripensamento. Un nuovo riscontro dei momenti che hanno contrassegnato la formazione della discussa norma, suggerisce una presa di posizione diversa da come argomentata nella relativa sezione del precedente discorso (paragrafo Profilo della riferibilità degli interessi), ma quanto, all'esito, sostanzialmente identica.

Interessa l'immediato precedente della norma, quale espresso nel D.l. sul "piano d'azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale" (approvato dal Consiglio dei Ministri l'11 marzo 2005), che, oltre a recare titolo più semplice ("Trascrizione di atti di destinazione"), nemmeno nel testo portava riferimenti d'ordine soggettivo (« … destinati alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela ai sensi dell'art. 1322, secondo comma, del codice civile … ») (cit. in BIANCA e altri, p. 3 nt. 2). E, quindi, da lasciare intendere che la successiva aggiunta, non solo nel titolo (reso straordinariamente ingombrante: « … destinazione per la realizzazione di interessi … riferibili … »), ma anche nel testo (« … destinati … alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela, riferibili ai persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche, ai sensi dell'art. 1322, secondo comma … »), non altrimenti può essere stata, per quanto veramente ridondante, che in funzione delimitativa. Ma, per l'appunto, in che senso?

Va preso atto, in ragione di questo processo di formazione della norma, che l'intera precisazione, anzi che poter essere internamente scissa (come proposto nell'argomentazione del paragrafo "Profilo della riferibilità degli interessi"), va propriamente intesa conforme alla scansione dell'accento logico, che cade chiaramente sul primo termine («… interessi …, riferibili a persone con disabilità, … »), mentre gli altri, non a caso accordati tra loro mediante apposite disgiunzioni, devono essere intese, non sullo stesso piano, ma su uno diverso. Altrimenti, come facilmente intuibile, bisognerebbe interpretare « … o ad altri enti … » e « … persone fisiche … » come assorbenti (e quindi annullanti), rispettivamente, tanto la previsione delle pubbliche amministrazioni quanto quella delle persone con disabilità.

Ma, ciò posto, bisogna ancora rimarcare che l'accento, di cui appunto si diceva, va concentrato sul primo dei soggetti nominati (« … interessi … riferibili a persone con disabilità … »), non anche esteso all'altro immediatamente successivo (« … pubbliche amministrazioni … », quali, tra l'altro, potrebbero essere nei campi più vari), tanto meno a quelli ulteriori, come suggerito, in maniera veramente univoca, da precedenti proposte di legge (entro la XIV legislatura, n. 3972 "Disciplina della destinazione di beni a favore di soggetti portatori di handicap per favorire l'autosufficienza", n. 5414 "Disposizione in materia di destinazione di beni in favore di soggetti con gravi disabilità e di discendenti") (sopra, § paragrafo "Profilo della riferibilità degli interessi"). Tanto più, questo, in quanto è il séguito stesso del discorso normativo, con le insistite disgiunzioni, a rendere piuttosto evidente, che non solo la prima figura (pubbliche amministrazioni), ma anche la seconda (altri enti, tipo soprattutto le Onlus) e l'ultima (persone fisiche, ossia persone non gravate da proprie disabilità), a far convergere nell'idea che, mentre i primi soggetti (persone con disabilità) vengono quali beneficiari, tutti gli altri solo in funzione gestoria (o simile).

Il tutto, beninteso, agli effetti del senso proprio della norma stessa. Ma, sia ancora ripetuto, senza escludere in sede applicativa interpretazioni estensive, a condizione, tuttavia, che le stesse, in garanzia della coerenza valutativa, decisamente assumano, quello che ne è stato il riferimento primario (« … a persone con disabilità … »), in funzione almeno esemplare (sopra, paragrafo "Osservazioni conclusive").


[nota 1] F. WIEACKER, Privatrechtsgeschichte der Neuzeit, G?ttingen 1952, p. 253, 271 e ss. (si tratta di opera che, molto ampliata nella seconda edizione, è stata tradotta, sulla base di quest'ultima, anche nella nostra lingua: Storia del diritto privato moderno, I-II, Milano 1980).

[nota 2] G. PETRELLI, «La trascrizione degli atti di destinazione», Riv. dir. civ. II, 2006.

[nota 3] Per questo (e l'insieme del paragrafo), S. TONDO, «I patrimoni separati dalla tradizione all'innovazione», in Vita not., 2006, p. 1360-1377.

[nota 4] E. COURIR, Limiti alla responsabilità imprenditoriale e rischi dei terzi, Milano, 1997, § 1 (introduzione), p. 1 e ss. Aggiungere che, in complemento con la richiamata nozione, s'è poi utilmente sviluppata, per fondare un'autonoma titolarità, anche quella di soggettività.

[nota 5] E, per l'area germanica, K. LARENZ, Lehrbuch d. Schuldrechts (Allg. Teil), 14a ed., München, 1987, Einl. § 2/4 , p. 21 e ss.

[nota 6] Importante, per il tutto, A. PINO, Il patrimonio separato, Padova 1950. Il cui pensiero è stato per ultimo ripreso, tra molti altri, da P. LAROMA JEZZI, Separazione patrimoniale e imposizione sul reddito, Milano 2006, p. 50 e ss.

[nota 7] F. GAZZONI, «Osservazioni sull'articolo 2645-ter» in www.judicium.it, 2006 (un contributo molto impegnato, già pubblicato in Giust. civ., 2006, II, p. e 165 ss.), §§ 1 e 8 (su cui, in posizione di apertura critica, G. BARALIS, «Prime riflessioni in tema di art. 2645-ter c.c.», in questo volume) ha contestato, malgrado la postulata opponibilità verso terzi, la valenza reale. Ma, a parte che una tale valenza non necessariamente deve essere espressione di un diritto reale tipizzato, va aggiunto che la appropriatezza di quella qualifica risulta riconosciuta dalla maggior parte degli interpreti: vedere, per puntuali riscontri, M. D'ERRICO, «Le modalità della trascrizione ed i possibili conflitti che possono porsi tra beneficiari,creditori ed aventi causa del "conferente"», in questo volume, nt. 17; cui aggiungerei A. GENTILI, «Destinazioni patrimoniali, trust e tutela del disponente», atti del Convegno di Roma del 28-29 settembre 2006 in www.economia.uniroma2.it postulante una funzionalizzazione della proprietà dei beni destinati). Merita aggiungere, per parte nostra, che già di per sé sola la predeteminata opponibilità ai terzi dovrebbe riesprimersi in termini di valenza reale.

[nota 8] G. PALERMO, «Autonomia negoziale e fiducia (breve saggio sulla libertà della forme)», in Riv. giur. sarda, 1999, p. 571 e ss.; «Sulla riconducibilità del 'Trust interno' alle categorie civilistiche», in Riv. dir. comm., 2000, p. 133 ss.; «Ammissibilità e disciplina del negozio di destinazione», in Quad. rom. dir. comm., I: Atti/2 (Milano 2003), p. 241 e ss.

[nota 9] G.B. FERRI, Il negozio giuridico, Padova, 2001, p. 57.

[nota 10] G. GORLA, Il contratto, I, Milano, 1955, § 19, p. 199-227. Il cui pensiero potrebbe subire qualche adattamento proprio in relazione alla qui discussa norma.

[nota 11] M. GARAUD, La révolution et la proprieté foncière, Paris 1959, p. 153 e ss.

[nota 12] A. MASI, «Destinazione di beni e autonomia privata», in Quad. rom. dir. comm., I (Milano 2003), p. 235-239, a cui conforme, su proprio consolidato orientamento, non solo G. PALERMO, «Ammissibilità…» cit. (nt. 8), ib., § 9, p. 250 e ss., ma anche U. LA PORTA, «Causa del negozio di destinazione e neutralità dell'effetto destinatario», ib., p. 261-270.

[nota 13] C. GRANELLI, «La responsabilità patrimoniale del debitore fra disciplina codicistica e riforma in itinere del diritto societario», in Riv. dir. civ., 2002, II, p. 507.

[nota 14] E. ROPPO, La responsabilità patrimoniale del debitore, in Tratt. dir. priv. (diretto da Rescigno), XIX/1, Torino, 1985, § 3 (2° ed. 1997, p. 509).

[nota 15] Come, tra i tanti, messo in rilievo da G. MARICONDA, La trascrizione, in Tratt. dir. priv. (Rescigno), XIX, Torino 1985, p. 100, ripreso in S. TONDO, «Aspetti della pubblicità immobiliare», in Vendita e trasferimento della proprietà nella prospettiva storico-comparatistica, a cura di L. Vacca, (Atti Congr. Int. 1990), I-II, Milano 1991, p. 567 e ss.

[nota 16] Per il tutto, S. TONDO, «Pubblicità immobiliare per atti impegnativi a futuri assetti dispositivi», in Foro it., 1997, V, c. 272 e ss.

[nota 17] Come riconosciuto, tra i moltissimi, anche da L. MONTESANO, Contratto preliminare e sentenza costitutiva, Napoli, 1953, nonché La tutela giurisdizionale dei diritti, 2° ed., Torino 1985, § 58, p. 142 e ss.

[nota 18] M. BIANCA, Vincoli di destinazione e patrimoni separati, Padova 1996, p. 215.

[nota 19] Malgrado G. PETRELLI (cit. nt. 2) § 5 , contestato da GAZZONI (cit. nt. 7), § 7: ragguagli in F. ROSELLI, «Atti di destinazione del patrimonio e tutela del creditore», atti del Convegno di Roma del 28-29 settembre 2006, sul sito www.economia.uniroma2.it § 2.3.

[nota 20] Ragguagli in S. TONDO (cit. nt. 3), p. 1360 e ss.

[nota 21] Possibilità avuta ben presente in M. BIANCA, M. D'ERRICO, A. DE DONATO, C. PRIORE, L'atto notarile di destinazione, Milano 2006, p. 61 e ss.

[nota 22] Avente riguardo - probabilmente- a enti non profit (sulla cui fenomenologia, F. GAZZONI, Manuale di diritto privato, 11° ed., Napoli 2004, cap. X § 1, p. 144 e ss.).

[nota 23] Sarebbe fuori posto la chiamata in causa della proposta di legge a firma V. De Donato (richiamata in M. BIANCA, M. D'ERRICO, A. DE DONATO, C. PRIORE [cit. nt. 21], p. 91, limitatasi a definire solo il congegno dell'atto destinatorio, senza determinare le fattispecie in cui applicabile.

[nota 24] S'abbia presente, a scanso d'equivoci, che la seconda proposta, parlando di discendenti, ha riferimento, come tale, solo a discendenti dei disabili stessi.

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