La legge applicabile al contratto di concessione di vendita dalla Convenzione di Roma del 1980 al regolamento "Roma I"
La legge applicabile al contratto di concessione di vendita dalla Convenzione di Roma del 1980 al regolamento "Roma I"
di Gaetano Iorio Fiorelli
Assegnista di ricerca presso l'Istituto di diritto comparato "Angelo Sraffa" dell'Università Commerciale "Luigi Bocconi" di Milano

Introduzione

Tra le novità prefigurate dalla proposta della Commissione europea per un futuro regolamento sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma I), [nota 1] riveste preminente importanza la nuova formulazione dei criteri di individuazione della legge applicabile in mancanza di scelta.

Come è noto, il paragrafo 1 dell'art. 4 della proposta intenderebbe introdurre una modifica radicale rispetto all'attuale art. 4 della Convenzione di Roma, assegnando al criterio della «prestazione caratteristica» un ruolo residuale, destinato ad operare solo per le fattispecie non contemplate al paragrafo 1. [nota 2]

Per i contratti di cui al paragrafo 1, infatti, la proposta designa la legge applicabile adottando tradizionali criteri di collegamento che, peraltro, nella maggior parte dei casi, conducono al Paese ove è collocata la sede della parte che, secondo l'attuale formulazione dell'art. 4 della Convenzione di Roma, esegue la prestazione caratteristica. Se ciò è senz'altro vero per le ipotesi di cui alle lettere a-f del paragrafo 1, la situazione si complica nel caso dei contratti di concessione di vendita e di franchising di cui alle lettere g e h, rispetto ai quali, come riconosce la stessa motivazione alla proposta, la giurisprudenza degli Stati membri ha manifestato orientamenti divergenti in sede di applicazione dell'art. 4 della Convenzione di Roma. [nota 3]

La legge applicabile ai contratti di distribuzione in mancanza di scelta nella Convenzione di Roma del 1980 e nella proposta della Commissione per un futuro regolamento Roma I

Quando le parti non abbiano designato la legge applicabile, l'art. 4 par. 1 della Convenzione di Roma prevede che il contratto sia regolato dalla legge del Paese con il quale il contratto presenta il collegamento più stretto, che in base al paragrafo 2 si presume sussistere con il Paese ove risiede la parte che deve fornire la prestazione caratteristica. Come è noto, la relazione Giuliano-Lagarde [nota 4] chiarisce che nei contratti a prestazioni corrispettive la prestazione caratteristica coincide con la prestazione non monetaria. Il criterio della prestazione caratteristica ha avuto l'indubbio vantaggio di favorire il consolidamento di un'applicazione quasi sempre univoca e prevedibile, capace di garantire con ragionevoli margini di certezza e prevedibilità l'individuazione della prestazione caratteristica nei vari tipi contrattuali e, così, della legge applicabile al contratto. [nota 5]

Venendo alle figure contrattuali simili al contratto di distribuzione, la regola della prestazione caratteristica porta ad individuare senz'altro la legge dell'agente, peraltro richiamata anche dalla Convenzione de L'Aja del 1978 sulla legge applicabile al contratto di agenzia, che fa espresso riferimento alla sede d'affari dell'agente. [nota 6]

Più discussa è, invece, l'applicazione del criterio della prestazione caratteristica al contratto di concessione di vendita, la cui natura complessa ha reso incerta l'individuazione di una prestazione caratteristica sulla quale fare sicuro riferimento per l'individuazione della legge applicabile al contratto. Il contratto di distribuzione è, infatti, un contratto complesso, ove, accanto all'obbligazione del concedente di fornire la merce, si affianca l'obbligazione del concessionario di distribuire e promuovere il prodotto nella zona di competenza, talvolta in regime esclusiva e magari con il concorrente supporto finanziario ed organizzativo dello stesso concedente. [nota 7] Stante la natura composita del contratto di distribuzione, la dottrina e la giurisprudenza italiane hanno proposto diverse ipotesi di inquadramento di questo tipo contrattuale, riconducendolo ora allo schema del contratto di somministrazione, ora a quello del mandato, ora alla figura del contratto-quadro volto a disciplinare le successive operazioni di vendita, ovvero, infine, secondo le interpretazioni più recenti, semplicemente qualificandolo come contratto atipico al quale applicare di volta in volta le norme ritenute più idonee. [nota 8]

Due distinte posizioni si sono delineate per quanto concerne l'applicazione del criterio della prestazione caratteristica al contratto di distribuzione.

Ove si concentri l'attenzione sulla fornitura della merce da parte del concedente, il collegamento più stretto sarà ravvisato con il Paese ove quest'ultimo ha la propria sede. [nota 9]

L'ipotesi più accettata in dottrina è, però, quella per la quale caratteristiche sono le prestazioni del concessionario, nel qual caso il criterio di cui all'art. 4 della Convenzione di Roma conduce all'individuazione della legge del Paese di quest'ultimo. [nota 10] Tale interpretazione sembra in linea di principio preferibile, in quanto ha il vantaggio di porre nella giusta considerazione la complessità del contratto di distribuzione ove le obbligazioni del distributore sono spesso rilevanti nell'economia generale del rapporto, soprattutto quando vi sia l'impegno per un'attività di promozione e sviluppo dell'immagine commerciale del prodotto.

è questo il contesto nel quale si inserisce la proposta di regolamento comunitario sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali, c.d. regolamento Roma I, ove il legislatore ha formulato delle presunzioni specifiche per alcune categorie di contratti. Per quanto concerne in particolare il contratto di concessione di vendita è stata così stabilita una presunzione di collegamento con il Paese del concessionario.

L'istituzione di tale presunzione costituisce una scelta opportuna sotto il profilo della certezza e della prevedibilità dell'applicazione del diritto, che costituisce peraltro l'obiettivo dichiarato della Commissione. Dal punto di vista dell'equità sostanziale la designazione della legge del concedente viene incontro all'esigenza di considerare il contratto di concessione di vendita nella sua complessità, evitandone una semplicistica riconduzione allo schema della somministrazione o della vendita. L'applicazione della legge del Paese del distributore si rivela certo più adeguata a regolare un fenomeno contrattuale che nelle sue fasi essenziali e qualificanti – la promozione del prodotto e la sua rivendita – avviene appunto nel Paese del distributore, all'ordinamento del quale in linea di massima appare, quindi, più opportuno fare riferimento. Nella maggior parte dei casi l'applicazione della legge del distributore viene incontro, altresì, alle esigenze di protezione del contraente debole del rapporto contrattuale, che molto spesso è, appunto, il distributore. [nota 11] Non a caso alcune legislazioni nazionali prevedono normative speciali a protezione del concessionario, analogamente a quanto avviene per gli agenti. [nota 12]

La previsione di un criterio rigido implica inevitabilmente un costo in termini di flessibilità. Il riferimento alla legge del concessionario apparirebbe meno opportuna, ad esempio, quando il rapporto contrattuale si caratterizzasse per l'assenza di un'attività di promozione e sviluppo dell'immagine del prodotto. Le stesse esigenze di protezione del contraente debole divengono evanescenti ogniqualvolta sia il concessionario a trovarsi in una posizione di forza, come avviene, ad esempio, nel caso delle imprese della grande distribuzione commerciale. In questi casi l'applicazione della legge del Paese del concessionario appare meno giustificata.

L'assetto potenzialmente variegato che può venire a realizzarsi nell'ambito di un contratto di distribuzione induce qui, più che per gli altri contratti indicati nell'art. 4, a dubitare dell'opportunità di adottare un approccio rigido. [nota 13]

Del resto, nelle intenzioni della Commissione, la designazione di un rigido criterio di collegamento nel caso dei contratti di distribuzione e di franchising appare giustificata da finalità parzialmente diverse da quelle perseguite per gli altri tipi contrattuali. Piuttosto che un'esigenza di prossimità, la motivazione della proposta, preso atto dei diversi orientamenti giurisprudenziali degli Stati membri, fa, infatti, espresso riferimento all'esigenza di assicurare protezione al concessionario e al franchisee, in quanto contraenti deboli. Nella formulazione dell'art. 4 paragrafo 1 della proposta Roma I, quindi, accanto a presunzioni volte a precostituire una regola di prossimità tra il contratto e un territorio statale (lettere a-f), convive un'esigenza di protezione del contraente debole (lettere g-h), che costituisce piuttosto la ragion d'essere di altre norme del futuro regolamento, prime fra tutte quelle riguardanti i contratti conclusi con i consumatori. L'incongruenza delle finalità perseguite dalla norma depone, quindi, una volta di più, contro l'opportunità della previsione di criteri rigidi (almeno) per i contratti di concessione di vendita e per i contratti franchising.

Spunti di riflessione in merito al rapporto tra il foro contrattuale ex art. 5 n. 1 del regolamento 44/2001 e i criteri per la determinazione della legge applicabile in mancanza di scelta

In conclusione, qualche considerazione s'impone in ordine al coordinamento tra la disciplina sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali e il regolamento (Ce) 44/2001, [nota 14] per quanto concerne in particolare il c.d. foro contrattuale, la cui nuova formulazione pone nuovi problemi rispetto all'art. 5 n. 1 delle convenzioni di Bruxelles e Lugano.

L'applicazione del foro contrattuale sotto il vigore delle convenzioni di Bruxelles e Lugano ha spesso dato adito a difficoltà applicative in presenza di una molteplicità di obbligazioni dedotte in giudizio, eseguite o da eseguirsi in Stati diversi. Non di rado, simili situazioni si sono verificate nel caso di controversie derivanti da rapporti contrattuali articolati, come appunto sono i contratti di distribuzione. Ciò tipicamente accade, ad esempio, quando il concessionario agisca per il risarcimento dei danni derivanti dalla mancata fornitura della merce nonché per la violazione, da parte del concedente, dell'obbligazione di esclusiva per il proprio territorio. In questi casi è di norma possibile individuare due (gruppi di) obbligazioni dedotte, entrambe potenzialmente rilevanti ai fini della competenza ex art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles, da eseguirsi in Stati diversi: mentre, infatti, il luogo di esecuzione dell'obbligazione di esclusiva è di massima il Paese del distributore, [nota 15] le obbligazioni di consegna della merce vanno di norma eseguite presso gli stabilimenti del concedente, con la consegna al vettore. [nota 16]

In presenza di una pluralità di obbligazioni da eseguirsi in Stati diversi l'art. 5 n. 1 condurrebbe all'individuazione di altrettanti fori competenti, con la conseguente dispersione dell'attività giurisdizionale. Diviene, quindi, cruciale stabilire quale obbligazione sia quella rilevante ai fini dell'art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles. Nella causa Shenavai c. Kreischer, [nota 17] la Corte di Giustizia, ammettendo che la regola generale (l'art. 5 n. 1) non fornisce soluzione nel caso particolare in cui la lite verta su più obbligazioni derivanti dallo stesso contratto e che costituiscano il fondamento dell'azione esperita dall'attore, ha prescritto che in questi casi il giudice adito si orienti in base al principio secondo il quale accessorium sequitur principale. [nota 18]

In mancanza di indicazioni precise sul metodo da seguire per individuare l'obbligazione principale, autorevole dottrina ha interpretato il principio statuito dalla Corte nel senso «che la competenza va stabilita con riguardo all'obbligazione principale dedotta in giudizio: si badi, principale tra quelle dedotte e non fra tutte quelle derivanti dal contratto», sulla base di una valutazione concreta del sistema degli interessi in gioco nello specifico rapporto contrattuale. [nota 19]

Dal canto suo, la Corte di Cassazione italiana ha spesso focalizzato l'attenzione unicamente sull'obbligazione di consegna, quale obbligazione caratterizzante il contratto, giungendo così a dichiarare il difetto di giurisdizione del giudice italiano. [nota 20] Non sono mancati, peraltro, casi in cui la giurisprudenza ha manifestato un diverso orientamento, individuando in concreto, quale obbligazione principale tra quelle dedotte in giudizio, quella di pagamento dell'indennità di scioglimento del contratto, nell'ambito di controversie relative a contratti di agenzia. [nota 21]

La giurisprudenza straniera ha talvolta fatto applicazione di un criterio quantitativo per l'individuazione dell'obbligazione principale. [nota 22] In dottrina [nota 23] si è, invece, talvolta indicato un criterio meramente qualitativo, per una valutazione delle obbligazioni in base alla loro natura intrinseca – a prescindere dalla loro concreta importanza relativa – interpretando il criterio dell'obbligazione principale come una sorta di declinazione del criterio dell'obbligazione caratteristica. Tali autori, pur riconoscendo che il concetto di obbligazione principale è logicamente distinto dal concetto di obbligazione caratteristica nel senso di cui alla Convenzione di Roma del 1980, ammettono come il primo finisca inevitabilmente per coincidere con il secondo, ogniqualvolta tra le obbligazioni concretamente dedotte in giudizio vi sia anche l'obbligazione caratteristica del contratto. Ove si accettasse questa interpretazione, la formulazione dell'art. 4 del futuro regolamento Roma I giocherebbe, quindi, un ruolo essenziale, in funzione del radicamento della competenza dei giudici del Paese del distributore, contribuendo a superare ogni dubbio sull'individuazione della prestazione caratteristica del contratto di distribuzione.

Anche sulla scorta delle difficoltà applicative cui negli anni ha dato adito il criterio del luogo di esecuzione dell'obbligazione dedotta in giudizio, il regolamento (Ce) 44/2001 ha previsto una formulazione parzialmente diversa del foro speciale contrattuale, designando quali criteri preferenziali per i contratti di vendita di beni e di prestazione di servizi, rispettivamente, il luogo della consegna dei beni [nota 24] e quello di prestazione del servizio (art. 5 paragrafo 1 lett. b del regolamento), e ciò a prescindere dall'obbligazione concretamente dedotta in giudizio. [nota 25] Il criterio del luogo di esecuzione dell'obbligazione dedotta in giudizio è stato mantenuto in vigore (par. 1 lett. a), ma solo in via residuale per le situazioni nelle quali non sia possibile applicare i criteri di cui alla lettera b. [nota 26]

è stato sostenuto che i contratti di concessione di vendita - al pari dei contratti di agenzia e di appalto - rientrerebbero nella nozione di contratto di prestazione di servizi, per tale dovendosi intendere la prestazione compiuta dal distributore, con il conseguente radicamento, ai sensi del par. 1 lett. b, della competenza giurisdizionale dei giudici dello stato in cui opera il distributore. [nota 27]

Al momento attuale non risulta che la Corte di Giustizia abbia avuto l'opportunità di pronunciarsi in merito all'interpretazione della norma in commento. [nota 28] Ciònondimeno, l'immediata riconduzione del contratto di concessione di vendita alla nozione di contratto di prestazione di servizi potrebbe dare adito a qualche dubbio, ove si consideri la complessità di tale rapporto contrattuale, ove a prestazioni di facere si affiancano obbligazioni di dare, o anche obbligazioni di non facere, quando sia stata, ad esempio, pattuita una clausola di esclusiva. [nota 29]

Il contratto di distribuzione ha, infatti, una natura «mista», che mette insieme sia le obbligazioni tipiche della vendita che quelle della prestazione di servizi. Stabilire come (e se) applicare il paragrafo b dell'art. 5 n. 1 al contratto di distribuzione non costituisce, quindi, un'operazione intuitiva ed immediata.

Una prima possibilità potrebbe consistere nell'individuare quale sia, in base al diritto materiale degli Stati membri, l'obbligazione caratteristica tra le varie prestazioni del contratto, e stabilire di conseguenza se applicare il titolo giurisdizionale previsto per la vendita piuttosto che quello previsto per la prestazione di servizi. [nota 30] L'interpretazione prevalente per i contratti di concessione di vendita, suffragata anche dal criterio indicato dalla proposta di regolamento Roma I, porterebbe, quindi, alla competenza del giudice del luogo ove i servizi sono prestati.

In alternativa, nella prospettiva di individuare un criterio uniforme nell'applicazione del regolamento comunitario, è stato suggerito [nota 31] di fare riferimento al metodo della proporzione, che la Corte di Giustizia ha indicato per definire l'ambito di applicazione delle norme di giurisdizione in materia di contratti di consumo, quando l'acquisto sia stato fatto, oltre che per consumo personale, anche per scopi attinenti l'attività professionale del soggetto. [nota 32]

L'applicazione di tale criterio nel caso dei contratti di distribuzione può non essere agevole. L'interprete dovrebbe, infatti, procedere ad una valutazione caso per caso della specifica fattispecie contrattuale, per verificare quale tipologia di prestazioni contrattuali sia in concreto prevalente nell'ambito del regolamento negoziale predisposto dalle parti. [nota 33]

Ove si reputino prevalenti le prestazioni di servizi, il titolo di giurisdizione di cui alla lettera b dell'art. 5 n. 1 condurrà alla giurisdizione dei giudizi del Paese ove ha sede il concessionario. De jure condendo, tale interpretazione potrebbe essere suffragata ancora una volta dalla logica sottesa alla formulazione della norma di conflitto prevista nella proposta di regolamento Roma I all'art. 4.

Al contrario, qualora si considerino più importanti le obbligazioni attinenti alla vendita dei prodotti, il luogo di consegna dei beni di cui alla lettera a ben potrebbe essere localizzato nel Paese del concedente, con il conseguente radicamento della giurisdizione di questi giudici. Ponendo per un attimo l'occhio alla prassi dei rapporti di distribuzione, se non v'è dubbio che nella maggioranza dei casi il ruolo del distributore e delle sue obbligazioni svolga una funzione qualificante, è pur vero che non di rado il rapporto commerciale resta prevalentemente incentrato sulla dimensione dello scambio tra concedente e concessionario, quando le attività per lo sviluppo del prodotto sono assai limitate, come ad esempio avviene quando nessuna esclusiva territoriale è pattuita.

A prescindere dalla soluzione prescelta, permane comunque evidente un problema di prevedibilità del risultato, che può variare notevolmente a seconda dell'interpretazione adottata. Né parrebbe accettabile, in mancanza di un'integrazione normativa, la soluzione che istituisse in ogni caso una presunzione di prevalenza delle obbligazioni del distributore, a prescindere dal disegno contrattuale concretamente realizzato.

Considerazioni conclusive

Le suesposte considerazioni sollecitano una riflessione in merito alle possibili implicazioni delle future norme di conflitto in materia di contratti rispetto all'applicazione del foro contrattuale di cui al regolamento 44/2001.

Con particolare riferimento al contratto di distribuzione, le problematiche interpretative poste dall'art. 5 n. 1 suggeriscono di domandarsi se l'introduzione di una presunzione di collegamento con il Paese del distributore ex art. 4 del futuro regolamento Roma I possa condurre ad un'interpretazione del foro contrattuale nel senso di istituire una sorta di presunzione anche per quanto concerne l'applicazione della suddetta norma, facendo ricadere sempre e comunque i contratti di distribuzione nell'ambito di applicazione della lettera b secondo trattino, a prescindere dal concreto atteggiarsi del rapporto contrattuale oggetto del giudizio. Ove una tale interpretazione fosse praticabile, il combinato disposto delle norme sulla legge applicabile e sulla giurisdizione competente finirebbe con il garantire al distributore una completa tutela internazionalprivatistica, non priva di analogie con quella di cui godono, ad esempio, i lavoratori subordinati.


[nota 1] Il riferimento è alla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma I), presentata dalla Commissione, del 15 dicembre 2005, documento COM(2005) 650 def. La proposta era stata preceduta dal Libro verde del 14 gennaio 2003 sulla trasformazione della Convenzione di Roma del 1980 in uno strumento comunitario e sulla sua modernizzazione, documento COM(2002) 654 def. Sull'argomento cfr. Franzina (a cura di), La legge applicabile ai contratti nella proposta di regolamento "Roma I", Padova, 2006. In senso talvolta critico della proposta presentata dalla Commissione cfr. DUTSON, «A dangerous proposal - The European Commission's attempt to amend the law applicable to contractual obligation», in Jour. Bus. Law, 2006, p. 608 e ss. Sull'argomento, anteriormente alla formalizzazione della proposta della Commissione, si segnala lo scritto di BOSCHIERO, Verso il rinnovamento e la trasformazione della Convenzione di Roma: problemi generali, in Picone (a cura di), Diritto internazionale privato e diritto comunitario, Padova, 2004, p. 319 e ss.

[nota 2] Quando sia impossibile individuare la prestazione caratteristica il paragrafo 2, secondo periodo dell'art. 4 prevede, invece, che la legge applicabile vada individuata secondo il criterio del collegamento più stretto.

[nota 3] Sulla Convenzione di Roma del 1980 sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali cfr., tra gli altri, VILLANI, La Convenzione di Roma sulla legge applicabile ai contratti, Bari, 2000; Bianca, Giardina (a cura di), Convenzione sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma, 19 giugno 1980), in Nuove leggi civili commentate, 1995, p. 901 e ss.; Sacerdoti, Frigo (a cura di), La Convenzione di Roma sul diritto applicabile ai contratti internazionali, Milano, 1994; GAUDEMET-TALLON, «Le nouveau droit international privé européen des contrats (Commentaire de la convention Cee n.° 80/934 sur la loi applicable aux obligations contractuelles, ouverte à la signature à Rome le 19 juin 1980) », in Rev. trim. dr. eur., 1981, p. 9 e ss. In generale sul problema della legge applicabile nel diritto internazionale privato cfr. MOSCONI, CAMPIGLIO, Diritto internazionale privato e processuale, Parte generale e contratti, Torino, 2004; BALLARINO, Manuale breve di diritto internazionale privato, Padova, 2002. Con particolare riferimento alle obbligazioni contrattuali cfr., altresì, BORTOLOTTI, Manuale di diritto commerciale internazionale, vol. I, Padova, 2001, spec. p. 189–295; BENEDETTELLI, «La legge regolatrice delle obbligazioni contrattuali tra Convenzione di Roma e diritto internazionale privato comune», in Dir. comm. int., 1996, p. 715 e ss.

[nota 4] Vedila pubblicata in G.U.C.E., n. C 282 del 31 ottobre 1980, p. 1-50.

[nota 5] Così, non v'è dubbio che nei contratti di prestazione servizi la prestazione caratteristica sia quella del prestatore, nel contratto di mandato quella del mandatario e nelle garanzie la prestazione del garante. Per un'indicazione puntuale del risultato dell'applicazione del criterio della prestazione caratteristica ai vari tipi contrattuali, cfr. BALLARINO, Diritto internazionale, privato, Padova, 1999, p. 631-632.

[nota 6] Il testo della Convenzione, che non è in vigore per l'Italia, è reperibile sul sito www.hcch.org.

[nota 7] Per un'analisi degli elementi caratterizzanti il contratto di distribuzione si veda, tra gli altri, SCORZA, La concessione di vendita, in Cassano (a cura di), I contratti di distribuzione, Milano, 2006, p. 510-520; BORTOLOTTI, Manuale di diritto commerciale internazionale, vol. III, Padova, 2002, spec. p. 246-291; D'ALESSANDRO, «Concessione di vendita: descrizione del fenomeno e profili sistematici», in Giur. comm., 2002, II, p. 71 e ss.

[nota 8] Per una rassegna delle posizioni della dottrina e della giurisprudenza in ordine al contratto di distribuzione, nella loro successiva evoluzione, cfr. BORTOLOTTI, Manuale…, vol. III, cit., p. 255-259.

[nota 9] In questo senso Cass. Civ., 14 dicembre 1999, n. 895, in Riv. dir. int. priv. proc., 2000, p. 78, che ravvisa l'obbligazione caratteristica nell'obbligo per il distributore di acquistare una certa quantità di merce, pagandone puntualmente il prezzo. Per quanto concerne la giurisprudenza straniera cfr. la pronuncia della Corte di Cassazione francese del 15 maggio 2001, Optelec SA c. Société Midtronics BV, in Jour. droit int., 2001, p. 1121-1123, con nota di commento di HUET.

[nota 10] In questo senso, tra gli altri, BALLARINO, Diritto internazionale…, cit., p. 630; BALDI, Il contratto di agenzia. La concessione di vendita. Il franchising, Milano, 2001, p. 487.

[nota 11] Tale intento è espressamente dichiarato nella motivazione alla proposta di regolamento Roma I, ove si sottolinea che «le soluzioni adottate si spiegano con il fatto che il diritto comunitario sostanziale protegge il franchisee e il distributore come parti deboli» (p. 6).

[nota 12] Cfr., ad esempio, la legge belga del 27 luglio 1961, modificata dalla legge del 13 aprile 1971, che mira a tutelare il concessionario, accordandogli il diritto ad un indennità di scioglimento del rapporto, analogamente a quanto avviene per i contratti di agenzia.

[nota 13] In vero, questa perplessità sembra essere condivisa dal Parlamento europeo, come si evince dagli emendamenti apportati all'art. 4 nel progetto di risoluzione legislativa predisposto dalla Commissione giuridica, ove le presunzioni speciali applicabili ad alcuni tipi contrattuali (tra cui il contratto di distribuzione) sono comunque soggette alla clausola di eccezione di cui al paragrafo 2 («if it is clear from all the circumstances of the case that the contract is manifestly more closely connected with another country»). Il progetto di risoluzione giuridica del Parlamento europeo è contenuto nel progetto di relazione della Commissione giuridica del 22 agosto 2006, doc. PR\619636IT.doc, versione Pe-374.427 v01-00, reperibile all'http://www.europarl.europa.eu/meetdocs/2004_2009/documents/ pr/619/619636/619636en.pdf .

In senso critico dell'impostazione rigida adottata nell'art. 4 della proposta si è espresso anche il gruppo di lavoro del MAX PLANCK INSTITUTE FOR COMPARATIVE AND INTERNATIONAL PRIVATE LAW, con il documento intitolato Comments on the European's Commission Proposal for a Regulation of the European Parliament and the Council on the law applicable to contractual obligation (Rome I), reperibile all' http://www.mpiprivhh.mpg.de/deutsch/main/Pressemitteilungen/Comments_RomI/ Comments_RomeI_proposal.pdf , p. 26-28. Nello stesso senso cfr. CORTESE, La proposta di regolamento «Roma I»: spunti critici su collegamento obiettivo e rapporti con le convenzioni di diritto internazionale privato uniforme, in Franzina (a cura di), La legge applicabile…, cit., p. 42-44; analogamente, DUTSON, «A dangerous proposal…», cit., spec. p. 612-613, il quale pone il problema anche alla luce della giurisprudenza d'oltremanica, che ha spesso dato applicazione al criterio elastico di cui al comma 5 dell'art. 4 della Convenzione di Roma allo scopo di vincere la presunzione di collegamento più stretto con il Paese ove ha la residenza la parte che esegue la prestazione caratteristica. In questo modo le corti inglesi hanno trovato spazio per i tradizionali principi di common law, maggiormente sensibili all'esigenza di tenere in attenta considerazione il ruolo dell'intenzione delle parti della determinazione della legge applicabile al contratto, anche in deroga alla presunzione generale istituita dall'art. 4. Per un esame delle problematiche di applicazione della Convenzione di Roma del 1980 da parte delle corti inglesi cfr. MERKIN, «Contracts (applicable law) Act 1990», in Jour. Bus. Law, 1991, p. 205 e ss.

[nota 14] Il regolamento (Ce) n. 44/2001 del Consiglio del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l'esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, è pubblicato in G.U.C.E. n. L. 12 del 16 gennaio 2001, p. 1. Con riguardo al regolamento (Ce) 44/2001 cfr. CARBONE, FRIGO, FUMAGALLI, Diritto processuale civile e commerciale comunitario, Milano, 2004; CARBONE, Il nuovo spazio giudiziario europeo dalla Convenzione di Bruxelles al regolamento Ce 44/2001, Torino, 2002; DE CESARI, Diritto internazionale privato e processuale comunitario. Atti in vigore e in formazione nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, Torino, 2005; MOSCONI, CAMPIGLIO, Diritto internazionale…, cit.; SALERNO, Giurisdizione ed efficacia delle sentenze straniere nel regolamento (Ce) n. 44/2001 (La revisione della Convenzione di Bruxelles del 1968), Padova, 2006.

[nota 15] In verità, l'individuazione del locus destinatae solutionis nel caso di un'obbligazione a contenuto negativo si è spesso rivelata non agevole. Nella controversia oggetto della sentenza Besix (causa C-256/00, in Raccolta, 2002, p. I-1699), ad esempio, la Corte ha stabilito l'inapplicabilità del foro contrattuale, dal momento che l'attore (belga) aveva dedotto in giudizio l'inadempimento della controparte tedesca «di agire in esclusiva, senza associarsi con terzi» in relazione ad una gara di appalto pubblico in Camerun per la quale le parti avevano presentato una comune proposta. In questo caso, non avendo le parti delimitato geograficamente l'obbligo di non facere, l'applicazione del foro contrattuale avrebbe potenzialmente portato ad una molteplicità di fori, privi di un legame apprezzabile con la fattispecie, in contrasto con lo spirito della Convenzione che è appunto quello di concentrare la giurisdizione nelle mani di un unico giudice. Osserva opportunamente SALERNO, Giurisdizione…, cit., p. 138, come i suddetti principi non implichino, però, che il locus destinatae solutionis di un'obbligazione negativa non possa essere localizzato in un determinato Stato alla luce della concreta configurazione dei rapporti contrattuali. Per un commento alla sentenza Besix e in generale sulla problematica sottesa, cfr. DE CRISTOFARO, Obbligazioni di non fare a proiezione geografica illimitata e forum destinatae solutionis, in Consolo, De Cristofaro (a cura di), Il diritto processuale civile internazionale visto da Int'l Lis dal 2002 ad oggi, Milano, 2006, p. 271 e ss.

[nota 16] è questa, ad esempio, la conclusione cui si giunge ogniqualvolta la norma materiale applicabile al caso di specie sia l'art. 31 della Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale di merci.

[nota 17] Cfr. la sentenza del 15 gennaio 1987, in causa C-266/85, Shenavai c. Kreischer, in Raccolta, 1987, p. 239.

[nota 18] Osserva, in proposito, SALERNO, Giurisdizione…, cit., p. 127, come per questa via la Corte abbia sostanzialmente introdotto «in via surrettizia» una forma di competenza per connessione suscettibile di aggiungersi alle ipotesi di connessione già previste dall'art. 6.

[nota 19] Così, commentando la sentenza sopra citata, MARI, La Convenzione…, cit., p. 316-318, il quale precisa che «per stabilire quale sia l'obbligazione principale, occorrerà guardare di volta in volta alla concreta configurazione del rapporto, alle circostanze che gli fanno da cornice, all'interesse e alla volontà delle parti. Così, ad esempio, non si può attribuire valore determinante a una norma come l'art. 1476 c.c. che indica quali sono le obbligazioni «principali» del venditore: la violazione del patto di esclusiva di vendita (o di somministrazione) potrebbe avere rilievo «principale» rispetto all'inadempimento dell'obbligo di consegna delle cose oggetto dell'esclusiva (o rispetto ai vizi della merce); ricorrendo una simile ipotesi, avrà rilievo, ai fini della determinazione della competenza in ordine a tutte le domande, la (localizzazione della) sola obbligazione di esclusiva».

[nota 20] Cfr. Cass. Civ., Sez. Un., sentenza del 19 giugno 2000, n. 448, in Foro it., 2001, I, p. 527 e ss. Per un ampio commento della sentenza e della problematica sottesa all'applicazione del foro contrattuale nella Convenzione di Bruxelles, si veda LEANDRO, «Giurisdizione su domanda relativa a obbligazioni contrattuali eseguibili in Stati diversi», Riv. dir. int., 2003, p. 129.

[nota 21] In questo senso Cass. Civ., Sez. Un., sentenza del 21 febbraio 1995, n. 1880, in Riv. dir. int. priv. proc., 1996, p. 117, la quale individua in concreto, come obbligazione principale tra quelle dedotte in giudizio, l'obbligo di pagamento dell'indennità di scioglimento del contratto. Nello stesso senso, Cass. Civ., Sez. Un., sentenza del 23 dicembre 1997, n. 13015, in Riv. dir. int. priv. proc., 1998, p. 160, che fa espresso riferimento al concetto di obbligazione principale in contrapposizione alla nozione di obbligazione caratteristica.

[nota 22] Cfr. la sentenza della Corte d'Appello di Lussemburgo dell'8 marzo 1994, in Pasicrisie luxembourgeoise, 1993-1995, p. 341 e ss. Nello stesso senso si veda la sentenza della Corte d'Appello di Parigi del 21 maggio 1997, in Jour. droit. int., 1998, p. 133 e ss., con nota di commento di HUET.

[nota 23] In questo senso FRANZINA, La giurisdizione in materia contrattuale. L'art. 5 n. 1 del regolamento n. 44/2001/Ce nella prospettiva della armonia delle decisioni, Padova, 2006, p. 359.

[nota 24] Secondo l'interpretazione prevalente, per luogo di consegna deve intendersi il luogo materiale ove i beni sono stati (o dovevano) essere consegnati, se le parti si sono accordate in tal senso. In mancanza di tale accordo, è stato osservato che il luogo di consegna deve essere determinato in conformità alle norme di diritto materiale applicabili alla vendita in questione (cfr. SALERNO, Giurisdizione ed efficacia…, cit., p. 141-142). In proposito, è opportuno segnalare, per la grande importanza che tale norma riveste, che ai sensi dell'art. 31 della Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale di beni mobili, il luogo di consegna si presume essere quello in cui i beni sono consegnati al vettore, in mancanza di diverse pattuizioni.

[nota 25] La dottrina non ha mancato di sottolineare come in materia di vendita la situazione delineatasi con il regolamento 44/2001 finisca per essere nettamente più sfavorevole per l'esportatore, rispetto alla disciplina vigente sotto il vigore dell'art. 5 n. 1 della Convenzione di Bruxelles, la cui applicazione consentiva quasi sempre al venditore – ad esempio nel combinato disposto con l'art. 31 della Convenzione di Vienna – di agire presso il proprio foro per il recupero del credito derivante dalla fornitura. In questo senso cfr. SALERNO, Giurisdizione ed efficacia…, cit., p. 143; CAMPEIS, DE PAULI, «L'esportatore italiano di beni e servizi alle prese con le nuove regole di giurisdizione europee», in Dir. comm. int., 2005, p. 297 e ss.

[nota 26] Il criterio residuale dovrebbe, quindi, trovare applicazione sia quando si tratta di rapporti contrattuali estranei alla nozione di contratto di vendita e di distribuzione sia quando, pur trattandosi di rapporti contrattuali compresi ratione materiae nell'ambito di applicazione del paragrafo b, non sia possibile ciònondimeno applicare la norma perché, ad esempio, il luogo di consegna dei beni è posto al di fuori dello spazio di applicazione del regolamento 44 del 2001.

[nota 27] In questo senso BORTOLOTTI, Manuale…, vol. I, cit., p. 337.

[nota 28] Come è noto, l'art. 68 del Trattato di Roma ha limitato alle sole giurisdizioni di ultima istanza la possibilità di sottoporre alla Corte di Giustizia le questioni di interpretazione pregiudiziale ai sensi dell'art. 234 nelle materie di cui al titolo IV del Trattato. Sull'argomento si segnala, in particolare, DE CESARI, Diritto internazionale privato…, cit., p. 37-56.

[nota 29] Nonché talvolta, obbligazioni di astensione, come nel caso della concessione di un'esclusiva territoriale a favore del concessionario.

[nota 30] Con generico riferimento all'applicazione dell'art. 5 n. 1 del regolamento ai contratti «misti», cfr. SALERNO, Giurisdizione ed efficacia…, cit., p. 140, il quale osserva come, però, tale operazione potrebbe non dare un riscontro uniforme per il diverso modo in cui l'obbligazione caratteristica sarebbe individuata in conformità ai diversi diritti materiali.

[nota 31] Cfr. SALERNO, Giurisdizione ed efficacia…, cit., p. 140 e 218.

[nota 32] Con riferimento alla nozione di contratti conclusi dai consumatori ai sensi dell'art. 13 comma 1 della Convenzione di Bruxelles, cfr. la sentenza della Corte di Giustizia del 20 gennaio 2005, Johann Gruber, in causa C-464/01, in Raccolta, 2005, p. I-439, ove la Corte propendeva per la disapplicazione delle norme a protezione del consumatore sull'assunto che «la proporzione dell'uso relativo all'attività professionale non sia trascurabile».

[nota 33] Anche in questo caso occorrerebbe, peraltro, chiedersi se la valutazione sulla prevalenza di questa o quella obbligazione debba essere incentrata su un criterio quantitativo, come sembra anche possibile sulla base dei principi sanciti dalla sentenza Gruber, ovvero in base ad un criterio meramente qualitativo, ciò che condurrebbe piuttosto all'individuazione della prestazione caratteristica.

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