La riducibilità delle liberalità non donative tra esigenze dommatiche e coerenza sistematica
La riducibilità delle liberalità non donative tra esigenze dommatiche e coerenza sistematica
di Geremia Romano
Ordinario di diritto civile, Università degli Studi di Catanzaro

Problema e sistema nella riducibilità delle liberalità non donative. La categoria giuridica e l'interesse conoscitivo

La riducibilità delle liberalità non donative sembra consegnare al giurista un problema squisitamente "tecnico", la cui soluzione potrebbe apparire disegnata, in termini quasi meccanici, dai confini predeterminati dalla disposizione dell'art. 809 c.c.; sì che, dalla qualifica in termini di liberalità debba automaticamente conseguire l'operatività dell'azione di riduzione.

Sennonché sia la problematica rappresentazione del valore [nota 1] sintetizzato dall'espressione "liberalità non donative", sia l'eterogeneità dei dati e dei problemi che astrattamente potrebbero essere attratti nell'elaborazione della categoria, sia, ancora, la tendenziale disomogeneità delle figure di liberalità atipiche riducono notevolmente la "persuasività" della precedente asserzione.

In vero, se, per un verso, appare indubbio che l'operatività dell'azione di riduzione è largamente condizionata dalla eterogeneità delle fattispecie qualificabili «liberalità non donative» [nota 2], per altro, si deve costatare che l'impossibilità di applicare l'azione di riduzione ad una fattispecie atipica è in grado di offrire un decisivo argomento per escluderne la qualifica in termini di liberalità [nota 3].

Questo singolare atteggiarsi della relazione logica tra qualifica in termini di liberalità atipica e spazio operativo dell'azione di riduzione consiglia di isolare il tipo di problema sotteso ad una proposta di elaborazione della «liberalità non donativa» come concetto scientifico.

Concetti e categorie giuridiche costituiscono, infatti, non già elementi descrittivi della realtà, bensì la risultanza dell'opera di organizzazione di una serie di dati, finalizzata alla soddisfazione di un interesse conoscitivo. La diversità di questo interesse reagisce sul risultato conseguibile: di guisa che, una stessa serie di dati può essere organizzata in modo da dar luogo ad una pluralità di costruzioni, tutte diverse ma altrettanto legittime in ragione della eterogeneità dell'interesse scientifico-conoscitivo che motiva l'impegno a costruire.

è in questa convinzione che trova fondamento la necessità di una preventiva individuazione del tipo di problema che si intende risolvere attraverso il ricorso al concetto di "liberalità non donativa".

E cioè: se, sulla base delle disposizioni normative nelle quali il fenomeno delle liberalità è richiamato o è presupposto, sia ricavabile una categoria generale che possa rappresentare l'antecedente logico-dommatico dell'operatività di una "comune" disciplina disegnata dall'art. 809 c.c.

L'apparente unitarietà del prospettato itinerario argomentativo nasconde, però, qualche variabile. Si potrebbe, infatti, discutere: a) se i dati da organizzare siano esclusivamente quelli desumibili da disposizioni normative o comprendano anche i dati desumibili dai fatti, dai conflitti di interesse che l'interpretazione di quelle disposizioni è chiamata a risolvere; b) e se, a contrario, l'operatività di una comune disciplina normativa debba costituire un momento puramente inferenziale o non possa altresì contribuire alla elaborazione (o alla ridefinizione dei contorni) della categoria.

Così delimitati itinerario e finalità, la confezione della categoria risulta, quindi, strettamente condizionata dal problema ovvero dall'àmbito di problemi, per la cui soluzione ci si appresta ad interrogare ed organizzare i dati.

Orbene, qual è il problema o l'àmbito di problemi che ci si è impegnati a risolvere attraverso la formulazione della categoria "liberalità non donative"?

Essenzialmente, il problema dei presupposti di validità degli atti (dispositivi) con funzione o con finalità liberale [nota 4]; il problema di individuazione delle modalità operative degli istituti della collazione, riduzione e revoca; il problema di tutela dei legittimari [nota 5].

A ben vedere, nella tentata sintesi benché puramente descrittiva, i problemi delineati sono idonei ad isolare le "ragioni" che giustificano la costruzione della categoria giuridica.

Si tratta, allora, di verificare se al giurista è consentito organizzare dati omogenei, tutti confluenti verso la elaborazione di una categoria unitaria (o, comunque, tratteggiata dalla compresenza di dati comuni a ipotesi pur eterogenee) da elevare a presupposto per la soluzione dei problemi suindicati.

Sulla riduzione delle liberalità atipiche

In funzione servente alla nostra più circoscritta analisi è opportuno porsi un interrogativo: quale utilità è idonea ad offrire la qualifica "liberalità non donativa" ed entro quali limiti una sua conquista può rappresentare una tappa logica, necessaria e sufficiente, per l'operatività dell'istituto della riduzione [nota 6]?

Apparentemente, verso una risposta univoca sembrerebbe sospingere il dettato dell'art. 809 c.c., là dove si prescrive che «le liberalità, anche se risultano da atti diversi» dalla donazione, sono soggetti alle stesse norme sulla riduzione e sulla revocazione.

A ben vedere, però - com'è agevole riconoscere - la disposizione, più che risolvere, ha finito per porre il vero problema. Essa, infatti, lascia aperta la logica alternativa nell'intendere la liberalità come "risultato (ovvero come effetto) economico" (al quale applicare le c.d. norme materiali della donazione) ovvero come "atto" (cioè, come disposizione negoziale produttiva di una vicenda giuridica attributiva e/o depauperativa) [nota 7].

Se si accedesse alla prima opzione, si dovrebbe conseguentemente concludere che oggetto di riduzione sarebbe una pura "posta patrimoniale" (oggetto di arricchimento e/o di impoverimento) comunque prodotta: da atti negoziali diversi dalla donazione come anche da atti materiali.

Una tale conclusione, tuttavia, frapporrebbe seri ostacoli alla concreta operatività dell'azione di riduzione. Costruita come mezzo di impugnativa negoziale, l'azione ha ad oggetto un atto dispositivo e tende a sancirne l'inefficacia nei confronti del legittimario; sì che, al vittorioso esito della proposizione dell'azione, la vicenda giuridica attributiva (e/o depauperativa), che trova causa nel titolo negoziale, si ha come mai prodotta [nota 8].

In vero, l'opzione semantica è soltanto una tappa dell'argomentazione giuridica; sì che, la inevitabile equivocità del linguaggio legislativo non potrebbe costituire serio ostacolo all'attività ermeneutica, la cui precipua funzione, piuttosto, è proprio quella di esplicitare il giudizio di valore e il contenuto assiologico dell'isolato disposto normativo, in quanto posto a raffronto con l'intero sistema.

Giova piuttosto rilevare che, proprio il legislatore, con la disposizione contenuta nell'art. 809 c.c., ha voluto conferire all'interprete un singolare e più ampio margine di discrezionalità. L'articolo, infatti, contiene una tipica clausola generale; contempla, cioè, una fattispecie a struttura aperta, il cui riempimento è proprio affidato all'interprete; chiamato, in tal guisa, ad adeguare l'astratto profilo formale alle peculiarità della situazione concreta [nota 9].

L'essenziale "ambivalenza semantica" del termine "liberalità" - che come precisato, traspare già dalla lettera dell'art. 809 c.c. - è, in realtà, confermata anche in altri contesti normativi [nota 10]; essa, tuttavia, se da un lato, rende ancor più problematica la elaborazione della categoria, dall'altro, sembra consegnare un preciso giudizio di valore: le liberalità, comunque prodotte, sono soggette alla disciplina della riduzione e della revoca delle donazioni.

Ed un giudizio di valore pressoché identico si può ricavare dal disposto dell'art. 737 c.c.

Nelle preliminari considerazioni di metodo, il processo di elaborazione di una categoria aveva suggerito di selezionare dati non limitati alle disposizioni normative, ma estesi sia alle situazioni di fatto, sia alla disciplina normativa rispetto alla cui applicazione quella categoria avrebbe dovuto assumere carattere servente. Il processo logico, così descritto, prende il nome di "precomprensione" giudiziale; esso è sommariamente sintetizzabile come la valutazione anticipata dei risultati dell'operazione ermeneutica, capace di orientare proprio la scelta della premessa maggiore del giudizio sillogistico [nota 11].

Orbene, per saggiare l'utilità del modello argomentativo proposto conviene procedere dalla prospettazione delle varie modalità o strumenti, astrattamente utilizzabili, per conseguire uno stesso «risultato di liberalità» [nota 12].

Un genitore che, per spirito liberale, intende procurare al figlio un immobile da adibire a residenza familiare potrebbe decidere tra diverse alternative.

- Potrebbe stipulare una donazione diretta avente ad oggetto un appartamento di sua proprietà; ovvero concludere un contratto con stipulazione a favore del figlio o, ancora, utilizzare una delle varie forme di intestazione del bene a nome altrui [nota 13].

- Potrebbe, in altro modo, provvedere alla costruzione della casa su terreno pre-donato allo stesso figlio.

- Potrebbe, infine, consentire al figlio - attraverso un'astensione da atti interruttivi - di ottenere una sentenza giudiziale, dichiarativa di usucapione ventennale sul bene di sua proprietà.

Si può certamente concedere che tutte queste ipotesi sono accomunate da un identico disegno "liberale".

è ben vero che ciascuna forma di realizzazione del disegno dovrà sottostare alla disciplina del tipo normativo utilizzato. Ma è consentito affermare, con identico grado di persuasività, che l'identità del disegno liberale sia sufficiente a giustificare un'identica disciplina in materia di collazione, riduzione e revoca (come sembrerebbe richiedere il giudizio di valore desunto dal disposto dell'art. 809 c.c.)?

A ben vedere, una risposta a questo interrogativo - nella parte limitata all'oggetto di questa indagine - è condizionata non tanto (o non soltanto) da una qualifica in termini di liberalità dell'attività posta in essere, quanto piuttosto dalla operatività dell'azione di riduzione.

In tale direzione, l'itinerario che mi accingo a seguire è chiamato ad analizzare la soluzione giurisprudenziale al problema dell'intestazione sotto nome altrui; verificarne le ricadute in tema di operatività dell'azione di riduzione e dell'azione restitutoria nei confronti dei terzi aventi causa dal donatario indiretto; di guisa da tentare una proposta di recupero ad una dimensione sistematica delle singole soluzioni.

Donazione di somma di denaro per l'acquisto di un immobile

In giurisprudenza, si è ormai ampiamente consolidato l'indirizzo secondo il quale, in ipotesi di acquisto di un bene direttamente in capo al donatario con denaro (preventivamente o successivamente) erogato dal donante, oggetto della collazione è ritenuto il bene e non la somma di denaro (corrisposta dal donante al donatario) [nota 14]. Le forme giuridiche realizzative di un tale disegno negoziale sono varie ed eterogenee; sinteticamente, esse sono state raggruppate sotto l'espressione «intestazione sotto nome altrui» [nota 15]; ma sono idonee a ricomprendere sia le ipotesi nelle quali il donante abbia partecipato, in qualche modo, al procedimento formativo del contratto [nota 16] o abbia regolato direttamente con il venditore il pagamento del corrispettivo [nota 17], sia nelle ipotesi nelle quali ne sia rimasto totalmente estraneo, limitandosi a fornire al donatario la provvista.

è essenziale che sussista un sostanziale stretto collegamento tra somma di denaro ricevuta dal donante e acquisto di un bene. Sì ché, in definitiva, la dazione liberale di una somma di denaro finalizzata all'acquisto di un bene costituirebbe non già donazione diretta di denaro, bensì donazione indiretta del bene.

L'evoluzione della giurisprudenza è stata non poco contrastata; essa ha sancito l'abbandono di un efficace criterio formale [nota 18] a favore di altro, per così dire, sostanziale, ma sarebbe agevole (e fors'anche ingeneroso) liquidarla alla stregua di una soluzione puramente equitativa [nota 19].

Varie ragioni potrebbero essere addotte a conforto della soluzione prospettata; quella decisiva è, però, di ordine storico-contingente.

Il boom economico degli anni '60 e il conseguente surriscaldamento dell'economia aveva già prodotto una galoppante inflazione; ma la profonda crisi degli anni settanta [nota 20] avrebbe notevolmente aggravato gli effetti corrosivi della svalutazione monetaria.

In materia di collazione del denaro, l'art. 751 c.c. adotta il principio nominalistico; la notevole diversità del potere di acquisto della moneta tra il momento della donazione e l'apertura della successione comportava una ingiustificata disparità di trattamento tra i coeredi, a seconda se avessero, oppur no, fruito in vita di donazioni di denaro.

Tuttavia, la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento agli artt. 3 e 41, comma 2, Cost. fu dichiarata infondata [nota 21]; ed esito sostanzialmente non diverso sortì l'incidente di costituzionalità sollevato dalla Cassazione [nota 22] con riguardo sempre all'art. 751 c.c. [nota 23], reputato pacificamente applicabile anche alle operazioni di riunione fittizia e di imputazione ex se [nota 24].

La conseguenza abnorme era tanto evidente quanto difficilmente giustificabile: un donatario che aveva acquistato un immobile con denaro del de cuius, all'apertura della successione si sarebbe trovato a dover conferire o ad imputare ex se una somma di denaro il cui potere d'acquisto era grandemente inferiore al valore dell'immobile "effettivo" oggetto della disposizione.

La nuova stagione inaugurata dalle Sezioni Unite della Cassazione è, indubbiamente, motivata da ragioni che si alimentano, prevalentemente, a quel modello di «precomprensione» [nota 25], il quale pur in astratto potrebbe suscitare legittime perplessità, ma che attraverso la valutazione anticipata dei risultati dell'operazione ermeneutica rinviene un più valido supporto per una soluzione "ragionevole" perché più adeguata alle peculiarità del c.d. caso concreto. Eppure quello proposto non rappresenta un caso isolato, in materia di liberalità [nota 26]; rappresenta, anzi, una conseguenza ampiamente giustificata, in ipotesi in cui il legislatore abbia inteso preferire - come nella disposizione contenuta nell'art. 809 c.c. - l'adozione di una clausola generale.

A ben vedere, la soluzione appare coerente anche in una visione sistematica, attenta alla effettiva salvaguardia degli interessi coinvolti.

Il donante si era determinato a corrispondere la somma di denaro al donatario esclusivamente per sfruttare l'opportunità dell'investimento; è ragionevole pensare che in assenza di quella opportunità, il denaro sarebbe rimasto nel patrimonio del disponente. Quindi, anche la caratterizzazione finalistica dello spirito di liberalità - per altro, manifestato da nessi di collegamento oggettivi [nota 27] - concorre ad offrire argomento nella direzione secondo la quale oggetto della liberalità non può essere individuata nella mera somma di denaro, intesa nel suo valore nominale [nota 28].

Per altro, ulteriore risultato positivo riveniente dal modello di precomprensione praticato dalla richiamata giurisprudenza attiene alla circostanza che, le ipotesi nelle quali il problema è stato particolarmente avvertito contemplavano donazioni risalenti nel tempo, anteriori al decennio dall'apertura della successione [nota 29]. è evidente che una eventuale qualificazione in termini di donazione diretta della somma di denaro avrebbe prodotto la nullità del contratto, per difetto di forma, come richiesto dall'art. 782 c.c.; considerando, poi, il distacco temporale dall'avvenuta esecuzione della dazione, anche l'azione di ripetizione sarebbe risultata prescritta. Con la conseguenza, ancor più paradossale, che il donatario avrebbe potuto addirittura evitare anche la semplice collazione e/o l'imputazione ex se della somma nel suo valore nominale.

In definitiva, varie ragioni concorrono a giustificare la soluzione giurisprudenziale, nella direzione di favorire un equilibrio tra coeredi ovvero di evitare che, attraverso le operazioni di collazione, riunione fittizia o imputazione ex se, ciascuno possa irragionevolmente avvantaggiarsi a danno degli altri.

è altrettanto evidente che il margine di condivisione e la coerenza con il sistema sono condizionate dalla circostanza che si tratti di rapporti tra coeredi e limitatamente alle operazioni di collazione, riunione fittizia o imputazione ex se.

L'oggetto della riduzione delle liberalità non donative e il problema della certezza dei traffici e della tutela dei terzi aventi causa

Una regola si definisce "giuridica" e, dunque, vincolante perché rigorosamente inferita secondo i modelli dell'argomentazione dommatica o, come è reputato preferibile, secondo i canoni di un'operazione ermeneutica complessa (teleologica e assiologico-sistematica), da un sistema di fonti normative (gerarchicamente disposto) in coerenza con le peculiarità del problema per la cui soluzione quel sistema normativo è stato, per così dire, interrogato. In tal senso, essa è l'espressione della razionalità di un sistema normativo complessivamente considerato in relazione alle specificità del problema conflittuale proposto; è destinata, cioè, a rappresentare la proiezione assiologica di un sistema generale rispetto ad un particolare [nota 30]. Per questo deve potersi armonizzare in un impianto sistematico, con le altre regole, per così dire, contigue.

In vero, implicazioni consequenziali, in tema di operatività dell'azione di riduzione e di fondamento giustificativo dell'azione restitutoria nei confronti dei terzi aventi causa dal donatario, restituiscono alla soluzione prospettata dalla giurisprudenza serie difficoltà di inquadramento sistematico.

Come riferito, l'azione di riduzione è (quasi pacificamente) considerata un mezzo di impugnativa negoziale, il cui positivo esperimento produce l'inefficacia dell'atto negoziale lesivo della quota di legittima; sì da colpire la vicenda giuridica traslativa o attributiva dallo stesso prodotta facendo rientrare, ex tunc, la proprietà del bene nel patrimonio del donante; e così giustificando la conseguente azione restitutoria nei confronti del donatario, per il sopravvenuto venir della causa dello spostamento patrimoniale. Sì che, anche l'eventuale acquisto del terzo avente causa dal donatario sarebbe destinato irrimediabilmente a cadere, in attuazione del principio resoluto iure dantis resolvitur et ius accipientis.

A trasferire tali conclusioni nel contesto indagato, si avverte, però, un senso di disagio.

Nelle ipotesi di intestazione sotto nome altrui, il donatario non è un avente causa dal donante, bensì dal venditore; né si può indicare nella compravendita (direttamente stipulata dal donatario con il venditore) l'atto negoziale lesivo della quota di legittima. L'eventuale azione di riduzione non potrebbe, dunque, colpire il titolo di acquisto del donatario; anche perché l'inefficacia dell'atto farebbe rientrare la proprietà del bene nel patrimonio del venditore. è dunque evidente che, per ragioni altre e diverse da quelle considerate dalla giurisprudenza sopra riportata, l'acquisto del donatario dovrebbe rimanere definitivamente inattaccabile; e ciò, in insanabile contrasto con la soluzione giurisprudenziale (proposta ai fini della collazione, riunione fittizia o imputazione ex se). L'oggetto dell'azione di riduzione, a rigore, non potrebbe mai riguardare il bene, ma tutt'al più la somma di denaro ovvero il diverso diritto che compete al donante in conseguenza del (diverso) titolo di dazione della somma.

Ma ancor più dirompente, per il pesante attentato alla certezza dei traffici, è la ricaduta in termini di instabilità dell'eventuale acquisto da parte degli aventi causa dal donatario. Perché a condividere quell'orientamento giurisprudenziale, il legittimario vittorioso in riduzione, ben potrebbe agire con l'azione restitutoria nei confronti del terzo, ai sensi e alle condizioni fissate dall'art. 563 c.c.

Azione di riduzione e ragioni di tutela del terzo di buona fede

Appare opportuno affrontare preliminarmente quest'ultima questione, al fine di individuare il fondamento assiologico della regola giuridica.

è bene precisare che, per evitare il rischio di caducazione del suo titolo di acquisto, il potenziale terzo acquirente dal donatario indiretto, benché animato da significativa diligenza, null'altro avrebbe potuto fare che verificare la continuità delle trascrizioni e l'assenza sia di eventuali titoli donativi o testamentari, sia di domande giudiziali di impugnativa negoziale, sia di vizi di nullità; nonché, in presenza di donazioni o di disposizioni testamentarie, che nel termine decennale dall'apertura della successione del donante o del testatore non fosse risultata trascritta alcuna domanda di riduzione.

è principio consolidato e quasi pacifico che l'azione di riduzione travolge anche gli acquisti dei terzi di buona fede; o quantomeno che per questi ultimi è prevista una tutela secondaria e subordinata rispetto a quella riconosciuta ai legittimari lesi nella quota di riserva.

In questa direzione, un ruolo pressoché decisivo è stato svolto dall'acquisizione di due dogmi: quello dell'intangibilità della legittima e quello del diritto del legittimario a conseguire il bene in natura.

In realtà, la ragione del sacrificio dei terzi è in larga parte imputabile alla circostanza che a fronte dell'esercizio in riduzione non è affatto configurabile la buona fede in capo al terzo.

Il sistema normativo, pur con qualche lieve differenza di disciplina, appresta una tutela dei terzi acquirenti di buona fede nella generalità delle impugnative negoziali: nella inefficacia conseguente a dichiarazione di simulazione (art. 1415, comma 1, c.c.); nell'annullamento (1445 c.c.), nella rescissione (1452 c.c.), nella risoluzione (1458, comma 2, c.c.). Soltanto nell'ipotesi di annullamento per incapacità legale, al terzo avente causa non viene accordata alcuna tutela (art. 1445 c.c.); e ciò in ragione del fatto che la sua buona fede è esclusa, in radice, stante il sistema di pubblicità assicurato allo status di incapace legale.

La tutela del terzo, benché di buona fede, non è contemplata soltanto nei casi di nullità, e se ne possono intendere le ragioni, in considerazione della radicalità del vizio che inficia l'atto.

Orbene, l'atto lesivo di legittima non è nullo: le ragioni di una mancata riproposizione, anche nella disciplina della riduzione, di una disposizione analoga a quella prevista per le altre impugnative negoziali vanno, dunque, ricercate aliunde.

L'attenzione deve essere concentrata sulle disposizioni degli artt. 2652, n. 8, c.c. e 2690, n. 5, c.c.: esse presuppongono, infatti, che oggetto di riduzione siano donazioni o disposizioni testamentarie (aventi ad oggetto diritti menzionati nell'art. 2643 c.c.). Atti, cioè, i quali - per le formalità rivestite e in considerazione del loro oggetto [nota 31] - fruiscono di un adeguato sistema pubblicitario mediante trascrizione.

Ciò significa che in presenza di donazioni o disposizioni testamentarie tutti i terzi sono "legalmente" avvertiti che - entro dieci anni dall'apertura della successione del donante o del testatore (ovvero entro tre anni, per i beni mobili registrati ex art. 2690, n. 5, c.c.) ovvero, secondo la riformata disciplina, entro venti dalla trascrizione della donazione, senza che consti l'opposizione di un legittimario - sussiste la possibilità dell'esercizio di domande di riduzione.

A ben vedere, dunque, le ragioni che, solo apparentemente, escludono ogni rilevanza della buona fede del terzo acquirente sono analoghe a quelle che presiedono alla disciplina dell'annullamento del contratto per incapacità legale (art. 1445 c.c.): non appare, quindi, esatto affermare l'irrilevanza della buona fede; piuttosto, il terzo non potrebbe mai essere considerato in buona fede.

E una conferma, in tale direzione sovviene sia dall'art. 563, comma 2, c.c., il quale sottrae all'azione di restituzione dei beni mobili, oggetto di donazione, gli acquisti operati dai terzi di buona fede; sia dall'art. 534, comma 2, c.c., nella parte in cui fa salvi gli acquisti dall'erede apparente.

Il maggior rigore utilizzato nella disciplina degli artt. 2652, n. 8, c.c. e 2690, n. 5, c.c., si giustifica nella direzione di assicurare una effettività di tutela alle ragioni dei legittimari ma, al contempo, ai terzi è garantita una conoscenza legale, idonea ad escludere una loro presunta buona fede.

Orbene, nelle liberalità non donative aventi ad oggetto beni mobili, l'estensione dell'art. 563, comma 2, c.c., è già in grado di assicurare idonea tutela al terzo acquirente di buona fede.

Per converso, quando la liberalità (non donativa) abbia ad oggetto un bene immobile, il terzo non sempre è in condizione di avere quella "legale" conoscenza (altrimenti assicurata in ipotesi di donazioni e disposizioni testamentarie) idonea ad escludere la rilevanza della sua buona fede. Ne deve conseguire che, se il donatario ha acquistato direttamente dal venditore ma dall'atto (trascritto) non risulti la circostanza che il denaro sia stato fornito dal donante per spirito di liberalità o, viceversa, risulti che sia stato fornito ad altro valido titolo [nota 32], l'eventuale successo del legittimario in sede di esperimento dell'azione di riduzione non potrà consentire, altresì, l'esercizio dell'azione di restituzione verso i terzi acquirenti a titolo oneroso e in buona fede (arg. ex art. 2652, n. 8, e 2690, n. 5, c.c.) [nota 33].

Una tale soluzione è quella che meglio risulta riconducibile alla coerenza di una interpretazione sistematica [nota 34]. In vero, una diversa soluzione sarebbe davvero ingiustificatamente eversiva per la circolazione dei beni e la sicurezza dei traffici: un qualsiasi legittimario, anche in una catena continua di trascrizioni di compravendite, entro il decennio dall'apertura della successione di uno qualsiasi dei venditori, dovrebbe temere di subire gli effetti di una azione di riduzione.

Per altro, la soluzione prospettata - a maggior ragione alla luce della riforma degli artt. 561 e 563 c.c. - ben si concilia con la (legittima aspettativa di) tutela del legittimario che assuma (o tema) la lesione della sua quota di riserva: egli potrà, infatti, proporre tempestiva opposizione stragiudiziale ai sensi dell'art. 563, comma 4, c.c., sia per evidenziare il carattere di liberalità dell'atto, sia per far valere l'eventuale simulazione relativa. Anzi, in tale eventualità, l'opposizione del legittimario e la conseguente trascrizione avrà ripristinato quella condizione di legale conoscibilità della liberalità da parte dei terzi che renderà, da tale momento in poi, integralmente applicabile, anche alle liberalità non donative, il regime previsto dall'art. 2652, n. 8, c.c. [nota 35]

L'oggetto dell'azione di riduzione delle liberalità non donative

In tal modo orientata, l'interpretazione assiologico-sistematica degli artt. 2652, n. 8, e 2690, n. 5, c.c. ha consentito di neutralizzare quelle evidenti distorsioni che sarebbero state provocate da una meccanica estensione alle liberalità non donative della disciplina dell'azione di riduzione, sulla base di una acritica percezione del significato normativo-letterale della disposizione contenuta nell'art. 809 c.c.

In vero, anche per la frequenza del loro riscontro nella pratica, le ipotesi di intestazione sotto nome altrui hanno alimentato un fecondo dibattito sul riflesso che l'individuazione dell'oggetto delle liberalità atipiche finiva per produrre sull'oggetto, sulla natura e sugli effetti dell'azione di riduzione.

Così, un acuto tentativo di rivisitazione [nota 36], procedendo dalla costatazione che nelle liberalità indirette (a differenza dalla donazione) non vi è coincidenza tra depauperamento del donante e arricchimento del donatario e che il titolo di acquisto del donatario è autonomo rispetto alla disposizione del donante, conclude nel senso che «l'azione di riduzione … non può condurre alla eliminazione del titolo di acquisto del donatario indiretto» [nota 37]. Sì che, la riduzione delle donazioni indirette perderebbe la caratteristica di mezzo di impugnativa negoziale per assumere i connotati di un'azione tendente ad ottenere una sentenza costitutiva di un diritto di credito a favore del legittimario ovvero direttamente traslativa del bene dal donatario al legittimario, in conseguenza del diverso oggetto della liberalità diretta (somma di denaro o bene immobile).

In altri termini, l'oggetto dell'azione di riduzione sarebbe non già un titolo negoziale da rendere inefficace nei confronti del legittimario leso, bensì direttamente il risultato di liberalità (inteso come posta patrimoniale) indirettamente prodotto nella sfera del donatario indiretto, del quale si tratta di attuare una "restituzione" al patrimonio (non del donante bensì) del legittimario. Con la sentenza di riduzione il risultato di liberalità lesivo della legittima sarebbe direttamente attribuito al legittimario.

A quanto è dato constare, la interessante ricostruzione non ha riscosso molti consensi. La critica si è essenzialmente incentrata sui tratti conclusivi tendenti a "rivedere" caratteri, natura ed effetti dell'azione di riduzione [nota 38].

A mio avviso, il decisivo punto critico è offerto, piuttosto, dalla negazione di rapporti giuridici tra donante e gratificato [nota 39]. Esso è sintetizzato nell'affermazione secondo la quale «la liberalità indiretta non dà luogo, tra donante e gratificato, ad alcun rapporto giuridico di qualsivoglia natura che venga comunque a porsi accanto a quello, autonomo, tra gratificato e terzo».

Ed in vero, una tale negazione comporta l'inconfigurabilità stessa di una liberalità. è difficilmente contestabile, infatti, che - pur nella loro varietà tipologica - le liberalità non donative siano essenzialmente qualificate dallo "spirito di liberalità" ovvero dall'«interesse non patrimoniale a donare». Appare, dunque, necessario il riscontro di una struttura negoziale (contrattuale o anche nelle forme dell'art. 1333 c.c.) capace di colorare di liberalità una vicenda attributiva (altrimenti neutra), nella quale all'intento di arricchire si accompagni, almeno, un mancato rifiuto del beneficiario.

La presenza di questo requisito (pur soggettivo ma oggettivamente valutabile) assume, anzi, un rilievo ben più preponderante di quanto sia richiesto nella donazione diretta ex art. 769 c.c.; del resto, è a questo elemento che occorre preminentemente far riferimento per determinare quale sia stato effettivamente l'oggetto della liberalità indiretta.

Piuttosto è da rilevare che effettivamente, nelle liberalità non donative si può assistere ad una varietà di combinazioni nelle quali il rapporto donante-beneficiario può assumere rilievi differenti in ordine alla produzione del risultato di liberalità; e l'arricchimento del beneficiario può non coincidere con il depauperamento del donante.

Il problema della verifica dell'operatività dell'azione di riduzione

Un dato, però, mi sembra difficilmente contestabile; e cioè la necessaria coincidenza tra oggetto della liberalità indiretta ed oggetto dell'azione di riduzione (e/o della collazione) [nota 40].

Orbene, nella donazione diretta l'oggetto è descritto dalla (e coincide con la) vicenda traslativa (o costitutiva), come effetto negoziale dell'accordo donativo.

Già nella donazione obbligatoria [nota 41], la situazione si presenta leggermente diversa: il suo oggetto è costituito dalla nascita del diritto di credito (dal momento che il credito come bene, può essere oggetto di diritti). Tuttavia, il concreto arricchimento segue all'effettivo conseguimento dell'oggetto della prestazione dovuta.

Nella donazione diretta, ad ogni buon conto, la revoca e la riduzione fanno cadere il titolo; sì che, la vicenda resta senza causa: il diritto rientra, ex tunc, nella proprietà del donante; l'obbligo eseguito produce la ripetibilità della prestazione.

Nelle liberalità atipiche le cose non sempre procedono secondo tale linearità.

Nei contratti gratuiti (tipici o atipici), conclusi animo donandi, la nascita del credito è l'oggetto della liberalità; e la sua esecuzione produce l'effettivo arricchimento. è di certo pienamente configurabile una revoca per ingratitudine di un comodato a termine di cosa fruttifera; l'eventuale riduzione, poi, colpirebbe il titolo negoziale, avrebbe ad oggetto il valore patrimoniale della prestazione dovuta, e se questa consista in (un dare o in un fare) una cosa certa e determinata, il venir meno della causa dell'obbligo di prestazione, produrrebbe la restituzione della cosa oggetto della prestazione (di dare o di fare) ovvero il suo valore.

Fin qui, è agevole accreditare una almeno "sostanziale" identità tra riduzione delle liberalità donative e non donative.

In altre ipotesi, però, il risultato di liberalità non è, a rigore, effetto negoziale dell'atto bensì effetto riflesso, che la legge automaticamente riconnette (non già all'atto, quanto piuttosto) alla "produzione" dell'effetto.

La rinunzia (a diritti) produce un effetto puramente dismissivo della titolarità del diritto, l'effetto attributivo o l'accrescimento della quota dei comproprietari o, ancora, l'espansione del dominio proprietario si produce per legge.

Ma anche in queste ipotesi l'azione di riduzione è chiamata ad operare su un titolo negoziale la cui inefficacia travolge l'effetto negoziale diretto e, di conseguenza, comporta la caducazione dell'effetto legale o riflesso.

Analogo meccanismo interessa anche il contratto a favore di terzi: l'effetto negoziale della stipulazione liberale in favore del donatario è la c.d. "deviazione" della vicenda, mentre l'arricchimento è prodotto direttamente dalla efficacia del contratto.

Nelle varie forme di intestazione sotto nome altrui, poi, è addirittura difficile individuare l'effetto negoziale dell'atto, separato dal contesto più ampio in cui è inserito (corresponsione della somma di denaro, adempimento o assunzione - diretta o indiretta - del debito altrui): si può soltanto costatare che impoverimento del donante e arricchimento del donatario non coincidono.

Ma il problema più delicato (di non agevole soluzione, se si vuol condividere l'orientamento giurisprudenziale) è offerto proprio dalle ipotesi di intestazione sotto nome altrui, nelle quali - soprattutto se si considera la rappresentazione negoziale di donante e donatario - l'oggetto della liberalità è una somma di denaro vincolata dalla destinazione all'acquisto di un immobile direttamente in capo al donatario. Il pagamento del prezzo può essere attuato in forme giuridiche diverse [nota 42], ma nell'accordo liberale l'oggetto della liberalità è la somma di denaro, intesa non già nel suo valore monetario, bensì nella sua concreta e circostanziata idoneità a procurare la proprietà del bene immobile.

Oggetto di riduzione sarà il valore del bene ovvero la somma di denaro rappresentativa di quel valore [nota 43]: l'azione sarà pur sempre un'impugnativa di un titolo negoziale (adempimento del terzo, assunzione del debito altrui) e ne determinerà l'inefficacia non nei confronti del creditore bensì nei confronti del debitore (colpirà cioè, non l'efficacia diretta bensì la c.d. efficacia riflessa dell'adempimento di terzo) [nota 44], ovvero (nel caso di assunzione del debito altrui con liberazione del debitore) travolgerà l'efficacia riguardante il rapporto di provvista (tra assuntore e debitore) [nota 45] senza intaccare l'attuazione del rapporto di valuta (tra assuntore e creditore).

L'àmbito, viceversa, nel quale la tesi proposta dalla dottrina sopra esaminata sembra rinvenire più fertile terreno di coltura è offerto da quelle altre ipotesi (rinuncia ad un'azione, ad un'eccezione o all'esercizio di un diritto di credito, astensione volontaria da atti interruttivi dell'usucapione o della prescrizione, costruzione di opera su fondo altrui, ecc.), nelle quali, di là da questioni involgenti l'oggetto della liberalità ovvero, addirittura, il discutibile riscontro dei presupposti e degli elementi costitutivi della liberalità non donativa, rimarrebbe in ogni caso altrimenti difficile individuare i caratteri, l'oggetto e l'efficacia dell'azione di riduzione; in caso contrario, verrebbe addirittura da dubitare sulle concrete possibilità di esperire l'azione, stante la sua concreta inidoneità a produrre l'inefficacia del titolo di acquisto del donatario indiretto.

In questi singolari casi, anche un eventuale accordo di liberalità non sarebbe idoneo a produrre l'arricchimento patrimoniale, ma semplicemente creerebbe le condizioni e i presupposti perché possa operare un effetto legale [nota 46]: sarebbe, cioè, un negozio regolamentare [nota 47]. L'eventuale inefficacia di quell'accordo, riconducibile all'esperimento dell'azione di riduzione, non sarebbe però idonea a neutralizzare l'effetto acquisitivo. E quindi, nessuna tutela potrebbe offrire alle ragioni del legittimario leso nella quota riservata.

Probabilmente, l'idea di un'azione di riduzione che abbia ad oggetto direttamente il risultato di liberalità e cioè la "posta patrimoniale" considerata come risultato finale (del collegamento con attività materiali) di un "accordo" di liberalità teso a rendere operativa una vicenda costitutiva o traslativa predisposta ex lege, e l'attribuzione alla sentenza di riduzione di un'efficacia traslativa del bene dal donatario indiretto al legittimario ovvero costitutiva di un credito avente ad oggetto il valore del bene [nota 48] potrebbe trovare conferma anche nel dettato letterale dell'art. 809 c.c. e potrebbe, altresì, risultare armonizzata con un principio di effettività della tutela dei legittimari.


[nota 1] Nel significato assunto dal termine, nell'àmbito della dialettica fatto/valore che ha accompagnato gli studi sull'atto negoziale, come espressione di autonomia privata (per un rinvio, puramente sintetico, B. DE GIOVANNI, Fatto e valutazione nella teoria del negozio giuridico, Napoli, 1958, spec. p. 46 e ss. e 62 e ss.; più di recente, si veda la ricostruzione di G.B. FERRI, Il negozio giuridico [nota 2], Padova, 2004, p. 31 e ss.), come, per altro verso, nell'àmbito della concezione sulla «validità assiologica» del diritto (E. OPOCHER, voce Valore (fil. dir.), in Enc. dir., XLVI, Milano, 1993, p. 111 e ss.).

[nota 2] Per un'ampia panoramica, A. PALAZZO, I singoli contratti, 2, Atti gratuiti e donazioni, in Tratt. dir. civ. diretto da R. Sacco, Torino, 2000, p. 347 e ss.; e L. GATT, La liberalità, I, Torino, 2002, p. 149 e ss., 309 e ss., e 417 e ss.

[nota 3] è questo l'argomento sostanzialmente utilizzabile nell'analisi delle ipotesi nelle quali l'arricchimento del donatario è effetto legale che l'ordinamento collega ad una attività materiale - o, comunque, non negoziale - del disponente (rinunzie e/o mancato esercizio di azioni, mancata opposizione di eccezioni, astensione da atti interruttivi dell'usucapione o della prescrizione, edificazione su suolo altrui, ecc.). Il meccanismo di produzione dell'effetto giuridico è qui collegato ad una condotta destinata a rilevare come mero presupposto legale; sì che, a posteriori, la rimozione della vicenda giuridica (prescrizione del credito, acquisto del diritto a titolo originario, ecc.) non potrebbe essere affidata all'operatività di un mezzo di impugnativa negoziale (qual è tradizionalmente qualificata l'azione di riduzione, come pure l'azione di revocazione), proprio perché l'effetto prodotto non ha carattere negoziale. E a conclusioni, probabilmente, non dissimili si dovrebbe giungere anche in tema di collazione, là dove il coerede è tenuto a conferire «ciò che ha ricevuto dal defunto», benché in via indiretta: appare, per certi versi, evidente che la mancanza di una vicenda traslativa o attributiva (benché indiretta) è destinata a paralizzare l'istituto della collazione.

Salvo a precisare in séguito senso e finalità di un simile argomento, è ragionevole interrogarsi sul significato che potrebbe assumere una qualifica di una fattispecie in termini di "liberalità", qualora alla stessa non risulti applicabile - anche per ragioni derivanti dai meccanismi di operatività di ciascun istituto - collazione, riduzione e revoca. A fronte di tale eventualità, infatti, la categoria «liberalità non donative» si rivelerebbe inutile e sterile o, se si preferisce, improduttiva di conoscenza. Sennonché, diverso e più proficuo itinerario argomentativo si profila all'operatore giuridico, qualora al neutro rispetto delle esigenze dommatiche (individuazione del tipo di correlazione logica tra confezione di una categoria giuridica e operatività di un istituto) si giustapponga (o meglio, si accompagni) la ricerca della coerenza assiologico-sistematica della normativa, in relazione alla cui interpretazione, la categoria assume valenza servente.

[nota 4] E quindi, dei limiti alla derogabilità della disposizione sulla forma o, più in generale, dei limiti all'esplicazione dell'autonomia privata.

[nota 5] Sia nei rapporti tra coeredi (nel cui àmbito va collocato l'eventuale rilievo della frode, nonché della simulazione), sia nei rapporti con i terzi aventi causa (per la salvaguardia della certezza dei traffici).

[nota 6] Costituisce l'indubbio portato di una pura esigenza dommatica, la preventiva individuazione della categoria "liberalità non donative" quale antecedente logico dell'applicabilità dell'art. 809 c.c. Probabilmente, tuttavia, idonea a giustificare l'applicazione della disciplina della riduzione non è l'astratta appartenenza alla categoria bensì il riscontro, in concreto, dell'interesse in vista della cui salvaguardia o realizzazione è preposto l'istituto della riduzione.

[nota 7] La prospettazione dell'àmbito problematico, con sommaria approssimazione, sintetizzato nel testo, ha costantemente sollecitato la sensibilità della dottrina, là dove ha provato ad interrogarsi sulle c.d. "liberalità non negoziali". Per una attenta analisi e con risultati differenti, L. GATT, op. cit., p. 59-73; e V. CAREDDA, Le liberalità diverse dalla donazione, Torino, 1996, p. 195 e ss.

[nota 8] A. PALAZZO, voce Riduzione (azione di), in Enc. giur. Treccani, XXVII, Roma, 1997, p. 1-2; L. MENGONI, Successioni per causa di morte. Parte speciale. Successione necessaria [nota 4], in Tratt. dir. civ. e comm. già diretto da A. Cicu e F. Messineo, continuato da L. Mengoni, Milano, 2000, p. 230 e ss.

[nota 9] Il fatto che l'art. 809 c.c. non descriva, né definisca la categoria; che anzi sembri coltivare al suo interno una profonda (benché non insanabile perché solo apparente) contraddizione (tra liberalità come risultato economico e liberalità come atto negoziale colorato da una particolare causa o precipua finalità) è sintomo di quella «eccedenza di contenuto assiologico» che la dottrina più autorevole (K. ENGISCH, Introduzione al pensiero giuridico, Tratt. it. a cura di A. Baratta, Milano, 1970, p. 192 e ss.; L. MENGONI, «Spunti per una teoria delle clausole generali», in Riv. crit. dir. priv., 1986, p. 9 e ss.; S. RODOTà, «Il tempo delle clausole generali», ivi, 1987, p. 723 e ss.) accredita proprio alle clausole generali; è cioè di fattispecie a struttura aperta che rimettono all'interprete la qualificazione giuridica del fatto da attuare sulla base di «criteri extralegislativi» (in tal senso, J. ESSER, Precomprensione e scelta del metodo nel processo di individuazione del diritto. Fondamenti di razionalità nella prassi decisionale del giudice, Tratt. di S. Patti e G. Zaccaria, Camerino-Napoli, 1983, p. 55 e ss.; S. RODOTà, op. ult. cit., p. 721-723; L. MENGONI, op. ult. cit., p. 10, 13 e 15; C. CASTRONOVO, «L'avventura delle clausole generali», Riv. crit. dir. priv., 1986, p. 22 e ss.; M. TARUFFO, La giustificazione delle decisioni fondate su standards, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 1989, 1, p. 152).

[nota 10] In argomento, si rinvia alla proficua e documentata analisi condotta da L. GATT, La liberalità, cit., p. 3-58.

[nota 11] In argomento, si rinvia a J. ESSER, Precomprensione e scelta del metodo nel processo di individuazione del diritto. Fondamenti di razionalità nella prassi decisionale del giudice, Tratt. di S. Patti e G. Zaccaria, Camerino-Napoli, 1983, p. 50 e ss.

[nota 12] L'efficace espressione, ampiamente utilizzata da L. GATT, op. cit., passim, e sinteticamente, p. 463 e ss., è qui mutuata per indicare «gli effetti economici equivalenti» a quelli della donazione (in tal senso, U. CARNEVALI, Le donazioni [nota 2], in Tratt. dir. priv. diretto da P. Rescigno, VI, Torino, 1997, p. 498).

[nota 13] V. infra, testo e nota 15.

[nota 14] Tale orientamento, com'è noto, si è definitivamente consolidato con Cass., Sez. Un., 5 agosto 1992, n. 9282, in Foro it., 1993, I, c. 1544.

[nota 15] U. CARNEVALI, voce Intestazione di beni sotto nome altrui, in Enc. giur. Treccani, XVII, Roma, 1996, p. 1 e ss.

[nota 16] Stipulazione in favore di terzo, cessione del contratto con assunzione dei debiti, preliminare per persona da nominare con pagamento integrale del corrispettivo.

[nota 17] Attraverso il pagamento diretto o assumendone l'obbligo in via esclusiva.

[nota 18] Offerto, cioè, dalla intestazione del bene direttamente al donatario.

[nota 19] In questi termini, si è espressa la dottrina (cfr., ad es., U. CARNEVALI, Intestazione di beni sotto nome altrui, cit., p. 4), altresì, considerando «eccessivamente formalistica» la mera estensione della regola contenuta nell'art. 751 c.c. (L. MENGONI, Successioni per causa di morte, cit., p. 206).

[nota 20] Si è trattato di una crisi economica a livello mondiale, ingigantita da un pesante choc petrolifero e, in Italia, aggravata da una forte svalutazione della moneta.

[nota 21] Così, Corte Cost. 25 giugno 1981, n. 107, in Giur. cost., 1981, I, p. 902, secondo la quale «è infondata la questione di costituzionalità dell'art. 751 c.c., in quanto dispone che la collazione del danaro donato si effettua secondo il valore legale della specie donata, mentre gli art. 747 e 750 c.c., prevedono la collazione per imputazione con riguardo al valore dei beni immobili o mobili donati al momento dell'apertura della successione, nonché degli stessi art. 747 e 750, in riferimento agli art. 3 e 42, 2º comma, Cost.».

[nota 22] Cass., ord., 29 gennaio 1983, n. 78, in Foro it., 1983, I, c. 946.

[nota 23] Corte Cost. 17 ottobre 1985, n. 230, in Giur. cost., 1985, I, p. 1873, si è pronunciata per la inammissibilità della questione di legittimità «degli art. 556 c.c., sulla riunione fittizia a fini di determinazione della porzione disponibile, 564, 2º comma, c.c., sull'imputazione ex se, nelle parti in cui richiamano l'art. 751 c.c., e dello stesso art. 751»; in senso analogo, successivamente, anche Corte Cost. 27 luglio 1989, n. 463, in Giur. cost., 1989, I, p. 2145

[nota 24] L. MENGONI, Successioni per causa di morte, cit., p. 203.

[nota 25] V. supra, nota 11.

[nota 26] Cfr., in tale direzione, Cass. 27 ottobre 1995, n. 11203, in Giust. civ., 1996, I, p. 375, secondo la quale, «l'azione di riduzione può essere esercitata soltanto al momento dell'apertura della successione, allorquando si può valutare la sussistenza della lesione della legittima e far valere il relativo diritto; è, pertanto, solo da quello stesso momento che il possesso per l'usucapione incomincia a decorrere contro il legittimario che agisce in riduzione»; nel senso che l'azione di riduzione non potesse essere paralizzata dall'eccezione di usucapione ventennale, già Cass. 19 ottobre 1993, n. 10333, in Giust. civ., 1994, I, p. 1282.

In vero, l'estensione dell'art. 2935 c.c. alle ipotesi di usucapione appare non solo ingiustificata, quant'anche in insanabile contraddizione con il consolidato principio giurisprudenziale che disconosce efficacia interruttiva dell'usucapione alla diffida stragiudiziale reputando essenziale, a tale effetto, la notifica di idoneo atto giudiziale (tra le pronunce più recenti, Cass. 19 giugno 2003, n. 9845, in Dir. e giur., 2004, p. 97).

Significativa nella direzione indicata nel testo anche Cass. 5 maggio 2000, n. 5664, in Riv. not., 2001, p. 414, la quale riconosce rilevanza all'errore di diritto sulla qualificazione della liberalità al fine di far decorrere la prescrizione dell'azione di revoca per ingratitudine non già dalla conoscenza delle ingiurie bensì dalla sentenza che aveva accertato l'avvenuta donazione.

[nota 27] E, quindi, al riparo di opinabili indagini pseudo-volontaristiche.

[nota 28] Bensì, come meglio si tenterà di precisare, nella sua concreta idoneità a procurare l'acquisto della proprietà di un bene.

[nota 29] Un tale distacco temporale, era quasi connaturato alle ipotesi di intestazione sotto nome altrui e destinato a caratterizzare operazioni negoziali poste in essere, prevalentemente, per evitare che il donatario - di regola figlio, ancor giovane, del disponente - sopportasse il carico della futura tassazione successoria.

[nota 30] In tal senso, cfr. P. PERLINGIERI, Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti [nota 3], Napoli, 2006, p. 563 e ss. Per un panorama di sintesi, anche con riferimento ad ipotesi applicative, sia consentito rinviare a G. ROMANO, Interessi del debitore e adempimento, Napoli, 1995, p. 27-58.

[nota 31] E, cioè, come sopra riferito, atti aventi ad oggetto i diritti menzionati nell'art. 2643 c.c.

[nota 32] Ad esempio, in virtù di rapporto obbligatorio tra l'acquirente e un terzo.

[nota 33] Si potrebbe, qui, utilmente prospettare l'operazione di «riduzione teleologica» di una disposizione normativa (nel nostro caso, contenute negli artt. 2652, n. 8, e 2690, n. 5, c.c.) richiamata, ad altro fine, da L. MENGONI, Successioni per causa di morte, cit., p. 256, testo e nota 88.

[nota 34] Non si tratta, dunque, di applicazione analogica della disposizione di cui all'art. 1415, comma 1, c.c. (per la inapplicabilità all'azione di riduzione delle donazioni lesive di legittima, si è espressa la dottrina prevalente: tra gli altri, L. MENGONI, op. ult. cit., p. 313), o di altra disposizione che contempla la tutela del terzo di buona fede, a seguito della caducazione o della dichiarazione di invalidità di un titolo negoziale.

[nota 35] Ovviamente, sono salvi gli acquisti onerosi operati dal terzo di buona fede, prima della trascrizione dell'opposizione.

[nota 36] U. CARNEVALI, Sull'azione di riduzione delle donazioni indirette che hanno leso la quota di legittima, in Studi in onore di L. Mengoni, I, Milano, 1995, p. 131 e ss.

[nota 37] U. CARNEVALI, op. ult. cit., p. 138.

[nota 38] Per la critica, L. MENGONI, op. ult. cit., p. 252 e ss.; S. DELLE MONACHE, Liberalità atipiche, donazioni occulte e tutela dei legittimari, in www.iudicium.it, p. 5 e ss.

[nota 39] U. CARNEVALI, op. loc. ult. cit.

[nota 40] Ed in vero, l'oggetto della liberalità (sia essa intesa come atto negoziale o, semplicemente, come risultato economico) non potrebbe essere inteso alla stregua di una "variabile" dipendente dai diversi contesti normativi di riferimento.

[nota 41] Nei limiti in cui la figura è reputata ammissibile.

[nota 42] Adempimento del terzo, assunzione del debito altrui con liberazione del debitore (delegazione, espromissione o accollo).

[nota 43] Nel senso che oggetto di riduzione è il "valore" dell'investimento, L. MENGONI, Successioni per causa di morte, cit., p. 206-209 e 256 e ss.

[nota 44] In tal senso, L. MENGONI, op. ult. cit., p. 254.

In realtà, nelle ipotesi di adempimento del terzo, la finalità liberale si può realizzare sia attraverso un preventivo accordo interno (tra terzo e debitore), sia, successivamente, con la rinuncia a surrogarsi nei diritti del creditore (rispetto alla quale ipotesi, il debitore che volesse rifiutare il beneficio mantiene sempre la possibilità di adempiere al terzo).

[nota 45] In questi casi, venendo meno il titolo dell'assunzione liberale del debito altrui, quanto eseguito dovrà costituire oggetto di ripetizione dell'indebito.

[nota 46] Il mancato esercizio di un credito, qualora sia animato da spirito di liberalità, lascia sempre il debitore libero di adempiere (e quindi di poter rifiutare il gratuito beneficio attraverso l'offerta della prestazione dovuta). La conseguente estinzione per prescrizione non è effetto dell'eventuale accordo di liberalità. Eppure il debitore ha ricevuto un sicuro arricchimento corrispondente alla liberazione dal debito; ma è evidente che in questo caso, l'azione di riduzione, nei limiti in cui sia esclusivamente intesa come impugnativa negoziale, non avrebbe alcuno spazio di operatività (la liberazione dal debito resta effetto definitivamente acquisito al patrimonio del debitore), nonostante si possa affermare che il creditore volesse beneficiare il debitore della somma corrispondente al credito.

Allo stesso modo, quando un figlio ottenga sentenza dichiarativa di un acquisto ad usucapionem di un bene del padre, l'insistenza di un preventivo accordo tra genitore e figlio diretto a consentire a quest'ultimo l'usucapione della proprietà (magari anche attraverso un condiscendente comportamento processuale) varrebbe soltanto a fugare ogni residuo dubbio sulla ricorrenza, nella specie, di una liberalità non donativa.

Si potrebbe ragionevolmente pensare che l'oggetto della liberalità, nelle reali intenzioni delle parti, sia stato, nel primo caso, la somma di denaro corrispondente al credito e, nel secondo, effettivamente il bene usucapito; ma appare altrettanto ragionevole continuare ad interrogarsi sull'oggetto dell'azione di riduzione. Infatti, la eventuale inefficacia del "singolare accordo" (tra disponente e donatario) non sarebbe in grado di "eliminare" l'effetto acquisitivo prodotto ex lege.

Di qui le ragioni che militano a favore della tesi la quale, quantomeno in alcune ipotesi di liberalità atipiche c.d. non negoziali, induce a rivedere natura e caratteri dell'azione di riduzione (v. supra, testo e note 36 e ss.); peraltro, in coerenza con l'effettivo oggetto della liberalità, benché perseguito (ovvero attribuito al donatario indiretto) attraverso un più complesso collegamento tra attività e comportamenti.

Sono, infatti, soprattutto le ipotesi di liberalità c.d. non negoziali a proporre il serio rischio che un rigido formalismo possa, di fatto, neutralizzare la razionalità assiologica espressa dalla regola contenuta nell'art. 809 c.c.

Si consideri l'inerzia del donante, il quale miri a far decorrere il termine prescrizionale per l'esercizio dell'azione di ripetizione dell'indebito. Si consideri, in particolare, l'ipotesi che l'indebito sia costituito da quanto eseguito in virtù di donazione nulla (per difetto di forma). Con il compimento del termine prescrizionale dell'azione di ripetizione, l'effetto attributivo della donazione si consolida definitivamente e l'acquisto del donatario diviene inattaccabile: costruita come mero mezzo di impugnativa negoziale, l'azione di riduzione, in simili casi, non potrebbe operare. Con la conseguenza, davvero singolare, di aprire agevole varco a pratiche frodatorie in danno dei legittimari.

[nota 47] Richiama, in proposito, la figura del negozio configurativo, V. CAREDDA, op. cit., p. 213 e ss. e 230 e ss.

[nota 48] V., in tale direzione, U. CARNEVALI, Sull'azione di riduzione delle donazioni indirette, cit., p. 141-144. Nell'ipotesi di costruzione d'opera effettuata dal genitore su fondo del figlio, l'oggetto della liberalità è l'opera; conseguentemente, oggetto di riduzione non potrebbe essere la rinuncia all'indennizzo ex art. 936 c.c. (così, invece, A. TORRENTE, La donazione [nota 2], a cura di U. Carnevali e A. Mora, in Tratt. dir. civ. e comm. già diretto da A. Cicu, F. Messineo e L. Mengoni, continuato da P. Schlesinger, Milano, 2006, p. 72; cfr. anche L. MENGONI, Successioni per causa di morte, cit., p. 203) bensì è il valore del bene (ovvero la somma di denaro impiegata per materiali ed energie lavorative in quanto idonee a realizzare lo specifico bene).

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