Divisione e regime della comunione legale dei beni
Divisione e regime della comunione legale dei beni
di Andrea Fusaro
Notaio in Genova, Straordinario dei sistemi giuridici comparati, Università degli Studi di Genova

I problemi

L'intreccio tra il contratto di divisione ed il regime della comunione legale dei beni evidenzia alcuni aspetti rilevanti, che si possono ordinare intorno ai due poli rappresentati, da un lato, dalla circostanza che taluni condividenti siano in comunione, e, dall'altro, dall'operazione divisoria di quanto ha fatto oggetto del regime legale.

Sul primo fronte occorre isolare le ipotesi in cui la quota rappresenti un bene personale, da quelle in cui essa sia oggetto della comunione.

Il secondo segmento presuppone lo scioglimento del regime legale, ed al riguardo occorre verificare il momento in cui operano le varie cause di cessazione dello stesso ed in particolare la separazione personale. Ancora come pregiudiziale - non tanto cronologicamente, quanto sul piano concettuale - si pone l'accertamento della condizione dei beni, dandosi carico della tesi che assume l'ultrattività del regime legale rispetto al suo oggetto.

Se quelli sopra esposti rappresentano snodi abitualmente visitati dalle trattazioni giuridiche, meno usuale è la considerazione del carattere composito dell'oggetto della comunione legale. Altrettanto poco esplorato è l'intreccio con la comunione - quindi con la divisione - ereditaria, laddove causa di scioglimento della comunione sia la morte di un coniuge; profilo, quest'ultimo, cui nel presente Convegno è dedicata la relazione della collega Lorenza Bullo.

Il condividente in comunione

A) La divisione stipulata dopo il matrimonio dal coniuge che vi partecipava in forza di titoli anteriori è ritenuta conservare automaticamente il carattere di bene personale a quanto ricevuto, senza quindi necessità dell'intervento dell'altro coniuge previsto dall'art.179, comma2, c.c. per ipotesi diverse. La motivazione tradizionalmente spesa, che fa capo al carattere dichiarativo della divisione [nota 1], è investita dalle riserve concettuali avanzate nei confronti di quella costruzione [nota 2], cosicché una parte della dottrina preferisce appoggiare la medesima conclusione al carattere retroattivo [nota 3] ed a margine della divisione ereditaria affianca l'ulteriore argomento collegato alla provenienza successoria, di per sé idonea a far entrare in stallo l'attrazione del regime legale.

All'interrogativo classico, circa l'attitudine del pagamento di eventuali conguagli a far rientrare quanto ricevuto in comunione, la dottrina fornisce risposta tendenzialmente negativa sulla scorta della natura invariabilmente dichiarativa della divisione [nota 4], ma alla prassi notarile appare rassicurante in tale evenienza l'intervento dell'altro coniuge. La sbrigativa adozione di questo accorgimento, senza indagare - e tanto meno esplicitare - la provenienza delle somme versate per corrispondere il conguaglio riposa, però, su di un presupposto affatto solido, quale è l'affidabilità del cosiddetto rifiuto del coacquisto che - com'è noto - mentre un tempo era ammesso dalla Suprema Corte [nota 5], è stato demolito dalle più recenti sentenze [nota 6]. Tali considerazioni si estendono alle ipotesi in cui, a fini fiscali, i conguagli siano occultati, ovviamente laddove prevalga l'opposta soluzione circa la loro attitudine a determinare l'attrazione dei beni ricevuti alla comunione legale (e - si intende - sempre ché l'altro coniuge ne venga a conoscenza). Queste preoccupazioni non sembrano, invece, venire in gioco rispetto al camuffamento della sproporzione dei lotti che non sia accompagnata da conguagli, poiché in tale caso l'arricchimento sarebbe frutto di una liberalità e come tale emarginato dalla comunione [nota 7].

B) La partecipazione alla divisione da parte di un solo coniuge, laddove la quota ricada in comunione, è ovviamente cosa da evitare, in quanto la divisione del bene comune è atto eccedente l'ordinaria amministrazione che, ai sensi dell'art. 180 c.c., dev'essere compiuto da entrambi i coniugi [nota 8].

La trasgressione della regola della disposizione congiunta solleva il quesito circa l'indole del vizio originato: in proposito ci si domanda se si applichino le regole generali operanti in relazione all'assenza di un contitolare [nota 9], od invece valga quella speciale dell'art. 184, commi 1 e 2 c.c. [nota 10]. La preferenza accordata alla seconda soluzione [nota 11] merita certamente di essere sottoscritta, ma - qualora si facesse applicazione della lettura di questa norma privilegiata da autorevole dottrina [nota 12] che riferisce l'operatività della norma all'evenienza in cui intervenga il coniuge unico intestatario - andrebbe circoscritta alle ipotesi in cui la disposizione in esame è destinata ad operare e di fatto viene applicata in concreto, ossia laddove l'intestazione faccia appunto capo al solo coniuge intervenuto nella divisione, poiché diversamente varrebbero le regole in tema di circolazione giuridica e legittimazione a disporre. Si tratta peraltro, come voci illustri a suo tempo osservarono [nota 13], di eventualità essenzialmente confinata agli accordi - provvisoriamente - formalizzati per scrittura privata [nota 14], poiché il filtro notarile imporrà l'intervento all'atto di entrambi i coniugi, s'intende, in ragione della tutela della sicurezza della contrattazione [nota 15] piuttosto che per il timore di sanzioni, la valenza precettiva dell'art. 28 L.N. essendo notoriamente esclusa rispetto all'annullabilità.

La partecipazione di un solo coniuge alla divisione non parrebbe, poi, interferire sulla condizione di quanto ricevuto, poiché in ciò si concentrerebbe l'oggetto della comunione legale, per la meccanica sostituzione della quota con un diritto solitario che è propria del contratto.

È, in questa sede, appena il caso di ricordare il rilievo esclusivamente negoziale dell'art. 184 c.c., tale da lasciare impregiudicata la qualità di litisconsorti necessari di entrambi i coniugi [nota 16] nel giudizio di divisione [nota 17].

La divisione del compendio oggetto di comunione legale

A) La divisione dell'oggetto della comunione legale presuppone il suo scioglimento, poiché diversamente vale l'immodificabilità delle quote e la compattezza dell'oggetto, con la sola eccezione dell'ipotesi prevista dal secondo comma dell'art. 191 c.c, che è ritenuta norma di stretta interpretazione, cosicché se ne esclude l'estensibilità oltre l'ambito - testualmente individuato - dell'azienda coniugale [nota 18].

Il novero delle cause di scioglimento della comunione legale è composito, afferendo ora alla persona di uno dei coniugi, ora al matrimonio, ora direttamente al regime patrimoniale. Si tratta di vicende disciplinate altrove, fatta eccezione soltanto per la separazione giudiziale dei beni, che è introdotta nel successivo art. 193 c.c.. Il loro realizzarsi è talora istantaneo, come per il mutamento convenzionale, perlopiù invece esito di un procedimento: è in relazione ad esse che sorge il quesito circa il momento di produzione degli effetti e la rilevanza spiegata nei confronti dei terzi dallo strumento pubblicitario.

La separazione personale è in grado di esasperare entrambi gli interrogativi. Il criterio cronologico trova qui la gamma più ampia delle alternative: la cessazione della convivenza, il deposito del ricorso, l'udienza presidenziale la quale sfocia nell'autorizzazione a non condividere il medesimo tetto, l'omologazione della separazione consensuale oppure il passaggio in giudicato della sentenza definitiva in quella contenziosa. Tutte alternative che hanno ricevuto fautori in dottrina [nota 19] e accoglienza presso i Tribunali [nota 20]. Nella giurisprudenza di legittimità sembra essersi consolidato il gradimento per l'ultima soluzione [nota 21]: è, invero, ben conosciuto il consolidarsi della preferenza della Suprema Corte per l'ultima tesi, che riferisce la cessazione all'omologa della separazione consensuale ed al passaggio in giudicato della sentenza che definisce quella giudiziale [nota 22], in questo modo decretando il perdurare del regime legale per tutta la durata del procedimento. Quanto al momento esatto, nell'alternativa tra la formazione del provvedimento, il suo deposito in cancelleria ed il passaggio in giudicato della sentenza pronunciata ad esito della separazione giudiziale, parrebbe preferibile la seconda data, anche in considerazione della provvisoria esecutorietà di tutte le pronunce e dei lunghi termini per l'impugnazione.

La soluzione privilegiata dalle corti è, però, la più impopolare presso i coniugi che vengono a subire l'artificiosa ultrattività di un nesso patrimoniale del tutto insopportabile. L'operatività della comunione risulta svincolata dai suoi presupposti primigeni, colti nella distribuzione paritetica degli incrementi frutto dei rispettivi apporti: la condivisione del tetto e della mensa s'interrompe ben prima che la Cancelleria apponga il proprio timbro; basterebbe questa considerazione circa gli inconvenienti cui esso conduce per respingere l'orientamento prevalente in sede di legittimità. Le ragioni si compendiano nella incertezza sull'esito del procedimento la quale è bensì ineccepibile, ma solo sul piano formale: per ricomporre i cocci c'è sempre tempo, infischiandosene del calendario giudiziario, e dei depositi delle sentenze, cosicché la riconciliazione può in qualsiasi momento fare "punto a capo". La predilezione per questo slittamento è, del resto, in linea con la concezione legislativa della separazione personale, chiaramente influenzata dalla considerazione della sua reversibilità tramite la riconciliazione (art. 157 c.c.).

Particolarmente fondate apparivano le preoccupazioni avanzate sul piano pubblicitario sinché è perdurata la lacuna legislativa riguardante lo stesso provvedimento conclusivo del procedimento di separazione, cui cercava di ovviare la tesi incline a consentire alle parti di domandare al Tribunale che ordinasse il deposito presso il Registro dello stato civile [nota 23] e quella che riteneva tale provvedimento da adottarsi doverosamente d'ufficio [nota 24]. è ben noto come a tale difetto abbia rimediato la riforma dello stato civile, la quale ha prescritto l'annotazione a margine dell'atto di matrimonio della sentenza che pronuncia la separazione personale dei coniugi e dell'omologazione di quella consensuale [nota 25]. Si constata, quindi, la coerenza della regola giurisprudenziale con il regime pubblicitario, dal momento che la diversa soluzione rivolta ad anticipare la cessazione del regime legale rimarrebbe sfornita di evidenza presso lo Stato civile, difettando la previsione dell'annotazione dell'atto introduttivo del giudizio.

Dalla soluzione prevalente in giurisprudenza circa il momento di scioglimento della comunione discende l'impraticabilità della divisione nel corso del giudizio, se non previa la stipula di una convenzione matrimoniale di opzione per la separazione dei beni. Occorre, tuttavia, tenere conto delle emergenze che affliggono la realtà giudiziaria, la quale lamenta gli inconvenienti pratici conseguenti allo slittamento della cessazione del regime legale, quindi allo sprigionarsi della comunione de residuo, con la conseguente conservazione da parte di ciascun coniuge della titolarità dei conti correnti e depositi ove siano confluiti i proventi dell'attività lavorativa, di cui perciò può liberamente disporre a piacimento, sottraendone il contenuto all'altro.

Per tutelare le aspettative in questo modo deluse la giurisprudenza negli anni scorsi aveva fatto violenza ai concetti, configurando una presunzione di appartenenza alla comunione - nella forma creditoria propria di quella de residuo - di tutti i redditi di cui il coniuge percettore non dimostri la consumazione per bisogni della famiglia, così da far ricadere tra le voci attive della massa le somme depositate su conti cointestati che fossero state ritirate prima della definizione della separazione [nota 26]. L'evidente forzatura logica, perpetrata al fine di perseguire comportamenti palesemente fraudolenti, si è attirata le critiche della dottrina, le quali hanno convinto la Cassazione a mutare orientamento [nota 27], segnalando la praticabilità di rimedi alternativi nei confronti degli abusi, quali i generali strumenti di tutela del credito, le misure cautelari o addirittura la responsabilità civile [nota 28].

La prassi forense ha, talora, tentato la strada del rimedio della separazione giudiziale contemplata dall'art. 193 c.c., adducendo il difetto di contribuzione ai bisogni della famiglia [nota 29], senza tuttavia ottenere l'immediata cessazione del regime legale, dal momento che il quarto comma determina bensì la retroattività degli effetti, ma soltanto subordinatamente alla definizione del giudizio, ciò che non sposta le cose, se non sul piano della tutela cautelare e della contabilizzazione finale dei proventi e dei redditi sopravvenuti nel corso del giudizio.

Le fattispecie, riguardate concettualmente, non sono sovrapponibili sul piano funzionale: la separazione personale è vicenda familiare, ed il riverbero sul regime matrimoniale è conseguenza indiretta dell'allentamento del vincolo coniugale; la separazione giudiziale dei beni è interna al comparto patrimoniale, e rappresenta una reazione estrema rispetto all'inaffidabilità del partner sul piano economico. La constatata inidoneità all'amministrazione od il suo cattivo esercizio possono indurre a sfiduciare il coniuge, così come previsto dall'art. 183 c.c., o consentire il più radicale rimedio contemplato dall'art. 193 c.c., il quale mantiene la propria stretta aderenza patrimoniale nei casi di interdizione o inabilitazione (manca il coordinamento con l'amministratore di sostegno).

La distanza rispetto alle altre cause di scioglimento della comunione tuttavia si riduce non solo ove si registri la presenza tra esse del fallimento [nota 30], ma specialmente cogliendo l'intreccio con la dimensione familiare complessiva nel "riguardo" operato dall'art. 193, comma 2, c.c. alle ripercussioni negative della condotta rispetto agli interessi della famiglia ed al soddisfacimento dei suoi bisogni. La considerazione dell'interesse dei figli da parte delle coppie più giovani, piuttosto che ragioni contingenti di vario ordine - dalle difficoltà di reperire un altro alloggio, alla pietosa sopportazione del coniuge scavezzacollo o scialacquatore [nota 31]- dissuadono dalla separazione personale e sospingono verso la separazione giudiziale dei beni, rendendo nei fatti prossimi i due istituti.

L'applicazione della regola contenuta nell'art. 193, comma 4, c.c. alla separazione personale estenderebbe la retrodatazione alla fase introduttiva del procedimento. La lacuna presente sul terreno pubblicitario - in corrispondenza della mancata previsione dell'annotazione della domanda [nota 32] - potrebbe poi essere colmata utilizzando l'opportunità offerta genericamente per gli scioglimenti delle comunioni [nota 33]. La suggerita applicazione analogica della norma della legge sul divorzio [nota 34], onde addossare al cancelliere l'obbligo di trasmettere allo stato civile il ricorso introduttivo della separazione personale, potrebbe invece condurre alla irretroattività [nota 35].

Anche l'annullamento del matrimonio sprigiona interrogativi gravi quanto alla cronologia dello scioglimento, ove si riferisca alla comunione legale la limitazione degli effetti ai coniugi in mala fede sancita dall'art. 128 c.c.

A1) La riconciliazione dei coniugi separati. La somma ingiuria alla logica verrebbe, poi, perpetrata contrapponendo a questa ultrattività della separazione, che trascina la comunione fino al supremo alito di vita matrimoniale, la retroattività degli effetti della riconciliazione [nota 36]; saggiamente, peraltro, le corti ne hanno ridimensionato la valenza, circoscrivendola ai rapporti interni, così da proteggere i terzi dall'iniziativa intrapresa dal coniuge separato riconciliato nei confronti degli atti di disposizione solitari compiuti dall'altro in ordine a beni da costui acquistati in epoca - presumibilmente - successiva alla (asserita) riconciliazione.

Questo temperamento va condiviso, poiché diversamente si realizzerebbe il trionfo dell'incertezza, penalizzando i terzi attraverso l'esposizione a rischi da cui solo affidandosi ad un occhiuto investigatore privato sarebbero in grado di tutelarsi. Né potrebbero per questo dirsi portati in trionfo gli interessi dei coniugi che, costernati dalla maggiore resistenza della comunione rispetto a quella della vita coniugale, si troverebbero esposti - insieme con i rispettivi aventi causa - a rivendicazioni patrimoniali solamente a causa di un fugace ritorno di fiamma, ancorché brillata per poco.

Invero non si può tollerare un illimitato riverbero delle vicende coniugali nei confronti dei terzi, per tali intendendo non solo gli aventi causa, ma pure i creditori. La protezione di quelli, invero, è in parte realizzata dall'interpretazione corrente dell'art. 184 c.c., che fa salvi gli acquirenti di beni mobili, almeno ove in buona fede, mentre per gli immobili basta attribuire corrispondente forza al convincimento formato sulla base delle risultanze dei Registri dello stato civile confortate dalle dichiarazioni rese in atto - per prassi notarile costante [nota 37]- dall'acquirente. La separazione personale trova, così, agevole risalto, mentre l'eventuale sopravvenuta riconciliazione non rileva, almeno in assenza di alcuna traccia pubblicitaria. L'esito è, chiaramente, svantaggioso per i coniugi, ma da loro rimediabile attraverso la formazione della dichiarazione atta al deposito presso il registro [nota 38].

B) La situazione in cui versa la massa stratificatasi. Alla riconduzione alla comunione ordinaria [nota 39], si contrappone la tesi che assume la necessaria ultrattività della disciplina della comunione legale [nota 40], in quanto solo ad esito della procedura di liquidazione l'aspettativa si concretizzerebbe nella contitolarità della ricchezza residua [nota 41]. Questa seconda posizione risulta, invero, più coerente con la - tendenziale - segregazione patrimoniale realizzata dalla comunione e con le modifiche da essa introdotte all'ordinario concorso tra i creditori ed aderisce meglio alla trama normativa, in particolare al riferimento operato dall'art. 194,comma 1, c.c. ad attivo e passivo [nota 42]. Una concezione tanto radicale - la seconda - suonerebbe, del resto, bizzarra laddove non la si rapporti al contesto, assegnandole il più comprensibile intento di conservare in vita le ragioni creditorie reciproche, impedendo il loro disperdersi con il trascorrere del tempo dopo il prodursi della causa di scioglimento; diversamente intesa essa affiderebbe quei cespiti al regime costrittivo in maniera perenne, precludendone per sempre la divisione. L'assimilazione che tale teorica evoca tra la comunione legale e l'associazione o la società le aliena, tuttavia, simpatie e sono in molti a respingerla insieme con il rifiuto di ogni pretesa soggettività ed in questo senso riesce di conforto l'accostamento della comunione ordinaria.

Tradotta sul piano degli interessi in gioco, qualora si ritengano le prelazioni dei creditori condizionate al permanere del regime legale, l'alternativa rifletterebbe il contrasto tra le ragioni dei primi e le convenienze dei coniugi (così si direbbe, piuttosto che quelle della famiglia), almeno quante volte la cessazione della comunione coincide con quella del matrimonio: si tratterebbe, allora, di scegliere se prolungare lo sfinimento tra coniugi separati, o tra coeredi, o consentire loro di giovarsi dell'agile disponibilità garantita dalle regole della comproprietà, e realizzare l'attivo in barba al privilegio dei creditori della comunione.

Partito migliore pare, allora, quello di decretare la sopravvivenza delle prelazioni [nota 43] allo scioglimento della comunione e consentirne l'emancipazione dal regime legale. Invero in questo processo di inesorabile tradimento della riforma le peculiarità degli istituti vengono travolte, per lo più a detrimento del coniuge debole, ma talora - per una sorta di eterogenesi dei fini - a danno dei terzi che vedono dissolversi quella rete protettiva che la delicata architettura primordiale contemplava.

C) L'oggetto della comunione, con il suo scioglimento, risulta inclusivo - almeno sul piano contabile - non solo di diritti reali, ma pure - secondo una visione accreditata - di diritti di credito verso terzi.

La tesi favorevole all'inclusione immediata dei diritti di credito nella comunione legale, condivisa da autorevoli studiosi e da alcune decisioni di merito [nota 44] ma per anni respinta dalla Suprema Corte [nota 45], sembrerebbe esser da ultimo recuperata dalla stessa Cassazione [nota 46], sennonché la pronuncia è relativa ad un caso di titoli obbligazionari acquistati da un coniuge con i proventi dell'attività personale: ci si è quindi limitati a riprendere l'orientamento incline ad «… escludere … che la comunione possa comprendere tutti indistintamente i diritti di credito che ciascun coniuge acquisisca con il suo operare», ammettendo questa volta l'inclusione dei titoli obbligazionari, non diversamente da quanto in precedenza concluso circa i titoli azionari e le quote di fondi comuni di investimento [nota 47], intendendo confermare l'indirizzo contrario all'inclusione in comunione del saldo del conto corrente.

Peraltro il precedente citato [nota 48] in senso adesivo nella motivazione di questa sentenza riguardava il deposito di denaro ricavato dalla vendita di beni personali e non già proveniente dalla propria attività, tant'è che in quell'occasione la Cassazione ha escluso l'inclusione nell'oggetto della comunione non solo dello stesso, ma pure delle quote di fondi comuni di investimento acquistate con parte di quelli, e ciò sebbene mancasse la dichiarazione di "personalità" richiesta dall'art. 179, comma 2, lett. f), c.c., iscrivendosi nel filone incline ad espandere l'automatismo della surrogazione reale [nota 49].

In questo modo nella giurisprudenza di legittimità sembra comporsi un quadro che trova il proprio asse nel titolo della disponibilità del denaro, tale per cui quello ricavato dalla cessione di beni personali ha attitudine a conservare tale condizione a prescindere dal suo impiego, che sia depositato su conto corrente oppure impiegato per l'acquisto di titoli azionari, obbligazionari o di quote di fondi, mentre l'oggetto dell'impiego risulta attratto nella comunione soltanto se sia un diritto reale su di un bene immobile; per contro il denaro costituente provento dell'attività separata - nel senso fatto proprio dall'art. 177, comma 2, c.c.- è destinato alla comunione residuale, per la parte non consumata, se depositato in conto corrente ed invece si converte in bene assorbito immediatamente nell'oggetto della comunione se impiegato per acquistare non solo immobili, ma pure titoli di credito. Il tutto quale piena realizzazione dello spirito del regime legale, che mira a spalmare gli acquisti perfezionati con i proventi delle rispettive attività ed a conservare la titolarità della ricchezza posseduta prima del matrimonio e di quella conseguita successivamente in dipendenza di cause tipiche che ne giustificano la conservazione esclusiva.

Diritti di credito scaturiscono, poi, dallo scioglimento, se si aderisca alla configurazione in termini obbligatori della comunione de residuo. Tale ricostruzione della comunione de residuo, da tempo prevalente in giurisprudenza [nota 50], parrebbe bensì smentita da una sentenza recente [nota 51], che però ad un'attenta lettura svela una pronuncia in termini incidentali, attraverso un'affermazione estranea alle ragioni della decisione.

Altri crediti trovano fonte nei rimborsi e nelle restituzioni prefigurate dall'art. 192 c.c.

D) Il titolo della massa divisa. Lo scioglimento del regime legale rappresenta il titolo di acquisto definitivo di quanto era oggetto della comunione? Rispetto all'abbondanza del dibattito su questo capitolo, contrasta la scarsa attenzione dedicata al quesito relativo alla configurazione - ad esito dello scioglimento - di un'unica comunione, avente titolo nella cessazione dell'operare del regime legale, oppure di altrettante coincidenti con i titoli d'acquisto, secondo la regola generale. I segnali legislativi sono tutti nella prima direzione, ed è ovvio che la prassi faccia il tifo per un'impostazione da cui derivano gli evidenti vantaggi fiscali propiziati dall'inquadramento della spartizione complessiva nei termini della divisione piuttosto che della permuta [nota 52].

La divisione della comunione, a seguito del suo scioglimento, è prefigurata dall'art. 194 c.c. quale negozio comprensivo di una dimensione contabile, che l'accosta all'operazione da realizzarsi per la comunione ereditaria. A somiglianza di quella è, del resto, preceduta da rendiconti fonti di poste attive e passive [nota 53], qui fondati anche sulla previsione di rimborsi e restituzioni contenuta nell'art. 192 c.c., che espressamente - con l'ultimo comma - consente di effettuare compensazioni rispetto alla formazione dei lotti.

Al di fuori dell'orbita disegnata da questa disposizione non è, invece, luogo a legittimare adattamenti sulla scorta della prova del diverso apporto economico, dal momento che l'egualitaria ripartizione dell'attivo è inderogabile- anche sulla scorta dell'art. 210, comma 3, c.c. -, e risultando inapplicabile la regola propria della comunione ordinaria dove l'uguaglianza delle quote è oggetto di una presunzione relativa [nota 54].

L'enunciazione all'apparenza ovvia del primo comma dell'art. 194 c.c. esibisce, ad una seconda lettura, una propria valenza normativa. Intanto, circa la configurabilità di un passivo della comunione, che ne conforta l'accostamento al mobile concetto di patrimonio separato, inclusivo di rapporti obbligatori [nota 55]. La ripartizione del passivo insieme all'attivo implica, poi, autorizzazione a procedure alla divisione nonostante la permanenza di esposizioni debitorie, e ciò non è di per sé fatale rispetto al privilegio dei creditori comuni, bensì postula l'addizione - in via interpretativa - di cautele volte a proteggerli, quale il loro invito ad intervenire nella divisione - concepito dall'art. 1113 c.c. -, e la sopravvivenza del privilegio, rispetto ai beni rispettivamente assegnati. La soluzione, pur compatibile con l'impianto normativo e funzionale alla tutela dei terzi, è però controversa, al pari dell'altra teorica che persegue il medesimo obiettivo attraverso l'ultrattività della disciplina legale sino all'estinzione della passività.

La piega privilegiata dalla prassi corrente è nel senso dell'evaporazione delle peculiarità della comunione legale, e del suo appiattimento su quella ordinaria, assecondando un'inerzia interpretativa indifferente rispetto agli interessi in gioco. Non meraviglia se nella specie riesce vincente l'impostazione favorevole ad acconsentire la spartizione dei cespiti trascurando le ragioni dei creditori, che conserverebbero bensì la esposizione solidale dei coniugi, ma perderebbero la prelazione.

L'accennata inderogabilità dell'uguaglianza delle quote di ripartizione dovrebbe valere non solo per l'attivo, ma anche per il passivo, ma l'opinione prevalente esclude la rilevanza esterna [nota 56], negando l'applicazione della disciplina della divisione ereditaria, ad altri fini sancita in giurisprudenza [nota 57], che condurrebbe all'applicazione dell'art. 754 c.c. [nota 58]

Il legislatore si è dedicato maggiormente alla prova della titolarità rispettiva, ed alla sua opponibilità ai terzi. S'è detto che è supportata da un sano realismo la presunzione di appartenenza alla comunione, contenuta nell'ultimo inciso dell'art. 195 c.c.. La sua applicazione al denaro vale ad assegnarlo pressoché invariabilmente all'oggetto della comunione [nota 59], ciò che riuscirebbe legittimato dal rilievo dell'inoperatività della surrogazione reale rispetto al numerario, ed ancorché il corrispettivo ricavato dello smobilizzo di beni personali non sia annoverato nell'ambito delle voci della comunione differita.

Scelta di campo dotata di maggior pregnanza è quella calata nell'art. 197 c.c., che finisce per privilegiare la garanzia generica offerta ai creditori della comunione, i quali possono contare sulla massa mobiliare con preferenza rispetto ai creditori personali.

E) La divisione attuata con la separazione personale. Viene talora in gioco l'intervento notarile, laddove i coniugi intendano prefigurare l'assetto patrimoniale in vista della separazione, corredandolo di una definitività superiore a quella ottenuta attraverso la redazione del ricorso, oppure abbiano urgenza di anticipare la sistemazione, integralmente o per singoli segmenti [nota 60].

Le strettoie civilistiche sono rappresentate, intanto, dall'eventuale regime di comunione legale, che impedisce di perfezionare trasferimenti tra coniugi con efficacia immediata, cosicché occorre stipulare preventivamente una convenzione optando per la separazione dei beni, oppure introdurre nell'accordo la condizione sospensiva dell'omologazione della separazione, purché perfezionata sulla scorta della riproduzione di quei contenuti nel verbale [nota 61]. La prima via è, ovviamente, più agevole e l'unica in grado di procurare l'immediatezza degli effetti, ma sconta gli inconvenienti connessi ad un prematuro scioglimento della comunione, da cui si sprigionano gli effetti contabili - l'operare della comunione residuale, l'insorgenza del diritto ai rimborsi ed alle restituzioni - che pare opportuno fronteggiare sullo sfondo della sistemazione complessiva. D'altro canto nel permanere della comunione legale si tende ad escludere la praticabilità di uno stralcio, in analogia a quanto disposto dall'art. 191 c.c. per le aziende, ritenendolo - come detto - norma di stretta interpretazione.

L'alternativa consiste, quindi, nel subordinare la sistemazione all'omologa della separazione, momento in cui - secondo la tesi maggioritaria sopra illustrata - si realizza la cessazione del regime legale. Questa seconda soluzione presenta indubbi vantaggi fiscali, dal momento che consente di avvalersi della non imponibilità di tutti i trasferimenti realizzati nell'ambito della crisi coniugale, ormai pacificamente ammessa almeno in ordine ai trasferimenti tra coniugi [nota 62], mentre rispetto a quelli in favore dei figli si registra la resistenza degli uffici finanziari [nota 63] a recepire l'apertura giurisprudenziale [nota 64], avallata dalla stessa Corte Costituzionale [nota 65].

La fruizione dell'esenzione fiscale presuppone il collegamento con il procedimento, quale appunto si realizza subordinando l'efficacia del negozio all'omologa della separazione adottata con riferimento a quel medesimo contenuto. Proprio muovendo dall'ottica tributaria si è registrato come nella prassi gli accordi ospitino talora disposizioni non intrinsecamente connesse, quali liberalità perfezionate in occasione della crisi coniugale, ma non dipendenti dalla medesima; basti pensare ad elargizioni a favore dei figli, che talora sono concordate onde mediare un conflitto circa l'attribuzione della titolarità di qualche cespite, ma altre volte vengono realizzate per destinare alla discendenza quanto accumulato nel corso del matrimonio da cui sono nati.

Mentre sul fronte tributario la reazione si concretizza nel disconoscimento dell'esenzione [nota 66], sotto quello civilistico si tratta di chiarire la causa di questi trasferimenti che - laddove denuncino effettivamente l'indipendenza rispetto allo sbocco patrimoniale della crisi coniugale - vengono a rifluire nell'alveo delle liberalità indirette oppure dirette, in quest'ultima ipotesi richiedendo la forma della donazione e comunque chiamando in gioco tutta la disciplina che le accompagna.

È appena il caso di segnalare come lo strumento dell'atto notarile preventivo possa forse giovarsi della efficacia prenotativa offerta dalla trascrizione nei registri immobiliari che è stata introdotta da un decennio per in contratti preliminari, dal momento che negli stessi impegni a trasferire contenuti nel ricorso la giurisprudenza ha in passato ravvisato la fonte di un obbligo a contrarre.

Alternativamente il ministero notarile è prestato a seguito dell'omologa, onde attuare le attribuzioni promesse nel verbale, ciò che consente di usufruire delle specifiche competenze in tema di trasferimenti immobiliari, senza rinunciare all'agevolazione fiscale, purché si usi l'accortezza di esplicitare il collegamento con quanto concordato in sede di separazione, che viene così attuato.

Certamente si aggiungono, in questo modo, i costi dell'intervento notarile, ma - come dicevano i vecchi - i soldi risparmiati dal notaio sono sottratti ai propri figli: insomma, sono i soldi meglio spesi.


[nota 1] V. DE PAOLA, Il diritto patrimoniale della famiglia, II ed., Giuffré, 2002, tomo II, p. 414.

[nota 2] Aspetto approfondito da A. MORA, Il contratto di divisione, Giuffré, 1995, p. 55 e ss.

[nota 3] E. RUSSO, L'oggetto della comunione legale e i beni personali, Giuffré, 1999, p. 157.

[nota 4] V. DE PAOLA, op. cit., 441: «la natura divisoria dell'operazione non muta con l'ingresso di somme di denaro estranee della comunione e non si esce dal campo della divisione anche nell'ipotesi in cui uno dei condividenti riceva tutti i beni in natura e gli altri solo conguagli in denaro dal primo». La soluzione era stata già avanzata da A. e M. FINOCCHIARO, Diritto di famiglia, vol. I, Giuffré, p.877; SANTARCANGELO, La volontaria giurisdizione nell'attività negoziale, vol. IV, in Regime patrimoniale della famiglia, Giuffré, p. 269. Cass. 31 maggio 2006, n. 13009, in Giust. civ. Mass., 2006, p. 5, ha confermato il permanere della natura dichiarativa della sentenza che pronuncia la divisione anche nella parte in cui imponga conguagli.

[nota 5] Cass. 2 giugno 1989, n. 2688, in Foro it., 1990, I, c. 608; in Giur. it., 1990, I, 1, p. 1307; in Nuova giur. civ. comm., 1990, I, p. 219; in Rass. dir. civ., 1992, p. 591; in Riv. not., 1990, p. 172.

[nota 6] Cass., 19 febbraio 2000, n. 1917, in Foro it., 2000, I, c. 2247; in Giust. civ., 2000, I, p. 1365; con nota di M. FINOCCHIARO, in Fam e dir., 2000, p. 345; Cass., 27 febbraio 2003, n. 2954, in Giust. civ., 2003, I, p. 2107, con nota di M. FINOCCHIARO. Una rassegna delle posizioni dottrinali è offerta da R. MAZZARIOL, «Comunione legale tra coniugi e rifiuto del coacquisto», in Nuova giur. civ. comm., 2006, II, p. 486 e ss. Si segnala, tuttavia, Cass., 6 marzo 2008, n. 6120, relativa ad un caso in cui il coniuge non acquirente aveva partecipato all'atto di assegnazione di un immobile sociale all'altro coniuge, dichiarandosi in separazione dei beni e nulla opponendo all'espressa qualificazione del cespite come personale del bene assegnato. In mancanza della prova della non veridicità di tale dichiarazione, è stata confermata la natura personale del bene, formulando la massima secondo cui «la mancata contestazione o l'esplicita conferma da parte del coniuge non acquirente, pur avendo natura ricognitiva e non negoziale, costituisce tuttavia un atto giuridico volontario e consapevole, cui il legislatore attribuisce l'efficacia di una dichiarazione a contenuto sostanzialmente confessorio, idonea a determinare l'effetto di una presunzione juris et de jure di non contitolarità dell'acquisto, di natura non assoluta, ma superabile mediante la prova che la dichiarazione sia derivata da errore di fatto o da dolo e violenza nei limiti consentiti dalla legge». Peraltro la vera ratio andrebbe forse ricercata nella circostanza che nella specie si trattasse di assegnazione, come tale idonea (al pari della permuta) ad operare automaticamente la surrogazione reale - laddove la quota sociale sia personale -, anche in assenza dell'intervento del coniuge per rendere la dichiarazione dell'art. 179, comma 2, c.c.

[nota 7] Cass. 15 novembre 1997, n. 11327; Cass. 8 maggio 1998, n. 4680.

[nota 8] Cass. 21 gennaio 2000, n. 648, in Vita not., 2000, p. 295, in Giust. civ., 2000, I, p. 1704, in Dir. famiglia, 2000, p. 1022, secondo la quale ove insieme ad altri siano comproprietari coniugi in comunione legale la rappresentanza è congiunta ed entrambi sono litisconsorti necessari nel giudizio divisionale.

[nota 9] è noto l'orientamento prevalso in giurisprudenza secondo cui il preliminare di vendita di un immobile concluso da uno solo dei comproprietari è totalmente privo di efficacia, non operando neppure rispetto alla quota del promittente: da ultimo Cass. 10 marzo 2008, n. 6308.

[nota 10] Tra le pronunce più recenti in tema si segnala Cass. 24 novembre 2000, n. 15177, in Fam. e dir., 2001, p. 211 riguardante il caso di un atto di disposizione di un bene in comunione compiuto da un solo coniuge, mentre l'altro era poi fallito senza aver proposto l'azione di annullamento; la Suprema Corte ammise l'esperibilità da parte della curatela dell'azione revocatoria, ritenendo irrilevante la mancata partecipazione all'atto del coniuge fallito.

[nota 11] A. RUOTOLO e D. BOGGIALI, Divisione e condividenti in comunione legale, Quesito civilistico CNN, n. 54-2008/C .

[nota 12] R. SACCO, Regime patrimoniale e convenzioni, in Commentario al diritto italiano della famiglia a cura di G. Cian, G. Oppo, A. Trabucchi, tomo III, Padova, II ed., 1992, p. 335 e ss.

[nota 13] P. SCHLESINGER, nel Comm. Carraro - Oppo - Trabucchi, Padova, 1977, p. 426.

[nota 14] Altro - ed assai specioso - è il caso esaminato da Cass. 24 febbraio 2004, n. 3467, in Vita not., 2004, p. 971, in cui i contraenti erano stati tutti a conoscenza della comunione legale tra i coniugi, i quali entrambi erano stati indicati come venditori, mentre poi il contratto era stato firmato soltanto da uno; la Suprema Corte disapplicò l'art. 184 c.c. e, rifacendosi al generale orientamento in tema di preliminari sottoscritti da un solo comproprietario, ne sancì l'invalidità.

[nota 15] Tra l'altro, vi sarebbero ragioni per escludere la buona fede del terzo laddove la contitolarità risultasse dai registri immobiliari. Si ricorda che il caso che ha sollecitato l'ordinanza di rinvio Trib. Bari 14 gennaio 1987, da cui è scaturita C. Cost. 311/1988, il coniuge rivendeva un bene acquistato dichiarando falsamente di essere in separazione dei beni.

[nota 16] Cass. S.U., 24 agosto 2007, n. 17952, in Corr. giur., 2008, p. 507, con nota di B.VALIGNANI, «Preliminare di vendita di immobile facente parte della comunione legale, esecuzione forzata in forma specifica e litisconsorzio necessario», dirimendo un contrasto di giurisprudenza di legittimità, ha affermato l'applicabilità dell'art. 180 c.c. rispetto al preliminare di vendita di un bene comune, in questo modo acconsentendo bensì all'operatività dell'art. 184 c.c., ma pure ponendo le basi per sancire che il coniuge pretermesso è litisconsorte necessario nel giudizio promosso ai sensi dell'art. 2932 c.c. per l'esecuzione in forma specifica dell'obbligo derivante dal contratto sottoscritto da un solo coniuge (nel senso opposto, tra le tante, Cass. 14 novembre 2003, n. 17216, in Riv. not., 2004, II, p. 476, con nota di N.A. TOSCANO, «L'estensione applicativa dell'art. 184 c.c.: il punto sugli orientamenti dottrinale e giurisprudenziali)».In questo modo la comunione legale non viene equiparata a quella ordinaria, perché mentre operando l'art. 184 c.c. preliminare di vendita del bene comune perfezionato da un solo comproprietario è provvisoriamente efficace, salvo esser esposto all'azione di annullamento da esperirsi entro l'anno, nella seconda si realizza l'inefficacia del contratto: Cass. 10 marzo 2008, n. 6308.

[nota 17] Cass. 21 gennaio 2000, n. 648, sulla scorta della natura di straordinaria amministrazione della divisione, tale da richiedere l'intervento congiunto ai sensi dell'art. 180 c.c., ha affermato che entrambi i coniugi sono litisconsorti necessari, cosicché la divisione pronunciata in difetto è invalida.

[nota 18] M. PITTALIS, Modifiche convenzionali alla comunione dei beni, in Regime patrimoniale della famiglia, Tratt. Zatti a cura di F. Anelli e M. Sesta, vol. III, Milano, 2002, p. 449; ID., La comunione convenzionale, in Il nuovo diritto di famiglia a cura di G.Ferrando, Zanichelli, 2008, p. 652.

[nota 19] Per una sintesi delle opinioni si rinvia a M. DOGLIOTTI, Separazione e divorzio, Torino, II ed., 1995, p. 103 e ss.

[nota 20] La data del deposito in cancelleria della domanda di separazione è stata valorizzata da App. Roma 4 marzo 1991, in Giust. civ., 1991, I, p. 2444; la comparizione delle parti nell'udienza presidenziale da Trib. Milano, 20 luglio 1989, in Dir. fam., 1990, p. 161, nonché Trib. Ravenna 17 maggio 1990, in Giust. civ., 1991, I, p. 209. La rilevanza della separazione di fatto è stata esclusa, tra le altre, da Cass. 7 maggio 1987, n. 4235, in Giust. civ., 1987, I, p. 2552.

[nota 21] Cass. 29 gennaio 1990, n. 560, in Foro it., 1990, c. 2238; Cass. 11 luglio 1992, n. 8463, in Dir. fam., 1993, p. 83; Cass. 11 luglio 1992, n. 8469, in Giur. it., 1994, I, 1, p. 1414; Cass. 17 dicembre 1993, n. 12523, in Fam. dir., 1994, p. 424, in Nuova giur. civ. comm., 94, p. 651; Cass. 15 settembre 2004, n. 18564, in Giust. civ., 2005, I, p. 70.

[nota 22] Cass. 17 dicembre 1993, n. 12523, cit.

[nota 23] Trib. Firenze 21 gennaio 1981, in Riv. not., 1981, p. 179.

[nota 24] Trib. Milano 22 maggio 1985, in Dir. fam., 1985, p. 974; ma v. contra App. Genova 22 novembre 1985, in Giur. mer., 1987, p. 63.

[nota 25] Art. 69, comma 1, lett. d), D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396.

[nota 26] Cass. 10 ottobre 1996, n. 8865, in Fam. dir., 1996, p. 515, con nota di P. SCHLESINGER; in Vita not., 1996, p. 1200, con nota di M. FINOCCHIARO; in Corr. giur., 1997, p. 36, con nota di L. BARBIERA; Cass. 23 settembre 1997, n. 9355, in Foro it., 1999, I, c. 1324; in Giur. it., 1998, p. 876; in Corr. giur., 1998, p. 68, con nota di L. BARBIERA; Cass. 17 novembre 2000, n. 14897, in Giust. civ. Mass., 2000, p. 2357.

[nota 27] Cass. 12 settembre 2003, n. 13441, in Giust. civ., 2004, I, p. 341, in Vita not., 2004, p. 278, in Dir. fam., 2004, p. 933, in Dir. e giust., 2003, n. 35, p. 39, con nota di SAN GIORGIO.

[nota 28] Cass. 7 febbraio 2006, n. 2597, cit.

[nota 29] Prospettazione accolta da Cass. 10 giugno 2005, n. 12293, in Dir. e giust., 2005, p. 344. In precedenza: Cass. 18 settembre 1998, n. 9325, in Fam. dir., 1999, p. 182; Cass. 5 ottobre 1999, n. 11036, in Notariato, 2000, I, p. 13, con nota di BARTOLUCCI; Cass. 27 febbraio 2001, n. 2844, in Fam. dir., 2001, 4, p. 441.

[nota 30] è vistosa la simmetria con le corrispondenti previsioni societarie, rispettivamente dettate agli artt. 2386, comma 1, e 2388, c.c.

[nota 31] La separazione giudiziale dei beni dovrebbe offrirsi come rimedio anche alla cattiva amministrazione dei beni personali, non solo di quelli comuni.

[nota 32] L'art. 2647, comma 1 c.c., prevede la trascrizione dei provvedimenti di scioglimento della comunione, ma la domanda non figura negli elenchi contenuti negli artt. 2652 e 2653 c.c.

[nota 33] L'art. 2653, n. 4 c.c., prevede la trascrizione della domanda "a diversi effetti" in corrispondenza della funzione della pubblicità della divisione, contemplata dall'art. 2646 c.c. differente rispetto a quello principe inquadrata dall'art. 2644 c.c. La tacita abrogazione dell'art. 2653 n. 4 c.c., da taluno sostenuta, può condividersi al più in ordine al riferimento ai beni dotali, e peraltro con le riserve legate all'ultrattività delle doti secondo il regime transitorio. Ad esiti diversi può pervenirsi soltanto argomentando dall'ultimo comma dell'art. 193 c.c., altrimenti a rischio di apparire una duplicazione dell'art. 2647 c.c.

[nota 34] Art. 4, comma 3, legge 1 dicembre 1970, n. 898 - nel testo sostituito dall'art. 8 legge 6 marzo 1987, n. 74.

[nota 35] Ai sensi dell'art. 10, comma 2.

[nota 36] App. Trento 2 settembre 1996, in Fam. dir., 1996, 6, p. 549, nota di A. FIGONE; Cass. 12 novembre 1998, n.11418, in Fam. dir., 1999, p. 185.

[nota 37] Ancorché non obbligatorie, dal momento che l'art. 2659 c.c. richiede l'indicazione del regime matrimoniale nella nota, e nessuna norma detta corrispondente previsione per il titolo.

[nota 38] Art. 69, lett. f), D.P.R. 396/2000.

[nota 39] Privilegiato da Cass. 28 novembre 1996, n.10586, in Foro it., 1997, I, c. 95, nonché dalla dottrina maggioritaria, per una rassegna della quale si rinvia a M. DOGLIOTTI, «Sulla disciplina applicabile allo scioglimento della comunione legale», in Fam. dir., 1994, p. 443.

[nota 40] App. Milano 19 novembre 1993, in Fam. dir. 1994, p. 434, con nota di M. DOGLIOTTI.

[nota 41] V. DE PAOLA, Il diritto patrimoniale della famiglia coniugale, in Il regime patrimoniale della famiglia, cit., p. 698.

[nota 42] Cass. 24 luglio 2003, n. 11467, relativa ad un caso di scioglimento conseguente a dichiarazione di nullità di matrimonio concordatario, ha sostenuto che «la comunione legale ... pur dopo l'avvenuto scioglimento, ai sensi dell'art. 191 c.c. ... non si trasforma, di per sé, in comunione ordinaria e non soggiace alla relativa disciplina ... stante anche l'inderogabilità convenzionale delle norme relative all'uguaglianza delle quote nella comunione legale». Peraltro questa affermazione risulta esorbitante rispetto alle concrete ragioni del decidere, in quanto è servita quale premessa per respingere la pretesa accampata dal coniuge che aveva contribuito in maggior misura a finanziare l'acquisto del bene caduto in comunione, di vedersene riconoscere una quota di comproprietà proporzionata all'esborso, risultato, com'è ovvio, perseguibile in forza di una lineare applicazione delle regole sulla formazione dell'oggetto della comunione.

[nota 43] Tesi condivisa da numerosi autori, ripresi adesivamente da G. GENNARI, Lo scioglimento della comunione legale, in Il regime patrimoniale della famiglia, cit., p. 385. In senso contrario A. CECCHERINI, I rapporti patrimoniali tra coniugi nella crisi della famiglia e nel fallimento, Giuffré, 1996, p. 13.

[nota 44] Trib. Fermo 5 settembre 1994, in Giust. civ., 1995, I, p. 1923.

[nota 45] Tra le più recenti Cass. 1 aprile 2003, n. 4959, in Giust. civ. Mass., 2003, p. 4, secondo la quale il saldo di un conto corrente non entra in comunione appunto perché diritto di credito, nonché Cass. 20 gennaio 2006, n. 1197, in Giur. it., 2007, p. 601, con nota di F. PUGLIESE, e in Riv. dir. priv., 2007, p. 189, con nota di T. ROMOLI, «Denaro del coniuge in comunione legale», secondo cui il denaro ricavato dalla vendita di un bene personale rimane tale, anche se depositato su di un conto corrente bancario.

[nota 46] Da parte di Cass. 9 ottobre 2007, n. 21098, in Notariato, 2008, p. 148, con nota di R. SCOTTI, «Comunione legale e titoli di credito».

[nota 47] Cass. 18 agosto 1994, n. 7437, in Le società, 1995, p. 499, con nota di A. MONTESANO, «Cessione di titoli azionari e regime patrimoniale dei coniugi»; in Nuova giur. civ. comm., 1995, I, p. 551, con nota di F. REGINE, «Acquisto di azioni, dichiarazione ex art. 179, comma 1, lett. f), c.c. e comunione legale dei beni tra coniugi»; in Giust. civ., 1995, I, p. 2503; in Fam. e dir., 1994, p. 593, con nota di M.G. CUBEDDU, «Comunione legale e beni personali: limiti probatori e dichiarazione di acquisto», nonché di V. CARBONE, «Sul concetto di adeguatezza dei redditi del coniuge separato», in Riv. not., 1995, p. 939; Cass. 23 settembre 1997, n. 9355, in Corr. giur., 1998, 1, p. 68, con nota di GIOIA; in Studium juris, 1997, p. 1345; in Notariato, 1998, 4, p. 317, nota di SCOZZOLI; in Vita not., 1998, p. 920; Cass. 27 maggio 1999, n. 5172, in Dir. e prat. trib., 2000, II, p. 1095, con nota di DE PIAGGI. Doverosa la citazione del saggio di C. TRINCHILLO, «Partecipazioni sociali e comunione legale dei beni» in Riv. not., 2004, I, p. 852.

[nota 48] Cass. 20 gennaio 2006, n. 1197, cit.

[nota 49] Di cui in passato è stata fatta applicazione per la permuta immobiliare anche in assenza della dichiarazione prevista dall'art. 179, comma 2, c.c.: Cass. 8 febbraio 2003, n. 1556, in Giust. civ., 1993, I, p. 2425, in Dir. fam., 1993, I, p. 980, in Giur. it., 1994, I, p. 270; Cass. 18 agosto 1994, n. 7437.

[nota 50] Cass. 29 novembre 1986, n. 7060, in Foro it., 1987, I, p. 810.

[nota 51] Cass. 7 febbraio 2006, n. 2597, in Giust. civ., 2007, I, p. 2590, con nota di S. D'ORO, «Sulla comunione legale de residuo dei proventi dell' attività separata di ciascuno dei coniugi»; in Corr. giur., 2006, p. 816, con nota di G.OBERTO, «Comunione de residuo e tutela della parte debole»; in Riv. not., 2007, II, p. 148, con nota di G. CARLINI, «Non è sindacabile il fine dell'atto dispositivo del coniuge titolare dei proventi di attività separata che li consumi prima dello scioglimento della comunione».

[nota 52] Nel senso che tutti i beni in comunione devono essere considerati massa unica idonea ad applicare l'art. 34 D.P.R. 131/1986 FORMICA, voce Divisione nel diritto tributario, in Dig., disc. priv., sez. comm., IV, Utet, 1990, V, p. 94.

[nota 53] Secondo Cass. 24 maggio 2005, n. 10896, in Giust. civ. Mass., 2005, p. 6 ad esito dello scioglimento della comunione legale ciascun coniuge può domandare la divisione e quello rimasto nel possesso deve restituire i frutti.

[nota 54] Cass. 24 luglio 2003, n. 11467, in Fam. e dir., 2004, p. 13, con nota di A. FIGONE; Cass. 4 febbraio 2005, n. 2354, in Foro it., 2005, I, c. 1735, nonché in Fam. e dir., 2005, p. 237, con nota di CARBONE, «Ristrutturazione di immobile nella vigenza della comunione legale»; Cass. 24 maggio 2005, n. 10896, in Notariato, 2006, p. 404, con nota di T. ROMOLI, «Acquisto con denaro personale del coniuge in comunione legale», secondo cui l'art. 192, comma 3, c.c. attribuisce il diritto alla restituzione delle somme, non già alla ripetizione del valore degli immobili provenienti dal patrimonio personale, essendo inderogabile il criterio del comma 1 della ripartizione in parti uguali dell'attivo e del passivo, indipendentemente dalla misura della partecipazione agli esborsi necessari all'acquisto dei beni.

[nota 55] I quali, ove intercorrano nei confronti di uno dei coniugi - sul versante attivo, oppure passivo - non subirebbero l'estinzione per confusione.

[nota 56] MASTROPAOLO e PITTER, L'applicazione della disciplina della divisione ereditaria, Padova, 1992, p. 371.

[nota 57] Cass. 9 febbraio 2000, in Fam dir., 2000, p. 458, ha confermato l'applicabilità dell'art. 720 c.c.

[nota 58] Cass. 12 luglio 2007, n. 15592 ha sancito che l'art. 754 c.c. «deve essere interpretato nel senso che il coerede convenuto per il pagamento di un debito ereditario ha l'onere di indicare al creditore questa sua condizione di coobbligato passivo entro i limiti della propria quota, con la conseguenza che ... la sua mancata proposizione consente al creditore di chiedere legittimamente il pagamento per l'intero».

[nota 59] In questo senso Cass. 22 febbraio 1992, n. 2182, in Giust. civ. 1992, I, p. 892. Cass. 18 agosto 1994, n. 7437, cit., ha ricordato che, non richiedendo l'art. 195 c.c. alcuna prova qualificata, la provenienza per donazione o successione ereditaria può essere dimostrata anche attraverso prova testimoniale o indiziaria.

[nota 60] In tema è doveroso il rinvio alla nota opera di G.OBERTO, I contratti della crisi coniugale, 2 tomi, Giuffré, 1999.

[nota 61] Cass. 15 maggio 1997, n. 4306, in Fam. e dir., 1998, p. 81, in Riv. not., 1998, p. 171, ha considerato implicita tale condizione, in quanto tutti gli accordi dedotti nel verbale sono destinati a divenire efficaci con l'omologazione, quando appunto la comunione cessa.

[nota 62] Cass. 17 febbraio 2001, n. 2347, in Foro it., 2001, I, c. 3674, nel senso dell'applicazione dell'art. 19 L. 74/87 (come interpretato dalla C. Cost. 10 maggio 1999, n. 154).

[nota 63] Risoluzione Ag. Entrate - Direz. gen. norm. e cont. 19 ottobre 2005, n. 151, ribadita con la Risoluzione Ag. Entrate- Direz. gen. norm. e cont. 14 dicembre 2007, n. 372.

[nota 64] Cass. 30 maggio 2005, n. 11458.

[nota 65] C. Cost. 11 giugno 2003, n. 202.

[nota 66] Cass. 3 dicembre 2001, n. 15231, in Notariato, 2003, p. 273, con nota di GIUNCHI, secondo cui l'agevolazione non opera «con riferimento ad atti - solo occasionalmente generati dalla separazione - di scioglimento della comunione ordinaria tra gli stessi coniugi, che ben potrebbe persistere nonostante la separazione»; Cass. 22 maggio 2002, n. 7493 ha ribadito che «naturalmente l'esenzione non opera quando si tratta di atti ed accordi che non siano finalizzati allo scioglimento della comunione tra coniugi conseguente alla separazione, ma siano solo occasionalmente generati dalla separazione stessa».

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