L'usucapione del coerede
L'usucapione del coerede
di Salvatore Patti
Ordinario di Diritto privato, Università degli Studi di Roma "La Sapienza"

L'eccezione di usucapione quale impedimento alla divisione ereditaria

La fattispecie dell'usucapione di beni ereditari da parte del coerede è disciplinata dall'art. 714 c.c., secondo cui può domandarsi la divisione anche quando uno o più coeredi hanno goduto separatamente parte dei beni ereditari, salvo che si sia verificata l'usucapione per effetto di possesso esclusivo.

Senz'altro modesta la rilevanza normativa della prima frase della norma, poiché risponde ai principi generali il fatto che il godimento (temporaneo) di un bene (altrui) non possa precludere l'esercizio del diritto di proprietà da parte del (coerede) titolare. Il nucleo della norma si ravvisa quindi nella seconda frase, che prevede la possibilità dell'usucapione per effetto di possesso «esclusivo» del coerede.

Si noti, fin d'ora, che l'usucapione di beni ereditari può ovviamente verificarsi anche a favore di un soggetto non coerede, che tuttavia abbia posseduto, per il tempo richiesto dalla legge, beni appartenenti all'asse ereditario. Si pone, pertanto, il problema di verificare quale sia il contenuto specifico della norma in esame rispetto alla disciplina generale in tema di possesso e di usucapione.

In effetti, l'art. 714 c.c. è stato definito «norma inutile» da parte della dottrina, ma non in quanto ripetitiva delle norme previste in tema di possesso, bensì poiché la regola in essa contenuta sarebbe già rinvenibile in quella dettata in tema di comunione, secondo cui «Il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso» (art. 1102, comma 2, c.c.).

La coincidenza, invero, non si riscontra sul piano letterale, ma sussisterebbe, secondo alcuni autori, se si confronta la regola da ultimo riportata con quella elaborata dalla giurisprudenza con riferimento all'art. 714 c.c., alla luce della quale il coerede può conseguire l'usucapione dei beni goduti separatamente senza bisogno di porre in essere alcuna interversione del possesso. Sarebbe questo il significato desumibile dall'espressione adoperata dal legislatore del codice vigente relativamente al carattere «esclusivo» del possesso.

L'art. 985 del codice civile del 1865 stabiliva invece che non si poteva decidere la divisione quando vi fosse stato da parte di uno dei coeredi possesso sufficiente a fondare la prescrizione (acquisitiva). La norma coincideva con quella dell'art. 816 Code civil, secondo cui «Le partage peut être demandé même quand l'un des cohéritiers aurait joui séparément de partie des biens de la succession, s'il n'y a eu un acte de partage, ou possession suffisant pour acquérir la prescription». L'aggettivo "sufficiente" si riferiva, pertanto, secondo il modello francese, all'elemento temporale, cioè alla durata del possesso richiesta per il verificarsi dell'acquisto. L'aggettivo «esclusivo», viceversa, fermo restando il presupposto della durata del possesso prevista dalla legge, è servito a precisare - secondo la dottrina prevalente - che ai fini del verificarsi dell'usucapione da parte del singolo coerede non è necessaria una interversio possessionis, ai sensi dell'art. 1141 c.c., e cioè un mutamento del titolo del possesso per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione dell'interessato nei confronti degli altri coeredi.

Il rapporto tra la norma in tema di divisione ereditaria e quella in tema di uso della cosa comune

Non sembra quindi corretta la tesi, sopra brevemente riferita, secondo cui l'art. 714 c.c. sarebbe un'inutile ripetizione dell'art. 1102 c.c., dettato in tema di comunione.

Il secondo comma di quest'ultimo articolo stabilisce, infatti, che «il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso». La fattispecie disciplinata riguarda quindi il compartecipe che ha conseguito il possesso della cosa comune in base all'esercizio di fatto del potere. Ora, essendo ogni partecipante legittimato a godere dell'intera cosa comune - in tal senso si precisa che ogni partecipante gode in solidum quanto all'uso, pro quota quanto ai frutti - la legge richiede il compimento di «atti idonei» a mutare il titolo del suo possesso, cioè di atti che servono a rendere incompatibile l'esercizio del potere con il permanere del compossesso altrui: in altri termini un dominio esclusivo sul bene, tale da escludere gli altri compartecipi e quindi non conciliabile con il mero uso della (intera) cosa comune che la legge consente ad ogni compartecipe.

Conseguentemente, la norma di cui all'art. 714 c.c. non può considerarsi una ripetizione di quella, più generale, dettata nell'art. 1102, comma 2, c.c. Mentre la seconda, alla luce di una diffusa dottrina, richiedendo gli "atti idonei" finisce per ribadire la regola generale in tema di possesso, che prescrive il mutamento del titolo, la prima rappresenta un'eccezione, proprio perché non richiede alcun atto di interversione. Pertanto, norma eccezionale rispetto alla disciplina generale del possesso è soltanto quella dettata in tema di usucapione del coerede, e si pone l'esigenza di indicare il fondamento di tale regola specifica.

Le due regole contenute nell'art. 714 c.c.

Per individuare le ragioni della suddetta eccezione, occorre anzitutto soffermarsi sul dettato dell'art. 714 c.c. La norma, a ben vedere, fa riferimento a due diverse fattispecie e contiene, corrispondentemente, due regole.

La prima riguarda il godimento «separato» di una parte dei beni ereditari ad opera di uno o più coeredi, tale tuttavia da non determinare acquisto per usucapione. Ciò può verificarsi (a) perché l'utilizzazione dei beni non è configurabile come possesso, ad esempio in caso di tolleranza (art. 1144 c.c.) degli altri coeredi, oppure (b) perché, pur configurandosi il possesso, non è decorso il tempo necessario per l'usucapione.

La seconda fattispecie riguarda invece l'ipotesi in cui l'usucapione si è verificata «per effetto di possesso esclusivo». Ad avviso di chi scrive, questa ipotesi non è diversa, se non per il compimento del periodo di tempo richiesto per l'usucapione, da quella sopra indicata come (b), poiché elemento comune ad entrambe è la presenza di un possesso che presenta le caratteristiche richieste per condurre all'usucapione.

In definitiva, la divisione può essere richiesta nonostante il godimento "separato" di parte dei beni ereditari di uno o più coeredi, senza limiti di tempo poiché la proprietà non è soggetta a prescrizione, tranne che si sia verificata l'usucapione dei beni stessi. Ciò non accade se il godimento dei beni non ha presentato le caratteristiche necessarie per determinare il possesso oppure se - pur configurandosi il possesso - la divisione viene richiesta prima del compimento del termine previsto per l'usucapione.

Ritornando al problema della ratio della norma in esame, rispetto a quella più generale dettata in tema di comunione (art. 1102, comma 2, c.c.) che, come si è visto, nonostante la diversa terminologia, rispetta la regola generale sulla interversione del possesso, occorre muovere dalla qualificazione del rapporto tra i coeredi e i beni dell'eredità.

I coeredi rispetto ai beni in comunione non sono possessori in senso tecnico bensì - con riferimento alla propria quota - detentori. Essi infatti godono dei beni in base ad un titolo, non esercitano un potere di fatto (art. 1141 c.c.). Posto che tutti i coeredi sono detentori, secondo le regole generali, il detentore che intende escludere gli altri e divenire possessore dovrebbe opporsi agli altri coeredi, cioè esercitare l'interversione (così come prevede, sia pure con diversa formulazione, l'art. 1102, comma 2, c.c. in tema di comunione).

La giustificazione della regola secondo cui non occorre interversione deve allora ricercarsi nella peculiarità della fattispecie descritta nel primo comma dell'art. 714 c.c. ove si pone a base della regola il godimento "separato" dei beni ereditari, cioè tale da escludere il contemporaneo godimento degli altri coeredi. In altri termini, l'interversione non si considera necessaria perché, a differenza di quanto avviene nella fattispecie della comunione ex art. 1102 c.c. in cui il godimento dell'intera cosa comune da parte di uno dei compartecipi non è tale da escludere il concorrente godimento degli altri, nel caso in esame il presupposto è quello di un godimento separato di un coerede di parte dei beni degli altri coeredi. Di conseguenza, non occorre l'interversione perché ab initio si determina un'esclusione degli altri coeredi dal godimento di singoli beni facenti parte dell'asse ereditario, e quindi, con riferimento ai beni eccedenti la quota del coerede che utilizza i beni, si configura una situazione di possesso e non di detenzione.

A contrario, deve allora ritenersi che l'interversione sia necessaria se il coerede inizia a godere dei beni sulla base della tolleranza degli altri coeredi, di un loro permesso o di un comodato. In queste ipotesi, infatti, senza interversione non può configurarsi il possesso (esclusivo) di cui parla il secondo comma dell'art. 714 c.c. Al riguardo si noti che l'ultima frase dell'art. 1141 c.c., il quale disciplina il mutamento della detenzione in possesso mediante «causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione», precisa che la regola «vale anche per i successori a titolo universale».

L'irrilevanza dell'animus possidendi

Come spesso accade analizzando (la dottrina e) la giurisprudenza in tema di possesso e di usucapione, anche nella fattispecie in esame la ricerca delle soluzioni e l'individuazione della regola da applicare sono state spesso accompagnate dal ricorso a presunzioni - non previste dalla legge - e soprattutto dal richiamo all'elemento dell'animus possidendi.

Numerose sentenze, precisamente, hanno imposto al coerede che affermava di avere usucapito l'onere di dimostrare l'animus possidendi, stabilendo che fosse necessario evidenziare una inequivoca volontà di possedere uti dominus e non uti condominus.

In realtà, nelle norme in esame, come del resto in quelle degli art. 1140 e s.s. c.c., la legge non contiene alcun riferimento all'elemento soggettivo. è quindi compito dell'interprete ricostruire la disciplina vigente senza fare ricorso ad un elemento non richiesto pur se frequentemente utilizzato dalla giurisprudenza, peraltro con risultati insoddisfacenti e contraddittori, soprattutto perché spesso l'animus viene considerato provato attraverso presunzioni.

Il carattere della «esclusività» del possesso richiesto dall'art. 714 c.c. non dipende da un animus domini o possidendi di chi esercita il potere sulla cosa, bensì dalla caratteristiche oggettive del suo rapporto con il bene, che potrebbe non limitarsi al godimento «separato» dei beni, e così non contrastare con la volontà e gli interessi degli altri coeredi, e deve invece essere tale da escluderli da ogni possibilità di intervento e di godimento (se anche questi ultimi lo volessero) del bene.

L'esame del giudice di merito per l'accertamento della esclusività del possesso non deve quindi indirizzarsi all'(incerto) elemento soggettivo del possessore ma alle circostanze oggettive sopra descritte.

L'irrilevanza dell'animus possidendi nella materia in esame trova peraltro una precisa corrispondenza - come accennato - nella disciplina generale del possesso. Il tema non può essere approfondito in questa sede e mi permetto pertanto di rinviare al mio saggio pubblicato sulla Rivista di diritto civile, 2003, I, p. 149 e ss.

Accertamento del possesso e comunione ereditaria

L'accertamento del possesso idoneo all'usucapione presenta nel caso in esame difficoltà maggiori di quelle usuali date le peculiari caratteristiche della comunione ereditaria. I beni appartenenti all'eredità sono infatti indivisi ed è usuale e spesso opportuno - che vengano utilizzati da uno o più coeredi. Di conseguenza, in primo luogo, non è agevole stabilire se il coerede che esercita l'attività desidera utilizzare i beni che (in astratto) gli spetteranno a seguito della divisione oppure se intenda possedere e usucapire beni destinati a soddisfare gli altri coeredi. Il problema si pone con estrema evidenza quando il coerede utilizza beni che eccedono la propria quota. Ma anche in tali ipotesi, posta la mancata identificazione dei beni destinati a soddisfare le singole quote, l'utilizzazione dei beni da parte di un coerede può non destare un particolare "allarme" in capo agli altri coeredi. è per questo motivo - a mio avviso - che la legge ha previsto il carattere «esclusivo» del possesso, che deve quindi essere caratterizzato da un'oggettiva esclusione degli altri coeredi e non da atti idonei a determinare un godimento separato ma compatibili con la permanenza dei beni nella comunione in attesa della divisione.

Correttamente, quindi, la giurisprudenza ha escluso che il compimento di una serie di atti di amministrazione, ad esempio il pagamento di imposte, possa servire a dimostrare il possesso esclusivo. Ma soprattutto, in tale contesto, devono essere segnalate le sentenze che hanno posto al coerede che intende usucapire l'onere di comunicare «anche con modalità non formale» l'intenzione di possedere in via esclusiva e quindi di usucapire (Cass. 20 giugno 1996, n. 5687; Cass., 9 aprile 1990, n. 2944). Ed al riguardo è interessante osservare che una analoga soluzione, per tutelare il proprietario destinato a subire l'usucapione, è stata adottata dal legislatore inglese in termini generali introducendo il presupposto di una notifica da parte del possessore nei confronti del proprietario da effettuare due anni prima del compimento del termine previsto per l'usucapione.

Ulteriori problemi interpretativi dell'art. 714 c.c.

L'art. 714 c.c. non ha costituito oggetto di studi approfonditi e la giurisprudenza si limita sovente a ripetere stancamente massime ormai consolidate, senza alcun vaglio critico.

Desiderando, in conclusione, analizzare gli ulteriori problemi interpretativi che si sono posti, occorre anzitutto chiarire che, sebbene rubrica e testo della norma facciano riferimento a «parte» dei beni ereditari, il godimento separato ed il possesso esclusivo - e di conseguenza l'usucapione - possono anche riguardare tutti i beni ereditari degli altri coeredi. L'uso del termine «parte» può forse giustificarsi in base alla considerazione che alcuni dei beni oggetto della comunione non possono usucapirsi poiché riconducibili alla quota dello stesso coerede che possiede e usucapisce. In altri termini l'usucapione non può riguardare l'intero compendio ereditario poiché una parte dei beni - quelli corrispondenti alla sua quota - sono di proprietà del coerede stesso.

Corretto invece il riferimento ai beni e non alla quota o alle quote degli altri coeredi, poiché oggetto del possesso possono essere soltanto beni e non la quota o le quote degli altri coeredi. Poco precisi devono quindi considerarsi i contributi dottrinali e le numerose decisioni che parlano di possesso e di usucapione della quota o delle quote degli altri coeredi.

Tra l'altro, la dottrina ha omesso di precisare che nel caso di usucapione di una parte dei beni ereditari ad opera di uno o più coeredi, le quote di tutti i coeredi rimangono uguali mentre, essendosi ridotta la massa dei beni appartenenti alla comunione, diminuirà in proporzione - e in corrispondenza delle quote - la quantità di beni destinati a soddisfare le singole quote, compresa quella del coerede che ha usucapito.

Più complessa la questione, prima brevemente accennata, della qualifica, in termini di possesso o di detenzione del rapporto tra coerede e beni. Al riguardo occorre premettere che la materia in esame risente delle incertezze e della confusione terminologica che si riscontrano in tema di possesso. Ai fini di un tentativo di chiarimento occorre precisare che il possesso in senso tecnico è una situazione di fatto, basata sull'esercizio di un potere di fatto (art. 1140 c.c.). Il proprietario, quindi, non possiede il proprio bene ma ne ha (o meno) la disponibilità materiale. Gli stessi principi devono valere in materia successoria. Così, la regola secondo cui il possesso del de cuius continua nell'erede (art. 460 c.c.), deve essere intesa in senso restrittivo, cioè soltanto con riferimento ai beni (dei quali il de cuius non era proprietario ma che erano da lui) posseduti.

Perfettamente in linea con la ricostruzione sopra prospettata risulta altresì la norma dell'art. 460 c.c., che attribuisce al chiamato all'eredità le azioni possessorie a tutela dei beni ereditari, senza bisogno di materiale apprensione. Le azioni possessorie, come è noto, possono essere esercitate anche dal proprietario e non sono quindi necessariamente legate ad una situazione di fatto.

Alla luce di quanto brevemente esposto, mi sembra che la situazione giuridica in cui si trovano i coeredi prima della divisione è quella di una comproprietà per quanto concerne la titolarità dei beni che fanno parte dell'asse ereditario, mentre, per quanto concerne il possesso, una situazione di compossesso è soltanto eventuale ed essa può correttamente riferirsi soltanto al potere (di fatto) esercitato sui beni che eccedono la quota dei singoli coeredi.

Prevedendo, ai fini dell'usucapione, il possesso esclusivo, l'art. 714 c.c. richiede in definitiva un possesso del singolo coerede su una parte dei beni (o tutti i beni) degli altri coeredi, possesso che - come detto - deve presentare le caratteristiche richieste dagli art. 1140 e ss. c.c.

La formulazione letterale dell'art. 714 c.c., peraltro, contiene una contraddizione, non rilevata dalla dottrina, poiché da un lato fa riferimento esclusivamente al godimento separato di parte dei beni ereditari e - ciò che più rileva - alla conseguente usucapione a seguito di possesso esclusivo, dall'altro lato stabilisce che in tale ultimo caso non può chiedersi la divisione. In altri termini, un'interpretazione letterale della norma porterebbe ad escludere la possibilità di chiedere la divisione anche nelle ipotesi in cui (soltanto) una parte dei beni ereditari sia stata usucapita da uno o più coeredi a seguito di possesso esclusivo, mentre, ovviamente, alla luce della ratio della norma e dei principi della materia occorre pervenire alla diversa soluzione che ammette la divisione di tutti i beni non usucapiti.

Altra questione non risolta della norma in esame, e non approfondita in dottrina, riguarda il rapporto tra i beni che formano oggetto della quota del coerede (che usucapisce) e i beni che vengono usucapiti. In altri termini, se uno dei coeredi chiede la divisione e un altro coerede eccepisce e dimostra di avere usucapito parte dei beni, a quest'ultimo coerede - a mio avviso - deve essere riconosciuta una parte dei beni (residui rispetto a quelli usucapiti) corrispondente alla sua quota, oltre a quelli acquistati a titolo originario. Pertanto, i beni usucapiti devono essere sottratti alla comunione dei beni e la divisione, in base alle quote, avviene sui beni residui.

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