Diritti particolari del socio: i diritti amministrativi
Diritti particolari del socio: i diritti amministrativi
di Enrico Bellezza
Notaio in Milano

Premessa

Ci tengo a sottolineare il fatto che le riflessioni che in questa sede presenterò nascono da un lavoro non soltanto mio, ma anche della brava Collega Camilla Barzellotti, che già da alcuni anni ha approfondito l'argomento e ha messo gentilmente a mia disposizione le sue considerazioni che ben volentieri riprenderò. Un sincero grazie e complimenti, quindi, a Camilla.

Veniamo ora all'oggetto della relazione odierna.

Introduzione

Art. 2468 - Quote di partecipazione

1. comma (omissis)

2. comma (omissis)

3. comma: «Resta salva la possibilità che l'atto costitutivo preveda l'attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l'amministrazione della società o la distribuzione degli utili».

Qualunque riflessione teorica e pratica sul tema dei diritti particolari del socio della Srl, non può prescindere da un'analisi attenta e puntuale della disposizione contenuta nell'art. 2468, comma 3.

Dobbiamo attribuire un contenuto pratico alla disposizione in esame e rispondere al quesito fondamentale, ovvero se l'ambito di applicazione sia strettamente quello letteralmente indicato, ovvero se l'autonomia statutaria possa liberamente stabilire quei diritti che sfuggiranno così alle regole dell'equivalenza e della proporzionalità, poste dal secondo comma dello stesso articolo.

Già la lettera della norma ci fa comprendere la sfera d'influenza di questa disposizione, che, a mio parere, rappresenta la sublimazione del concetto di elasticità e personalizzazione della nuova società a responsabilità limitata.

Se ben comprendiamo queste disposizioni, ci accorgiamo che, per accordo contrattuale, può non esservi alcuna coincidenza tra conferimento, partecipazione e diritti del socio, sia amministrativi, che patrimoniali. è veramente il trionfo dell'autonomia statutaria!

La norma fa riferimento sia a diritti amministrativi (che possiamo definire come modalità di partecipazione del singolo socio alla formazione della volontà sociale), che a diritti patrimoniali (intesi come modalità di partecipazione del singolo socio ai risultati dell'attività economica comune).

Anzitutto, occorre rilevare come l'espressione utilizzata (a singoli soci) debba farci concludere che, tutte le volte in cui ci si trovi in presenza di disposizioni e clausole che attribuiscono diritti alla totalità dei soci, non si rientri nell'ambito di applicazione dell'art. 2468, ma semplicemente si sia in presenza di pattuizioni contrattuali generali. Perché si realizzi la fattispecie qui considerata, dunque, è necessario che i particolari diritti vengano attribuiti a uno o più soci espressamente indicati, con nome e cognome, in atto costitutivo/statuto e che uguali diritti non spettino a tutti gli altri. è praticamente unanime, sia nella prassi statutaria, che in dottrina, l'interpretazione che considera illegittime clausole che attribuiscano particolari diritti a terzi estranei alla compagine sociale, sulla base della considerazione che tutta la disciplina della Srl è incentrata sull'organizzazione societaria contrattualmente regolata e sulla centralità della figura del socio; pare assurdo pensare di legittimare l'intervento "pesante" nella formazione della volontà sociale a persone che non hanno sottoscritto il rapporto contrattuale.

Rimane aperto e da affrontare con estrema prudenza il tema della possibilità o meno di attribuire particolari diritti a soggetti che soci non sono, ma che hanno uno stretto rapporto con singoli soci e con le loro partecipazioni, quali l'usufruttuario ed il creditore pignoratizio.

L'usufruttuario ed il creditore pignoratizio (ma potremmo aggiungere anche il sequestratario ed il custode) non sembrano infatti essere considerati dal legislatore terzi estranei, tanto è vero che l'articolo 2352 (richiamato per la Srl dal 2471-bis), detta quale regime legale, ovviamente derogabile dalle disposizioni statutarie, la spettanza del diritto di voto e degli altri diritti amministrativi in via esclusiva o concorrente con il socio, anche al creditore pignoratizio ed all'usufruttuario e, nel caso di sequestro, al custode.

Da questa considerazione trarre il corollario che si possano attribuire particolari diritti nella formazione della volontà sociale anche a tali soggetti, ci sembra però forse un poco troppo ardito. Del resto, come sempre ha insegnato quel grande Maestro di vita e di diritto che è il Presidente, Guido Capozzi, il giurista deve imparare a convivere con il dubbio.

La norma, poi, usa l'espressione "particolari diritti", dovendosi intendere per tali, secondo il significato lessicale, quelli che si distinguono dagli altri per le loro caratteristiche.

Prosegue precisando che questi particolari diritti possono riguardare l'amministrazione della società o la distribuzione degli utili e l'utilizzo di queste espressioni ha fatto concludere ad alcuni nel senso di ritenere tassativa l'indicazione normativa, limitando così i diritti particolari a quelli appunto concernenti l'amministrazione della società e la distribuzione degli utili.

La dottrina prevalente e quasi unanime, come le massime formulate, propendono invece per l'interpretazione opposta.

L'elasticità del modello della nuova Srl, l'ampia autonomia statutaria alla stessa concessa, i principi contenuti nella legge delega, l'autonomia concessa espressamente alla SpA nel riempire di diritti diversi le categorie di azioni, tutto fa concludere nel senso che l'espressione utilizzata, come in altri casi, menzioni solo le due ipotesi testuali in via esemplificativa, come per far comprendere che si possono attribuire particolari diritti persino per l'amministrazione e la distribuzione degli utili.

Del resto ed a conferma della tesi qui esposta, il testo del secondo comma dell'art. 2348, in tema di SpA, laddove permette che lo statuto crei categorie di azioni fornite di «diritti diversi, anche per quanto concerne l'incidenza delle perdite», non è mai stato interpretato nel senso di consentire solamente questo diritto diverso. Sarebbe stato un assurdo stravolgimento la volontà del legislatore.

Dobbiamo concludere pertanto che il contenuto dei particolari diritti sia liberamente determinabile dai soci, salvo ovviamente il rispetto dei principi generali e delle norme inderogabili.

Le declinazioni societarie

Lo strumento legale rappresentato dai particolari diritti amministrativi, coniugato con quello della possibile attribuzione di partecipazioni non proporzionali al conferimento, offre la possibilità di calibrare, come si è detto, la soggettività del singolo socio in un contesto oggettivo come sono lo strumento societario e le norme relative al funzionamento della società stessa. Per la verità, i due diritti particolari, quelli amministrativi e quelli patrimoniali, sono spesse volte intersecati l'uno nell'altro, in un legame quasi interdipendente. Si cercherà, nel corso della relazione e visto il tema assegnato, di scindere i due diritti, lasciando ad altra relazione l'individuazione del pendant patrimoniale.

Il tema dei particolari diritti amministrativi si presta ad essere applicato ad una serie innumerevoli di fattispecie. Se ne possono, schematicamente ed ai nostri fini, individuare quattro:

- la Srl chiusa, che vede protagonisti un pater familias imprenditore ed il nucleo familiare, come pure, in altri casi, soci che mettono in comune la propria attività e quindi "Srl più di persone";

- la Srl aperta all'ingresso di investitori e quindi "più di capitale";

- la Srl strumentale ad enti filantropici e quindi «di persone e capitale, assoggettata a finalità altruistiche»;

- la Srl, collegata ad enti pubblici, riguardata sotto il profilo del tema del c.d. controllo analogo.

La "Srl chiusa"

è il caso di una società costituita da soci persone fisiche legate da rapporti familiari (ad es. pater familias e figli), tutti diretti partecipi dell'attività imprenditoriale (assimilabile al caso di soci che mettono in comune la propria attività) il cui patrimonio iniziale sia sostanzialmente rappresentato dal conferimento di beni in natura e/o danaro da parte del pater familias.

In tale circostanza, il rispetto di una sorta di "gerarchia" imprenditoriale che trova nel pater familias-imprenditore il suo apice, appare elemento genetico, nel contesto di una evidente esigenza di attribuire un peso specifico, anche diverso, a ciascun socio. Chiaro come un simile risultato possa/debba passare attraverso particolari diritti patrimoniali, ma è pure chiaro che i particolari diritti amministrativi sono di ausilio.

Quali possono essere questi diritti? In sintesi (ed evidentemente non in via tassativa): il diritto di rivestire la qualità di amministratore e/o di nominare uno o più amministratori, la possibilità di porre il veto in relazione a specifiche operazioni gestionali (riguardanti l'azienda, i beni costituenti il patrimonio sociale, le operazioni di ricorso al credito), il diritto di esprimere il proprio gradimento nel caso di trasferimento a terzi delle partecipazioni sociali.

Tali diritti sono attribuiti in via esclusivamente personale e considerati e voluti come intrasmissibili in caso di trasferimento anche parziale della partecipazione, così da mantenere inalterati, salvo modifica unanime, gli assetti organizzativi condivisi.

Quali sono gli argomenti a sostegno della legittimità di clausole di tal fatta?

In primis, come già detto, il tenore letterale della norma in commento. In secondo luogo, milita a favore della legittimità l'impianto codicistico che in tema di competenza gestionale è caratterizzato da una flessibilità tale (art. 2475, comma 1, c.c., articolo 2479, comma 1, c.c.) da rendere possibile sia la coincidenza tra soci ed amministratori, sia l'attribuzione a terzi della funzione amministrativa, sia la previsione di meccanismi di designazione degli amministratori diversi dalla decisione dei soci assunta ai sensi dell'art. 2479 c.c.

Il limite di flessibilità in tema di competenza decisionale è stabilito dal secondo comma dell'art. 2479 c.c. ("in ogni caso"), norma ritenuta unanimamente inderogabile, in tema di competenza decisionale dei soci collettivamente intesi; comma che segna quindi ad un tempo il limite per la attribuzione di competenze decisionali agli amministratori ed il limite alla possibilità di riservare a singoli soci particolari diritti amministrativi.

è evidente che dovrà essere in statuto determinato puntualmente il contenuto del diritto attribuito ("speciali diritti") ed indicato/i nominativamente il/i soggetto/i cui il diritto viene riconosciuto ("singoli soci"). Tutto questo al fine di coordinare, da un lato, l'attribuzione degli speciali diritti con la scelta della forma amministrativa e dall'altro il grado di ripartizione di competenze decisionali tra organo amministrativo e soci più coerente in termini organizzativi al fine voluto [nota 1] (tenendo comunque presente il diritto concesso dall'art. 2479, comma 1, c.c. a determinare uno spostamento decisionale in capo ai soci).

Vi sono poi altre questioni che ben possono essere risolte, se come detto, vi è una disciplina puntuale del "diritto e del titolare": la disciplina delle modalità effettive della designazione/nomina degli amministratori, così da precisare se il socio titolare dei diritto particolare concorra o meno con gli altri soci nella nomina di eventuali altri membri dell'organo amministrativo; l'individuazione della durata del diritto attribuito, così come quella del soggetto cui compete il diritto di revoca (lo stesso nominante o la collettività dei soci); risolvere espressamente il tema se vi sia deroga al principio dell'unanimità per la modifica dei diritti particolari, ovvero no, e quindi sia possibile una revoca a maggioranza; la disciplina della revoca nei casi di giusta causa [nota 2]; i possibili rimedi nei casi di inerzia del titolare nell'esercizio del diritto [nota 3]; colmare le lacune di disciplina prevedendo meccanismi di contrappeso al potere in termini di responsabilità ulteriori rispetto a quanto disposto dall'art. 2476, comma 7, c.c.

Diverso è il tema della ammissibilità di clausole che introducano diritti particolari che incidano sulla proporzionalità del diritto di voto e/o prevedano particolari diritti di veto e/o consentano la decisione del singolo socio in relazione a specifiche materie od operazioni, che sarebbero invece normalmente rimesse alla decisione dei soci. Qui il particolare diritto amministrativo si lega in maniera specifica al particolare diritto patrimoniale.

L'interpretazione dominante in dottrina è nel senso della inammissibilità di deroghe alla proporzionalità tra entità della partecipazione e diritto di voto (quantomeno nelle materie di cui all'art. 2479, comma 2), che assurge a elemento tipologico, data la natura precettiva del disposto dell'art. 2479, comma 5, c.c., letteralmente ricavabile dall'assenza di ogni riferimento a diversa disposizione dell'atto costitutivo.

Unico meccanismo contrattuale idoneo a conseguire tale risultato sembra essere quindi quello della attribuzione di partecipazioni non proporzionali al conferimento consentita dall'art. 2468, comma 2, c.c.

Per quanto attiene invece alla possibilità attribuire ad un socio un peso non proporzionale alla partecipazione posseduta per determinate decisioni gestionali, ad esempio attraverso il riconoscimento di particolari diritti di veto e/o autorizzazioni preventive e/o diritto alla decisione diretta di specifiche operazioni, si può sostenere che ciò sia ammissibile purchè limitatamente a specifiche materie oggetto di diritti particolari e nei limiti in cui sia possibile la deroga alla competenza decisionale dei soci di cui all'art. 2479, comma 1, c.c. (e quindi mai in relazione alle materie "in ogni caso" riservate alla competenza dei soci, per le quali sarà tuttavia possibile realizzare la volontà dei soci prevedendo la necessaria unanimità dei consensi).

Un tema centrale e comune a tutte le fattispecie esaminate, è quello della trasferibilità della partecipazione da parte del socio "privilegiato" in merito al quale si può affermare che la volontà di consentire la cedibilità della quota, ma al contempo legare indissolubilmente i diritti riconosciuti al singolo socio, è necessità attuabile in perfetto accordo con la ratio della disciplina dei diritti particolari, quali diritti ad personam.

Pare perciò opportuno che sia statutariamente prevista e disciplinata la cessione della partecipazione del socio privilegiato e il conseguente estinguersi dei diritti particolari ad esso riconosciuti.

Occorre comunque rilevare che la possibilità di trasferire la partecipazione mantenendo in essere i diritti particolari è messa in dubbio da larga parte della dottrina, sulla scorta di valutazioni sostanzialmente di carattere sistematico, oltre che letterale.

Secondo questa interpretazione, si verrebbe infatti a creare il rischio di una moltiplicazione dei soggetti privilegiati e si consentirebbe la possibile oggettivizzazione della partecipazione privilegiata, in contrasto con la lettera della norma e la funzione di personalizzazione della partecipazione stessa, ben espressa nella Relazione accompagnatoria al D.lgs. 6/2003, ove si evidenzia come scelta normativa coerente con le caratteristiche personali del tipo societario il non aver previsto la possibilità di categorie di quote.

La materia del trasferimento delle partecipazioni e della modifica dei diritti particolari è però materia sicuramente disponibile da parte dei soci, che quindi potranno contrattualmente prevedere sia l'intrasmissibilità, comportante verosimilmente il diritto al recesso per il socio privilegiato ex art. 2469, comma 2, c.c. [nota 4], sia la cedibilità della partecipazione e in tale caso la perdita dei diritti particolari ed il loro venir meno, ovvero (almeno per una parte della dottrina) addirittura il mantenimento in capo al nuovo socio. Su questo punto, preferirei sostenere che i diritti particolari concessi al cedente vengano meno, ma l'unanimità dei soci ne attribuirà nuovi di contenuto identico al socio subentrante.

La "Srl aperta"

Affrontiamo ora il caso della Srl aperta all'ingresso di uno o più soci investitori [nota 5].

Alcuni degli interessi che possono essere sottesi al modello in esame sono, con riferimento alle aspettative del socio investitore: i) l'interesse al mantenimento del controllo nelle decisioni gestorie di rilevanza strategica (che potrebbe trovare attuazione nel riconoscimento di diritti particolari di nomina di membri dell'organo amministrativo e di controllo, se esistente, di autorizzazione delle operazioni di maggior rilevanza economica ovvero operazioni straordinarie, operazioni sul capitale e modifiche statutarie); nonché ii) l'interesse alla possibile liberazione e monetizzazione dell'investimento attraverso adeguati meccanismi di uscita (che potrebbe essere attuato mediante la concessione di un particolare diritto di recesso); iii) l'incidenza ridotta dei risultati negativi dell'attività sociale sull'investimento (attraverso il diritto particolare a rispondere delle perdite dopo gli altri soci); iv) l'interesse a valorizzare il contributo in termini di apporto di specifiche competenze da parte dei soci direttamente coinvolti nell'attività d'impresa, riconoscendo ad essi ampio potere nella ordinaria gestione imprenditoriale e meccanismi premiali.

Quante delle aspettative delineate possono trovare regolamentazione direttamente nel contratto sociale, senza che si debba relegarli nell'ambito dei patti parasociali? Come lo strumento dei diritti particolari può essere sfruttato?

Quanto ai diritti particolari di nomina diretta e/o privilegiata di membri o del'intero organo amministrativo, non si pone in dubbio la possibilità della loro introduzione; fortemente dubbia invece è la possibilità, stante la riserva di cui all'art. 2479, comma 2, c.c. di una nomina extra assembleare e/o non proporzionale dei membri del collegio sindacale, quantomeno ove questo sia organo obbligatorio ex legge, e/o del liquidatore/i. Anche qui, la discussione è aperta: a mio parere, oltre al dato letterale, induce a questa opinione anche la funzione di tutela dei soci tutti e dei terzi svolta dall'organo di controllo (quando sia obbligatorio), che deve far sì che tutti gli interessi siano rappresentati; per questo motivo, pur non avendo certezze, non ritengo ammissibile la nomina di tutti i sindaci rimessa per diritto particolare ad un socio solamente.

Appare evidente, infatti, una diversa valutazione, non in chiave meramente organizzativa ed interna, da parte del legislatore, della rilevanza dell'organo di controllo, e dell'organo cui è delegata la funzione liquidativa, rispetto alle regole di gestione dell'impresa sociale.

Gli eventuali ed "utili" diritti di veto/di rilascio di autorizzazioni/di impartire direttive vincolanti in ordine ad operazioni straordinarie, potranno certamente essere riconosciuti mediante l'attribuzione di diritti particolari, con esclusione tassativa però delle materie di cui all'art. 2479, comma 2, c.c., nelle quali tali diritti potranno essere garantiti unicamente con l'elevazione all'unanimità dei quorum necessari per l'assunzione delle relative decisioni. Si badi però che l'introduzione dell'unanimità (pressoché unanimemente ammessa), possiede un rovescio della medaglia, perché non più di diritto particolare si tratterà, ma di diritto di veto sostanzialmente concesso ad ogni socio.

In relazione, poi, ad altre operazioni gestorie economicamente rilevanti si può porre in dubbio e forse concludere negativamente, in presenza di organo amministrativo pluripersonale, la possibilità di riconoscere diritti che contrastino con quanto disposto dall'art. 2475, ultimo comma, c.c., che riserva all'organo amministrativo collegiale la redazione del progetto di bilancio, dei progetti di fusione e scissione nonché le decisioni di aumento del capitale delegate agli amministratori ex art. 2481 c.c.

Srl strumentale

Un ulteriore caso di applicazione di particolari diritti amministrativi non infrequente nella pratica è quello relativo alla costituzione di società strumentali da parte di organizzazioni non profit (associazioni o fondazioni che siano) per lo svolgimento di attività durevoli, anche di natura commerciale, nei limiti delle leggi fiscali vigenti, a supporto delle finalità istituzionali, come pure per la realizzazione e successiva gestione di un' "opera unica" (si pensi ad un centro di accoglienza, come pure un museo, come pure una struttura di ricovero). è pacifico che l'ente filantropico giuridicamente riconosciuto abbia la necessità di avere uno stretto controllo dell'ente lucrativo strumentale e ciò proprio per evitare il rischio che la società commerciale esca dai limiti imposti dall'eticità del sistema. Una volta, ante riforma, tale garanzia era ottenuta dalla Srl unipersonale, bloccata in punto di ingresso di investitori puri, ovvero dalla necessaria sottoscrizione della maggioranza del capitale sociale. Oggi non è più così ed i particolari diritti amministrativi del socio-fondazione od associazione offrono le necessarie garanzie gestorie, le quali possono essere tanto quelle analizzate in questa relazione come "primo caso", quanto quelle del secondo.

è evidente che i soli diritti amministrativi non bastano, perché una delle vocazioni di queste società strumentali è anche quella di costituire un veicolo di finanziamento per l'ente non profit: sovvengono perciò anche i particolari diritti patrimoniali. Una corretta, possibile e legittima miscela dei due diritti particolari (amministrativi e patrimoniali) è quella soluzione tecnica coerente offerta dalla riforma a tante associazioni, fondazioni ed enti pubblici.

Srl pubblica e controllo analogo

Una applicazione dei particolari diritti amministrativi qui in commento si è avuta per tutte quelle "società comunali" (si pensi ad esempio alle farmacie o alla produzione e distribuzione gas, acqua, energia, ecc.), allorquando si è affacciato nel nostro ordinamento il tema del c.d. "controllo analogo".

La questione si pone, sinteticamente, in questi termini. Per giustificare una deroga alle regole europee di evidenza pubblica in tema di gare per i pubblici servizi, infatti, la sola e tradizionale partecipazione pubblica totalitaria al capitale della società, esercente ed aggiudicataria del servizio pubblico, è elemento necessario ma non sufficiente. è viceversa anche necessario, infatti, che l'amministrazione pubblica eserciti sulla società un controllo, appunto, "analogo" a quello che eserciterebbe se gestisse il servizio pubblico (ad es., come si è citato, delle farmacie piuttosto che del gas) direttamente. Tale controllo è garantito dalla previsione espressa di forti poteri di controllo finanziario, amministrativo e gestionale da parte del socio pubblico. Illuminante in tal senso la sentenza Tar Lazio-Roma, sez. II ter, 16 ottobre 2007, n. 9988 la quale ha riconosciuto il presupposto del controllo analogo nelle ipotesi in cui si rinvengano nello statuto societario (e nei contratti di servizio tra amministrazione pubblica e società) clausole che riconoscano agli enti locali alcune prerogative esercitabili ai fini del controllo sullo svolgimento del servizio; si tratta in particolare di:

1. riconoscere a ciascun ente locale un ruolo propulsivo nei confronti dell'organo amministrativo;

2. attribuire il diritto di veto sulle delibere difformi dal contenuto delle proposte;

3. riservare a favore dell'assemblea ordinaria la trattazione degli argomenti relativi a pretese o diritti contrattuali delle società nei confronti degli enti locali e relativi al corrispondente diritto di veto degli enti medesimi;

4. riconoscere il diritto di recesso dalla società con conseguente revoca dell'affidamento del servizio, ove il comune abbia diritto a far valere lo scioglimento del contratto di servizio ed ove il consiglio violi la competenza assembleare assumendo, senza autorizzazione, iniziative di competenze dell'assemblea.

È evidente come tutto il tema risenta del presupposto diverso nel nostro ordinamento piuttosto che in quello comunitario per qualificare una società pubblica oppure no: per il nostro ordinamento, infatti, pur con tutte le difficoltà del caso, una società è pubblica principalmente sulla base della funzionalizzazione dell'attività della persona giuridica alla realizzazione di finalità d'interesse generale e dell'inquadramento istituzionale della stessa, laddove a livello comunitario il carattere pubblico deriva in via prevalente dalla sottoposizione del soggetto ad un controllo pubblico di carattere funzionale o, addirittura, strutturale.

Ebbene: proprio l'esigenza di controllo del socio-ente pubblico sulla società, come se fosse una attività direttamente condotta, si è potuta soddisfare "lavorando", da un lato, sulle decisioni riservate alla competenza dei soci e, dall'altro, operando sulla individuazione ed immissione statutaria proprio di particolari diritti amministrativi, che per lo più si sostanziano e si sono sostanziati in quelli sopra descritti.

Breve riflessione sulla soppressione del libro soci e conclusioni

Non si può in questa sede non accennare alla norma di "semplificazione" anti-crisi che entrerà in vigore dal prossimo 30 marzo. La legge 2 del 2009, infatti, dispone la soppressione di questo libro sociale obbligatorio e attribuisce all'iscrizione nel Registro imprese tutti gli effetti che prima nascevano dall'iscrizione nel libro soci.

La legittimazione all'esercizio di tutti i diritti sociali (beninteso, anche di quelli particolari di cui oggi trattiamo), si acquisirà quindi con il deposito nel Registro.

Le questioni problematiche nascenti da una norma frettolosa e mal scritta sono diverse. Voglio qui accennare solamente alle principali: in primo luogo, la legge si riferisce non all'iscrizione (come in tutta la nuova disciplina societaria nata dalla Riforma), ma al deposito e successiva protocollazione. Da ciò nasce una duplice serie di criticità: una è che il deposito e protocollazione non sono visibili dalla visura camerale, la quale riporta solo gli atti iscritti; la seconda è che il Registro imprese potrebbe, per molti motivi, rifiutare successivamente l'iscrizione di un atto depositato. Non vi è soluzione a questi problemi, se non una revisione della norma.

In secondo luogo (e questa è a mio parere la cosa più grave), si è reso quasi impossibile agli amministratori verificare se i trasferimenti delle partecipazioni sono avvenuti nel rispetto delle clausole statutarie e dei diritti particolari di qualche socio. Come faranno gli amministratori a sapere se una cessione è avvenuta, ad esempio, rispettando il diritto di esprimere il gradimento o il diritto di veto attribuito ad uno o più soci? Ed il diritto di prelazione come potrà essere verificato? Sino al 30 marzo 2009 gli amministratori, sotto la loro responsabilità, potranno e dovranno verificare tali adempimenti e, solo dopo, disporranno la trascrizione sul libro soci della cessione, ma quando diverrà operativa la novella, sarà il buio! Resterà solamente la possibilità di un'azione legale per ottenere la cancellazione di un'iscrizione effettuata in spregio delle pattuizioni statutarie, ma nel frattempo, la certezza del diritto sarà solo un bel ricordo…

Una volta di più, se il legislatore avesse chiesto un parere al Notariato, che quotidianamente integra la preparazione teorica con le problematiche della prassi, avrebbe svolto meglio la sua funzione.

Forse Gaetano Petrelli ha suggerito l'unico rimedio per ora praticabile a questa norma sbagliata: convincere i clienti ad inserire negli statuti una clausola che renda obbligatoria, per volontà contrattuale dei soci, l'istituzione di un libro soci vidimato, dal quale discenda la legittimità dell'esercizio dei diritti sociali di ogni genere. Visti i molti dubbi che permangono tra i notai, però, ritengo necessario un intervento chiarificatore a livello nazionale.

A parte questi problemi dell'ultima ora, concludo affermando la mia convinzione che se, nelle intenzioni del legislatore, la Srl doveva rappresentare il tipo societario di più vasta applicazione, il tema dei particolari diritti amministrativi (e patrimoniali) si è posto e si pone come essenziale alla configurazione del tipo societario. Essi, infatti, sono quei diritti la cui individuazione e disciplina statutaria permettono alla Srl, quale società di capitali, di adattarsi a quelle esigenze e qualità soggettive/"personali" dei soci, tipiche delle società di persone. Sarà allora la corretta redazione dello statuto da parte nostra a fornire alle parti, ma anche al traffico giuridico delle contrattazioni, un modello di Srl "cucito" sulla maggior tenuta della società di capitali rispetto alle società di persone, pur potendo far tesoro delle peculiarità soggettive dei soci e degli amministratori. è chiaro che «l'attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l'aministrazione della società o la distribuzione degli utili» gioca un ruolo chiave, in uno con altre possibilità offerte dalla riforma del libro V, nella costruzione e realizzazione della volontà delle parti.

Per far ciò, occorre che i notai italiani non rinuncino ad esercitare la funzione di "legislatore privato" per cui sono gli unici professionisti preparati e quindi che rifiutino di legittimare statuti che provengono da altri professionisti, svolgendo appieno secondo le norme deontologiche la propria funzione.


[nota 1] Per una compiuta analisi del tema si legga M. MALTONI, Amministrazione e controllo nelle Srl, in Studi e materiali, Supplemento, 2, 2004, p. 265-271.

[nota 2] Cfr. ARIANI, La società a responsabilità limitata. Decisioni dei soci, amministrazione e controlli, in Diritto delle società di capitali - Manuale breve, Milano, 2003, p. 213.

[nota 3] M. MAUGERI, «Quali diritti particolari per il socio di società a responsabilità limitata?» in Riv. soc., 2004, p. 1483-1514.

[nota 4] Così R. ROSAPEPE, «Appunti su alcuni aspetti della nuova disciplina della partecipazione sociale nella Srl», in Giur. comm., 2003, p. 486/I.

[nota 5] Interessanti spunti in materia si colgono nella relazione di D. RAYNAUD, Investitori nel capitale di rischio e riforma: la Srl come veicolo di acquisizione, in Atti del Convegno "La riforma del diritto delle società di capitali: prime esperienze applicative", Firenze 22-23 ottobre 2004.

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