Destinazioni e fiscalità diretta
Destinazioni e fiscalità diretta
di Maurizio Lauri
Dottore Commercialista in Roma

Relativo al III CASO: Destinazione patrimoniale e controllo gestionale dell'impresa

Ringrazio il Presidente Longobardi per la Sua introduzione e ringrazio la Fondazione Italiana per il Notariato ed il Consiglio Notarile di Roma per avermi invitato a partecipare a questo Convegno di studi, importante per la rilevanza e complessità della materia trattata (gli strumenti negoziali per la separazione patrimoniale), per il disegno della struttura dei lavori congressuali (finalizzata a coniugare un approccio teorico con l'approccio pratico connesso con la risoluzione di casi concreti) e per il mettere intorno allo stesso tavolo della discussione categorie professionali necessariamente complementari (e quindi saluto e ringrazio gli amici avvocati e notai con i quali ho avuto il piacere di potermi confrontare nel preparare i lavori di questo nostro incontro).

Il tema a me assegnato mi richiede di tratteggiare i lineamenti della fiscalità diretta della destinazione, di provare quindi a definire il trattamento fiscale ai fini delle imposte dirette dei vari strumenti negoziali volti a consentire una separazione patrimoniale.

Ed in questa premessa si può già leggere una prima conclusione di questo mio (inevitabilmente, forse opportunamente) breve intervento: ovvero l'idea-guida che il fenomeno in esame si presta ad una lettura unitaria, quale che sia la tecnica di separazione alla quale si sia fatto ricorso. In altre parole, la possibilità di astrarre da una analisi compilativa della fiscalità diretta dei singoli strumenti negoziali per ipotizzare una conclusione complessiva della imposizione reddituale applicabile alla separazione patrimoniale, che sia quindi trasversale ai singoli istituti che, di volta in volta, le caratteristiche del caso concreto suggeriranno di adottare all'operatore professionale.

Il tempo a me concesso impedisce (sicuramente per Vostra fortuna) una articolata e dettagliata disamina di questa fattispecie, ed a questo fine rimando chi di Voi fosse particolarmente interessato al tema al testo del Prof. Jezzi dell'Università di Firenze Separazione Patrimoniale ed Imposizione sul Reddito, edito da Giuffrè, che è stata la mia principale bussola di riferimento nella preparazione di questo breve intervento.

Come compiutamente esposto dai relatori che mi hanno preceduto, e come sarà sicuramente relazionato da chi interverrà dopo di me, la separazione patrimoniale ha lo scopo di realizzare due effetti, che assumono una particolare rilevanza ai fini tributari: una limitazione della utilizzabilità (per il titolare) e della pignorabilità (per i creditori) dei beni oggetto di separazione. Queste due fattispecie, comportano, a fini tributari, la necessità di considerare da un lato i riflessi della separazione patrimoniale sui meccanismi di identificazione dell'elemento soggettivo del presupposto di imposta e, dall'altro lato, di riflettere sul tema della opponibilità della separazione patrimoniale al creditore erariale.

L'analisi della prima questione non può che partire dalla definizione del principio costituzionale della capacità contributiva come «quella forza economica astrattamente idonea a fornire al destinatario della pretesa impositiva i mezzi occorrenti per l'assolvimento della stessa».

Concetto di assoluta rilevanza e, mi sia consentito, anche interessante prospettiva intellettuale trasversale, atteso che ne ritroviamo le basi tanto in Adam Smith (che sosteneva che ciascuno dovrebbe contribuire il più possibile in proporzione alle rispettive abilità) quanto in Karl Marx (di cui alla nota frase «da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni»).

Attesa la definizione data, l'idoneità all'assolvimento dell'obbligazione tributaria è definita dal criterio individuato dalle norme come il più idoneo a riferire una data forza economica ad un soggetto piuttosto che ad un altro.

Nel nostro sistema è noto a tutti che questo fattore di connessione soggettiva è individuato nel concetto di reddito, ma occorre soffermare la nostra attenzione su che tipo di rapporto sottintenda, nell'attuale quadro normativo, il concetto di "possesso" di reddito, tradizionalmente utilizzato dal legislatore quale criterio di riferibilità soggettiva dell'elemento materiale del presupposto delle imposte sui redditi.

Se, infatti, il concetto di reddito viene identificato come fattore connettivo stante la potenzialità economica che lo stesso manifesta come «possibilità di soddisfazione di bisogni ed interessi, sia nella forma immediata dell'acquisto di beni e servizi, sia in quella mediata del risparmio», secondo la nota definizione del Prof. Fedele, allora, al fine di identificare la connessione soggettiva all'obbligazione tributaria, per dirla sempre con il Prof. Fedele, «assumono rilievo i poteri decisionali circa la destinazione del reddito, esercitati in funzione di bisogni ed interessi unitariamente apprezzati in ordine alla loro soddisfazione».

La conseguenza logica di questo ragionamento non può che comportare queste conclusioni:

- se il titolare giuridico dei mezzi economici costituenti il titolo giustificativo del prelievo fiscale ne può disporre liberamente, allora è coerente ritenere che le risorse atte a soddisfare l'obbligazione, nella quale il prelievo stesso si risolve, debbano essere prelevate, spontaneamente o coattivamente, dal patrimonio di costui;

- ove, invece, il titolare giuridico dei mezzi economici ne debba disporre funzionalmente in vista del soddisfacimento di un nucleo predeterminato di interessi "altrui", allora la corrispondente capacità contributiva non può che essere riferita al diverso centro di aggregazione degli interessi e bisogni che costui è tenuto in concreto a soddisfare nell'esercizio dei poteri di comando sulle corrispondenti utilità economico-reddituali come disposto dal vincolo di destinazione.

In sostanza, la conclusione che sostengo in questo mio intervento evidenzia come la scissione tra titolarità giuridica del reddito ed interessi suo tramite suscettibili di essere soddisfatti (stante la alterazione morfologica che si realizza in forza delle tecniche giuridiche che rendono la titolarità giuridica asservita al perseguimento di un nucleo predeterminato di interessi e bisogni autonomi rispetto a quelli propri di colui al quale il reddito è giuridicamente ascrivibile in base alle regole del diritto comune) si traduce in una parallela biforcazione tra titolarità giuridica del reddito e corrispondente manifestazione di capacità contributiva.

Tipicamente nel diritto tributario le utilità reddituali vengono riferite al soggetto che, in quanto intestatario dei beni o dei rapporti da cui esse derivano, ne è, secondo le regole proprie del diritto comune, il relativo titolare.

In altre parole, se il reddito è, per sua stessa natura, il prodotto di una fonte, sia essa un bene od un'attività, è in capo a colui al quale l'uno o l'altra è giuridicamente imputabile che viene tipicamente riferito il reddito in questione.

Ma, in questo percorso logico, non dobbiamo dimenticare come, nell'imputare la capacità contributiva palesata da un reddito al suo giuridico titolare, stiamo comunque assumendo che la titolarità giuridica del reddito implichi la possibilità che le relative utilità siano adoperabili per il soddisfacimento degli interessi e dei bisogni del titolare giuridico e, quindi, utilizzabili per l'adempimento della sua obbligazione tributaria.

Se spezziamo questo legame, per esempio con l'utilizzazione di uno strumento di separazione patrimoniale, allora rappresentiamo una fattispecie nella quale alla titolarità giuridica del reddito in capo ad un soggetto non si accompagna più l'affluenza nel suo patrimonio delle corrispondenti utilità economiche e, quindi, la loro libera utilizzabilità per qualsiasi fine ivi compreso l'adempimento della sua obbligazione tributaria.

Abbiamo creato una situazione atipica che rende inappropriato concludere che è nella titolarità delle situazioni giuridiche soggettive che si risolve la manifestazione di capacità contributiva, imputando i fatti indici di capacità contributiva esclusivamente al titolare giuridico del patrimonio cui afferisce l'elemento economicamente rilevante che integra la fattispecie impositiva.

Occorre, dunque, parallelamente spezzare l'identificazione biunivoca del soggetto passivo di imposta nel titolare giuridico del patrimonio, dovendo immaginare, al contrario, un modello capace di rappresentare le conseguenze tributarie della coesistenza di una pluralità di sfere di interessi giuridicamente rilevanti suscettibili di essere soddisfatti tramite beni unitariamente "intestati".

Si tratta, in buona sostanza, di integrare un modello di rilevazione del soggetto passivo di imposta basato sull'idea moderna della proprietà come "sintesi di poteri" con fattispecie idonee a gestire situazioni in cui la proprietà, come nel modello proprietario medievale, si caratterizza per essere un "complesso di poteri", secondo quanto ci ha insegnato il Prof. Grossi.

In questa ottica, il diritto di proprietà viene chiamato a svolgere non solo la tradizionale funzione di attribuire al titolare il godimento delle utilità derivanti dai beni, ma anche quella strumentale di consentire il raggiungimento di un certo scopo al cui perseguimento i beni siano stati ex ante asserviti.

In ragione di questo "vincolo di destinazione", attuabile attraverso una pluralità di tecniche giuridiche che consentono di pervenire al medesimo scopo, i beni non sono più liberamente disponibili da parte del soggetto che ne ha la giuridica titolarità, essendo questi stato investito dell'ufficio di disporne esclusivamente in funzione del vincolo.

Il dato essenziale in ottica tributaria, secondo questa impostazione che vi rappresento, è che le regole sulla disposizione e sulla garanzia, nelle quali è sostanzialmente scomponibile la complessiva disciplina della separazione patrimoniale, non hanno ad oggetto i singoli beni ma il loro «valore economico», ovvero «la ricchezza in essi incorporata in tutte le sue successive ed eventuali trasformazioni economiche».

Il soggetto giuridicamente investito dei poteri di disposizione non è il portatore degli interessi in vista del cui soddisfacimento può essere utilizzata la ricchezza incorporata dai beni, perché tali interessi risultano oggettivati in una destinazione dalla quale detta ricchezza non può essere obiettivamente distolta.

La ricchezza incorporata all'interno del patrimonio separato non si presta, dunque, ad essere utilizzata per fini estranei a quelli riassunti nella destinazione impressagli; tanto che quando il soggetto intestatario di quella ricchezza compie un atto in conflitto con siffatta destinazione, la reazione dell'ordinamento non si appunta su costui (o non solo su costui), ma sulla validità o l'efficacia dell'atto medesimo, con sanzione di tipo reale volta al ripristino della situazione ex ante anziché di tipo obbligatorio - risarcitorio.

Ne consegue una non coincidenza tra imputazione del diritto (sul reddito) ed interessi suo tramite suscettibili di essere soddisfatti.

In questo caso, atipico come dicevamo, la mera appartenenza civilistica di un reddito ad un soggetto - data dalla proprietà o altro diritto di godimento sulla relativa fonte - non determina automaticamente quali interessi e bisogni la forza economica che il reddito rappresenta soddisfa e, quindi, quali obbligazioni, suo tramite, possono essere validamente ed efficacemente adempiute.

Se al centro della vicenda tributaria vi è un'obbligazione pecuniaria, il cui titolo giustificativo è dato dall'astratta capacità del rispettivo debitore di adempiervi, questa capacità di adempiere deve essere letta non solo come un dato immanente alla titolarità giuridica dell'indice di ricchezza prescelto quale criterio di riparto dell'onere tributario (il prezzo che noi tutti paghiamo per la nostra appartenenza alla comunità) ma necessariamente si debbono anche tenere in considerazione gli interessi giuridicamente rilevanti in vista del cui soddisfacimento può essere utilizzata la forza economica sottesa all'indice in questione.

E' questo "interesse", nel senso appena precisato, che caratterizza il patrimonio sul quale far gravare l'imposta.

In altre parole, nel rispetto del fondamentale limite imposto dall'art. 53 della Costituzione, le prestazioni contributive devono giustificarsi in ragione della forza economica (capacità contributiva) palesata dal contribuente.

Quindi, stabilito su quali categorie di indicatori di ricchezza si andrà in concreto a strutturare il prelievo contributivo, il legislatore non può che individuare il soggetto passivo di imposta al quale l'indice medesimo deve essere riferibile sulla base degli interessi e bisogni in funzione del cui soddisfacimento si effettua la scelta tra le possibili destinazioni delle risorse economiche rappresentative della capacità contributiva colpita dal tributo.

Ora, se questo è vero, l'imputazione del presupposto di un'imposta personale ad un soggetto che, per quanto sia giuridicamente titolare delle situazioni assunte dal legislatore tributario ad indice della capacità contributiva colpita da quello stesso tributo, non sia anche il portatore degli interessi e bisogni ai quali si è fatto prima riferimento, appare in contrasto con la personalità di un tributo che è caratterizzata dalla comune reperibilità soggettiva di interessi omogenei, unico collante che consente di ricomporre le tessere dei singoli redditi nel mosaico del reddito complessivo sul quale applicare l'imposta personale.

Quindi, se gli interessi in questione coincidono con quelli dell'individuo al quale è imputabile la titolarità del diritto soggettivo sul reddito appare indubitabile che il soggetto passivo dell'imposta personale su quel reddito è sempre l'individuo in questione, mentre se gli interessi suscettibili di essere soddisfatti con i redditi dei quali l'individuo è titolare non sono solo quelli ad esso facenti capo, dovendo costui destinarne una parte alla soddisfazione di un nucleo predeterminato e precostituito di interessi altrui, allora non può esservi un'unica obbligazione ed un unico soggetto passivo, ma ve ne devono essere due.

In altre parole, la contestuale presenza, in capo alla stessa titolarità giuridica, di redditi utilizzabili in modalità funzionale e di redditi utilizzabili in modalità libera implica la nascita di due distinte obbligazioni d'imposta da imputarsi ad altrettanti soggetti passivi.

La capacità contributiva espressa dai redditi disponibili in modalità funzionale deve essere imputata all' "entità" (e vedremo meglio dopo cosa si intende per entità) a cui fanno capo gli interessi in questione; mentre quella espressa dai redditi disponibili in modalità libera deve essere imputata al soggetto al quale gli stessi sono riferibili secondo le regole di diritto comune.

Tipicamente per entità si intende il soggetto - si tratti di una persona fisica o di un ente - beneficiario dell'utilizzo economico dell'indice di ricchezza.

Tuttavia una ulteriore riflessione, a questo riguardo, è d'obbligo.

Il reddito - quale incremento di un patrimonio in un periodo di riferimento - non può giustificare un prelievo contributivo a carico di un patrimonio diverso da quello ove detto incremento si è materializzato a titolo originario.

Nel caso in esame in questa sessione dei lavori congressuali, è perfettamente concepibile che un soggetto svolga l'attività d'impresa come "funzionario", ossia in vista del soddisfacimento della sfera precostituita di interessi sottesa alla costituzione del vincolo di destinazione; con il risultato che siano questi interessi, meritevoli di tutela giuridica, e non il patrimonio generale del "funzionario", ad esprimere l'incremento reddituale rilevante ai fini dell'integrazione del presupposto impositivo.

Se il soggetto giuridicamente titolare del reddito non manifesta la capacità contributiva di cui lo stesso è espressione giuridica, perché le corrispondenti utilità economiche non incrementano il suo patrimonio andando a tutelare gli interessi che egli è tenuto a perseguire alla luce del vincolo di destinazione, occorre allora chiedersi se è il patrimonio del soggetto i cui interessi sono tutelati dal vincolo di destinazione a dover sopportare l'onere contributivo che in quel reddito trova la propria causa giustificativa.

Domanda alla quale, forse, una analisi della responsabilità patrimoniale per l'adempimento della obbligazione tributaria può aiutare a dare una risposta. In altre parole, se utilizziamo come fattore connettivo della soggettività tributaria la capacità di beneficiare delle utilità economiche della ricchezza, che alla luce dei menzionati interessi meritevoli di tutela giuridica confluiscono in capo al portatore degli interessi tutelati dal vincolo di destinazione, appare indubitabile che l'erario possa garantire il proprio credito a fronte dei beni che hanno generato l'utilità economica, ma ci si deve contestualmente chiedere se tale garanzia si debba anche estendere al patrimonio generale del soggetto che beneficia della destinazione funzionale dei beni oggetto di separazione patrimoniale.

Ed, in effetti, una volta stabilito che un certo credito d'imposta deve essere garantito dal patrimonio (separato) al quale attengono i beni che hanno prodotto le utilità economiche qualificate come indici di capacità contributiva, non vi è ragione per derogare alla regola di sistema che limita a quel medesimo patrimonio (separato) la garanzia di un corretto adempimento dell'obbligazione tributaria.

La qualificazione come soggetto passivo di imposta del beneficiario degli interessi tutelati dal vincolo di destinazione comporterebbe, a questo punto, che lo stesso diverrebbe parte di una unica obbligazione tributaria, determinata su di un unico reddito complessivo (si tratta di una imposta personale), ma con una responsabilità patrimoniale frazionata in tanti segmenti quante sono le porzioni del patrimonio che hanno concorso a formare il reddito imponibile, con la conseguenza che il Fisco potrebbe far valere in via coattiva la propria pretesa nei confronti di ciascuna di tali porzioni solo nei limiti della quota dell'imposta a ciascuna di esse rispettivamente riferibile.

Si avrebbe, in altre parole:

i. un unico soggetto passivo;

ii. un'unica base imponibile;

iii. un'unica imposta;

iv. una responsabilità patrimoniale frazionata.

Per ovviare a questa complessità, l'unica via per ricondurre ad unità la tematica soggetto passivo - base imponibile - imposta e responsabilità patrimoniale, è quella che passa attraverso la qualificazione del patrimonio oggetto di separazione giuridica in termini di soggetto passivo di imposta, sottoponendo ad un prelievo di natura personale i soli incrementi redditualmente rilevanti del patrimonio medesimo.

Si tratta di ipotizzare una soggettività tributaria che abbia una propria autonomia giuridica, una soggettività tributaria riferita ad una entità priva di autonomia patrimoniale, come peraltro dallo stesso legislatore recentemente ipotizzato con i distretti industriali, che l'art. 1, comma 368 della legge n. 266/2005 qualifica come soggetti passivi nei casi in cui sia stata esercitata l'opzione per la tassazione unitaria ai sensi del comma 366.

Infatti, l'unico contribuente astrattamente in grado di possedere quei redditi, e quindi di impiegarli per assolvere all'obbligazione tributaria di cui sia titolare dal lato passivo, è quello che si immedesima nel patrimonio separato stesso.

Si tratta, dunque, di concepire un prelievo personale rispetto ad un indice di ricchezza che - siccome generato da (e giuridicamente confinato all'interno di) un patrimonio separato - non è per definizione riferibile ad una persona. I redditi appartenenti ad un patrimonio separato si trovano infatti al di là della linea di confine segnata dalla nozione "generale" di possesso personale.

Si tratta, quindi, di immaginare una "ricchezza personale" il cui parametro di misurazione sia dato, non già dagli interessi ed i bisogni che un uomo è in grado suo tramite di perseguire e soddisfare, ma da quelli, predeterminati, sottesi all'assetto organizzativo al quale è sottoposta una certa massa di beni.

Di delineare non solo una "personalità dell'uomo" ma anche una "personalità delle cose" e quindi assoggettare i redditi derivanti da una separazione patrimoniale ad un tributo personale autonomo.

Posto, infatti che i redditi appartenenti al patrimonio separato sono validamente ed efficacemente utilizzabili esclusivamente in vista dell'adempimento delle obbligazioni tributarie il cui presupposto si è compiutamente ed autonomamente configurato all'interno del perimetro della separazione, il reddito complessivo dell'imposta personale deve abbracciare esclusivamente i redditi del patrimonio separato stesso; ciò che presuppone inevitabilmente che sia proprio quest'ultimo il soggetto passivo della relativa obbligazione. Il loro essere per definizione destinati alla soddisfazione di un'area predefinita di interessi agevola quella considerazione in termini unitari e complessivi della ricchezza che costituisce per l'appunto il carattere identificante di un'imposta personale.

Si pensi per esempio, a questo riguardo, alla tassazione dei fondi comuni di investimento o dei fondi pensione, qualificati come entità patrimoniali destinate alla soddisfazione di un nucleo precostituito o programmato di interessi, tali per cui la massa mutevole di beni dei quali sono composte è obiettivamente - in senso reale - utilizzabile solo per la soddisfazione dei creditori aventi un diritto compatibile con la destinazione stessa.

In questo senso possiamo tracciare un parallelismo fiscale tra un trust, un patrimonio destinato ad uno specifico affare, una fondazione od una società di capitali: sono tutte organizzazioni in cui la ricchezza incorporata dai beni inclusi all'interno del perimetro della separazione soggiace ad un regime di utilizzabilità limitata in vista della soddisfazione di un nucleo predeterminato di interessi.

In altre parole, dal punto di vista tributario, una società di capitali "non appartiene ad altri soggetti passivi" né più né meno di quanto "non vi appartenga" un trust, un patrimonio destinato ad uno specifico affare oppure un'eredità giacente: nell'una come nelle altre ipotesi i redditi ricompresi nel perimetro della separazione sono allo stesso modo giuridicamente inservibili per adempiere all'obbligazione tributaria di "altri soggetti passivi" e quindi totalmente inespressivi della loro capacità contributiva.

Ciò che impedisce di riferire la capacità contributiva espressa dai redditi appartenenti ad un ente ad "altri soggetti passivi" non è, secondo questa linea interpretativa, la sua capacità giuridica ma la giuridica inidoneità dei predetti redditi ad essere utilizzati per adempiere ad una obbligazione tributaria di cui non sia titolare dal lato passivo l'ente medesimo. E questa inidoneità, come noto, si ripresenta ugualmente ed identica per i redditi appartenenti ad un patrimonio separato privo di rilevanza soggettiva per il diritto comune.

In altre parole, la stessa dicotomia tra agire libero e vincolato, e quindi la stessa autonomia ed unitarietà del presupposto si trova quando, anziché un ente od una persona giuridica, ci troviamo di fronte ad un'articolazione patrimoniale priva di rilievo soggettivo per il diritto civile: si tratti di un trust, di un fondo patrimoniale, di un'eredità giacente, di un patrimonio destinato ad uno specifico affare oppure ancora di un "patrimonio destinato alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela" ai sensi dell'art. 2645-ter del codice civile.

La differenza rispetto "all'ente" è, pertanto, nulla da questo punto di vista.

Con la conseguenza di potere concludere che si può sostenere senza difficoltà come nel caso della separazione patrimoniale appaia inappropriato imputare la soggettività passiva di imposta al titolare giuridico dei beni soggetti a vincolo di separazione e si può ragionevolmente riflettere se, in luogo di imputare detta soggettività passiva di imposta al beneficiario degli interessi tutelati (con le rozze conseguenze che ne derivano, si pensi per esempio alla imputazione per metà del loro ammontare netto a ciascuno dei coniugi dei redditi dei beni che formano oggetto di un fondo patrimoniale), si possa riferire la stessa al patrimonio separato stesso, oggetto a questo punto di imposizione autonoma e distinta rispetto a quella del beneficiario.

Con evidenti semplificazioni di sistema.

Si pensi per esempio al caso dei trust, entrati espressamente nel novero dei soggetti passivi di imposta con la Finanziaria del 2007 ma, come a voi tutti noto, soltanto quando possono considerarsi opachi, ovvero nel caso in cui non siano individuati i beneficiari dei beni vincolati. Per i trust trasparenti i redditi conseguiti dal trust vengono invece imputati ai beneficiari in proporzione alla quota di partecipazione individuata nell'atto di costituzione del trust od in altri documenti successivi ovvero, in mancanza, in parti uguali. Questo metodo di imputazione per trasparenza al beneficiario significa qualificare detti proventi come "redditi entrata" e non come "redditi prodotto" atteso che, come prima dimostrato in linea astratta e teorica, le remunerazioni che spettano ai beneficiari non sono certamente ascrivibili ad una fonte di investimento loro propria né ad una loro attività di gestione dei beni in trust (cosa che li differenzia dai soci di una società di persone o dagli associati di una associazione professionale, per esempio trattando del tema della trasparenza fiscale).

In altre parole, se l'intenzione del legislatore nel caso in esame è quella di far prevalere come dato positivo una rilevanza soggettiva del trust, anche in presenza di trust trasparenti, ma questo obiettivo viene raggiunto individuando dapprima la natura del reddito da tassare in capo al trust per poi tassare lo stesso in capo agli aventi diritto, allora bisognerebbe concludere che meglio avrebbe fatto il legislatore ad individuare sempre il trust come soggetto passivo di imposta nella veste di patrimonio segregato rispetto al titolare dei diritti ad esso riferiti, ovvero in quanto soggetto suscettibile di manifestare una autonoma attitudine al concorso alle spese pubbliche.

E se questo è vero, allora con riferimento al vincolo di destinazione, in assenza di autonoma ed esplicita previsione normativa, si potrebbe sostenere la ragionevolezza non solo della non imputazione al soggetto titolare giuridico del diritto soggettivo sui beni soggetti al vincolo ma anche della non imputazione al soggetto beneficiario degli interessi tutelati (con conseguente concorso alla determinazione del suo reddito complessivo e conseguente tassazione progressiva), assumendo il patrimonio separato autonoma soggettività passiva di imposta in quanto tale.

Una ultima conclusione. Gli ovvi vantaggi fiscali di cui potrebbe beneficiare il costituente il vincolo di destinazione, atteso che l'istituto (nella sua applicazione patologica) può rappresentare un interessante sistema di splitting dei redditi derivanti dai beni e dai diritti soggetti a vincolo, senza la necessità di dovere procedere preliminarmente al trasferimento della proprietà dei beni od alla costituzione di diritti reali sugli stessi, suggerisce di rappresentare compiutamente nell'atto di costituzione del vincolo le complesse motivazioni, evidentemente non fiscali nelle applicazioni non patologiche, che spingono il contribuente ad avvalersi dell'istituto.

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