Il patto di famiglia nel diritto internazionale privato caso pratico
Il patto di famiglia nel diritto internazionale privato caso pratico [nota *]
di Giovanni Liotta
Notaio in Torino

La legge n. 55 del 14 febbraio 2006, novellando il libro delle successioni del codice civile, ha introdotto gli articoli dal 768-bis al 768-octies, sul patto di famiglia. E' opportuno un sintetico esame delle relative norme per affrontare il problema internazional privatistico che la figura pone.

Si tratta del contratto, per atto pubblico a pena di nullità, con cui «l'imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l'azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti» (art. 768-bis c.c.). Come risulta dai lavori parlamentari, si tenta di fornire agli imprenditori un nuovo strumento per la continuità dell'impresa nel passaggio generazionale limitando, senza escluderla, la tutela successoria dei legittimari. In tal modo in un tessuto economico caratterizzato soprattutto da piccole e medie imprese su base familiare, si soddisfa l'esigenza sempre più sentita di scegliere liberamente il continuatore dell'attività tra i discendenti dell'imprenditore. E, al contempo, ci si adegua alla "Raccomandazione sulla successione nelle piccole e medie imprese" effettuata già nel 1998 dalla Commissione europea con la comunicazione n. 98/C93/02. Con essa si invitavano gli Stati europei, che ancora vietano i patti successori, a introdurre almeno i patti d'impresa o simili strumenti che riducano l'impatto negativo del divieto di patti successori sulla trasmissione della ricchezza imprenditoriale.

Ciò che rende funzionale a tali obiettivi il patto di famiglia non sono tanto gli effetti traslativi inter vivos quanto le deroghe espresse al divieto dei patti successori di cui all'art. 458 c.c., a tal fine integrato, ma anche ad altre norme del sistema successorio poste a tutela dei legittimari. Nell'art. 458 si esclude dal generale divieto dei patti successori il patto di famiglia mentre al comma 4 dell'art. 768-quater c.c. si stabilisce che quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione o riduzione e, con ciò, si assicura alle attribuzioni di quote o d'azienda quella stabilità dall'ipotesi di lesione di legittima che prima non c'era.

Nonostante il lungo iter parlamentare, molti sono i dubbi interpretativi e gli interrogativi che la nuova disciplina pone. In questa sede, naturalmente, ci si limita ad uno sguardo d'insieme dell'istituto.

Per espressa previsione normativa (art. 768-quater) al patto di famiglia devono partecipare anche il coniuge (che è escluso dalla categoria dei beneficiari) e tutti coloro che sarebbero legittimari ove in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell'imprenditore. Gli assegnatari o beneficiari del trasferimento da parte dell'imprenditore (che, come detto, possono essere solo i discendenti e non il coniuge) devono, a loro volta, liquidare agli altri partecipanti al patto una somma corrispondente al valore della quota di legittima. E' ammessa una rinuncia anche parziale a tale somma a titolo di liquidazione.

Si tratta, pertanto, di un atto inter vivos di natura contrattuale con cui da un lato l'imprenditore trasferisce in tutto o in parte la sua azienda o le sue partecipazioni societarie ai discendenti beneficiari prescelti e, dall'altro, questi liquidano le ragioni degli altri legittimari. Ove, alla morte del disponente vi fossero legittimari che non hanno partecipato alla originaria stipulazione, essi potranno chiedere il pagamento della somma sopra detta maggiorata degli interessi legali (art. 768-sexies, comma 1).

Già da questa esposizione emerge un primo problema di coordinamento tra le norme. Il legislatore da un lato nell'art. 768-quater precisa che al patto "devono" partecipare tutti i legittimari, dall'altro - come appena detto - prevede l'ipotesi del coniuge e di altri legittimari «che non abbiano partecipato contratto» e che all'apertura della successione del disponente potranno pretendere un trattamento analogo agli altri partecipanti legittimari non beneficiari. Ci si è chiesti, infatti, se l'art. 768-sexies faccia riferimento o meno ai soli legittimari "sopravvenuti". Parte della dottrina, sottolinea il carattere inderogabile delle nuove norme, la loro eccezionalità rispetto al vigente divieto dei patti successori e reputa necessaria per la valida conclusione del contratto la partecipazione di tutti i legittimari a quel tempo esistenti. Sicché la norma da ultimo citata riguarderebbe i legittimari sopravvenuti come nel caso, ad esempio, del disponente vedovo al tempo del patto di famiglia che si sia successivamente sposato. Altri autori, per non ridurre la portata applicativa dell'istituto ma anche per ragioni pratiche, propendono per una lettura più elastica e coordinano le norme asserendo che si ha valido patto di famiglia anche se non vi partecipano tutti i legittimari. Ciò fermo restando che -) i beneficiari potrebbero opporre gli effetti del contratto solo ai contraenti e che -) i legittimari non firmatari potrebbero chiedere la liquidazione maggiorata degli interessi legali al momento dell'apertura della successione. Per tale tesi il coniuge e gli altri legittimari di cui parla l'art. 768-sexies sarebbero tutti coloro che, per qualunque ragione, non abbiano sottoscritto il contratto.

Ma le ambiguità delle nuove regole sono anche altre. Per citare un altro profilo si pensi al caso in cui nel contratto, per accordo tra le parti, la liquidazione dei legittimari non beneficiari provenga non dagli assegnatari dell'azienda o delle quote, ma sempre dall'imprenditore. Anche qui in dottrina vi è chi ritiene che non ci sia più un patto di famiglia ma un patto successorio vietato (o al più un insieme di donazioni) e chi ne ammette la validità sia pur in deroga allo schema "tipico" del codice civile.

La diversità di posizioni tra i commentatori - legata soprattutto alle posizioni sull'inderogabilità ed eccezionalità dell'istituto - si ritrova anche quando si cerca di ricostruire la natura giuridica del patto di famiglia.

L'elemento certo è che si tratti di un contratto inter vivos ma non si è, poi, d'accordo se prevalga l'aspetto di liberalità dell'attribuzione in favore del beneficiario o l'onerosità della liquidazione agli altri legittimari o la funzione divisoria anticipata che con il patto di famiglia si raggiunge. Sicché si è parlato del patto di famiglia come di una nuova liberalità tipica e ulteriore rispetto al contratto di donazione di cui agli articoli 769 e seguenti del c.c., di donazione con modus (sia pur diverso dal tipico operare del modus stesso), di contratto oneroso o a causa mista, di contratto di divisione (per una successione) anticipata.

Le diverse posizioni si riflettono non solo sulla soluzione dei problemi di diritto interno che la disciplina pone ma anche su taluni profili di diritto internazionale privato. E tale aspetto merita una breve trattazione.

Ragioni metodologiche richiedono, tuttavia, una precisazione preliminare. Data la natura dell'intervento, qui si vuol tentare di verificare la soluzione per un potenziale caso pratico (che magari consente di estendere ad altre ipotesi le conclusioni). Si pensi a un contratto relativo a beni immobili siti in Italia (o aziende o partecipazioni di società estere), concluso da un cittadino italiano ma con coniuge e/o discendenti (beneficiari e non) cittadini stranieri. Ove si qualifichi tale contratto come patto di famiglia, vi è da chiedersi quale sia la norma della legge n. 218/1995 in materia di diritto internazionale privato che assume rilievo. Naturalmente senza pregiudizio per l'applicazione delle regole specifiche previste per i diritti reali immobiliari che, tuttavia, integrano ma non invalidano le presenti riflessioni.

L'alternativa potrebbe essere tra l'art. 56 della detta legge, che prevede che le «donazioni sono regolate dalla legge nazionale del donante al momento della donazione» e l'art. 57, relativo alle obbligazioni contrattuali. Quest'ultimo stabilisce che le obbligazioni contrattuali sono in ogni caso regolate dalla convenzione di Roma del 19 giugno 1980; oggi esso va letto alla luce del regolamento Ce 593/2008 del 17 giugno 2008 che ha comunitarizzato la convenzione di Roma, senza tuttavia che si alteri il senso del discorso che qui si sta svolgendo. Tuttavia la dottrina italiana ha evidenziato come il primo articolo, il 56 del Dip, sia forse frutto di un difetto di coordinamento della legge n. 218/1995 poiché la suddetta convenzione di Roma e oggi il regolamento (tale è anche la posizione della dottrina straniera) si applica anche ai contratti di donazione. E' così quasi unanime la tesi che solo le donazioni della materia strettamente successoria e familiare (si pensi a quelle mortis causa, obnunziali, oltre a ipotesi minori di donazioni non contrattuali) restano fuori dalla convenzione di Roma (e oggi dal regolamento comunitario citato) e potrebbero dare un senso e una applicazione all'art. 56.

Il caso pratico sopra esposto, in base a tali considerazioni, dovrebbe indurre a collocare nell'art. 57 della legge italiana di Dip e, quindi, nella convenzione di Roma e nel regolamento n. 593/2008, il patto di famiglia.

Un nuovo spazio per il citato articolo 56 può, tuttavia, trovarsi, se si condividono le precisazioni che seguono, proprio nel nuovo istituto del patto di famiglia. E un passaggio essenziale diventa la ricostruzione del patto di famiglia da parte della dottrina italiana.

Si è detto che diverse sono le tesi ricostruttive dell'istituto e che la complessità stessa della fattispecie spiega le variegate posizioni dottrinali di fronte a questo tipo contrattuale. La collocazione nel codice delle nuove norme, i diversi soggetti a vario titolo "coinvolti", l'interferenza con la materia dei patti successori e della tutela dei legittimari ma, soprattutto, l'ambiguità di molte delle regole fissate, sono alla base di tale multiforme panorama.

Pertanto, senza entrare nel merito di problemi che dividono la dottrina e, quindi, delle diverse tesi proposte, un dato sembra da accogliere: l'unitarietà della figura. L'inopportunità, cioè, di una tesi, "atomistica" che valorizzi i diversi elementi costitutivi ma spezzi l'unità del patto. Si vanificherebbe la finalità di creare un nuovo tipo contrattuale mentre ciò costituisce la novità legislativa.

In tale visione unitaria, si può ritenere che vi siano molti indici normativi idonei a evitare una ricostruzione in termini meramente "contrattuali", nel significato desumibile dalle norme della convenzione di Roma e dal regolamento e a preferire un inquadramento tra le liberalità con legami al campo dei rapporti successori e familiari. Quelle cioè che anche la dottrina straniera reputa fuori dal campo di applicazione della convenzione di Roma oggi comunitarizzata.

Si pensi:

  1. alla collocazione dell'istituto non nel libro dei contratti o dell'impresa ma in quello delle successioni (e donazioni). Il legislatore doveva sì soddisfare un bisogno economico ma, per tale scopo, doveva derogare alla centralità della donazione - contratto tipico (solo) dal 1942 - e al sistema successorio (patti successori, tutela dei legittimari, calcolo della legittima e tempo di tale operazione, limiti alla rinuncia all'azione di riduzione, norme su imputazione ex se e collazione). Ecco che reputa razionale inserire il patto di famiglia tra questi due gruppi di norme e non tra gli altri contratti (onerosi);
  2. all'inciso, aggiunto all'art. 458 c.c. relativo al divieto dei patti successori che assume utilità ove la figura venga collocata tra le liberalità. Se si fosse voluto introdurre un tipo contrattuale "oneroso" e non una liberalità non occorreva necessariamente detta precisazione;
  3. alle previsioni del citato art. 768-quater c.c e, in particolare i commi 2, 3 e 4 nel senso che solo di fronte a una liberalità si può spiegare la necessità di introdurre tali regole. Ove si fosse trattato di un contratto di natura non liberale alcune nuove regole sarebbero state superflue o addirittura tecnicamente errate, basti solo un esempio, l'espressa regola che quanto ricevuto dai partecipanti al patto non è soggetta a collazione e riduzione sarebbe stata inutile (o errata) nel caso di un contratto oneroso;
  4. alle norme speciali dettate per i vizi del consenso e lo scioglimento al fine, tra l'altro, di non applicare quelle previste per l'altra liberalità conosciuta dal codice civile, la donazione tipica.

Se allora il patto di famiglia si colloca tra le liberalità afferenti la materia successoria e familiare (e non è un atto mortis causa), ecco allora che, forse, la norma di conflitto rilevante può essere l'art. 56, che ritroverebbe così ex post un suo concreto ambito operativo e il patto di famiglia una sua più idonea disciplina anche nel diritto internazionale privato.


[nota *] Per approfondimenti sul tema patto di famiglia e diritto internazionale privato si rinvia agli scritti che seguono e alla bibliografia ivi citata:
E. CALO', Le successioni nel diritto internazionale privato, Milano, 2007, p. 121 e ss.
D. DAMASCELLI, «Il ‘patto di famiglia' nel diritto internazionale privato», in Riv. dir. int. priv. e proc., 2007, 3, p. 619 e ss.
G. LIOTTA, «La delimitazione dell'àmbito di applicazione materiale della disciplina comunitaria di conflitto sulle obbligazioni contrattuali; in particolare, le donazioni e le convenzioni che disciplinano le unioni extramatrimoniali», in Il nuovo diritto europeo dei contratti: dalla Convenzione di Roma al regolamento Roma I, I Quaderni della Fondazione Italiana per il Notariato, 2007, p. 31e ss.
D. OCKL, «Patto di famiglia e diritto internazionale privato», in Patti di famiglia per l'impresa, I Quaderni della Fondazione Italiana per il Notariato, 2006, p. 384 e ss.
G. PERONI, «Patti successori, patto di famiglia e ambito di applicazione delle norme di diritto internazionale privato», in Dir. comm. int., 2007, p. 611 e ss.

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