La successione nei rapporti: aspetti civilistici
La successione nei rapporti: aspetti civilistici
di Michele Labriola
Notaio in Bari

Nozione

Punto di partenza della presente indagine è la nozione di azienda, regolata dall'art. 2555 c.c.: il complesso dei beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'impresa.

Il legislatore, pertanto, individua l'azienda quale oggetto di diritti e non entità soggettivizzata nè relazione tra oggetti [nota 1].

Emerge un evidente rapporto di strumentalità tra l'azienda, intesa nei suoi beni della più varia natura (mobili, immobili, beni materiali e immateriali, macchine, merci, brevetti, e così via) e l'attività al cui esercizio è destinato il complesso aziendale; in questo senso risulta evidente ed inscindibile il rapporto tra impresa ed azienda, configurandosi per l'appunto l'azienda quale strumento idoneo per lo svolgimento dell'attività imprenditoriale [nota 2].

Questa circostanza induce a volte ad utilizzare, impropriamente, i termini di azienda ed impresa quali sinonimi [nota 3].

Naturalmente il citato rapporto di strumentalità non comporta automaticamente la necessaria ed obbligatoria sussistenza contemporanea di azienda ed impresa.

Infatti l'azienda potrebbe sussistere anche prima dell'inizio dell'esercizio dell'impresa, e, d'altro canto, il requisito dell'organizzazione non è essenziale per l'assunzione della qualifica di imprenditore [nota 4].

Contratto di cessione d'azienda e cenni sulla natura giuridica

Preliminarmente occorre verificare quali siano i criteri per individuare il negozio traslativo "cessione d'azienda" e quali i presupposti che consentano di qualificare un determinato contratto quale cessione d'azienda con la conseguenza, per il Notaio, di assoggettare l'atto alla pubblicità prevista nell'art. 2556, comma 2 c.c. (iscrizione nel Registro delle imprese), introdotta dalla legge 310/1993 (c.d. legge Mancino) ed all'intera disciplina codicistica e speciale che presuppone la ricorrenza di tale fattispecie.

Dalla nozione su riportata consegue la qualificazione dell'azienda, da parte della prevalente giurisprudenza, come universalità di beni (universitas), da ricomprendere nella nozione dell'art. 816 c.c., riferita all'universalità di mobili [nota 5].

In particolare la Cassazione ha ritenuto che, per ravvisare una cessione d'azienda, il giudice debba da un lato indagare la comune intenzione delle parti, dall'altro verificare l'obiettiva consistenza dei beni dedotti in contratto.

Occorre, sul punto, svolgere una breve riflessione sui "requisiti minimi" che devono sussistere nell'ipotesi di cessione d'azienda.

Al di là del profilo interpretativo soggettivo relativo alla volontà delle parti, che rimane una quaestio facti legata al singolo caso concreto, dovrebbe conseguire che, perchè possa parlarsi di trasferimento d'azienda, deve trattarsi oggettivamente di un complesso di beni organizzati per l'esercizio di impresa.

In questo senso i beni stessi sono caratterizzati dall'appartenenza all'azienda, non quale massa omogenea, bensì in quanto inseriti nella struttura, in relazione al fine tecnico ed economico che persegue l'impresa, cui l'azienda si riferisce. Decisivo è pertanto il concetto di organizzazione dei beni, quale requisito di idoneità per lo svolgimento dell'attività di impresa.

Tanto premesso, una volta accertata l'esistenza di un complesso aziendale idoneo ad essere oggetto di trasferimento, occorre esaminare gli effetti che possono prodursi in concreto su singoli elementi aziendali:

a) potrà aversi il trasferimento, quale effetto naturale del contratto, di debiti, crediti e contratti; ma naturalmente tale effetto naturale della cessione (il fatto che siano compresi debiti, crediti e contratti) non potrà mai essere ritenuto elemento necessario o obbligatorio, senza del quale non possa parlarsi di cessione d'azienda; infatti avviene di frequente che il cessionario ed il cedente prevedano espressamente l'esclusione dal subentro nei contratti e/o nei crediti e debiti;

b) potrà aversi il trasferimento dell'avviamento commerciale, che può qualificarsi come la capacità produttiva dell'azienda; ma la cessione di azienda senza avviamento, perchè collegata ad impresa in perdita, è ipotesi che può ricorrere;

c) deve aversi il trasferimento della licenza commerciale: a tale proposito va precisato che una autonoma cessione della autorizzazione amministrativa all'esercizio al commercio (ex L. 1971/426) non è configurabile, in quanto l'autorizzazione è trasferibile unitamente all'azienda cui si riferisce;

d) potrà esserci, di fatto (profilo finalistico), la continuazione dell'attività di impresa, nel senso che il trasferimento d'azienda è presupposto necessario per la successione nell'impresa, ma può verificarsi che la cessione sia effettuata da soggetto che, nel frattempo, abbia cessato l'attività, pur essendo titolare di un complesso di beni organizzati.

Dalle osservazioni che precedono, relative alla non necessità che nell'ambito di un trasferimento d'azienda tutti gli elementi ed i beni aziendali siano effettivamente ricompresi nel trasferimento, consegue, secondo parte della dottrina, che debba essere respinta la tesi dell'azienda quale universitas ed accolta, invece, la tesi c.d. atomistica, secondo la quale l'azienda costituisce una semplice pluralità di beni distinti, non collegati tra loro materialmente, ma solo funzionalmente, in quanto tutti destinati dall'imprenditore all'esercizio della sua impresa [nota 6].

Non è questa ovviamente la sede per ripercorrere il complesso dibattito relativo alla natura giuridica dell'azienda, che ha coinvolto in Italia la dottrina più autorevole.

La tesi c.d. "atomistica" può apparire in larga misura consona a rappresentare l'effettivo andamento delle contrattazioni, che non sempre includono tutti i rapporti aziendali nella cessione.

Non vi è dubbio, però, che quasi sempre la cessione d'azienda ha un senso proprio nella misura in cui vi è un trasferimento complessivo di beni e rapporti aziendali organizzati (es., esercizio che sia legato a particolari contratti di somministrazione o a crediti di prestazioni infungibili).

Dal punto di vista delle conseguenze pratiche che possono riguardare un negozio di trasferimento di azienda, occorre ritenere che nel singolo caso concreto dovrà valutarsi la configurazione minima o il contenuto possibile dell'azienda e ritenere essenziali ad integrare il concetto di azienda tutti quei beni e/o servizi difficilmente sostituibili o fungibili e comunque essenziali a mantenere l'identità del progetto imprenditoriale e le caratteristiche qualitative del processo produttivo; più specificatamente la composizione aziendale andrà esaminata in base alla funzione svolta da ogni elemento aziendale con riguardo alla specifica fattispecie contrattuale [nota 7].

Da questo quadro emerge che non sempre è agevole verificare se le parti abbiano inteso trasferire l'azienda o un singolo ramo d'azienda ovvero, in alternativa, singoli beni facenti parte del compendio aziendale.

Naturalmente il nomen iuris attribuito dalle parti non può costituire un elemento sufficiente per la risoluzione del problema.

La questione non è ovviamente priva di rilievo:

ove si ritenga realizzata una cessione di azienda, dovrà essere applicata la relativa disciplina dal punto di vista:

1. civilistico (es., responsabilità dell'acquirente per i debiti aziendali ex art. 2560, comma 2, c.c.);

2. fiscale (tassazione dell'avviamento commerciale ed assoggettamento ad imposta di registro);

3. pubblicitario (iscrizione dell'atto presso il competente Registro delle imprese).

Il nostro sistema anche sotto questo profilo è molto diverso rispetto ai sistemi di common law, nei quali le parti possono liberamente stabilire se si attua un trasferimento di beni (sale of assets) o di azienda (sale of business); conseguentemente la prassi nei Paesi del common law si è orientata verso contratti molto analitici e complessi che disciplinano l'oggetto del rapporto.

Nella tecnica contrattuale, si pongono, ovviamente dei problemi concreti relativi all'inclusione e all'esclusione degli elementi aziendali.

In via del tutto esemplificativa, deve concludersi che:

- come detto, l'esclusione dal trasferimento di crediti, debiti e contratti o di singoli beni non impedisce il trasferimento dell'azienda;

- al contrario, l'esclusione di un rapporto o contratto da considerarsi oggettivamente essenziale per lo svolgimento dell'attività d'impresa può impedire tale trasferimento (es., il contratto di locazione dell'immobile nel quale viene gestito l'esercizio commerciale).

In ogni caso, ove le parti ritengano di non includere nel trasferimento dell'azienda alcuni beni o rapporti che la compongono, è necessario che dall'atto risulti espressamente tale esclusione.

Infatti prevalente in giurisprudenza è l'orientamento secondo il quale l'appartenenza di fatto all'azienda basta per rendere oggetto del negozio i singoli elementi che la compongono, ancorchè non menzionati in contratto.

Coerentemente con la tesi universalistica prevalentemente accolta in giurisprudenza, è stata ritenuta non necessaria una specifica pattuizione nell'atto di trasferimento, ai fini del passaggio al cessionario degli elementi aziendali non espressamente esclusi [nota 8].

Diverso problema è quello della necessità di distinguere il trasferimento dell'intera azienda rispetto al trasferimento di un ramo della stessa.

Infatti anche le cessioni parziali di azienda pongono un problema interpretativo rilevante.

Da quanto sin qui osservato, si deve ritenere che, affinchè possa parlarsi di trasferimento di un ramo aziendale, sarà necessario che il complesso alienato sia idoneo all'esercizio di un'impresa, costituendo in sè una azienda autonoma.

In questo senso è sufficiente che la cessione di parte dell'azienda consenta all'imprenditore acquirente la normale prosecuzione dell'attività d'impresa ed inoltre che il complesso dei beni trasferiti abbia oggettivamente la struttura per costituire un complesso aziendale autonomo [nota 9].

In ordine alla forma del contratto di cessione d'azienda, l'art. 2556 c.c., novellato nel comma 2 della L. 310/1993, prevede:

1. la necessità della forma scritta;

2. la previsione di forme particolari per il trasferimento di singoli beni (art. 1350 - per gli immobili);

3. l'adozione di forme particolari in relazione alla natura del contratto: ad esempio per la donazione d'azienda, dovrà essere stipulato un atto pubblico, con la presenza dei testimoni e con la previsione dell'elenco dettagliato dei beni aziendali con l'indicazione del relativo valore (art. 782 c.c.) [nota 10];

4. a fini pubblicitari, la necessità dell'atto pubblico notarile o della sottoscrizione autenticata da Notaio.

Inoltre per il conferimento d'azienda in società sarà necessaria, per le società di capitali, oltre alla forma pubblica, la relativa perizia di stima (art. 2343 c.c. per le SpA e art. 2465 per le Srl).

Profili pubblicitari

Con la legge 310/1993 (c.d. legge Mancino) è stato introdotto, come è noto, l'obbligo dell'intervento notarile per i trasferimenti aziendali, con la conseguente previsione dell'iscrizione dell'atto di cessione presso il competente Registro delle imprese.

La ratio di tale intervento legislativo consisteva nell'assicurare maggior trasparenza a tutto il settore, contrastando, nel contempo, il riciclaggio di danaro di provenienza illecita che può nascondersi dietro tali operazioni.

Venuto meno l'obbligo di comunicazione dell'atto al Questore competente, previsto dalla L. 310 e successivamente abrogato, la pubblicità dell'atto viene assicurata dal Notaio attraverso l'iscrizione nel Registro delle imprese competente, ovvero quello ove ha sede l'azienda ceduta.

Occorre interrogarsi sulla reale portata e funzione della prevista forma di pubblicità.

L'art. 2193 c.c. delinea, per gli atti soggetti ad iscrizione nel Registro delle imprese, una efficacia di tipo dichiarativo, in quanto l'iscrizione non si limita a rendere conoscibile il fatto pubblicato (come avviene per la pubblicità-notizia), ma comporta una irrilevanza giuridica dell'ignoranza del fatto iscritto, producendo, in sostanza, una "conoscenza legale" del fatto stesso [nota 11].

L'iscrizione, nonostante la sua riconosciuta natura dichiarativa, non può rappresentare un criterio risolutivo dei conflitti che possono porsi tra acquirenti della stessa azienda, nonchè tra acquirenti ed eventuali creditori che abbiano proceduto a pignorare singoli beni del compendio.

La tesi che vorrebbe assoggettare l'azienda ad una unitaria legge di circolazione, quale universalità di mobili [nota 12], deve essere respinta, dovendosi viceversa ritenere che per la risoluzione dei conflitti sia necessario fare riferimento alla legge di circolazione del singolo bene ed alle relative regole applicabili.

Ne consegue che:

- per i beni immobili e per i beni mobili registrati, si farà riferimento al regime della trascrizione (artt. 2644 e 2688 c.c.);

- per i beni mobili, varrà la regola codicistica del possesso in buona fede quale titolo idoneo (artt. 1153 e 1155 c.c.);

- per i diritti personali di godimento, prevarrà colui che per primo lo ha conseguito (art. 1380 c.c.);

- per i brevetti ed i marchi, occorrerà verificare chi abbia trascritto prima nell'apposito registro.

Disciplina particolare è quella dettata dall'art. 2559 c.c., in ordine al conflitto esistente tra il cessionario dei crediti aziendali e la buona fede dei debitori ceduti: la cessione dei crediti relativi all'azienda ceduta ha effetto, nei confronti dei terzi, dal momento dell'iscrizione della cessione nel Registro delle imprese.

Tale assunto, però, va coordinato con il secondo periodo del comma 1 dell'art. 2559 c.c., per il quale il debitore ceduto è comunque liberato se paga in buona fede al venditore dell'azienda; si è sostenuto, a tale proposito, che la legge, ove sussista la buona fede del debitore, esclude lo stesso debitore dalle categorie di soggetti per i quali ha rilievo il sistema pubblicitario [nota 13].

Farà capo naturalmente al cessionario l'onere di provare la conoscenza dell'avvenuta cessione da parte del debitore ceduto.

In ultimo va considerato che la pubblicità dell'atto di cessione d'azienda, se produce, come detto, effetti dichiarativi in ordine alla circolazione del compendio aziendale, è destinata a produrre invece effetti meramente informativi in ordine ai dati, elementi e sopratutto clausole contrattuali inserite nell'atto di cessione.

Più precisamente le clausole contrattuali relative ad apposizione di condizioni, di un termine o alla previsione di riserva di proprietà non possono formare oggetto di iscrizioni, ma unicamente oggetto di deposito unitamente all'atto che le contiene.

Sul punto si tornerà in seguito, nel paragrafo dedicato alla cessione d'azienda con riserva di proprietà.

La cessione della totalità della partecipazione sociale

Problema che merita di essere affrontato è quello del trasferimento del compendio aziendale per il tramite di un mutamento della compagine sociale, nell'ipotesi in cui tale mutamento avvenga attraverso il trasferimento della totalità delle partecipazioni in società o delle partecipazioni rappresentative della maggioranza del capitale, in modo comunque da assumere il controllo della società.

Va ribadito, in linea con la giurisprudenza della Cassazione, che in nessun caso potrà parlarsi di trasferimento d'azienda (che comporterebbe evidenti conseguenze di carattere civilistico e notevole aggravio dell'imposizione fiscale) allorquando i beni, i contratti, i rapporti interni e tutti gli altri elementi del compendio, rimangano nella titolarità della medesima società.

In altre parole, il mutamento anche dell'intera compagine societaria, attraverso uno o più atti di cessione di azioni o quote sociali, non dà origine a cessione d'azienda [nota 14].

Dal punto di vista strettamente civilistico, l'oggetto del contratto di cessione di quote sociali è rappresentato dalla posizione giuridica soggettiva facente capo al socio ed inerente al suo status, comprendente diritti, obblighi e doveri [nota 15].

Del tutto superata appare pertanto la tesi, pur autorevolmente sostenuta, per la quale la vendita delle quote/azioni andrebbe equiparata alla vendita del patrimonio sociale [nota 16].

La successione nei contratti

L'art. 2558 c.c. è riferito alla successione da parte dell'acquirente dell'azienda nei contratti inerenti l'azienda stessa.

La norma prevede che tale subentro costituisca un effetto automatico del contratto di cessione di azienda, salvo che i contratti abbiano natura personale e se non è diversamente disposto dalle parti.

La ratio della disposizione è quella di consentire, nel maggior grado possibile, il trasferimento dell'attitudine produttiva e quindi anche dell'avviamento aziendale, considerato che spesso proprio nelle situazioni di natura contrattuale l'azienda trova uno strumento necessario per il suo ordinato e favorevole sviluppo economico [nota 17].

In particolare appare significativo il trattamento riservato dal legislatore alla tutela della posizione dell'acquirente e del suo interesse a subentrare nei contratti aziendali in corso; questo giustifica la evidente deroga alla disciplina civilistica generale dettata in materia di cessione del contratto dall'art. 1406 ss. c.c.

Infatti l'art. 1406 c.c. permette la sostituzione nel rapporto contrattuale, ma purchè vi sia il consenso del contraente ceduto; tale consenso appare espressione del più generale principio previsto dall'ordinamento della protezione dell'autonomia individuale, nel senso che nessuno può subire modificazioni nella propria sfera giuridica contro o indipendentemente dalla propria volontà [nota 18].

Viceversa nella cessione d'azienda la successione dell'acquirente nei contratti avviene ope legis e le esigenze di protezione dell'autonomia individuale segnano il passo di fronte all'esigenza della tutela dell'attività d'impresa.

Il comma 2 dello stesso art. 2558 c.c., prevede che il terzo contraente potrà recedere dal contratto entro tre mesi dalla notizia del trasferimento, in presenza di una "giusta causa".

Volendo circoscrivere il campo di indagine, assai vasto, ad alcune delle problematiche che maggior rilievo possono avere nell'ambito dell'attività contrattuale e notarile, possono individuarsi quattro ordini di problemi:

a. possibilità, modalità e limiti dell'eventuale patto contrario, tendente ad escludere il trasferimento dei contratti;

b. individuazione della categoria dei "contratti personali" che sono esclusi dalla successione automatica;

c. individuazione dei presupposti per la ricorrenza della facoltà di recesso attribuita al terzo contraente;

d. analisi di alcune specifiche fattispecie contrattuali.

Naturalmente l'esame di queste problematiche va compiuta separando l'una dall'altra, pur all'interno di un unico quadro di riferimento.

Va, però, preliminarmente osservato che la regola dell'art. 2558 c.c. è applicabile unicamente ai contratti con prestazioni corrispettive che non siano stati ancora interamente eseguiti e per i quali, quindi, permangono obbligazioni reciproche di entrambe le parti.

Al contrario, ove i rapporti obbligatori di tale tipologia di contratti siano già stati eseguiti, o vi siano eventualmente obblighi ancora esistenti facenti capo rispettivamente all'alienante o all'altro contraente, si potrà parlare di applicazione della disciplina di cui agli artt. 2559 e 2560 c.c., relativa ai crediti ed ai debiti dell'azienda [nota 19].

A. Come detto, in assenza di alcuna previsione e nel silenzio del contratto, tutti i contratti (eccezion fatta per quelli personali) si trasferiscono ipso iure all'acquirente.

La legge consente il patto contrario: infatti, come in precedenza osservato in ordine al problema della natura giuridica dell'azienda, può ben avvenire che uno o più rapporti contrattuali non seguano l'azienda trasferita, senza che ciò vada a snaturare la qualificazione dell'atto come trasferimento dell'azienda e a connotarlo all'opposto come cessione di singoli beni aziendali, costituendo la successione nei contratti un effetto naturale, ma non obbligatorio del negozio.

In caso di esclusione di un determinato contratto, ovviamente, il relativo regolamento negoziale continuerà a vincolare le parti originarie.

Sotto il profilo della tecnica redazionale, ed in relazione alla volontà espressa dalle parti, potranno essere previste ipotesi differenti:

- l'esclusione di tutti i contratti in essere, perchè non rilevanti per la continuazione dell'attività economica dell'acquirente, con il limite, però, di quei contratti "indispensabili" per la organizzazione aziendale, di guisa che, in assenza del loro trasferimento, non potrebbe parlarsi di cessione d'azienda [nota 20];

- l'esclusione di alcuni determinati rapporti contrattuali, con la loro specifica e dettagliata indicazione;

- l'inversione del meccanismo legale, e pertanto l'inclusione nel trasferimento unicamente dei contratti espressamente citati in atto, al fine di evitare il subentro in contratti non conosciuti dall'acquirente e potenzialmente indesiderati;

- la previsione di una clausola che, riproducendo il sistema di cui all'art. 1406 c.c., sottoponga la successione nei contratti o in alcuni determinati contratti all'approvazione formale del contraente ceduto; tale clausola potrebbe trovare applicazione in quelle determinate ipotesi nelle quali vi è il rischio di un successivo recesso per giusta causa dello stesso contraente ceduto, anche al fine di evitare la responsabilità dell'alienante.

B. La norma in esame esclude dal subentro automatico i contratti di carattere personale.

Tale eccezione ha una portata abbastanza limitata, in quanto la frequenza di rapporti personali infungibili, nell'ambito dell'attività economica aziendale, appare obiettivamente ridotta.

Va evidenziato che non viene ritenuta ammissibile l'equiparazione tra contratti personali e contratti intuitu personae: si ritiene a tale proposito che i contratti personali costituiscano una categoria più ristretta e per i quali, in ogni caso, i requisiti dell'identità e delle qualità personali dell'imprenditore alienante sono stati in concreto determinanti per il consenso del terzo contraente ceduto [nota 21].

In ipotesi di ricorrenza di un contratto personale, lo stesso per essere oggetto del trasferimento unitamente all'azienda, dovrà essere espressamente menzionato in atto ed il trasferimento si perfezionerà con il consenso del contraente ceduto, secondo la regola generale della cessione del contratto.

C. Al terzo contraente, come detto, in ipotesi di "giusta causa", è attribuito il diritto di recesso.

Considerato che i contratti personali infungibili sono sottratti al regime del subentro automatico, va sostenuto che la giusta causa non può trarre fondamento nella considerazione che il contraente ceduto abbia della persona del cedente, bensì, all'opposto, essa va riferita alla posizione personale e patrimoniale dell'acquirente ed alla sua idoneità a dare effettiva esecuzione ai contratti in essere [nota 22].

Per quanto riguarda il recesso consentito al terzo contraente, può senza dubbio parlarsi di una ipotesi di recesso legale, caratterizzata dalla struttura e dalle modalità d'esercizio della figura tipica.

Pertanto si tratterà di una dichiarazione unilaterale, destinata a produrre i propri effetti sul contratto nel quale è subentrato l'acquirente dell'azienda, producendone immediatamente l'estinzione (salva l'efficacia dichiarativa di una successiva pronuncia dell'autorità giudiziaria) [nota 23].

Il termine che la norma concede al contraente ceduto per esercitare il recesso è però breve (precisamente tre mesi dalla notizia del trasferimento) e questo si spiega con la necessità di non sottoporre l'attività economica che l'acquirente si appresta a svolgere attraverso l'azienda acquistata, ad una situazione di incertezza nel lungo periodo circa l'effettività del contratto ceduto.

Naturalmente nell'ipotesi di effettivo esercizio del diritto di recesso da parte del terzo contraente, vi sarà la responsabilità dell'alienante, ai sensi dell'art. 2558 comma 2, c.c. e tale responsabilità sarà rivolta sia verso l'acquirente dell'azienda che verso lo stesso contraente ceduto recedente.

D. Passando ad esaminare alcune specifiche figure contrattuali di particolare rilievo nell'ipotesi della cessione d'azione, meritano di essere prese in considerazione due differenti ipotesi:

- l'ipotesi della locazione immobiliare;

- il problema del lavoro subordinato.

In ordine alla locazione immobiliare, la legge 392/1978 all'art. 36 ha inteso risolvere il contrasto interpretativo esistente sul rapporto tra l'art. 1594 c.c., che prevede che il conduttore non può cedere il contratto di locazione dell'immobile senza il consenso del locatore, e l'art. 2558 c.c., che prevede il subingresso automatico del cessionario dell'azienda in tutti i contratti, esclusi unicamente quelli di natura personale.

Infatti l'art. 36 citato stabilisce che il conduttore può sublocare l'immobile o cedere il contratto di locazione, anche senza il consenso del locatore, purchè venga insieme ceduta o locata l'azienda che viene svolta in quel determinato immobile; in questo caso il locatore può opporsi entro trenta giorni dalla comunicazione a lui inviata secondo le modalità previste dalla norma, ma unicamente per gravi motivi.

L'ipotesi della cessione del contratto di locazione e in alternativa quella della sublocazione, vanno valutate separatamente: nel contratto di cessione d'azienda sarà opportuno prevedere espressamente la ricorrenza dell'una o dell'altra scelta fatta dalle parti, in quanto in presenza di una cessione di contratto, si avrà una vera e propria successione a titolo particolare con il subentro del cessionario nella stessa identica posizione e nei diritti ed obblighi già facenti capo al cedente, mentre, in presenza di una sublocazione, il rapporto si svolgerà tra conduttore e subconduttore, non coinvolgendo direttamente il locatore che continuerà ad avere quale interlocutore contrattuale il conduttore originario [nota 24].

Il problema principale riguardante la successione nel contratto di locazione dell'immobile ove è ubicata l'azienda è costituito dall'orientamento giurisprudenziale della Cassazione, secondo il quale l'alienazione dell'azienda esercitata in un immobile adibito ad uso commerciale non comporta, nè ai sensi dell'art. 2558 c.c., nè ai sensi dell'art. 36 della legge 392 del 1978, l'automatica cessione del contratto di locazione, in quanto le citate norme consentono, ma non impongono all'acquirente dell'azienda di subentrare nel contratto di locazione; ne consegue che tale subentro non è un effetto riconducibile alla legge, ma alla volontà delle parti [nota 25].

Pertanto, secondo tale consolidato orientamento, nel silenzio del contratto di cessione il contratto di locazione non si trasmette al cessionario.

La questione appare oltremodo rilevante proprio per quelle ipotesi nelle quali l'attività aziendale non possa essere esercitata altrove, e pertanto il contratto di locazione costituisca un contratto "oggettivamente essenziale" per lo svolgimento dell'attività d'impresa.

Nel silenzio del contratto si corre quindi il rischio di attuare una mera cessione di beni aziendali e non una cessione d'azienda che ha quale presupposto, per il suo espletamento, l'ubicazione in quella determinata sede.

In ordine, invece, al problema dei rapporti di lavoro subordinato, l'art. 2112 c.c. prevede che in caso di trasferimento d'azienda il rapporto continui con il cessionario ed il lavoratore conservi tutti i relativi diritti: trattasi di una successione ex lege a titolo particolare nel rapporto contrattuale ed in tal senso è del tutto irrilevante il consenso del lavoratore trasferito [nota 26].

Il comma 5 dello stesso art. 2112 c.c. prevede l'applicazione di tale disciplina sia alla cessione di un ramo dell'azienda che a tutte quelle diverse ipotesi (es., fusione) che producono il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata.

Ne deriva che, da parte dell'acquirente dell'azienda, dovrà essere fatta estrema attenzione in ordine all'esistenza di rapporti di lavoro subordinato, che sono destinati a proseguire con la cessione d'azienda.

Merita, infine, di essere segnalato l'art. 47 della legge 428 del 1990, che prevede, nel caso di trasferimento d'azienda nella quale siano occupati più di quindici lavoratori, l'esperimento di una procedura di consultazione sindacale.

Il mancato assolvimento di tale obbligatoria informativa costituisce una condotta antisindacale ai sensi dello statuto dei lavoratori (L. 300/1970), ma non incide sulla legittimità del negozio traslativo d'azienda [nota 27].

Sorte dei crediti e debiti relativi all'azienda ceduta

A. Crediti.

Regola generale è quella per la quale la cessione dei crediti ha effetto nei confronti dei terzi dal momento dell'iscrizione del trasferimento dell'azienda nel Registro delle imprese.

Come precedentemente osservato in relazione ai profili pubblicitari, l'art. 2559 c.c. detta, però, una disciplina particolare, nel senso che il debitore, se paga in buona fede al venditore dell'azienda, è comunque liberato, pur dopo l'avvenuta iscrizione della cessione nel Registro delle imprese.

Coerentemente con la tesi dell'universitas, si ritiene in giurisprudenza che, in caso di cessione d'azienda, ogni credito aziendale si trasferisce al cessionario, senza la necessità di una specifica indicazione nell'atto di trasferimento.

In dottrina, viceversa, la tesi della presunzione del passaggio dei crediti unitamente all'azienda, non è accolta da tutti, in base alla più generale discussione circa la natura giuridica dell'azienda [nota 28].

La stessa giurisprudenza, però, con riferimento al subentro automatico nei crediti, evidenzia che è certamente consentito pattuire una eventuale esclusione, per volontà delle parti; appare pertanto preferibile inserire nel contratto di cessione d'azienda una clausola di esclusione, ove le parti non intendano prevedere il relativo subentro [nota 29].

Anche per i crediti tributari, la presunzione del trasferimento dei crediti unitamente all'azienda ha trovato accoglimento in giurisprudenza: si è ritenuto che in ipotesi di conferimento di una azienda individuale in società, ai sensi dell'art. 2559 c.c., venga trasferito anche il credito Iva, con conseguente perdita di legittimazione del conferente a pretenderne il rimborso [nota 30].

B. Debiti

Quando si parla di debiti aziendali, occorre fare riferimento a debiti "in sè solo considerati" e non invece ricollegabili a posizioni contrattuali non ancora definite, per le quali opererà la diversa disciplina dell'art. 2558 c.c. [nota 31]

La disciplina relativa ai rapporti con i creditori dell'azienda ceduta, regolata dall'art. 2560 c.c., fa sorgere alcuni problemi che meritano di essere sinteticamente esaminati.

1. Nell'ipotesi di espresso accollo dei debiti da parte del cessionario dell'azienda, viene in rilievo la disciplina generale prevista dall'art. 1273, commi 2 e 3, c.c., in base alla quale il venditore non è liberato dai debiti aziendali anteriori al trasferimento, se non vi è il consenso dei creditori.

La norma appare, invero, inderogabile: non avrebbe valore nei confronti dei creditori una pattuizione che esonerasse da responsabilità nei loro confronti l'alienante o l'acquirente dell'azienda.

La ratio va ravvisata, evidentemente, nella tutela della posizione dei creditori, avendo questi interesse a non vedersi attribuire un nuovo debitore meno sicuro patrimonialmente rispetto al precedente, senza poter fare affidamento sulla capacità economica del precedente proprietario dell'azienda.

Si avrà quindi una responsabilità solidale di alienante ed acquirente per i debiti aziendali; si è parlato, in relazione alla norma in oggetto, di un accollo cumulativo ex lege [nota 32].

Problema interessante è quello relativo all'ambito delle situazioni debitorie che possono formare oggetto di accollo da parte dell'acquirente dell'azienda.

Non sembra che l'eventuale accollo del debito da parte del cessionario possa incontrare limiti di sorta ed in particolare non sembra sostenibile la tesi per la quale possono formare oggetto di accollo unicamente i debiti risultanti dalle scritture contabili.

Il limite posto dal comma 2 dell'art. 2560 c.c. si riferisce, infatti, a diversa fattispecie e precisamente dei c.d. "rapporti esterni" nei confronti dei terzi creditori, ben potendo l'autonomia privata dei contraenti estendere il subentro nei debiti illimitatamente.

Naturalmente ove l'acquirente accollatario non paghi il debito, il venditore chiamato a pagare dal creditore dell'azienda, avrà il diritto di rivalsa verso lo stesso acquirente.

2. In mancanza di patto di assunzione dei debiti aziendali, l'acquirente è ugualmente tenuto a rispondere verso i creditori sociali, ma unicamente per i debiti che risultino dai libri contabili obbligatori.

Tale iscrizione costituisce, infatti, un presupposto indispensabile affinchè possa configurarsi la responsabilità dell'acquirente dell'azienda; più precisamente la stessa iscrizione è ritenuta elemento costitutivo essenziale della citata responsabilità del cessionario.

Conseguentemente, per la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, la norma ha natura eccezionale, non può essere interpretata analogicamente e quindi non è consentito ai creditori provare che l'acquirente conoscesse per altre fonti, diverse dai libri contabili, l'esistenza dei debiti [nota 33].

In questo senso, ove si riscontri, per una qualsiasi ragione, l'inesistenza dei libri contabili, non potrà mai esserci l'elemento costitutivo della responsabilità del cessionario per i debiti aziendali [nota 34]. Pertanto l'acquirente non può essere mai chiamato a rispondere di debiti non risultanti dai libri contabili (salva l'ipotesi su vista del volontario accollo dei debiti).

Una recente sentenza della Cassazione propone, con riguardo al tema in oggetto, una rilevante eccezione.

Secondo questa decisione la normativa di cui all'art. 2560, comma 2, c.c., che collega la responsabilità dell'acquirente per i debiti aziendali alla circostanza che gli stessi risultino dai libri contabili, non troverebbe applicazione per i debiti tributari (in particolare a titolo di Iva), atteso che, data la loro particolare natura, tali debiti non sono equiparabili a quelli di diritto comune [nota 35].

Tale orientamento origina notevoli perplessità, in particolare ove si consideri che nella decisione in oggetto non viene fatto riferimento ad alcun limite temporale, come invece espressamente previsto dall'art. 14 della legge 472/1997, per il quale il cessionario è responsabile in solido per i debiti tributari, ma solo per le violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti.

3. Problema di carattere più generale, che la norma in esame non risolve, è quello dei rapporti tra venditore ed acquirente in relazione ai debiti aziendali.

Infatti l'art. 2560 c.c. si preoccupa sostanzialmente di regolare i rapporti esterni nei confronti dei terzi creditori, ma nulla dice in relazione ai rapporti interni.

Resta quindi irrisolta, dal punto di vista normativo, la questione relativa all'eventuale trasferimento automatico dei debiti dell'alienante all'acquirente, con la decisiva conseguenza che, in presenza di tale subentro automatico, l'acquirente chiamato a pagare nei confronti dei creditori dell'azienda non avrebbe diritto di rivalsa verso il creditore.

Appare preferibile la tesi per la quale la successione nel debito, in assenza di espressa previsione, non sembra presumibile in capo all'acquirente, trattandosi nel nostro sistema di ipotesi eccezionale.

Pertanto l'acquirente che paga i creditori ha in ogni caso diritto di rivalsa verso il venditore per i crediti sorti anteriormente alla cessione.

Sotto il profilo della tecnica redazionale, è comunque opportuno evidenziare nell'atto di cessione d'azienda il mancato trapasso all'acquirente delle posizioni debitorie, tutte le volte in cui non vi sia accollo dei debiti da parte dell'acquirente, prevedendo, eventualmente, l'esplicito diritto di ripetere dal venditore quanto versato nei confronti dei creditori (ipotesi che può ricorrere in particolare per i debiti risultanti dai libri contabili).

Infatti in assenza di un orientamento giurisprudenziale e dottrinale univoco sul problema del trasferimento automatico dei debiti in capo all'acquirente, nel silenzio del contratto, un atteggiamento prudenziale appare necessario [nota 36].

Brevi cenni sul trasferimento dei segni distintivi dell'azienda

A) La ditta può essere trasferita, ma non separatamente dall'azienda (art. 2565, comma 1, c.c.).

Pertanto il nome commerciale dell'imprenditore cedente, che costituisce il suo segno distintivo, può costituire oggetto di cessione, unitamente all'azienda, ove ricorra la possibilità di attribuirle un valore.

Ratio della norma è di evitare confusione nei terzi e falsi convincimenti in ordine all'azienda che si cede con una determinata ditta.

Problema particolare, al quale la giurisprudenza ha dato risposta positiva, è se la ditta possa essere inserita anche in un atto di cessione di ramo d'azienda: considerando infatti il ramo d'azienda come una autonoma ed organica unità economica, nello stesso si riproducono, su scala ridotta, le caratteristiche essenziali dell'azienda originaria [nota 37].

Naturalmente sarà necessaria una espressa pattuizione contrattuale per assicurare il trasferimento della ditta; infatti l'art. 2565, comma 2, c.c., prevede a tal fine l'espresso consenso dell'alienante.

Il comma 3 dello stesso articolo si occupa, invece, del trasferimento mortis causa della ditta, prevedendo che nella successione dell'azienda la ditta si trasmetta al successore, salva diversa disposizione testamentaria.

La disposizione è stata interpretata da alcuni nel senso di ritenere legittima una attribuzione della ditta con atto mortis causa a soggetto diverso rispetto al successore nell'azienda. In realtà la disposizione citata va interpretata nell'ambito dell'intera norma di cui all'art. 2565 c.c. e pertanto la «salva diversa disposizione testamentaria» va intesa nel senso che il testatore che lascia un'azienda può anche non trasferire unitamente all'azienda anche la ditta, rompendo il legame, non inscindibile, tra ditta e azienda [nota 38].

B) L'insegna contraddistingue i locali ove viene svolta l'attività d'impresa e frequentemente finisce con il coincidere con la ditta.

Nella prassi contrattuale l'affermarsi di contratti quali il franchising ha riportato all'attenzione il problema dell'insegna.

Anche per l'insegna si pone il problema, nel silenzio della legge, se la stessa possa circolare separatamente all'azienda.

L'orientamento decisamente prevalente tende ad applicare, analogicamente, l'art. 2565 c.c. e pertanto a ritenere l'insegna cedibile solo unitamente all'azienda [nota 39].

Analogamente alla ditta, appare preferibile ritenere che anche per il trasferimento dell'insegna sia necessaria apposita pattuizione nel contratto di cessione d'azienda.

C) Il marchio è il segno distintivo dei prodotti o dei servizi dell'impresa.

Com'è noto, la previgente disciplina prevedeva la nullità del contratto di cessione del marchio senza il contestuale trasferimento dell'azienda.

La disciplina è oggi mutata a seguito dell'introduzione del D.lgs. 480 del 1992: è oggi quindi possibile trasferire il marchio separatamente rispetto alla eventuale circolazione dell'azienda [nota 40].

Unico limite del trasferimento separato del marchio è dato dalla necessità di evitare di ingenerare dubbi sull'uso del marchio presso i consumatori, circa la presenza dei caratteri essenziali dei prodotti o servizi contraddistinti dal marchio stesso.

In ordine alla pubblicità, sarà necessario fare riferimento all'apposito registro tenuto presso l'Ufficio brevetti: la trascrizione dell'atto di trasferimento fungerà da meccanismo di opponibilità ai terzi nonchè quale criterio utile per dirimere conflitti tra più aventi causa.

Cessione d'azienda con riserva di proprietà

La prassi ha da tempo ammesso la riserva di proprietà anche per le cessioni di aziende, superando i dubbi relativi alla volatilità ed elasticità dei singoli elementi aziendali, che possono nel corso del tempo essere sostituiti o alienati (si pensi in particolar modo al deterioramento dei beni ed al consumo delle merci).

Sorge, in effetti, il problema di conciliare l'utilizzo dei beni aziendali da parte dell'acquirente con riserva di proprietà, con la circostanza che la proprietà dei beni stessi, soggetti a deterioramento, è ancora in capo al venditore, essendo quest'ultimo il proprietario dell'azienda fino al pagamento dell'ultima rata di prezzo.

Anche la Cassazione in una non recente ed isolata pronuncia ha ritenuto compatibili le due figure, riconoscendo all'azienda la natura di complesso unitario separato dai singoli beni che lo compongono e quindi capace di essere oggetto di contratti traslativi [nota 41].

Il problema certamente più rilevante riguarda la pubblicità del contratto di cessione di azienda con riserva della proprietà.

Occorre evidenziare che le norme in materia di pubblicità commerciale non prevedono espressamente la possibilità di iscrizione nel Registro delle imprese di atti ad efficacia differita, ed in particolare nel caso in esame il problema si pone sia per la evidenziazione della riserva nell'atto di cessione, sia per la conoscenza del successivo atto relativo all'avvenuto pagamento del saldo prezzo [nota 42].

Questa lacuna crea una notevole incertezza per i terzi, considerato che per verificare se e quando l'atto di cessione di azienda con riserva di proprietà si sia perfezionato quanto all'evento traslativo, occorrerà assumere informazioni attraverso sistemi diversi, con la conseguenza pertanto che, in tale ipotesi, la pubblicità commerciale svolgerà un ruolo decisamente ridotto.

Secondo alcuni occorre prevedere una duplice forma di pubblicità, la prima c.d. primaria riguardante l'atto di cessione con riserva e la seconda, c.d. secondaria, riguardante l'atto di avveramento della condizione, compilando i modelli sintetici previsti dalla modulistica con le indicazioni richieste, ma rinviando invece espressamente al titolo per ogni indicazione in merito alle caratteristiche concrete della vicenda contrattuale da rendere pubblica, assicurando così al terzo interessato quella informazione minima che gli consenta, attraverso la lettura integrale dell'atto, di ricostruire la fattispecie in questione [nota 43].

Altro problema è invece quello riguardante la possibilità da parte del compratore di trasferire a terzi quanto acquistato, prima di aver ultimato il pagamento dell'intero prezzo.

Tale ipotesi deve essere risolta in senso affermativo: si tratterà del trasferimento dell'aspettativa di acquisto facente capo al primo acquirente.

La questione assume una valenza generale, che non può essere limitata allo specifico caso del trasferimento con riserva di proprietà di beni aziendali, ma non vi è dubbio che, nell'ambito della circolazione dei beni collegata all'esercizio di attività economiche, l'ipotesi potrebbe ricorrere con maggiore frequenza [nota 44].

In questa sede può unicamente evidenziarsi che dal punto di vista redazionale occorrerà considerare le diverse ipotesi di volta in volta scelte dalle parti contraenti; nell'atto di cessione di azienda con riserva di proprietà potranno essere previste, tra le altre, le seguenti clausole:

A. potrà prevedersi espressamente la possibilità del trasferimento da parte del compratore del suo limitato diritto e ciò al fine di evitare la ricorrenza dell'ipotesi di appropriazione indebita da parte del compratore che ritrasferisca l'azienda, della quale, prima del pagamento dell'ultima rata del prezzo, egli non è ancora proprietario; in tal caso, in mancanza di diversa pattuizione, l'obbligo del pagamento del residuo prezzo continuerà a gravare sul primo compratore (se del caso, in solido con l'acquirente in caso di pagamento di tutto o parte del prezzo mediante accollo), non essendo intervenuta la liberazione di quest'ultimo da parte del venditore;

B. potrà prevedersi espressamente una clausola con la quale il venditore presti il suo consenso alla successiva cessione, ed anche alla circostanza che le rimanenti rate di prezzo da versare siano corrisposte dal diverso soggetto che ha acquistato dal primo compratore (primo compratore che rimarrebbe così liberato); si verte, in questo caso, nell'ipotesi di cui all'art. 1407 c.c., del consenso preventivo alla cessione del contratto;

C. potrà, infine, prevedersi nel contratto la incedibilità della posizione contrattuale del compratore, senza l'espresso consenso del venditore [nota 45].


[nota 1] Cfr. G.E. COLOMBO, La cessione d'azienda: lineamenti generali, in Cessione ed affitti di azienda alla luce della più recente normativa, Atti del Convegno di Milano del 22 ottobre 1994, Milano, 1995, p. 8-9.

[nota 2] Parla dell'azienda come strumento dell'attività dell'imprenditore che, d'altra parte, in quanto attività organizzata, abbisogna appunto di detto strumento, T. ASCARELLI, Corso di diritto commerciale, Milano, 1962, p. 312.

[nota 3] Nota è la tesi, seppur risalente, di F. CARNELUTTI, «Valore giuridico della nozione di azienda commerciale», in Riv. dir. comm., 1942, p. 68, secondo il quale i due concetti di azienda ed impresa si riferiscono alla stessa realtà, considerata la prima nel suo aspetto statico e la seconda nel suo aspetto dinamico.

[nota 4] Sul punto, v. G.U. TEDESCHI, Le disposizioni generali sull'azienda, in Tratt. di dir. priv. diretto da P. Rescigno, 18, Torino 1983, p. 6-7.

[nota 5] Cfr. Cass. 10 marzo 1980, n. 1584, in Foro it. Rep., 1980, c. 241, n. 16; Cass. 28 marzo 1980, n. 2058, in Foro it. Rep., 1980, c. 241, n. 17. In particolare, per questa seconda sentenza, l'alienazione dell'azienda, se comporta il trasferimento dell'unicum costituito dal complesso dei beni organizzati, non impedisce che da tale trasferimento sia escluso qualcuno di tali beni. Cfr. anche le più recenti Cass. 27 marzo 1996, n. 2714, in Foro it. Rep., 1996, c. 568, n. 7 e Cass. 13 giugno 2006, n. 13676, in Foro it. Rep., 2006, c. 728, n. 12. In dottrina, tra i tanti sostenitori della teoria dell'universitas (iuris o facti, secondo le diverse posizioni), v., per tutti, S. PUGLIATTI, «Riflessioni in tema di universitas», in Riv. trim. dir. proc. civ., 1955, p. 955 e ss.; l'A., attraverso una suggestiva interpretazione che parte dal diritto romano per giungere all'economia moderna, propone una ricostruzione storica in tema di universitas, muovendo dal gregge romano, al quale era dedicata una particolare disciplina giuridica, passando per l'hereditas, per giungere fino all'azienda.

[nota 6] In questo senso, v. T. ASCARELLI, op. cit., p. 318-320; G.E. COLOMBO, op. cit., p. 11-14; G.G. AULETTA, Dell'azienda, in Comm. cod. civ. a cura di Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1960, p. 19-25.

[nota 7] Cfr. F. GUERRERA, in I trasferimenti di azienda a cura di F. Cintoli, G. D'Amico, F. Guerrera, D. Latella, Milano, 2000, p. 32.

[nota 8] V. Cass. 27 marzo 1996, cit., per la quale, considerato il carattere unitario dell'atto di cessione, che comporta il trasferimento di tutti gli elementi costituenti l'universitas, non vi è necessità di specifica pattuizione e indicazione nel contratto in ordine ai beni e diritti che devono essere ricompresi nell'atto di cessione.

[nota 9] Così G.E. COLOMBO, op. cit., p. 21.

[nota 10] Conforme, sul punto, M. MIANO, Attività notarile, rappresentanza e responsabilità disciplinare del notaio, Roma, 2009, p. 39-40, secondo il quale l'estensione alla donazione d'azienda della disciplina dell'art. 782 c.c., comporta la nullità della donazione stessa per i beni non espressamente elencati e valutati.
In giurisprudenza, ugualmente orientata, è Cass. 4 maggio 1998, n. 4441, in Riv. not., 1998, p. 717 e ss.

[nota 11] Così G.A. RESCIO, La pubblicità della cessione di azienda: modalità di attuazione ed effetti, in Cessione ed affitti di azienda alla luce della più recente normativa, cit., p. 123-124.

[nota 12] V. G.G. AULETTA, op. cit., p. 23-25.

[nota 13] V. G.A. RESCIO, op. cit., p. 141-143.

[nota 14] Cfr. per tutte, con riferimento alla materia lavoristica, Cass., sez. lavoro, 15 ottobre 1991, n. 10829, in Foro it. Rep., 1991, p. 1830, n. 1349, per la quale il trasferimento del pacchetto azionario non comporta, di per sè, il trasferimento dell'azienda da un soggetto ad un altro (ai sensi e per gli effetti dell'art. 2112 c.c.), comportando, invece, solo modifiche in ordine alla titolarità delle azioni dell'unica società.

[nota 15] E' la nota tesi riconducibile, tra gli altri, a G. SANTINI, Società a responsabilità limitata, in Comm. cod. civ. a cura di Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1971, p. 18-25.
Di recente, in giurisprudenza si sta affermando una diversa interpretazione, per la quale la quota sociale costituirebbe una posizione contrattuale obiettivata, suscettibile pertanto di essere negoziata in quanto dotata di autonomo valore di scambio, con la conseguenza di qualificarla come bene giuridico. In questo senso, cfr. Cass. 7 novembre 2002, n. 15605, in Vita not., 2003, p. 943, seppure riferita a società di persone.

[nota 16] Così, F. MESSINEO, Manuale di diritto civile e commerciale, Milano, 1957, p. 143.

[nota 17] In questo senso, cfr. G. FERRARI, voce Azienda, in Enc. dir., dir. priv., Milano, 1959, p. 717; M. CASANOVA, Impresa e azienda, in Tratt. dir. civ. it. a cura di Vassalli, Torino, 1974, p. 795.

[nota 18] V. F. GALGANO, Tratt. dir. civ., vol. III, Padova, 2009, p. 86.

[nota 19] In dottrina, cfr. G.U. TEDESCHI, op. cit., p. 42; M. CASANOVA, op. cit., p. 796. In giurisprudenza, v. Cass., 29 gennaio 1979, n. 632, in Foro it., 1979, I, p. 1818 e Trib. Trani, 14 luglio 2008.

[nota 20] Interessante, a tale proposito, è la distinzione operata da F. GALGANO, op. cit., p. 85, per il quale la illimitata possibilità di escludere dalla successione vale per i "contratti di impresa" (quelli stipulati per l'esercizio dell'azienda che non hanno per oggetto beni aziendali, quali i contratti con i fornitori, con le imprese assicuratrici, con gli agenti di commercio, ecc.) e non anche per i "contratti aziendali" (quelli che hanno per oggetto il godimento da parte dell'imprenditore di beni aziendali non suoi); il subentro in questa seconda categoria di contratti, per l'A., non è una conseguenza ulteriore del trasferimento dell'azienda, bensì è parte integrante del trasferimento stesso: se il contratto attiene al godimento di un bene essenziale per l'organizzazione aziendale, la sua esclusione comporterà l'impossibilità di qualificare la cessione come trasferimento d'azienda.

[nota 21] Sul punto, v. F. GALGANO, op. cit., p. 88, per il quale la categoria riceve una indiretta definizione nell'art. 1429 n. 3 c.c., in materia di errore.
L'A. propone, ancora, quali possibili esempi di contratti personali, la consulenza stabile che l'imprenditore si era assicurato con un esperto tributario e l'assistenza di uno psicologo di fabbrica, incaricato di sottoporre gli aspiranti dipendenti a tests attitudinali.
Per Cass. 12 aprile 2001, n. 5495, in Giur. comm., 2001, II, p. 543, non può essere considerato contratto a carattere personale, e pertanto deve ritenersi trasferito all'acquirente, un contratto di fidejussione stipulato tra l'alienante ed un terzo garante, non riscontrandosi in tale ipotesi il carattere personale ostativo al trasferimento.

[nota 22] Così, tra gli altri, G.U. TEDESCHI, op. cit., p. 49; M. CASANOVA, op. cit., p. 798; G.G. AULETTA, op. cit., p. 56, il quale osserva che la "giusta causa" ricorre quando, attraverso la sostituzione del titolare dell'azienda, si determini un mutamento tale nelle condizioni obiettive dell'altra parte, per cui il contratto stesso non sarebbe stato stipulato o lo sarebbe stato a differenti condizioni.

[nota 23] Così, C. FERRENTINO - A. FERRUCCI, Dell'azienda, Milano, 2006, p. 81, secondo i quali lo scioglimento del contratto si produce dal momento del ricevimento della dichiarazione di recesso, con la conseguenza che non si determina il ritorno del contratto in capo all'alienante, bensì la sua definitiva estinzione.

[nota 24] Secondo la giurisprudenza della Cassazione, in ipotesi di incertezza interpretativa, nel silenzio del contratto, in ordine alla ricorrenza dell'una o dell'altra figura contrattuale, va preferita la tesi della sussistenza di una cessione del contratto di locazione, peraltro evincibile della circostanza che il locatore abbia accettato il pagamento del canone da parte del cessionario dell'azienda direttamente a suo favore. Cfr. Cass., 26 febbraio 1992, n. 2353, in Foro it. Rep., 1992, p. 285, n. 4.

[nota 25] Così, per tutte, Cass. 2 febbraio 2000, n. 1133, in Contratti, 2000, 8/9, p. 816; Cass. 3 aprile 2003, n. 5137, in Foro it. Rep., 2003, p. 1515, n. 225.

[nota 26] Rilevante, circa il subentro nei rapporti di lavoro, il principio enunciato da Cass. 29 gennaio 2003, n. 1278, in Foro it. Rep., 2003, p. 665, n. 17, per il quale, per effetto dell'art. 2112 c.c., si trasferiscono al cessionario dell'azienda anche i contratti di assicurazione contro gli infortuni ed il rischio di morte dei dipendenti, in quanto anch'essi attinenti all'organizzazione imprenditoriale.

[nota 27] Così, C. FERRENTINO - A. FERUCCI, op. cit., p. 100-101.

[nota 28] In dottrina, nel senso del passaggio automatico dei crediti, v. M. CASANOVA, op. cit., p. 823-824; T. ASCARELLI, op. cit., p. 353-354. Contra, v. G.U. TEDESCHI, op. cit., p. 50-51; G. FERRARI, op. cit., p. 727.

[nota 29] V. Cass. 13 giugno 2006, n. 13676, in Foro it. Rep., 2006, p. 728, n. 12.

[nota 30] Cass. 12 marzo 2008, n. 6578, in Corr. trib., 2008, 28, p. 2284.

[nota 31] Così, Cass. 16 giugno 2004, n. 11318, in Foro it. Rep., 2004, p. 705, n. 14.

[nota 32] Cfr. G.U. TEDESCHI, op. cit., p. 54.

[nota 33] V. Cass. 20 febbraio 1999 n. 1429, in Foro it. Rep., 1999, p. 647, n. 12; Cass. 3 aprile 2002, n. 4726, in Foro it. Rep., 2002, p. 621, n. 14.
In dottrina, contra, G.U. TEDESCHI, op. cit., p. 56, per il quale vi sarebbe responsabilità dell'acquirente dell'azienda non solo se i debiti risultino dai libri contabili obbligatori, ma anche nell'ipotesi in cui, in assenza di riscontro in tali scritture, si provi che lo stesso acquirente fosse a conoscenza dei debiti, e ciò al fine di evitare patti fraudolenti tra cedente e cessionario a danno dei creditori.
Tale ricostruzione, che coglie un possibile aspetto patologico nell'ambito della vicenda circolatoria dell'azienda, trova però un ostacolo insuperabile nella testuale presunzione prevista dall'art. 2560, comma 2, c.c.

[nota 34] Così, Cass., 9 marzo 2006, n. 5123, in Foro it. Rep., 2006, p. 279, n. 15.

[nota 35] Cfr. Cass. 18 giugno 2008, n. 16473, in Giur. it. Mass., 2008.

[nota 36] Amplius, sul problema dei debiti aziendali nel rapporto tra alienante ed acquirente, C. FERRENTINO - A. FERRUCCI, op. cit., p. 155-158, ove un'esauriente ricostruzione del dibattito giurisprudenziale e dottrinale sul punto.

[nota 37] V. Cass. 22 marzo 1994, n. 2755, in Giur. comm., 1995, II, p. 639.

[nota 38] Nello stesso senso, sul legato di ditta, v. M. IEVA, Manuale di tecnica testamentaria, Padova, 1996, p. 112-113.

[nota 39] Nello stesso senso M. CASANOVA, op. cit., p. 454; G.G. AULETTA, op. cit., p. 105.

[nota 40] La disciplina del marchio è stata poi ulteriormente modificata dal codice sulla proprietà industriale, che ha razionalizzato la normativa in oggetto (D.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30).

[nota 41] Così Cass., 28 novembre 1961, n. 2748.

[nota 42] Sul punto, v. G. ARICO', «Clausole in tema di cessione di azienda con riserva della proprietà», in Notariato, 1999, p. 475.

[nota 43] V. F. TASSINARI, «L'iscrizione nel Registro delle imprese degli atti ad efficacia sospesa o differita», in Riv. not., 1996, p. 86.
Nella prassi, si utilizza a volte un espediente per comunicare alla competente camera di commercio l'esistenza della riserva di proprietà, forzando la procedura di invio telematico dei dati (nei campi relativi all'oggetto dell'atto ed ai diritti trasferiti dal cedente al cessionario), per conseguire il risultato evidenziare la riserva nella visura camerale.
Resta, ad oggi irrisolto, però, il problema giuridico dell'effettiva opponibilità ai terzi di tale tipologia di eventi quando siano previsti nel contratto di cessione d'azienda.

[nota 44] Cfr. F. TASSINARI, op. cit., p. 101.

[nota 45] Sul punto si rinvia a U. LA PORTA, «In materia di rivendita di azienda acquistata con riserva della proprietà. Prassi contrattuale e soluzioni operative», in Riv. dir. priv., 1999, p. 424, ove altre clausole ed altre ipotesi contrattuali.

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