L'azienda agricola
L'azienda agricola
di Diego Podetti
Notaio in Alba

Definizione

La azienda agricola può essere definita, in prima approssimazione, come il complesso di beni organizzati dall'imprenditore agricolo per l'esercizio della sua attività. Ed è quindi con riferimento al concetto di attività di impresa agricola che trova la sua definizione.

L'articolo 2135 codice civile qualifica attività agricole la coltivazione del fondo, la selvicoltura, l'allevamento di animali e le attività connesse, precisando che «per coltivazione del fondo, per selvicoltura e per allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura ed allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.

Si intendono comunque connesse le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione che abbiano ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall'allevamento di animali, nonché le attività dirette alla fornitura di beni o servizi mediante l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata, ivi comprese le attività di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale, ovvero di ricezione ed ospitalità come definite dalla legge [c.d attività di agriturismo]».

L'art. 2135 codice civile, a seguito delle novelle introdotte con l'art. 1, comma 1094 e comma 369, della L. 27 dicembre 2006, n. 296 (finanziaria 2007), risulta, inoltre, così integrato: nell'ipotesi di impresa gestita da società di persone o da società a responsabilità limitata, costituite da imprenditori agricoli, sono considerate attività agricole quelle esclusivamente dirette «alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione e valorizzazione di prodotti agricoli ceduti dai soci», senza che venga svolta alcuna fase del ciclo biologico.

E' altresì considerata attività agricola connessa «la produzione e la cessione di energia elettrica e calorica da fonti rinnovabili agroforestali e fotovoltaiche nonché di carburanti ottenuti da produzioni vegetali provenienti prevalentemente dal fondo e di prodotti chimici derivanti da prodotti agricoli provenienti prevalentemente dal fondo effettuate dagli imprenditori agricoli».

Risulta, dunque, evidente che la definizione di azienda agricola non può essere data solo facendo riferimento all'aspetto oggettivo, dei beni, essendo, invece, altresì rilevanti sia aspetti che riguardano la attività svolta, sia aspetti soggettivi, che riguardano il soggetto, il quale si avvale del complesso dei beni aziendali per lo svolgimento della attività.

Per una definizione più accurata della azienda agricola occorre poi distinguere la sua nozione da quella di fondo rustico, termine storicamente utilizzato non solo nelle normative concernenti provvidenze finanziarie ed agevolazioni fiscali per la così detta piccola proprietà contadina, che si sono succedute nel corso del tempo , ma anche nella normativa in materia agraria, in particolare in tema di contratti agrari e di affitto, appunto, di "fondi rustici".

Giurisprudenza e dottrina hanno delineato il concetto di fondo rustico, da un lato osservando che si tratta di un concetto generico e più ampio di quello di "podere" e corrispondente al significato empirico di terreno destinato alla produzione agricola, indipendentemente dalla dotazione di fabbricati colonici e di manufatti (Cass. 21 giugno 1974, n. 1862) e d'altro lato distinguendolo dal concetto di azienda agricola e definendolo come un complesso pertinenziale (Così N. IRTI, Manuale di diritto agrario italiano, Torino, 1978). Il fondo rustico comprende dunque un bene principale (il terreno agricolo) e beni accessori, a servizio del primo. Il rapporto di servizio si inquadra civilisticamente come rapporto pertinenziale. Non solo, ma, tradizionalmente, si considera compresa nel concetto di fondo rustico anche la "casa colonica", ove abitano l'agricoltore e i suoi familiari ed eventualmente coloro che lavorano per l'impresa agricola.

Ordinariamente il fondo rustico costituisce uno dei beni costituenti la azienda agricola; il quale, per altro, può essere detenuto e utilizzato dall'imprenditore agricolo a diverso titolo e così in proprietà, in enfiteusi, in usufrutto, in affitto, in comodato. Non solo, come è stato osservato (G. PETTERUTI, in Novità e problemi nell'imposizione tributaria relativa agli immobili, I Quaderni della Fondazione Italiana per il Notariato, p. 202), deve essere abbandonata l'idea del fondo rustico come tradizionale elemento qualificatorio della attività agricola, considerata la equiparazione dell'imprenditore ittico a quello agricolo ed il riferimento alla utilizzazione non solo del fondo o del bosco, ma anche delle acque dolci o salmastre e marine, e considerata anche la qualificazione come attività agricola di attività connesse, che prescindono da una fase del ciclo biologico.

La attuale normativa fiscale inoltre non fa più riferimento al concetto di fondo rustico, ma o a quello di terreno agricolo e relative pertinenze oppure a quello di azienda agricola.

Una breve osservazione per quanto riguarda il concetto fiscale di terreno agricolo. Si era già posto in passato il problema, affrontato in diversi studi del Consiglio Nazionale del Notariato, se la qualificazione agricola di un terreno agli effetti fiscali debba essere determinata con riguardo alla destinazione urbanistica impressa al terreno dagli strumenti urbanistici oppure avuto riguardo alla sua realtà naturale.

Alcuni autori (cfr. P. GIUNCHI, Studio n. 46/2004-T della Commissione Studi Tributari del CNN) parevano propendere per la tesi che si può definire "naturalistica", che dà rilevanza alla destinazione di fatto e si basa sulla considerazione che, in genere, la regolamentazione urbanistica, anche quando prevede utilizzazioni edificatorie, normalmente non le impone, e quindi non impedisce il naturale sfruttamento agricolo del terreno.

Per contro la tesi della qualificazione urbanistica si fondava sulla considerazione che con il D.l. n. 223 del 2006, convertito nella legge n. 248/2006, il legislatore fiscale ha dato una definizione unitaria agli effetti tributari dei terreni edificabili come quelli utilizzabili a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal Comune, indipendentemente dall'approvazione della Regione e dall'adozione di strumenti attuativi del medesimo, e che il concetto fiscale di terreno edificabile non sembra compatibile e sovrapponibile con quello fiscale di terreno agricolo, per cui si riteneva che debbono ritenersi esclusi dalla normativa fiscale dettata per i terreni agricoli quelli per i quali gli strumenti urbanistici, anche solo adottati, prevedono la destinazione edificatoria, anche se di fatto sarebbero suscettibili di sfruttamento agricolo.

Il comma 4-bis dell'articolo 2 del D.l. 30 dicembre 2009, n. 194, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 2010, n. 25, fa espresso riferimento ai «terreni ... qualificati agricoli in base a strumenti urbanistici vigenti». Tale norma introduce così una asimmetria: perché fa riferimento non agli strumenti urbanistici anche solo adottati, ma a quelli vigenti, per cui un terreno potrebbe avere una duplice qualificazione fiscalmente rilevante: di terreno edificabile, in base allo strumento urbanistico adottato e di terreno agricolo, in base allo strumento urbanistico vigente, con una serie di conseguenze apparentemente contradditorie sotto il profilo del trattamento fiscale della sua alienazione.

E' stato osservato (cfr. G. PETTERUTI, D. PODETTI in Studio n. 49/2010-T) che la disposizione introdotta dalla legge di conversione del c.d. decreto "Milleproroghe" è collocata al di fuori del T.U. dell'imposta di registro e del T.U. delle imposte ipotecaria e catastale, e quindi si può sostenere che non rileva direttamente l'art. 36 comma 2 del D.l. n. 223 del 2006, che testualmente ne limita la portata ai fini dell'applicazione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 e del D.lgs. 30 dicembre 1992, n. 504.

Pertanto, sotto il profilo delle previste agevolazioni in materia di imposte di registro, ipotecaria e catastale (per quanto la aliquota dell'imposta catastale corrisponda a quella ordinaria), non vale il criterio secondo cui un'area è da considerare fabbricabile, ove sia utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal Comune, indipendentemente dall'approvazione della Regione e dall'adozione di strumenti attuativi del medesimo. Di conseguenza, il trasferimento di un terreno, classificato agricolo in uno strumento urbanistico vigente, ma del quale uno strumento urbanistico adottato, ma non ancora approvato, muti la destinazione in terreno non agricolo, gode del trattamento agevolato agli effetti delle dette imposte.

Si pone, tuttavia, un problema di coordinamento con la normativa del D.P.R. 633/1972 e successive modificazioni e integrazioni, nell'ipotesi in cui il soggetto cedente sia un soggetto Iva. Infatti la cessione di un terreno classificato come edificabile in base a strumento urbanistico anche solo adottato è, a sensi dell'articolo 2 del citato D.P.R. 633/1972, integrato dall'art. 36 comma 2 del pure citato D.l. 223/2006, soggetta ad Iva. La disposizione agevolativa di cui trattasi può ritenersi implicitamente derogatoria del rispettivo ambito di applicazione dell'imposta sul valore aggiunto e dell'imposta di registro? Già in precedenza, nel sistema tributario, vi sono state norme agevolative in materia di imposta di registro, ipotecaria e catastale, avuto riguardo all'oggetto del trasferimento (es. art. 32 del D.P.R. 601/1973 o art. 33, comma 3, della legge 388/2000 o art. 1, commi 25-28 della legge 244/2007), ma non è mai stata accolta alcuna interpretazione che sostenesse la esclusione delle relative cessioni dall'assoggettamento ad Iva. Pertanto, ricorrendone il presupposto soggettivo, la cessione di un terreno agricolo, in base allo strumento urbanistico vigente, ma edificabile, in base a quello adottato, dovrà essere assoggettata ad Iva, con applicazione delle imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura fissa.

Tuttavia, poiché la cessione di azienda è esclusa dall'ambito di applicazione dell'Iva, quando il terreno faccia parte come componente della azienda agricola oggetto di cessione, si resterà nell'ambito applicativo della imposta di registro, con possibilità, ove ne ricorrano le condizioni, di usufruire di aliquote agevolate.

Nel caso in cui, invece, il terreno a destinazione edificabile in base a strumento urbanistico adottato non sia più utilizzato come bene strumentale per la attività agricola, la cessione dello stesso dovrà considerarsi effettuata in veste di privato e non di imprenditore e sarà quindi escluso dall'ambito Iva e soggetto ad imposta di registro (Cfr. Cass. n. 5366 del 1999, Cass. n. 3987 del 2000 e Studio CNN 1/2005-T).

Distinzione fra trasferimento di azienda agricola e di fondo rustico

La distinzione fra trasferimento di azienda agricola o ramo di azienda agricola e fondo rustico con relative pertinenze deve essere operata in concreto, caso per caso (Cfr., per i requisiti minimali perché vi sia trasferimento di azienda e non di singoli beni, S. CARTA, «Rassegna di giurisprudenza sui profili fiscali della cessione di azienda», in Riv. not., 1997, 3).

In generale è stato affermato che si ha trasferimento di azienda agricola e non di fondo rustico quando, ferma restando l'organizzazione del complesso dei beni destinati all'esercizio dell'impresa, si abbia la mera sostituzione della persona del titolare. La dottrina sottolinea il carattere dinamico dell'azienda rispetto a quello statico del fondo rustico, rilevando che «nella cessione o nell'affitto di fondo rustico attrezzato, il dinamismo sarà impresso dall'acquirente o dall'affittuario del fondo, per nulla condizionati dal programma preesistente ... ; mentre ricorre l'ipotesi dell'acquisto o dell'affitto di azienda, allorché il dinamismo impresso dal precedente titolare assume rilievo nella concreta operazione economica, posto che il programma del precedente titolare è atto ad escludere la scelta di un altro tipo di impresa da parte del nuovo titolare» (così A. GERMANO', Manuale di diritto agrario, Torino, 2003, p. 272) .

Regimi fiscali dei trasferimenti di aziende agricole

a. I trasferimenti a titolo oneroso: imposizione indiretta

Salvo quanto in appresso precisato, vale quanto detto in generale per i trasferimenti di azienda commerciale.

Nel caso di conferimento in società, esistente o da costituire, l'imposta di registro è dovuta in misura fissa minima, così come le imposte ipotecarie e catastali, ove vi siano immobili aziendali. Tra gli immobili aziendali vi sono anche quelli ad uso residenza rurale.

Nel caso di trasferimento a titolo oneroso, diverso dal conferimento, sotto il profilo fiscale l'azienda viene considerata atomisticamente (cfr. circ. n. 6/E del 6 febbraio 2007, par. 1) e l'imposta di registro viene applicata con le diverse aliquote previste per i diversi beni componenti l'azienda, purché siano indicati distinti corrispettivi, con imputazione delle passività aziendali ai diversi beni, in proporzione al loro valore rispetto a quello complessivo della azienda.

Per quanto riguarda le imposte ipotecaria e catastale, occorre prendere atto dell'orientamento della Amministrazione finanziaria (Cfr. ris. n. 145/E del 2005 e n. 350865 del 1991) e della Cassazione (Cfr. Cass. n. 2771/1994, Cass. n. 12406/1995, Cass. n. 10751/2003), pur criticato in dottrina (Cfr. S. CARDARELLI, «Imposte ipotecarie», in Riv. not., 1991, p. 1142, V. PAPPA MONTEFORTE, «Trasferimento di azienda e successione nei rapporti pubblici», in Notariato, 3, p. 217) almeno per quanto concerne l'imposta ipotecaria, secondo cui la base imponibile per gli immobili facenti parte dell'azienda ceduta è costituita dal valore lordo degli stessi, senza possibilità di detrazione delle proporzionali passività dell'azienda stessa, per lo specifico oggetto dei tributi di trascrizione e catastale «che è quello di rendere pubblico il trasferimento della proprietà immobiliare».

In conseguenza della considerazione della azienda ai fini della applicazione delle aliquote nella imposizione indiretta come universitas rerum, ovvero con applicazione di distinte aliquote per i vari beni che la compongono, risultano applicabili (cfr. Risposta a Quesito n. 40/2009-T dell'Ufficio Studi del CNN) anche le agevolazioni in materia di trasferimento di terreni agricoli e loro pertinenze, inclusi i fabbricati aventi i requisiti di ruralità, stabiliti dall'art. 9, comma 3, del D.l. 30 dicembre 1993, n. 557, convertito con modificazioni nella legge 26 febbraio 1994, n. 133, quale modificato dal D.l. numero 262/2006 convertito nella legge 286/2006 e integrato dal D.l. 1° ottobre 2007, n. 159, convertito in legge 29 novembre 2007, n. 222, e dalla 24 dicembre 2007 n. 244 , art. 1, comma 275 .

Per i requisiti di ruralità dei fabbricati si devono distinguere:

- i fabbricati rurali di servizio: sono quelli strumentali alle attività agricole di cui all'art. 2135 del codice civile, incluse le costruzioni strumentali destinate ad uso ufficio dell'azienda agricola e all'agriturismo; ove censiti in Catasto fabbricati risulteranno in categoria D10;

- i fabbricati ad uso abitativo: sono quelli posseduti e utilizzati quale propria abitazione dall'imprenditore agricolo, titolare del diritto di proprietà o di altro diritto reale sul terreno ovvero affittuario del terreno stesso o dai familiari conviventi a suo carico risultanti dalle certificazioni anagrafiche o da soggetti titolari di trattamenti pensionistici corrisposti a seguito di attività svolta in agricoltura o da coadiuvanti iscritti come tali ai fini previdenziali, o da uno dei soci od amministratori delle società agricole di cui all'art. 2 del D.lgs n. 99/2004, che rivestano la qualifica di imprenditore agricolo professionale. Il terreno cui il fabbricato è asservito deve avere superficie non inferiore a 10.000 mq ed essere censito al catasto terreni con attribuzione di reddito agrario. Qualora sul terreno siano praticate colture specializzate in serra o la funghicoltura o altra coltura intensiva ovvero il Comune sia considerato montano ai sensi dell'art. 1, comma 3, legge 31 gennaio1994, n. 97, il suddetto limite viene ridotto a 3.000 mq.

Il fabbricato abitativo, inoltre, non deve avere le caratteristiche delle categorie catastali A/1, A/8 e non deve presentare le caratteristiche di lusso ai sensi del decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 agosto 1969, adottato in attuazione dell'articolo 13 della legge 2 luglio 1949, n. 408, pubblicato nella gazzetta ufficiale n. 218 del 27 agosto 1969.

Sono opportune alcune precisazioni. La prima è che, pur potendosi considerare "fabbricati rurali", anche fabbricati strumentali (non abitativi) ad attività agricole svolte senza terreno agricolo (ad esempio magazzini-frigo per il surgelamento e la conservazione del pescato del pescatore), tuttavia le agevolazioni fiscali previste per gli acquisti a titolo oneroso da parte di imprenditori agricoli professionali o di coltivatori diretti sono concesse solo per gli acquisti di terreni agricoli, tali destinati in base allo strumento urbanistico vigente. Lo stesso regime per altro deve ritenersi esteso, in virtù del principio di cui al comma 3 dell'art. 23 del testo unico del registro, ai fabbricati rurali di pertinenza. Non competono invece le agevolazioni per l'acquisto di soli fabbricati, anche se con caratteristiche di ruralità fiscale.

Si deve ritenere che per il trasferimento dei terreni agricoli e relative pertinenze, ancorché il trasferimento avvenga nell'ambito di un trasferimento di azienda, possano essere invocate tutte le agevolazioni in vigore, che siano compatibili: quindi anche quelle per il compendio unico o per il giovane agricoltore, ma non quelle previste dall'art. 9 del D.P.R. 601 del 1973, che riguardano sì «i trasferimenti di proprietà a qualsiasi titolo di fondi rustici in territori montani», fatti tuttavia «a scopo di arrotondamento o di accorpamento di proprietà diretto-coltivatrici, singole o associate», salvo che l'acquirente l'azienda, avente la qualifica di coltivatore diretto, possegga già altri fondi rustici, rispetto ai quali i nuovi fondi aziendali possano realizzare la finalità di arrotondamento o accorpamento.

b. I trasferimenti a titolo gratuito e per successione: imposizione indiretta

Ai sensi dell'articolo 3, comma 4-ter, del decreto legislativo numero 346 del 1990, quale integrato con il decreto legge numero 262 del 2006, convertito con modificazioni dalla legge 24 novembre 2006, n. 286 e modificato dall'articolo 1, comma 31, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, sono esenti da imposta sulle successioni e donazioni «i trasferimenti, effettuati anche tramite i patti di famiglia di cui agli articoli 768-bis e seguenti del codice civile, a favore dei discendenti e del coniuge, di aziende o rami di esse. Il beneficio si applica a condizione che gli aventi causa proseguano l'esercizio dell'attività d'impresa per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, rendendo, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all'atto di donazione, apposita dichiarazione in tal senso.

Il mancato rispetto della condizione di cui al periodo precedente comporta la decadenza dal beneficio, il pagamento dell'imposta in misura ordinaria, della sanzione amministrativa prevista dall'articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, e degli interessi di mora decorrenti dalla data in cui l'imposta medesima avrebbe dovuto essere pagata».

Nel caso vi siano immobili aziendali, è stabilita l'esenzione dall'imposta ipotecaria e dall'imposta catastale, a sensi dell'art. 1, comma 2, e dell'art. 10 del D.lgs. numero 347 del 1990.

Nel caso di successione nella azienda da parte di più soggetti, la regolarizzazione della società di fatto, derivante da comunione ereditaria di azienda, tra eredi che continuano in forma societaria l'esercizio dell'impresa è soggetta ad imposta fissa di registro, se l'atto di regolarizzazione è registrato entro un anno dall'apertura della successione.

L'imposta ipotecaria e quella catastale sono dovute in misura fissa a sensi dell'articolo 4 della Tariffa e dell'art. 10 del D.lgs. numero 347 del 1990.

Tali disposizioni, dettate per le aziende di qualsiasi tipo, valgono anche per le aziende agricole.

Vi sono poi disposizioni specifiche agevolative riguardanti esclusivamente le aziende agricole ed i giovani agricoltori, ovvero coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali, di età non superiore a quaranta anni (nel senso che non li abbiano ancora compiuti), iscritti alle relative gestioni previdenziali, o che vi si iscrivano entro tre anni dal trasferimento oppure giovani di età non superiore a quaranta anni a condizione che acquisiscano la qualifica di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo professionale entro ventiquattro mesi dal trasferimento, iscrivendosi alle relative gestioni previdenziali entro i successivi due anni.

L'agevolazione, prevista dalla legge 441 del 1998, consiste nella esenzione dall'imposta sulle successioni e donazioni, esenzione dall'imposta catastale e esenzione dall'imposta di bollo e nell'applicazione dell'imposta ipotecaria in misura fissa, per i trasferimenti per successione o donazione tra ascendenti e discendenti entro il terzo grado (quindi anche a favore di ascendenti) relativi ai beni costituenti l'azienda agricola, ivi compresi i fabbricati, le pertinenze, le scorte vive e morte e quant'altro strumentale all'attività aziendale, a condizione che l'acquirente si obblighi a coltivare o condurre direttamente i fondi rustici (oggetto del trasferimento) per almeno sei (6) anni (cfr., per più ampia disamina, circ. 3/E del 2008).

Praticamente, pur non essendovi una totale sovrapposizione della agevolazione speciale per i giovani agricoltori rispetto a qualle generale per i trasferimenti aziendali è quest'ultima ad essere utilizzata anche per le aziende agricole.

c. Cessione di azienda agricola e plusvalenze

Infine alcune precisazioni per quanto riguarda la tassazione di plusvalenze derivanti da cessione di azienda o ramo di azienda agricola.

A sensi dell'articolo 32 del D.P.R. 917 del 1986, le imprese individuali e le società semplici che esercitano attività agricole determinano il reddito in base alle risultanze catastali del terreno su cui l'attività stessa è svolta. In pratica, dichiarano il reddito agrario calcolato in base alle tariffe d'estimo previste a seconda della qualità e classe di coltivazione e sono quindi irrilevanti sia i ricavi effettivamente conseguiti che i costi sostenuti. Anche le cessioni di beni utilizzati per lo svolgimento dell'attività devono ritenersi ricomprese nel reddito agrario.

L'articolo 1, comma 1093, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, ha poi disposto che «le società di persone, le società a responsabilità limitata e le società cooperative che rivestono la qualifica di società agricola ai sensi dell'articolo 2 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, come da ultimo modificato dal comma 1096 del presente articolo, possono optare per l'imposizione dei redditi ai sensi dell'articolo 32 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni». Pertanto, a decorrere dal 1° gennaio 2007, per effetto della citata disposizione, il regime della tassazione su base catastale costituita dal reddito agrario è fruibile, su opzione, da tutte le società agricole aventi forma giuridica di società a responsabilità limitata o di società di persone, a prescindere dalla qualifica di coltivatore diretto di uno dei soci, come, invece, era richiesto dalle disposizioni nella previgente formulazione.

Anche queste società hanno quindi la possibilità di rendere irrilevante per la tassazione Irpef la plusvalenza da cessione. Per altro, secondo l'Agenzia delle entrate, si deve tenere presente che le plusvalenze derivanti dalla cessione di beni strumentali esistenti prima della opzione per la tassazione catastale, sono tassabili nella misura derivante dalla differenza tra il ricavo conseguito e il costo non ammortizzato dell'ultimo anno antecedente a quello dell'opzione (così risoluzione n. 227/E del 18 agosto 2009).

In assenza dell'opzione sono invece applicabili le disposizioni ordinarie con riferimento alle modalità di determinazione del reddito e valgono, inoltre, per le plusvalenze derivanti da cessione di azienda, le regole generali, incluse quelle della tassazione separata ove ne ricorrano le condizioni.

Nel caso invece di conferimento di azienda agricola o ramo di azienda, vale il generale principio di neutralità fiscale previsto dall'articolo 176, comma 1, del Tuir, per cui i conferimenti di aziende non costituiscono realizzo di plusvalenze o minusvalenze. Le plusvalenze rimangono pertanto latenti al momento del conferimento e verranno tassate quando il conferente cederà la partecipazione ricevuta in cambio, oppure il conferitario cederà l'azienda ricevuta o i singoli beni di cui è composta.

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