Tecniche redazionali e convivenze (ovvero come ovviare sul piano negoziale all’assenza di normativa sulla convivenza)
Tecniche redazionali e convivenze (ovvero come ovviare sul piano negoziale all’assenza di normativa sulla convivenza)
di Giovanni Rizzi
Notaio in Vicenza

La Convivenza nell’ordinamento

Con il termine convivenza si indica l’unione di due persone, anche dello stesso sesso, non fon-data sul matrimonio ma caratterizzata dalla stabilità del rapporto, dalla solidarietà reciproca e, nel caso in cui nascano figli, anche dal loro riconoscimento e dal crescerli, istruirli ed educarli. Si tratta cioè di persone che senza sposarsi, per loro scelta o per impedimento giuridico (come nel caso di matrimoni precedenti non conclusi con il divorzio o di persone dello stesso sesso), decidono comunque di vivere insieme come se fossero marito o moglie (e per questo si parla anche di convivenza more uxorio).
Manca nel nostro ordinamento una disciplina organica che regoli in maniera completa il fe-nomeno della convivenza in tutte le sue possibili sfaccettature: rapporti personali e nei con-fronti dei figli, rapporti patrimoniali, diritti successori.
Nonostante nel passato siano state formulate varie proposte di legge, non è stato raggiunto un accordo su una disciplina completa del fenomeno.
Non mancano tuttavia riconoscimenti specifici in singole disposizioni di legge, volte a disciplinare il rapporto di convivenza con le stesse norme o con norme analoghe a quelle relative all’unione fondata sul matrimonio, e ciò a dimostrazione che al nostro legislatore non è sfuggi-ta la rilevanza sociale del fenomeno.
Al riguardo, a titolo puramente esemplificativo, si richiamano le seguenti disposizioni su:
- ordinamento penitenziario e misure privative e limitative della libertà, l’art. 30 della legge 354/1975: «Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai con-dannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di re-carsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l’infermo»;
- assegnazione casa familiare in caso di affidamento dei figli, l’art. 337-sexies codice civile: «Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo ma-trimonio»;
- ordini di protezione contro gli abusi familiari, l’art. 342-bis codice civile: «Quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altro coniuge o convivente, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui all’art. 342-ter»;
- scelta dell’amministratore di sostegno, l’art. 408 codice civile: «L’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. In mancanza, ovvero in presenza di gravi motivi, il giudice tutelare può designare con decreto motivato un amministratore di sostegno diverso. Nella scelta, il giudice tutelare preferisce, ove possibile, il coniuge che non sia separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato dal genitore superstite con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata»;
- istanza di interdizione o di inabilitazione, l’art. 417 codice civile: «L’interdizione e l’inabilitazione possono essere promosse dalle persone indicate negli articoli 414 e 415, dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dagli affini entro il secondo grado, dal tutore o curatore ovvero dal pubblico ministero»;
- norme in materia di procreazione assistita, l’art. 5 della legge 40/2004: «Fermo restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età po-tenzialmente fertile, entrambi viventi»;
- disposizioni in materia di prelievi e di trapianti di organi e tessuti, l’art. 3 della legge 91/1999: «Il prelievo di organi e di tessuti è consentito secondo le modalità previste dalla presente legge. I medici forniscono informazioni sulle opportunità terapeutiche per le persone in attesa di trapianto nonché sulla natura e sulle circostanze del prelievo al coniuge non separato o al convivente more uxorio o, in mancanza, ai figli maggiori di età o, in mancanza di questi ultimi, ai genitori ovvero al rappresentante legale»;
- semplificazione delle norme in materia di alienazione degli immobili di proprietà degli Istituti autonomi per le case popolari, l’art. 1, c. 598, della legge 266/2005: «per le unità ad uso residenziale va riconosciuto il diritto all’esercizio del diritto di opzione all’acquisto per l’assegnatario unitamente al proprio coniuge, qualora risulti in regime di comunione dei beni; che, in caso di rinunzia da parte dell’assegnatario, subentrano, con facoltà di rinunzia, nel diritto all’acquisto, nell’ordine: il coniuge in regime di separazione dei beni, il convivente more uxorio purché la convivenza duri da almeno cinque anni, i figli conviventi, i figli non conviventi»;
- facoltà dei congiunti di astenersi dall’andare a deporre, l’art. 199 del codice di procedura penale: «I prossimi congiunti dell’imputato non sono obbligati a deporre; le disposizioni dei commi 1 e 2 si applicano inoltre, limitatamente ai fatti verificatisi o appresi dall’imputato durante la convivenza coniugale: a) a chi, pur non essendo coniuge dell’imputato, come tale conviva o abbia convissuto con esso ...».
È opinione ormai consolidata che il rapporto di convivenza trovi un suo riconoscimento anche nella Costituzione, e più precisamente nell’art. 2 della Carta costituzionale, laddove si afferma che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nel-la formazioni sociali ove si svolge la sua personalità».
La Corte Costituzionale ha riconosciuto la convivenza quale formazione sociale (ove l’individuo può svolgere la sua personalità) tutelata a livello costituzionale, benché la Corte medesima abbia sempre negato la perfetta equiparabilità della convivenza more uxorio alla famiglia fondata sul matrimonio. Tant’è vero che la stessa Corte Costituzionale ha anche utilizzato nelle sue sentenze(1), per definire il fenomeno, l’espressione “famiglia di fatto” ove l’inciso “di fatto” sta a marcare la differenza tra il rapporto fondato sulla convivenza e quello fondato sul matrimonio, che trova un suo esplicito riconoscimento nell’art. 29 della Costituzione.
La rilevanza costituzionale riconosciuta al rapporto di convivenza ha indotto la giurisprudenza, in questi ultimi anni, a estendere anche ai conviventi una serie di diritti che le varie norme di legge attribuivano solo ai coniugi.
Ad esempio:
- la Corte Costituzionale(2)ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, primo comma, legge 27 luglio 1978, n. 392 (“Disciplina delle locazioni di immobili urbani”), nella parte in cui non prevede, in caso di morte del conduttore, il subentro nel contratto di locazione oltre che del coniuge, dei parenti e affini che con lui coabitano, anche del convivente more uxorio; ha inoltre dichiarato «la illegittimità costituzionale dell’art. 6, legge 27 luglio 1978, n. 392, nella parte in cui non prevede il subentro nel contratto di locazione, al conduttore che abbia cessato la convivenza, dell’altro convivente, al quale siano stati affidati i figli, come, peraltro, previsto dalla legge in caso di separazione dei coniugi»;
- la Corte Costituzionale(3)ha ritenuto che, nell’ipotesi di cessazione di un rapporto di convivenza more uxorio, quando vi siano figli minori o maggiorenni non economicamente autosufficienti, la casa adibita ad uso comune debba essere assegnata al genitore affidatario, essendo necessario anche in questo caso tener conto prioritariamente dell’interesse dei figli;
- la Corte di Cassazione(4)ha riconosciuto il diritto al risarcimento da illecito concretizzatosi in un evento mortale anche al convivente more uxorio del defunto, quando risulti concretamente dimostrata la relazione caratterizzata da stabilità e da mutua assistenza morale e materiale;
- la Corte di Cassazione(5)ha ritenuto applicabile ai conviventi l’istituto dell’impresa familiare di cui all’art. 230-bis c.c., considerando che un’attività lavorativa che si svolge nell’ambito della convivenza more uxorio non è di norma riconducibile a un rapporto di lavoro subordinato.
- la Corte di Cassazione(6)ha ritenuto che la dazione di beni e denaro al convivente more uxorio deve considerarsi come effettuata in adempimento di un dovere morale e sociale, nell’ambito di una nozione allargata di famiglia, e pertanto non è ripetibile.

I rapporti patrimoniali

Nel caso di unione fondata sul matrimonio la legge stabilisce i diritti e i doveri reciproci dei coniugi, anche con riferimento ai rapporti patrimoniali, sia durante la convivenza sia dopo la sua eventuale cessazione (per morte di uno dei coniugi ovvero per separazione o cessazione degli effetti civili del matrimonio).
Nel caso di convivenza, la mancanza di una disciplina organica assimilabile a quella per i coniugi crea invece una situazione di precarietà, che assume particolare rilevanza proprio nel caso in cui cessi la convivenza stessa. Spetta pertanto ai conviventi supplire al vuoto normativo, disciplinando i reciproci rapporti patrimoniali con le convenzioni più adeguate alle loro esigenze.
Per i conviventi gli strumenti negoziali e contrattuali messi a disposizione dall’ordinamento as-sumono pertanto un rilievo fondamentale, perché - se realizzati durante la convivenza - permettono di evitare, nel momento in cui essa dovesse cessare (per volontà delle parti o per decesso), situazioni di alta criticità e litigiosità. Un’attività negoziale che appare in quest’ottica irrinunciabile per i conviventi, al fine di assicurarsi quel minimo di tutela reciproca che per i coniugi è garantita dall’ordinamento. Per riequilibrare i rapporti patrimoniali tra conviventi, in relazione al diverso contributo di ciascuno alla vita comune, potrà rendersi necessaria una ridistribuzione patrimoniale, che può essere attuata con:
- la donazione;
- la cessione a titolo transattivo previo riconoscimento dell’indebito arricchimento;
- la cessione a titolo oneroso previo riconoscimento di debito;
- l’adempimento di obbligazione naturale;
- la costituzione di vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c.;
- il trust.

La donazione

Con la donazione si può trasferire la piena proprietà di un bene, o la sola nuda proprietà riservandosi il diritto di usufrutto (a vita o per un tempo determinato), ovvero costituire un diritto reale di godimento, mantenendo l’intestazione della nuda proprietà.
Il ricorso alla donazione del diritto di usufrutto può essere molto utile tra conviventi con figli nati da precedente matrimonio; ad esempio se Tizio vuol assicurare il godimento di un immobile di sua proprietà alla convivente Caia, senza che poi lo stesso passi in eredità ai figli di Caia ma vada in successione a favore dei propri figli, potrà utilizzare la donazione di usufrutto. Infatti, con la costituzione del diritto di usufrutto vitalizio, Caia potrà godere, vita natural durante, dell’immobile (sia direttamente che indirettamente, locandolo a terzi). Alla morte di Tizio, la nuda proprietà si devolverà ai suoi figli (fermo restando il diritto di usufrutto di Caia). Alla morte di quest’ultima il diritto di usufrutto si estinguerà, senza che i figli di Caia acquistino alcun diritto.
La donazione può essere gravata da un onere; ad esempio, nel caso della donazione tra conviventi, potrà essere assoggettata all’onere di prestare assistenza morale e/o materiale al convivente donante; il convivente donatario, peraltro, sarà tenuto a tale adempimento nei limiti del valore della cosa donata. L’eventuale risoluzione per inadempimento deve essere espressamente prevista nell’atto.
Tra conviventi può essere opportuno inoltre il ricorso alla donazione rimuneratoria, fatta cioè per riconoscenza o per meriti del donatario o ancora per speciale rimunerazione, e come tale non è soggetta a revocazione per ingratitudine o per sopravvenienza di figli (art. 770 c.c.).
Se è intenzione del convivente beneficiare il proprio partner ma non i suoi eredi, nel caso in cui quest’ultimo deceda prima di lui si può far ricorso alla particolare figura della donazione con patto di riversibilità (art. 791 c.c.). Con il patto di riversibilità il donante dispone che le cose donate tornino a lui in caso di premorienza del donatario (deve essere specificato che la riversibilità si verifica con la premorienza del solo donatario poiché, se la donazione è fatta con generica indicazione della riversibilità, essa riguarda la premorienza del donatario e dei suoi discendenti). Nel caso in cui si verifichi la condizione di riversibilità, i beni torneranno al do-nante liberi da pesi e/o ipoteche; la riversione produce l’effetto di risolvere tutte le alienazioni nel frattempo poste in essere dal donatario.
Il donante può essere il solo beneficiario della condizione di riversibilità; il patto a favore di altri si considera privo di ogni effetto.
Si rammenta che l’acquisto proveniente da donazione può, nel tempo e in presenza di particolari circostanze, venir meno per effetto dell’eventuale esercizio vittorioso dell’azione di riduzione da parte dei legittimari lesi nei propri diritti. Questa circostanza va attentamente valutata nel momento in cui si sceglie lo strumento più idoneo a disciplinare i rapporti patrimoniali tra conviventi.

La cessione a titolo transattivo previo riconoscimento dell’indebito arricchimento

Qualora il convivente che ha acquisito da solo un determinato bene riconosca che il proprio partner ha fattivamente contribuito all’acquisto, e riconosca pertanto il proprio indebito arricchimento, al fine di evitare una possibile futura controversia le parti possono convenire che il titolare del bene trasferisca ai fini transattivi (ossia per prevenire una vertenza giudiziaria) al proprio partner una quota di comproprietà o un diritto reale di godimento (diritto di usufrutto o diritto di abitazione), in proporzione al valore del riconosciuto indebito arricchimento.
Si tratta, in questo caso, di un atto a titolo oneroso, che quindi non comporta le criticità della donazione sopra ricordate; ciò può indurre le parti a preferire questa soluzione.
La cessione dovrà essere in forma scritta; sarà poi necessario ricorrere all’atto pubblico o alla scrittura privata autenticata per poter procedere alla trascrizione e rendere opponibile ai terzi l’atto di cessione.

La cessione a titolo oneroso previo riconoscimento di debito

Può accadere inoltre che il convivente che ha acquisito un bene, senza che l’altro convivente abbia formalmente partecipato, riconosca che il proprio partner ha contribuito all’acquisto con il versamento di una somma di denaro (a favore del convivente/acquirente o direttamente del venditore) e quindi riconosca la sussistenza di un debito nei suoi confronti; in questo caso, al fine di riequilibrare i rapporti patrimoniali, il titolare del bene potrà cedere al partner una quota di comproprietà di esso o un diritto reale di godimento (diritto di usufrutto o diritto di abitazione), convenendo che il prezzo di cessione debba intendersi compensato con il credito che gli è stato riconosciuto.
Anche in questo caso siamo in presenza di un atto a titolo oneroso (tant’è che viene previsto un prezzo che si dà per pagato mediante compensazione) e quindi sono escluse le criticità proprie della donazione.
Anche in questo caso è sempre richiesta la forma scritta; sarà poi necessario ricorrere all’atto pubblico o alla scrittura privata autenticata per poter procedere alla trascrizione e rendere opponibile ai terzi l’atto di cessione.

L’adempimento di obbligazione naturale

Può accadere, infine, che il convivente, proprietario esclusivo di uno o più beni, a prescindere dal fatto che al loro acquisto abbia o meno contribuito l’altro convivente, intenda comunque beneficiare il proprio partner, trasferendogli una quota di comproprietà o un diritto reale di godimento (diritto di usufrutto o diritto di abitazione), e ciò non tanto in adempimento di un obbligo giuridico ma di un dovere morale e sociale (ossia del dovere morale di condividere con il proprio partner non solo i rapporti affettivi ma anche i rapporti patrimoniali).
La legge disciplina espressamente gli effetti dell’adempimento di un dovere morale o sociale (l’obbligazione naturale) stabilendo che quanto viene prestato spontaneamente per adempiere a questo dovere non può più essere richiesto in restituzione (art. 2034 c.c.).
In tal caso si tratta di un atto a titolo gratuito, perché non è previsto alcun corrispettivo; tuttavia è un atto che non può essere qualificato come donativo avendo la funzione di assolvere a un obbligo. Quindi non comporta le criticità della donazione.
Anche in questo caso per la cessione è richiesta la forma scritta; sarà sempre necessario ricor-rere all’atto pubblico o alla scrittura privata autenticata per poter procedere alla trascrizione e rendere opponibile ai terzi l’atto di cessione.

La costituzione di vincolo di destinazione ex art. 2645-ter

Si tratta di un atto di carattere programmatico, volto a destinare uno o più beni a far fronte ai bisogni della vita comune. Con tale atto il bene viene sottratto alla piena e libera disponibilità del convivente proprietario, per essere destinato al perseguimento degli interessi di tutti i soggetti coinvolti nel rapporto di convivenza (l’altro convivente, eventuali figli nati dall’unione, e lo stesso disponente).
Si tratta dell’istituto grazie al quale i conviventi possono soddisfare gli stessi interessi che i coniugi possono perseguire con un fondo patrimoniale (il fondo patrimoniale è una vera e propria convenzione matrimoniale, con la quale i coniugi possono destinare determinati beni immobili o mobili iscritti in pubblici registri, o titoli di credito per far fronte ai bisogni della famiglia).
L’atto costitutivo del vincolo deve avere la forma di atto pubblico al fine di poterne richiedere la trascrizione. Funzione della trascrizione, in questo caso, è di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione. Il vincolo non può avere durata superiore a 90 anni, ovvero alla vita della persona fisica beneficiaria; essendo i beneficiari i soggetti coinvolti nel rapporto di convivenza, la durata potrebbe essere parametrata sulla vita del più longevo.
Il vincolo di destinazione produce il cosiddetto effetto segregativo con la conseguenza che:
- i beni vincolati possono essere utilizzati solo per la realizzazione del fine di destinazione; i beni sottoposti al vincolo rimangono di proprietà del disponente, ma vengono sottratti alla sua disponibilità; se i beni vincolati vengono alienati gli acquirenti dovranno sempre rispettare il vincolo di destinazione; stesso obbligo avranno gli eredi se il disponente muore;
- i beni vincolati possono costituire oggetto di esecuzione solo per debiti contratti per tale scopo (a meno che a loro carico non sia già stato trascritto un pignoramento); il vincolo pertanto mette al riparo gli immobili che ne sono assoggettati da azioni esecutive dei creditori del proprietario. Questo istituto può quindi garantire un’adeguata protezione ai beni essenziali per la vita e per la serenità di tutti i soggetti coinvolti nel rapporto di convivenza, ad esempio la casa di residenza comune.

La costituzione di trust

Le stesse finalità perseguibili con la costituzione di un vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c. possono essere attuate inoltre con la costituzione di un trust. Anche con il trust il bene è sottratto alla piena e libera disponibilità del convivente proprietario, per essere destinato al perseguimento dei bisogni della vita comune e quindi non solo dell’interesse del partner ma anche dell’interesse di eventuali figli nati dall’unione e dello stesso disponente.
Il trust consiste in un rapporto fiduciario in virtù del quale un soggetto, il disponente, trasferisce la proprietà di determinati beni a un suo fiduciario, il trustee, investendolo di un obbligo (perseguimento di uno “scopo”) a vantaggio di uno o più beneficiari talora sotto la sorveglianza di un controllore, il guardiano.
Manca nel nostro ordinamento una legge che disciplini il trust in maniera organica e completa. Il nostro legislatore si è limitato a riconoscere detto istituto, e quindi la sua utilizzabilità anche in Italia, avendo ratificato la Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, relativa alla legge sui trust(7).
Affinché il trust sia valido è necessario esplicitare nell’atto istitutivo la legge di riferimento e il suo scopo (ossia le finalità e gli interessi che si vogliono perseguire ai fini di una loro immediata verifica di meritevolezza).
Si rammenta che la Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985 fa salva, in ogni caso e a prescindere dalla specifica legge prescelta per la disciplina del trust, la supremazia delle norme nazionali di carattere imperativo; pertanto quando si fa ricorso a un trust:
- trovano applicazione le norme interne se alle stesse non si può derogare con atto di parte (ad esempio non potrebbero essere derogate, mediante la stipula di un trust, le norme dettate in tema di legittima);
- non trova spazio la Convenzione se la sua applicazione sia incompatibile con l’ordine pubblico. I beni del trust sono separati dal patrimonio sia del disponente che del trustee, quindi:
- non sono sequestrabili e pignorabili da parte dei creditori personali del disponente e del trustee;
- non fanno parte del regime matrimoniale e della successione del disponente e del trustee;
- la separazione è assoluta: neanche i creditori personali del beneficiario possono aggredire i beni in trust ma lo possono fare solo i creditori del trust.
Anche il trust pertanto mette al riparo i beni che ne sono assoggettati da azioni esecutive dei creditori (del disponente, del trustee e dei beneficiari). Questo istituto può quindi garantire un’adeguata protezione ai beni essenziali per la vita comune, come ad esempio la casa.

Requisiti formali

Per la validità degli atti sopra descritti - ad eccezione della costituzione di vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c. - qualora essi abbiano per oggetto fabbricati, vanno rispettate le seguenti prescrizioni:
- conformità dei dati catastali: l’atto, se ha per oggetto un fabbricato censito al catasto, deve contenere, a pena di nullità, l’identificativo catastale, il riferimento alle planimetrie catastali e la dichiarazione del cedente che i dati e le planimetrie catastali depositate in Catasto sono conformi allo stato di fatto; il cedente, prima della stipula, è tenuto a verificare accuratamente la corrispondenza dei dati catastali e delle planimetrie depositate allo stato di fatto, specie per quanto riguarda la destinazione d’uso (categoria catastale) e la consistenza (vani e/o superficie), al fine di riportare in atto dati veritieri e corretti. La dichiarazione può essere sostituita dall’attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato (architetto, geometra, ingegnere);
- riferimenti urbanistici: devono essere riportati nell’atto, a pena di nullità, gli estremi della licenza edilizia o della concessione edilizia o del permesso di costruire, ovvero della Dia, ossia dei titoli edilizi riferiti alla vicenda costruttiva o ad un intervento di ristrutturazione maggiore; per gli interventi anteriori al 1 settembre 1967 è valido l’atto nel quale in luogo degli estremi del titolo edilizio sia riportata o allegata apposita dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà nella quale si attesti l’avvenuto inizio dei lavori di costruzione sin da data anteriore al 1 settembre 1967. Se l’atto ha per oggetto un terreno, allo stesso deve essere allegato il certificato di destinazione urbanistica (Cdu) contenente le prescrizioni urbanistiche riguardanti l’area in-teressata, e ciò sempre a pena di nullità;
- certificazione energetica (D.lgs. 192/2005): solo nel caso di atto a titolo oneroso, deve essere allegato il certificato di prestazione energetica, attestante la classe energetica dell’edificio (pena l’applicazione di una sanzione pecuniaria).

Il contratto di convivenza

È particolarmente sentita l’esigenza di disciplinare in maniera completa tutti i molteplici interessi di natura patrimoniale connessi a un rapporto tra conviventi, fissando quelli che sono i reciproci diritti e obblighi con un accordo che non si limiti al trasferimento di uno o più beni o al riconoscimento di un determinato diritto, ma che abbia una valenza programmatica e di pianificazione della convivenza anche per il futuro.
Per realizzare questo obiettivo si può ricorrere al contratto di convivenza; esso non è contemplato da alcuna norma vigente (come già ricordato, ad ora i vari tentativi di disciplinare con legge i patti di convivenza sono tutti falliti), ma la sua liceità e utilizzabilità per gli scopi indicati è unanimemente riconosciuta, trattandosi di un contratto che persegue interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico (art. 1322, comma 2, c.c.).
Tuttavia il ricorso a questo strumento consente agli interessati di disciplinare in maniera completa solo gli aspetti patrimoniali del loro rapporto (anche relativamente alla suddivisione delle spese per il mantenimento dei figli)(8)e alcuni aspetti limitati dei rapporti personali (sono anche ammessi accordi in ordine all’affidamento dei figli per il caso di cessazione della convivenza(9). Non consente invece una disciplina completa, tale da coinvolgere tutti gli interessi derivanti da un rapporto di convivenza (rapporti personali, patrimoniali, successori). Ad esempio non sarà possibile disciplinare con il contratto di convivenza:
- i rapporti strettamente personali, che attengono alla sfera dei diritti individuali e che non possono costituire oggetto di negozi giuridici;
- i rapporti successori: nel nostro ordinamento, infatti, vige il divieto dei patti successori e si può disporre dei propri beni solo con il testamento. L’art. 458 c.c., infatti, stabilisce che «è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione».

Contratto di convivenza e rapporti personali

La legge non fissa alcun diritto e dovere per i conviventi. È opinione diffusa, al riguardo, che non sia neppure possibile un intervento legislativo in questa materia, attinente alla sfera dei diritti “personali”, in quanto dovrebbe ritenersi in contrasto con il dettato costituzionale. Deve essere riconosciuta alle persone la possibilità di scegliere anche forme di convivenza che non siano fonte di reciproci diritti e doveri di carattere personale, appartenendo tutto ciò alla sfera delle libertà individuali garantite dalla Costituzione.
Ciò che non potrebbe fare la legge per tutti quegli aspetti della convivenza che attengono alla sfera delle libertà individuali costituzionalmente protette, a maggior ragione non lo può fare un contratto, un accordo negoziale, che per essere valido deve comunque essere diretto a perseguire interessi meritevoli di tutela secondo l’ordinamento giuridico.
Ad esempio non sarà possibile prevedere in un contratto di convivenza:
- un obbligo di coabitazione per un determinato periodo, sanzionato da una penale in caso di inadempimento;
- un obbligo di fedeltà, anch’esso sanzionato da una penale in caso di inadempimento;
- un impegno alla procreazione o, al contrario, alla non procreazione;
nonché ogni altro impegno e obbligo tale da incidere sulla sfera dei diritti personali e della libertà individuale.
Sono invece ritenute ammissibili clausole volte alla regolamentazione dei rapporti patrimoniali inerenti il mantenimento, l’istruzione e l’educazione dei figli, gravando su entrambi i genitori l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole (art. 30 della Costituzione: «è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori del matrimonio»). Si tratterebbe, comunque, di clausole sempre suscettibili di essere revocate e modificate al fine di perseguire l’interesse dei figli, da considerarsi sempre preminente rispetto all’interesse dei conviventi. La legge, ora, prevede espressamente la possibilità di accordi tra i genitori per la suddivisione delle spese di mantenimento dei figli(10)e per l’affidamento degli stessi in caso di cessazione della convivenza(11).

Contratto di convivenza e rapporti patrimoniali

La legge non fissa alcun diritto e dovere per i conviventi rispetto ai loro rapporti patrimoniali.
Questo vuoto normativo crea non poche difficoltà, specie quando la convivenza dovesse cessare, e quando uno dei due partner si dovesse trovare in una situazione di debolezza (può essere il caso del convivente che non ha conseguito redditi, essendosi dedicato esclusivamente al lavoro domestico e alla cura del partner e di eventuali figli). In quest’ambito il ricorso al contratto di convivenza appare particolarmente opportuno, anche nell’ottica della programmazione per il futuro.
Ad esempio:
i) si può prevedere l’obbligo per il convivente che percepisce un reddito, di provvedere al mantenimento del convivente che invece si dedica esclusivamente al lavoro domestico e alla cura del partner e di eventuali figli, ovvero di corrispondergli una rendita (il tutto legato alla durata della convivenza);
ii) si possono stabilire e regolamentare:
- le modalità di partecipazione alle spese comuni, procedendo, eventualmente, all’individuazione di quelle che debbono considerarsi tali nell’ambito del rapporto di convivenza;
- le modalità di partecipazione alle spese relative al mantenimento, educazione e istruzione dei figli stabilendo, in entrambi i casi, quote paritarie e/o diseguali (tenendo conto dei redditi percepiti da ciascun convivente), prevedendo un apposito c/c intestato a entrambi nel quale far confluire tali contributi;
iii) si può prevedere un meccanismo di acquisto automatico dei beni in comunione, seppur senza che gli automatismi, così convenuti, possano essere opposti ai terzi. In pratica si può prevedere:
- un obbligo di riconoscere all’altro partner la metà del valore del bene acquistato separatamente, in caso di cessione del bene medesimo o di cessazione della convivenza;
- ovvero un obbligo di ritrasferimento all’altro partner della metà (o di diversa quota) del bene acquistato separatamente, su richiesta dello stesso o in caso di cessazione della convivenza;
iv) si può disciplinare l’uso della casa adibita a residenza comune. Ad esempio se essa fosse di proprietà esclusiva di uno dei due conviventi, questi potrebbe riconoscere formalmente al proprio partner il diritto a goderne e servirsene senza dover corrispondere compenso alcuno (fissando paritarie o diverse quote di partecipazione al pagamento delle spese di manutenzione, delle spese condominiali, delle spese per utenze domestiche);
v) si possono destinare uno o più beni di proprietà esclusiva o congiunta dei conviventi a far fronte ai bisogni della vita comune, costituendo apposito vincolo di destinazione, che se riguarda beni immobili o mobili registrati in pubblici registri potrà essere trascritto nei Registri immobiliari, ai fini dell’opponibilità ai terzi;
vi) si possono già fissare le regole per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza. Ad esempio i partner possono già convenire, nel contratto di convivenza, i criteri con cui procedere alla futura divisione di tutti i beni (mobili e immobili) acquistati durante la convivenza ovvero prevedere a carico di chi dispone di un reddito, l’obbligo di corrispondere all’altro, che non disponga di un reddito autonomo essendosi dedicato al lavoro domestico e alla cura del partner e di eventuali figli, un contributo periodico (per un determinato periodo di tempo a partire dal momento di rottura della convivenza) o, ancora, prevedere i criteri di ripartizione delle spese per il mantenimento dei figli nati dal rapporto o formalizzare gli accordi per l’affidamento dei figli in relazione a quanto ora previsto dalla legge (art. 337-ter, commi 2 e 4, c.c.).

Contratto di convivenza e rapporti successori

Al convivente non coniugato la legge non riconosce alcun diritto successorio.
Come già ricordato, a tale lacuna legislativa non si può rimediare con il contratto di convivenza, a causa del divieto dei patti successori. Si dovrà necessariamente ricorrere al testamento.

Contratto di convivenza e salute e tutela della persona

La tutela reciproca in caso di malattia. I conviventi possono anche prevedere che, in tutti i casi di malattia fisica o psichica, anche grave, di lesioni o infortuni di ogni genere, ovvero qualora la capacità di intendere e di volere di uno di essi risulti comunque compromessa, il partner abbia la facoltà di assistenza, sia in casa che in qualsiasi struttura esterna privata o pubblica, nonché ogni diritto di visita, attribuendosi inoltre, ai sensi dell’art. 82 D.lgs. n. 196 del 2003, ogni più ampia facoltà di delega al fine di conoscere ogni dato o informazione, anche sensibile, riguardante lo stato di salute, le cure e le terapie a cui il convivente venga sottoposto.
L’amministratore di sostegno. La persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione, si trova nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare del luogo in cui questa ha la residenza o il domicilio. La scelta dell’amministratore di sostegno da parte del giudice avviene con esclusivo riguardo alla cura e agli interessi della persona da tutelare. Tuttavia l’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. In mancanza di ciò, ovvero in presenza di gravi motivi, il giudice tutelare può designare con decreto motivato un amministratore di sostegno diverso. Nella scelta, il giudice tutelare preferisce, ove possibile, il coniuge che non sia separato legalmente, la persona stabilmente convivente, il padre, la madre, il figlio o il fratello o la sorella, il parente entro il quarto grado ovvero il soggetto designato dal genitore in vita con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata.
La nomina di un amministratore di sostegno è di fondamentale importanza per chi vuole tutelare i propri interessi, non solo patrimoniali, ma anche di natura strettamente personale, quali ad esempio gli interessi connessi alle cure sanitarie e alle terapie mediche cui sottoporsi, nel caso in cui si venga a trovare in condizioni di incapacità di intendere e volere e quindi nelle condizioni di non poter esprimere autonomamente la propria volontà. Potersi affidare a persona di fiducia, nel caso di incapacità, è un’opportunità da valutare seriamente al fine di evitare insidiosi vuoti decisionali. Benché il giudice in mancanza di designazione, nella nomina dell’amministratore di sostegno per persone non coniugate debba preferire il convivente, è consigliabile procedere, comunque, alla designazione preventiva mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata, al fine di evitare qualsiasi incertezza e/o contestazione circa l’individuazione della persona stabilmente convivente, in assenza di un sistema di pubblicità della convivenza.
E la designazione reciproca dei conviventi può, certamente, essere inserita nel contratto di convivenza e divenire una clausola caratterizzante questo contratto.
È, infatti, opportuno che in occasione della stipula di un contratto di convivenza i conviventi procedano a designarsi a vicenda come amministratori di sostegno al fine di evitare che in caso di dubbi e/o contestazioni, la scelta cada su un parente, magari lontano, contro quella che sarebbe la loro volontà.

La forma

Il contratto di convivenza deve risultare da apposito atto scritto. Se contiene la designazione di amministrazione di sostegno deve risultare da scrittura privata autenticata o atto pubblico. Se contiene un vincolo di destinazione ex art. 2645-ter c.c. deve risultare da atto pubblico notarile. È comunque preferibile il ricorso all’atto pubblico notarile, con la presenza di due testimoni, specialmente qualora vi sia uno squilibrio tra le reciproche prestazioni, in modo tale che la convenzione possa essere riqualificata come donazione (alla luce, anche, di precedenti giurisprudenziali in materia).
Ciò soprattutto perché l’atto pubblico e/o la scrittura privata autenticata costituiscono titolo esecutivo con tutti i vantaggi che ne conseguono, in termini di semplificazione del procedimento, qualora si debba agire in giudizio per ottenere l’adempimento degli obblighi assunti: titolo esecutivo, infatti, è l’atto giuridico che consente di dare inizio a un procedimento di esecuzione forzata.


(1) Vedasi ad esempio le sentenze n. 8/1996 dell’11 gennaio 1996 e n. 140/2009 del 4 maggio 2009.

(2) Corte Cost., 24 marzo - 7 aprile 1988, n. 404.

(3) Corte Cost., 6-13 maggio 1998, n. 166.

(4) Cass., sez. III civile, 16 settembre 2008, n. 23725.

(5) Cass., sez. lavoro, 15 marzo 2006, n. 5632.

(6) Cass., sez. I civile, 22 gennaio 2014, n. 1277.

(7) Legge di ratifica 16 ottobre 1989 n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992.

(8) L’art. 337-ter, comma 4, c.c., come introdotto dal D.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 - Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a nor ma dell’art. 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219 (entrato in vigore il 7 febbraio 2014) stabilisce, espressamente, che «salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito».

(9) L’art. 337-ter, comma 2, c.c., come introdotto dal D.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 - Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a nor ma dell’art. 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219 (entrato in vigore il 7 febbraio 2014) stabilisce, espressamente, che nel prendere le decisioni in odine all’affidamento dei figli, in caso di cessazione della convivenza, il giudice «prende atto, se non contrari all’interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori».

(10) In questo senso l’art. 337-ter, c. 4, c.c., come introdotto dal D.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 (vedi nota 8 che precede).

(11) In questo senso l’art. 337-ter, comma 2, c.c. come introdotto dal D.lgs. 28 dicembre 2013, n. 154 (vedi nota 9 che precede).

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