Lacune della novella n. 219/2012 sugli effetti dell’accertamento dello status di figlio
Lacune della novella n. 219/2012 sugli effetti dell’accertamento dello status di figlio
di Antonio Palazzo
Accademico dei giusprivatisti europei

L’attuale riforma della filiazione, costituita dalla L. 219/2012 e dal D.lgs. 154/2013, non ha raggiunto l’unicità dello status di figlio.
Ed infatti, come vedremo, la definizione di «Stato giuridico di filiazione» dell’art. 315 rinovellato, secondo cui «tutti i figli hanno lo stesso stato giuridico» è semplicistica e non risponde al sistema di accertamento degli status contenuto nella legge.
Accanto ai figli matrimoniali, non matrimoniali, adottivi, risulta altra categoria di figli identificabili attraverso cinque fattispecie concrete: A) i figli incestuosi per il cui riconoscimento è mancata l’autorizzazione del giudice che non ha accertato il loro reale interesse ad ottenerlo (art. 251); B) il figlio ultraquattordicenne che non consente al riconoscimento (art. 250, comma 2); C) l’infraquattordicenne cui manca il consenso dell’altro genitore che l’ha riconosciuto e l’autorizzazione giudiziale di cui all’art. 250, comma 4; D) il nato da genitori che non abbiano compiuto i sedici anni quando manca l’autorizzazione giudiziale (art. 250, ult. comma); E) i minori dichiarati adottabili o in affidamento preadottivo (art. 11 L. n. 184/1983).
Queste sono state definite specie di non riconoscibilità.
Viceversa sono di riconoscibilità relativa, perché per loro possono cadere le condizioni che ne impediscono il riconoscimento.
Diversa è quella della non riconoscibilità ove esiste già un riconoscimento matrimoniale o non matrimoniale che ha investito il figlio dello status, ed è precluso ad altri un diverso riconoscimento che potrebbe avvenire solo nel caso di successo dell’impugnazione di quello già esistente (art. 238).
La descrizione di questo quadro ci ricorda l’insegnamento di Carnelutti che distingueva accanto allo status giuridico, lo status naturale che si ha allorquando, esistendo le prove dirette o indirette dello status naturale, si determina con l’assistenza al figlio la soluti retentio, pur non esistendo il riconoscimento del genitore come atto tipico di accertamento previsto dalla legge.
Nei casi di riconoscibilità relativa ed in quello di irriconoscibilità, il genitore biologico può adempiere al dovere morale di contribuire al mantenimento di un figlio che ritiene essere suo.
La pratica professionale ci fa conoscere casi di mantenimento di figli non riconoscibili da parte del padre biologico che, conoscendo le ristrettezze economiche del padre anagrafico, interviene spontaneamente per mantenerlo.
Ma al di là della spontaneità, rimane l’esecuzione degli obblighi legali che può far valere il figlio, nonostante si trovi nella condizione di riconoscibilità relativa o di irriconoscibilità.
La norma fondamentale fonte di questi obblighi è l’art. 279 c.c. che reca nella rubrica “Responsabilità per il mantenimento e l’educazione” ed inizia con l’indicare i presupposti per l’esercizio dell’azione di responsabilità che sono i casi «in cui non può proporsi l’azione per la dichiarazione di paternità o di maternità» da parte del «figlio nato fuori del matrimonio», ed il cui petitum è «ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione» (art. 279, comma 1, I parte).
Questo figlio relativamente riconoscibile o irriconoscibile che chiede il mantenimento è un minore; mentre «se maggiorenne e in stato di bisogno può agire per ottenere gli alimenti» (art. 279, comma 1, II parte).
E, nel caso di riconoscibilità relativa per la condizione di incestuoso, l’azione di responsabilità «è ammessa previa autorizzazione del giudice ai sensi dell’art. 251». Ma andiamo a vedere la norma di chiusura dell’art. 279 che dispone: «l’azione può essere promossa nell’interesse del figlio minore da un curatore speciale nominato dal giudice su richiesta del pubblico ministero o del genitore che esercita la responsabilità genitoriale». Il figlio può quindi avere già un genitore che esercita la responsabilità genitoriale ed è questi o in sua mancanza il p.m. che chiede al giudice la nomina di un curatore speciale che eserciti l’azione di responsabilità nei confronti del genitore che non può riconoscere, ma può essere obbligato al mantenimento.
Le norme dell’art. 279 presuppongono dunque due tipi di responsabilità: quella «genitoriale» che grava su chi è titolare dello stato di padre o madre secondo gli atti dello stato civile; e l’altra, «Responsabilità per il mantenimento e l’educazione» che grava su chi risulta da prove dirette o indirette autore della procreazione.
La riforma ha perduto la sua più grande occasione che sarebbe stata quella della definizione di responsabilità da procreazione quale responsabilità da fatto lecito, che avrebbe condotto verso un trattamento di eguaglianza anche per questi figli.
I soggetti in stato di riconoscibilità relativa o di irriconoscibilità, non avendo ottenuto un accertamento formale dello stato di filiazione, possono dunque chiedere solo un accertamento incidentale della derivazione biologica, per conseguire, durante la vita del procreatore, mantenimento e alimenti, e dopo la morte di lui l’assegno vitalizio ex artt. 580 e 594.
La posizione giuridica di questi figli è in contraddizione con il sistema della riforma basato sull’art. 74 secondo cui l’instaurazione di un pieno vincolo di parentela è collegato direttamente alla genitorialità biologica, o a quella adottiva, rendendo a tutti i figli lo stesso stato giuridico.
La distinzione tra filiazione riconosciuta e filiazione relativamente riconoscibile, o irriconoscibile perché già riconosciuta da altri, determina dunque la conseguente distinzione tra soggetti con responsabilità genitoriale e soggetti con responsabilità da procreazione.
Infatti, non si può procedere al riconoscimento perché non si sono ancora verificate le condizioni che consentono l’allargamento del nucleo familiare già esistente con il primo genitore, dato che chi non ha riconosciuto non ha conseguito la responsabilità genitoriale.
Così è nella riconoscibilità solo relativa per il caso del figlio ultraquattordicenne che non consente al riconoscimento (art. 250, comma 2); dell’infraquattordicenne cui manca il consenso dell’altro genitore che l’ha riconosciuto e l’autorizzazione giudiziale di cui all’art. 250, comma 4; del nato da genitori che non abbiano compiuto i sedici anni quando manchi l’autorizzazione giudiziale (art. 250, ult. comma); dei minori dichiarati adottabili o in affidamento preadottivo (art. 11 L. n. 184/1983).
Ed infine per l’irriconoscibilità i casi di riconoscimento già avvenuto da parte di altri soggetti che può essere impugnabile o di cui è pure preclusa l’impugnazione (art. 238).
Se in questi casi non è possibile l’allargamento del nucleo familiare utile al figlio perché manca l’atto previsto dalla legge per la sua costituzione, è possibile però far godere al figlio quei diritti patrimoniali che l’art. 279 fa derivare dalla responsabilità per la procreazione.
Le norme dell’art. 279 infatti prevedono mantenimento, istruzione ed educazione; ma non prevedono l’assistenza, perché manca in atto la condizione per l’adempimento di questo obbligo, che può essere eseguito soltanto con la coabitazione all’interno del nucleo familiare che ancora non si è allargato. L’accertamento della procreazione ex art. 279 è stato definito di grado preclusivo minore rispetto al riconoscimento e alla dichiarazione giudiziale o al giudicato di status; ed è tale perché relativo ad effetti di ordine solo patrimoniale, e non dal contenuto tipico dello status pieno, quale rapporto organico con gli altri membri della famiglia.
Il figlio che ha esercitato con successo l’azione di responsabilità ex art. 279 nei confronti del genitore che non l’ha riconosciuto può trovarsi viceversa con lo status pieno nei confronti dell’altro genitore che l’ha già riconosciuto; e le prove della procreazione riguardanti il genitore convenuto con l’azione ex art. 279 possono già essere risultate durante l’esercizio dell’azione vittoriosa dell’accertamento dello status e della conseguente responsabilità genitoriale dell’altro genitore.
Il figlio succede direttamente al genitore che lo ha riconosciuto secondo le regole della successione ordinaria, mentre all’altro che non l’ha riconosciuto succede indirettamente attraverso la richiesta agli eredi legittimi (art. 580) o ai testamentari; legatari e donatari (art. 594) di «un assegno vitalizio pari all’ammontare della rendita della quota di eredità alla quale avrebbero diritto, se la filiazione fosse stata dichiarata o riconosciuta» (art. 580, comma 1).
Se fossero cadute le condizioni di non riconoscibilità o di irriconoscibilità, il figlio che ha già ottenuto ex art. 279 lo status minor può convenire ex art. 276 gli eredi del genitore per chiedere la costituzione dello status pieno ed ottenere di conseguenza la quota che gli spetterebbe secondo la successione ordinaria.
Questa scelta ritarderebbe la successione al genitore, ma potrebbe essere giustificata, come vedremo, tutte le volte che si apra solo la successione legittima ed il relictum non abbia la consistenza adeguata per soddisfarla, avendo il genitore disposto in vita con atti di liberalità, spesso decisi per limitare o escludere la partecipazione del figlio alla successione.
Altra lacuna della riforma: doveva essere dato a questi figli, quali particolari legittimari, il diritto all’opposizione ex art. 563 c.c.
Era questa della riforma degli status di filiazione l’occasione per accogliere la censura fatta da Mengoni e prima da Allara per l’art. 565 là dove continua ad estendere allo Stato il concetto di ordine successorio. La successione nello Stato non è l’ultimo grado degli ordini legittimi, ma occupa nel sistema una posizione autonoma.
«Il concetto di ordine successorio presuppone una pluralità di successibili, ciascuno dei quali avente per sé titolo ad una chiamata immediata all’eredità, e introduce una graduazione dei vari titoli in guisa da qualificarli a seconda del grado a ciascuno assegnato.
Lo Stato non è successibile graduato all’ultimo posto.
Lo Stato succede post omnes, non tanto perché gli altri titoli sono prevalenti, quanto perché la mancanza di altri successibili è un elemento integrante del suo titolo» (L. MENGONI, Successioni per causa di morte. Parte speciale. Successione legittima, nel Tratt. dir. civ. comm. Cicu Messineo, vol. XLIII, t. 1, 6ª ed., Milano, 1999, p. 225 e ss.).
Andava prevista con norma a parte, e viceversa dovevano andare ora a quel posto i figli relativamente riconoscibili con qualifica di successori legittimi.
A questo punto, il figlio, che non ha ottenuto il riconoscimento pieno, deve prima umiliarsi ad una «richiesta agli eredi legittimi» per «ottenere la capitalizzazione dell’assegno spettantegli in denaro»; e subire poi l’eventuale loro «scelta» di assegnargli «beni ereditari».
L’ultimo caso, che mi è stato sottoposto per un parere, prevedeva l’assegnazione della casa della servitù alla sorella non riconosciuta da parte dei fratelli matrimoniali, che già godevano della casa padronale e della villa.
Mentre l’art. 594, che è nel sistema della successione dei legittimari, presuppone un testamento o una o più donazioni, per individuare nei rispettivi beneficiari, gli onerati dell’oggetto della disposizione; l’art. 580 si applica alla devoluzione ab intestato dell’eredità o di una sua parte, e pertanto grava sugli eredi legittimi, in proporzione su ciascuno per la propria quota (artt. 594 e 662).
E vi è allora un’ipotesi di concorso delle due disposizioni di cui deve tenersi conto, allorché il testamento e le donazioni non esauriscano l’asse ereditario, e sul residuo si apra la successione per legge. E in questo caso si tratta di verificare se l’assegno è dovuto dagli eredi testamentari, dai legatari o dai donatari, ed è riferito alla rendita della quota di riserva cui i figli avrebbero diritto se possedessero lo status di riconosciuto.
Il caso è questo: «Se il de cuius ha disposto di una parte soltanto dei suoi beni lasciando l’altra parte alla successione intestata, occorre innanzitutto stabilire: A) se il figlio naturale non riconoscibile abbia diritto all’assegno nella misura dell’art. 580 (rendita della quota intestata, calcolata solo sul relictum); o B) nella misura dell’art. 594 (rendita della quota di riserva, calcolata sul relictum sommato al donatumsub A) dove la rendita della quota prevista dall’art. 580 risulta non inferiore alla rendita della quota riservata: i debitori dell’assegno sono esclusivamente gli eredi legittimi; sub B) si deve applicare la regola desumibile dall’art. 533, per cui la legittima si prende anzitutto sui beni oggetto delle liberalità fatte dal de cuius.
Esempio:
- relictum 100;
- donatum 200;
- succede ab intestato un fratello del defunto;
- concorre un figlio naturale non riconoscibile. A norma dell’art. 594:
- il figlio ha diritto a un assegno vitalizio pari alla rendita di metà del patrimonio (= 150);
- debitori sono: l’erede legittimo per 2/3 (fino a concorrenza della rendita di beni intestati) il donatario per 1/3 » (L. MENGONI, Successioni per causa di morte. Successione necessaria, cit., p. 172, nt. 39).
Dinanzi questo quadro normativo cadono le analogie che sono state fatte con i legati a favore del coniuge e del coniuge separato perché questi presuppongono uno status già costituito e risultante dall’atto di matrimonio, mentre è pregiudiziale all’accoglimento della domanda ex art. 594 l’accertamento della filiazione ove l’efficacia preclusiva di minimo grado conferma, come abbiamo dimostrato, già nel 1965, la costituzione del nucleo essenziale dello status.
Chi definisce questa successione dei figli «a titolo particolare» confonde i limiti, posti dalla legge per la salvaguardia della famiglia fondata sul matrimonio, con la natura del fatto successorio e delle conseguenze.
Infatti, il sistema legislativo non fonda la distinzione tra eredità e legato sull’oggetto della conseguenza successoria, vale a dire sulla sua quantità, ma sul modo in cui quest’oggetto è considerato.
Ora la valutazione oggettiva e quantitativa della conseguenza successoria riporta l’interprete al fatto giuridico che l’ha determinato perché sarà soltanto il fatto a poter fornire l’idea qualitativa delle conseguenze.
Un’ultima mancata occasione per la riforma sta sulla scelta assegnata al figlio.
L’ipotesi dell’art. 594 secondo cui se il genitore ha disposto «per donazione o testamento», il figlio può rinunciare alla disposizione e chiedere l’assegno, esige ancora una risposta, che la riforma non dà, sul mezzo idoneo per rinunciare alla disposizione donativa che, perfezionatasi con l’accettazione, determina gli effetti di un contratto, quello di donazione, che può essere sciolto solo per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge (1372, comma 1).
La sola dichiarazione del figlio di volere l’assegno non determina la risoluzione della donazione.
Il mezzo idoneo per determinare l’alternativa dell’assegno è la restituzione con il conferimento alla massa ereditaria prendendo di meno nell’ammontare dell’assegno secondo le regole della collazione per imputazione (artt. 747 e 748).
Se passiamo ora all’analisi degli effetti del riconoscimento del diritto all’assegno vitalizio del figlio contro gli eredi legittimi e/o testamentari e i donatari, ritroviamo il verificarsi di due ipotesi A) nel caso di rifiuto della liquidazione dell’assegno da parte degli obbligati, nella fattispecie prevista dall’art. 580, è esperibile un’azione ricuperatoria del diritto di credito sottostante all’assegno vitalizio.
Quest’azione è imprescrittibile in quanto la capitalizzazione della rendita viene effettuata sulla base della quota ereditaria che sarebbe spettata all’assegnatario del beneficio, se la filiazione fosse stata riconosciuta o dichiarata (evidenti sono le analogie con l’azione di petizione dell’eredità ai sensi dell’art. 533, la cui imprescrittibilità è sempre collegata alla durata della vita).
B) nel caso in cui la stessa azione ricuperatoria venga esercitata nei confronti dei soggetti beneficiari di attribuzioni patrimoniali contemplati all’art. 594, al pari dell’azione di riduzione ex artt. 555, comma 2, 559 essa incontra il limite decennale di prescrizione, che decorre dalla data di accettazione da parte del chiamato come affermato da Cass., S.U., 25 ottobre 2004, n. 20644.
La determinazione della quota in favore del beneficiario va calcolata in base ai criteri di cui all’art. 580. Valgono anche in questo caso gli effetti della sospensione della prescrizione indicati all’art. 2935 che vanno posti in relazione con le disposizioni di cui all’art. 480 per l’accettazione dell’eredità, il cui termine decennale decorre dalla configurazione giudiziale dello status analogamente a quello di esercizio della riduzione.
I medesimi effetti sospensivi risultano quindi applicabili all’ipotesi contemplata dall’art. 279: ciò avviene quando nel corso del giudizio deceda il genitore naturale e l’azione prosegua in capo ai suoi aventi causa ai sensi dell’art. 276, nonché nei casi in cui l’azione medesima, nei termini di legge, sia esercitata direttamente nei loro confronti.
Un’ultima distinzione riguarda la natura del diritto caduto in successione che essendo sempre riconducibile ad una somma di denaro, nonostante la possibile commutazione con beni ereditari, non fa decorrere il termine per l’usucapione in favore del terzo estraneo che possegga contro gli eredi la quota sulla quale debba poi operarsi il calcolo della rendita costituente l’assegno vitalizio.
Il quadro normativo che precede non differisce da quello lasciato dalla riforma della L. 151/1975 e ne abbiamo rilevato già i profili di incostituzionalità se passati al filtro dell’art. 30 Cost.
Ma una pregevole ricerca di M. Paradiso assai recente ne sottolinea la grave disparità di trattamento rispetto ai figli riconosciuti anche sotto il profilo quantitativo (M. PARADISO, Status di filiazione e diritti successori nella riforma, in R. CIPPITANI - S. STEFANELLI, La parificazione degli status di filiazione, Roma- Perugia-Mexico, 2013, p. 239 e ss.).
Se «è indubbia la natura successoria dell’assegno quale diritto di legittima», a tale stregua: «o essa si configura oggi come una singolare forma di commutazione automatica ex lege, sopravvissuta a quella ormai abrogata, oppure costituisce strumento che, lungi dal rappresentare un miglioramento, aggrava intollerabilmente la disparità di trattamento».
Si premette che «nessuna norma stabilisce il modo di quantificazione della rendita: se essa venisse determinata secondo criteri demografici attuariali la sua entità dipenderebbe, oltre che dal saggio legale d’interesse, dall’età del vitaliziato, mentre la sua capitalizzazione corrisponderebbe esattamente al valore del capitale: nel nostro caso alla quota di eredità che gli spetterebbe».
In tal modo, perciò, la previsione si tradurrebbe in una commutazione ex lege e cioè in una rendita ovvero in un capitale.
Ma a questo punto, parificata la sua condizione patrimoniale a quella dei figli riconosciuti, ancor più difficile da spiegare è la mancanza di diritti successori e alimentari del genitore e degli altri parenti.
In dottrina è indiscusso che si tratti di un diritto diverso e lo stesso dato normativo depone in altro senso: l’art. 580 infatti non parla di rendita vitalizia bensì di un «assegno» che deve essere «pari all’ammontare della rendita della quota di eredità»: Essa si configura perciò come una «rendita finanziaria, determinata in base al saggio legale di interesse e dipendente dall’età del vitaliziato soltanto in ordine alla sua durata nel tempo».
Si consideri che «il valore economico complessivo dell’assegno, come per ogni altra rendita, è inversamente proporzionale all’età del beneficiario: e per tanto la misura dei suoi diritti successori dipende da un fattore casuale: e cioè l’età in cui è chiamato alla successione», in altre parole, l’ammontare effettivo dell’erogazione dipenderà dalla sua sopravvivenza.
«In secondo luogo la natura successoria e non assistenziale dell’assegno esclude che su di esso incide l’eventuale stato di bisogno del vitaliziato e, soprattutto, esclude la possibilità di una rivalutazione: si tratta infatti di un ordinario debito di valuta che finirà col ridurre drasticamente il suo valore col decorso del tempo». Paradiso conclude «sulla incostituzionalità e prima ancora sulla irrazionalità dell’art. 580: calcolato l’assegno come rendita vitalizia, esso si configura come superstite commutazione ex lege che parifica la condizione del figlio, ma nega, inspiegabilmente, diritti alimentari e diritti successori al genitore e agli altri parenti ed esclude pure la rappresentazione; calcolato l’assegno come rendita finanziaria, esso si traduce in una lotteria, la cui unica giustificazione possibile appare oggi che è il figlio, in definitiva, che rifiuta l’instaurazione di un rapporto di filiazione».
Questa posizione successoria dei non riconoscibili è un relitto storico del diritto civile che ricorda la rendita vitalizia assegnabile ai cadetti di famiglie con grandi patrimoni di cui doveva salvarsi l’unità proprietaria.
E contrasta soprattutto con il paidocentrismo accolto dalla riforma che attribuisce al figlio non soltanto il diritto alla scelta tra genitore legale e genitore biologico consentendo al riconoscimento dell’uno piuttosto che dell’altro, ma ad avvalersi sia della responsabilità genitoriale del primo che di quella da procreazione del secondo, indipendentemente dalla manifestazione avvenuta in ordine storico dell’uno o dell’altro.

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