Diritto ereditario e casistica notarile prima e dopo la L. 219/2012 e il D.lgs. 154/2013
Diritto ereditario e casistica notarile prima e dopo la L. 219/2012 e il D.lgs. 154/2013
di Andrea Todeschini Premuda
Notaio in Mestrino

Il principio di unicità dello stato di filiazione e le ripercussioni sul piano della disciplina successoria - note generali

La disciplina codicistica della famiglia, con particolare riguardo alla filiazione, è stata recentemente oggetto di un profondo intervento di riforma, destinato a ripercuotersi in misura non irrilevante anche sulle regole che sovraintendono le successioni per causa di morte, sia che si volga lo sguardo alle successioni legittime, sia che si soffermi l’attenzione alla disciplina delle c.d. successioni necessarie(1).
Il legislatore ha modificato la materia del diritto di famiglia, cercando di dare piena attuazione al principio di unicità della filiazione, tramite un duplice intervento normativo: in un primo momento è stata approvata dal Parlamento e quindi promulgata la legge n. 219 del 10 dicembre 2012 (in vigore dal 1° gennaio 2013); si tratta di un testo normativo che ha inciso nel nostro ordinamento con due modalità distinte, posto che esso non solo conteneva la delega al Governo affinchè provvedesse, entro il perimetro e nel rispetto delle indicazioni fornite dal Parlamento, a riformare il diritto di famiglia e in particolare la disciplina della filiazione(2) ; ma interveniva anche modificando direttamente e con efficacia immediata una pluralità di disposizioni normative, alcune delle quali, come a breve si vedrà, di immediato - ancorché riflesso - impatto in materia successoria. In un secondo momento il Governo è quindi intervenuto, nell’esercizio della delega, con il D.lgs. n. 154 del 28 dicembre 2013 (in vigore dl 7 febbraio 2014), recante “Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione” con il quale, per quanto rilevi ai presenti fini, ha provveduto a modificare chirurgicamente una molteplicità di disposizioni normative in materia successoria(3).
Con la riforma in esame sono state interamente rimosse le disparità di trattamento tra figli nati dentro e figli nati fuori del matrimonio, attraverso l’attuazione del disegno di parificazione della filiazione, ed è stata così completata la strada che il legislatore del 1975(4) pur aveva intrapresa, ma non aveva avuto, forse, il coraggio di terminare. Nonostante molte delle rilevanti distinzioni che il codice civile del 1942 aveva riservato allo status di figlio “illegittimo” rispetto a quella di figlio “legittimo” fossero venute meno per effetto della legge 151/1975(5) , permanevano nel nostro ordinamento ancora alcune rilevanti differenziazioni tra la filiazione poi definita naturale e la filiazione legittima. Basti in questa sede ricordare il procedimento di legittimazione, l’inestensione dei rapporti giuridici tra il figlio naturale e i parenti del proprio genitore, le discriminazioni in materia successoria, alcune riflesso indiretto dello status di figlio naturale, altre, come il diritto di commutazione, testualmente previste dalla legge. Non va, invero, dimenticato come, nonostante i numerosi e rilevanti mutamenti portati dalla riforma del 1975 e l’eliminazione dall’ordinamento del concetto di filiazione illegittima, il legislatore del 1975 avesse pur sempre mantenuto la distinzione tra filiazione legittima e filiazione naturale, a sua volta distinta in filiazione naturale riconosciuta o giudizialmente dichiarata ovvero non riconosciuta o irriconoscibile.
Concentrando la nostra attenzione al diritto successorio, preme evidenziare come, a ben vedere, le modificazioni in materia successoria derivanti dall’intervento riformatore in parola, trovino la loro genesi non tanto nelle modifiche direttamente portate alle disposizioni successorie dal legislatore del 2012, e, in misura forse maggiore, dal legislatore del 2013, quanto, piuttosto, nel mutamento di prospettiva portato dal principio di unicità della filiazione, che trova il proprio fondamento sostanzialmente in tre modifiche normative - introdotte con la legge 219 del 10 dicembre 2012(6) - non già al libro II Delle successioni, bensì al libro I, Delle persone e della famiglia(7).
Il riferimento è a quelli che sono stati definiti i c.d. “superprincipi” della riforma, ovverosia i tre “pilastri”(8) che hanno portato alla piena attuazione nel nostro ordinamento del principio di unicità dello stato di filiazione e la cui introduzione è stata accompagnata dalla sostituzione, salvo i casi in cui si tratti di disposizioni a essi specificamente relative, in tutta la legislazione vigente della dicotomia figli legittimi/figli naturali con quella di figli nati nel matrimonio/figli nati fuori del matrimonio(9).
La norma che più di tutte, sebbene indirettamente, è intervenuta a modificare la disciplina della devoluzione patrimoniale mortis causa, può essere senz’altro individuata nell’art. 74 c.c. che, nel testo novellato ancora dalla legge delega 219/2012, dispone che «la parentela è il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite, sia nel caso in cui la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso in cui il figlio è adottivo. Il vincolo di parentela non sorge nei casi di adozione di persone maggiori di età, di cui agli articoli 291 e seguenti». Preme già in questa sede dar conto della “battaglia ermeneutica”(10) che ha contrapposto fin da subito gli interpreti della disposizione in parola attorno al significato da attribuire alla locuzione “figlio adottivo” utilizzata dal legislatore nell’art. 74 c.c. La questione, solo apparentemente nominale, non è di poco conto se solo si considerino, per quanto concerne il perimetro della giornata odierna, gli impatti che l’adozione dell’una o dell’altra interpretazione sono in grado di determinare sull’applicazione delle disposizioni dettate in materia di successione.
Senza potere né volere in questa sede approfondire, come si dovrebbe, la questione, basti considerare che, come del resto è noto, il nostro ordinamento disegna sostanzialmente tre distinti tipi di adozione: l’adozione vera e propria (tradizionalmente detta, anche se sull’attualità di questa locuzione potrebbe oggi discutersi, legittimante o piena); l’adozione in casi particolari e l’adozione di persone maggiori d’età.
L’adozione legittimante è quella che, ancor oggi, può essere effettuata esclusivamente da due soggetti tra di loro legati da vincolo di coniugio (da almeno tre anni e non separati nemmeno di fatto) e si riferisce a un minore che si trovi in stato di abbandono e che sia dichiarato adottabile (ex art. 7, L. n. 184 del 4 maggio 1983). L’effetto della sentenza di adozione pronunciata dal Tribunale dei minorenni è di particolare importanza ai nostri fini, posto che a essa consegue l’acquisizione da parte dell’adottando dello status di figlio (già legittimo, ora nato nel matrimonio); con l’adozione cessano inoltre i rapporti dell’adottato verso la famiglia di origine, salvi i divieti matrimoniali (art. 27, commi 1 e 3, L. n. 184/1983). Il figlio adottato con l’adozione piena, acquisendo lo status di figlio nato nel matrimonio, rientra, quindi, a pieno titolo nel novero dei soggetti contemplati dall’art. 74 c.c. al fine della perimetrazione della relazione di parentela.
Accanto a questa forma di adozione vi è l’adozione del maggiore d’età che trova ancora oggi la propria disciplina essenzialmente nel codice civile; essa mira, come noto, a soddisfare l’interesse di una persona adulta a conseguire i vantaggi connessi alla qualità giuridica di figlio, quali il diritto di portate il cognome dell’adottante e l’aspettativa di esserne erede. Ora, ai nostri fini assume particolare importanza quanto disposto dall’art. 300 c.c. per il quale, non solo l’adottato conserva tutti i diritti e i doveri verso la sua famiglia di origine - salve le eccezioni previste dalla legge -; ma anche, l’adozione non induce alcun rapporto civile tra l’adottante e la famiglia dell’adottato né tra l’adottato e i parenti dell’adottante - salve, sempre, le eccezioni previste dalla legge (da individuarsi negli impedimenti matrimoniali e nell’obbligo degli alimenti); ancora l’art. 304 c.c. stabilisce che l’adozione non attribuisce all’adottante alcun diritto di successione, mentre i diritti dell’adottato nella successione dell’adottante sono regolati dalle norme contenute nel libro II. Coerentemente, quindi, l’art. 74, in piena armonia con quanto disposto dall’art. 300 c.c. e nel rispetto della ratio e dello spirito dell’adozione del maggiore d’età, esclude che essa determini il sorgere di rapporti di parentela tra l’adottato e la famiglia dell’adottante.
Oltre a queste due ipotesi vi è l’adozione in casi particolari (detta anche “adozione semplice”)(11) , disciplinata dall’art. 44 L. n. 184 del 4 maggio 1983, che sostanzialmente ammette l’adozione di minori, anche quando non sussistano le condizioni che ne determinino l’adottabilità, purchè ricorrano i presupposti individuati dallo stesso art. 44(12). Ora, l’art. 55, L. n. 184 del 4 maggio 1983, nel delineare la condizione giuridica dell’adottato in casi particolari, richiama(va) espressamente gli artt. 300 e 304 c.c. dettati, come sopra visto, per l’adozione del maggiore di età. Da questo la dottrina aveva ricavato, da tempo, l’idea che l’adozione in casi particolari non determinasse il sorgere di un vero e proprio rapporto di filiazione e quindi non attribuisse all’adottato in casi particolari lo status di figlio legittimo, ma rispondesse all’esigenza di offrire al minore un ambiente familiare idoneo(13).
La questione sorge in quanto, come visto, l’art. 74 esclude dal novero dei parenti solo gli adottati maggiori di età. Vi è, quindi, chi autorevolmente ha ritenuto che la formulazione dell’art. 74 c.c., rispondendo a un preciso intento del legislatore, abbia scientemente equiparato l’adozione in casi particolari all’adozione piena/legittimante. In questo si sarebbe determinata una tacita ma inequivocabile abrogazione dell’art. 55 legge adozione, nella parte in cui richiama gli artt. 300 e 304 c.c., con la conseguenza che anche all’adozione in casi particolari finirebbero per applicarsi i principi che disegnano gli effetti dell’adozione piena (che l’art. 27 della legge 184/1983 individua, come visto, nell’acquisizione da parte del figlio adottivo dello status di figlio nato nel matrimonio)(14).
Nonostante la lettera dell’art. 74 escluda dal novero dei parenti solo gli adottati maggiori di età, non è mancato chi in dottrina abbia offerto una diversa interpretazione, di carattere estensivo, della norma, stante la sostanziale identità, quanto agli effetti di cui trattasi, dell’adozione dei maggiorenni e di quella in casi particolare. Secondo questa impostazione, l’art. 74 escluderebbe il vincolo di parentela non solo con riguardo agli adottati maggiori d’età, come letteralmente previsto, bensì anche con riferimento agli adottati in casi particolari, salvo voler opinare per una tacita abrogazione dell’art. 55 L. 184/1983 di cui, viene rilevato, non vi è però traccia nella legge delega(15). In altre parole, un’interpretazione estensiva della norma in parola si imporrebbe giacché, diversamente opinando, la fattispecie di adozione in casi particolari verrebbe ad atteggiarsi quale adozione piena; e non sarebbe ipotizzabile nemmeno una terza via che faccia salvi i caratteri dell’adozione in casi particolari e al contempo ammetta la creazione di rapporti di parentela dell’adottato con due distinti stipiti (quello dei genitori biologici o quello dei genitori adottivi): posto che ciò significherebbe collocare il figlio in due famiglie(16). È stato ancora osservato come l’art. 55 della L. n. 184/1983, nell’individuare la disciplina applicabile all’adottato in casi particolari, espressamente richiami l’art. 300 c.c.: l’art. 74 c.c. sembrerebbe quindi aver incorporato il contenuto dell’art. 300 c.c. e con esso quello dell’art. 55, L. n. 184/1983(17). Allo stato i tempi non sono ancora maturi per prevedere quale delle due impostazioni ricostruttive troverà il favore della maggiore dottrina e quindi della giurisprudenza. Nel prosieguo si tenterà di tener conto, ove rilevi, della conseguenze applicative che potranno derivare dall’adozione dell’una o dell’altra interpretazione.
L’art. 74 c.c., così come modificato, si lega indissolubilmente con il novellato art. 258 c.c., anch’esso modificato già in virtù della legge 219/2012, per il quale il riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio produce effetti non solo riguardo al genitore da cui è stato fatto ma anche riguardo ai parenti di esso. Quest’ultima norma potrebbe apparire superflua, stante l’innovato tenore letterale dell’art. 74 c.c., ma non di meno appare opportuna: sia per sottolineare il mutamento di prospettiva e il pieno inserimento del figlio nato fuori del matrimonio all’interno della famiglia di chi ha effettuato il riconoscimento, sia per ribadire l’inestensibilità del riconoscimento operato da uno dei due genitori rispetto all’altro genitore.
Le due disposizioni di cui si è sopra fatto riferimento (artt. 74 e 258 c.c.) non sono altro che la concreta attuazione del principio cardine che ha informato tutta la riforma, la cui espressione normativa può essere rinvenuta in quella disposizione che costituisce l’enunciazione assiomatica della novella, ovvero l’art. 315 c.c. - norma anch’essa modificata dalla legge delega 219/2012 - che, con affermazione solenne, scolpisce nel nostro ordinamento il principio di piena equiparazione giuridica dei figli, statuendo che «tutti i figli hanno lo stesso statuto giuridico»(18).
Il principio testé invocato merita, tuttavia, una preliminare precisazione, posto che tra figli nati nel matrimonio e i figli nati fuori del matrimonio sussiste pur sempre una rilevante differenza, non tanto, oggi, nella disciplina dello statuto giuridico, giacché i “superprincipi” di cui sopra testimoniano esemplarmente lo spirito della novella e non consentono sotto questo profilo di parlare di differenti categorie di figli, quanto, piuttosto, nei presupposti normativi affinché vi possa essere un rapporto di filiazione biologica che sia anche giuridicamente rilevante.
In altre parole, mentre l’individuazione giuridica del rapporto di filiazione all’interno del matrimonio è collegata ancor oggi ad una serie di presunzioni normative e di disposizioni di legge. Così la filiazione nata nel matrimonio presuppone pur sempre l’esistenza di un valido (o putativo) matrimonio tra i genitori, che il figlio sia partorito da donna sposata, che sia stato generato dal marito e che sia nato o concepito (non più solo concepito) in costanza di matrimonio. La prova degli ultimi due presupposti è ancor oggi ancorata a due presunzioni: la prima di paternità del marito (art. 231 c.c.) relativa a prova contraria limitata, la seconda di concepimento (art. 232 c.c.) assoluta. Il ricorrere di queste presunzioni unitamente ai primi due accadimenti determina automaticamente l’esistenza di un rapporto di filiazione e quindi il riconoscimento al soggetto siffattamente nato dello status giuridico di figlio.
Nel caso di filiazione fuori del matrimonio, invece, affinché il soggetto generato possa avere lo status di figlio sarà ancor oggi pur sempre necessario che la filiazione sia riconosciuta ovvero giuridicamente accertata. La sola filiazione biologica, in altri termini, pur essendo sotto certi aspetti giuridicamente rilevante, non attribuisce al nato lo status di figlio(19).
Quanto detto trova, del resto, ove ve ne fosse bisogno, conferma proprio nell’ambito del diritto successorio: l’art. 573 c.c., in punto di successione legittima - che, pur mutuato nel lessico, permane invariato nella sostanza - prevede ancora oggi che le disposizioni relative alla successione dei figli nati fuori del matrimonio «si applicano [solamente] quando la filiazione è stata riconosciuta o giudizialmente dichiarata …».
Il legislatore, quindi, si era già mosso con la legge delega su di un piano apparentemente diverso da quello successorio e cioè prevedendo, con disposizioni già efficaci a far data dal 1° gennaio 2013, l’inserimento del figlio non matrimoniale nel gruppo familiare del genitore, tramite la creazione anche per il figlio nato fuori del matrimonio del vincolo di parentela, che sancisce l’appartenenza alla famiglia. Questo consente di comprendere appieno l’affermazione per cui le conseguenze più rilevanti della riforma sotto il profilo ereditario si erano già venute a determinare nel nostro ordinamento, prima e a prescindere dalle modifiche introdotte dal legislatore delegato con il D.lgs. 154/2013(20). Come è stato osservato, infatti, «una cosa … è estendere la chiamata ad un determinato consanguineo, obiettivo per raggiungere il quale è sì necessaria una modifica alle norme sulla vocazione legittima; altro è, come fatto, invece, dal legislatore del 2012, collocare tout court nell’ambito della parentela e quindi della famiglia questo soggetto»(21).

Le modifiche alla disciplina della successione necessaria

Preme ora passare ad analizzare più nel dettaglio i riflessi sul piano pratico del recente intervento legislativo nella prospettiva del diritto successorio.
Un primo nucleo di modificazioni può essere individuato nella normativa in materia di successione necessaria. Per effetto, tra l’altro, della ricomprensione a pieno titolo tra i parenti anche dei figli nati fuori dal matrimonio, deve ritenersi oggi riservata (e ciò, secondo una prima, ancorché non unanimemente condivisa, dal 1° gennaio 2013 e, quindi, a prescindere dall’intervento del legislatore delegato con il D.lgs. 154/2013), una quota di eredità anche agli ascendenti [già] naturali e non solo, come un tempo invece previsto, ai soli ascendenti legittimi.
La vecchia disciplina, che escludeva dal novero dei legittimari gli ascendenti naturali, costituiva una di quelle mancate assimilazioni tra filiazione naturale e filiazione legittima che residuavano dopo la riforma del 1975: l’equiparazione tra queste due categorie operava, infatti, in modo unidirezionale, poiché la qualità di riservatari in mancanza di discendenti del defunto, era riconosciuta ai soli ascendenti legittimi e non anche a quelli naturali(22).
Questa asimmetria a danno dei genitori naturali era parsa, peraltro, già in passato priva di razionale giustificazione e aveva indotto parte della dottrina a proporne una lettura costituzionalmente orientata, tale da ricomprendere fin da subito tra i riservatari indistintamente gli ascendenti legittimi e naturali(23). L’opinione, ancorché autorevolmente espressa, era rimasta minoritaria e l’eccezione di incostituzionalità della norma era stata, in epoca ormai remota, giudicata manifestamente infondata(24). In questi termini il D.lgs. 154/2013 ha modificato non solo l’art. 536 c.c. che, come noto, individua le categoria dei soggetti a favore dei quali la legge riserva una quota di eredità e che oggi non contiene più alcuna distinzione tra rapporti nati all’intero o fuori del matrimonio; ma anche, come conseguenza, l’art. 538 c.c., che oggi prevede una quota di riserva a favore genericamente degli “ascendenti” e non più, come, invece, prima, a favore dei solo ascendenti legittimi.
Vediamo attraverso alcuni esempi pratici di comprendere gli effetti della riforma in materia di filiazione sulla successione necessaria.

Figura 1 - Successione necessaria - art. 536 comma 1 e 538 c.c. ante riforma

Relictum 200
Debiti 50
Donatum 150

Si apre la successione di Caietto, figlio naturale (riconosciuto da entrambi i genitori Caio e Caia), il quale muore senza lasciare discendenti né coniuge.
Prima della riforma della filiazione nel caso di specie non vi sarebbero stati legittimari, posto che la qualità di legittimario era riconosciuta ai soli ascendenti legittimi e non anche agli ascendenti naturali. Il de cuius avrebbe pertanto potuto disporre liberamente dell’intero suo patrimonio.

Figura 2 - Successione necessaria - art. 536 comma 1 e 538 c.c. post riforma

Relictum 200
Debiti 50
Donatum 150

Si apre la successione di Caietto, figlio di Caio e Caia, nato fuori del matrimonio (riconosciuto da entrambi i genitori), il quale muore senza lasciare discendenti né coniuge.
Post riforma della filiazione, ai genitori Caio e Caia è riservato complessivamente un terzo del patrimonio di Caietto, determinato ai sensi dell’art. 556 c.c. (relictum – debiti + donatum); più precisamente 50 per ciascun genitore ex artt. 538 e 569 c.c.: la qualità di legittimario è oggi riconosciuta, infatti, a tutti gli ascendenti senza più distinzioni tra ascendenti naturali o legittimi.
Se il rapporto di filiazione fosse stato riconosciuto ovvero giudizialmente accertato solo nei confronti di uno solo dei genitori a questi spetterebbe per intero il terzo riservato dalla legge (pari a 100) ex artt. 538 e 569 c.c.

Non è stato, invece, modificato, se si escludono le modifiche terminologiche derivanti dal venir meno della distinzione tra figli legittimi (rectius nati nel matrimonio) e naturali (rectius nati fuori del matrimonio), il secondo comma dell’art. 536 c.c., che continua ad equiparare i figli adottivi ai figli. Vale la pena qui di precisare le conclusioni alle quali la dottrina era già giunta dopo l’entrata in vigore della legge 184/1983 in materia di adozione, conclusioni che paiono confermate dall’attuale formulazione dell’art. 74 c.c.
Secondo la dominante impostazione, in questa norma - come negli altri casi in cui in materia successoria si rinvenga un espresso richiamo a soggetti adottati o adottanti - non ci si riferisce ai casi di adozione pura o legittimante. Come visto, difatti, in tali casi l’art. 27 L. 184/1983 espressamente attribuisce all’adottato lo status di figlio legittimo (ora nato nel matrimonio) e questo adottato deve intendersi già ricompreso nel riferimento alla filiazione.
Queste norme, invece, si riferiscono sicuramente agli adottati maggiori di età, (da considerarsi, quindi, espressamente ricompresi tra i riservatari ai sensi del comma 2 dell’art. 536 c.c.), ai quali, come visto, la legge riserva diritti successori.
Le difficoltà ermeneutiche nascono oggi, invece, ove si metta in relazione questa affermazione con i soggetti adottati in casi particolari ai sensi dell’art. 44, L. adozioni Se dovesse, infatti, prevalere l’interpretazione che ritiene che, con riferimento a questa categoria di adottati, continuino ad applicarsi i principi degli artt. 300 e 304 c.c. come richiamati dall’art. 55, L. adozioni, allora anche questi soggetti saranno ricompresi nella nozione di figli adottivi(25). Viceversa ove si ritenesse che, alla luce della nuova formulazione dell’art. 74 c.c. anche questi soggetti siano da considerarsi figli nati nel matrimonio degli adottanti, allora essi saranno ricompresi nella nozione di figli.
Se così fosse, se cioè i figli adottivi ex art. 44 L. n. 184/1983 fossero da considerarsi a tutti gli effetti figli nati nel matrimonio, sarebbero destinate a manifestarsi conseguenze di non poco conto in materia successoria: dal momento che l’adozione semplice non comporta il cessare dei rapporti giuridicamente rilevanti con la famiglia di origine, potrebbe verificarsi quella che è stata definita come una “nuova forma di concorso” tra i genitori di sangue e quelli adottivi(26). La soluzione che sul punto è stata proposta sarebbe quella di applicare in via analogica, in questo come negli altri casi in cui possa assumere rilevanza il “nuovo concorso”, la disposizione dell’art. 569 c.c. - pur dettata in materia di successione legittima e testualmente richiamata con riferimento alla successione necessaria - che prevede in caso di concorso tra ascendenti la successione per linea e l’attribuzione del patrimonio riservato per metà ad una linea per metà all’altra linea(27). In altre parole metà della riserva andrebbe riconosciuta agli ascendenti biologici (e tra di essi applicando ulteriormente il principio della successione per linea) e l’altra metà agli ascendenti adottivi (applicando ulteriormente anche per essi il principio della successione per linea).
Andrebbe, invece, respinta ogni interpretazione diretta a contemplare un possibile ampliamento della legittima a discapito della disponibile. Sia perché manca un dato normativo in tal senso; sia perché questo ampliamento contrasta con il canone ermeneutico di riduzione dei vincoli posti alla legittima che appare sempre di più ispirare in epoca recente dottrina e giurisprudenza.

Le modifiche alla disciplina della successione legittima

Come noto e ampiamente ricordato nel corso della presente mattinata, prima della riforma del 2012 il vincolo di parentela naturale costituiva titolo per la successione ereditaria entro i ristretti limiti disegnati da una disciplina che costituiva l’espressione sul piano pratico del principio per cui il riconoscimento (o l’accertamento giudiziale del rapporto di filiazione) aveva effetto solo nei confronti del genitore che lo aveva effettuato, senza determinare il sorgere di rapporti giuridicamente rilevanti con i componenti della famiglia di chi effettuava il riconoscimento.
In particolare, nell’ambito della successione legittima, il vincolo di filiazione naturale assumeva rilevanza giuridica solo nel rapporto tra genitore e figlio in una duplice direzione: non solo attraverso il riconoscimento al figlio naturale (riconosciuto o giudizialmente accertato) di diritti successori nei confronti del proprio genitore, ma anche, diversamente da quanto previsto - mutatis mutandis - in materia di successione necessaria, attraverso l’attribuzione di diritti successori al genitore naturale in caso di premorienza del figlio privo di discendenti (cfr. artt. 578 e 579 c.c. ante riforma).
Nell’impianto originario del codice civile, sia prima sia dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, invece, nessun diritto di successione spettava ai “parenti naturali”. Questo costituiva del resto conseguenza diretta del fatto che nessun vincolo giuridicamente rilevante era destinato tra i medesimi a sorgere pur in caso di riconoscimento ovvero accertamento giudiziale della paternità/maternità.
La questione della successione tra “parenti naturali” appariva particolarmente delicata soprattutto nel caso, non infrequente, in cui a essere potenzialmente coinvolti tra i successibili fossero i fratelli e/o le sorelle naturali, i quali non erano originariamente considerati vocati nemmeno in assenza di parenti legittimi entro il sesto grado ed ai quali la legge preferiva lo Stato.
La materia della successione legittima tra parenti naturali era da tempo oggetto di interventi critici sia in dottrina sia in giurisprudenza, atteso la rilevanza che essa veniva via via assumendo nelle questioni pratiche, come appare, del resto, testimoniato dalla pluralità di pronunce della Corte Costituzionale. In un primo intervento, relativo alla formulazione codicistica anteriore all’entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia del 1975, la Corte Costituzionale, con la Sentenza n. 55 del 4 luglio 1979(28) , aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 565 c.c. nella parte in cui escludeva dalla categoria dei chiamati alla successione legittima, in mancanza di altri successibili e prima dello Stato, i fratelli e le sorelle naturali riconosciuti o dichiarati, per contrasto con gli art. 3 e 30, comma 3, Cost. Secondo la Corte l’art. 586 c.c., infatti, nel prevedere che in mancanza di successibili entro il sesto grado l’eredità fosse devoluta allo Stato - unico erede necessario nel senso romanistico del termine - non mirava a tutelare un interesse patrimoniale dello Stato di natura privata che potesse essere messo a confronto con l’interesse dei fratelli naturali superstiti, bensì l’interesse pubblico alla conservazione dei beni del defunto e alla continuità dei rapporti giuridici che a lui facevano capo, quando manchino soggetti legittimati a raccogliere l’eredità. La posizione di minore tutela delle ragioni del figlio nato al di fuori del matrimonio poteva trovare spazio solo laddove si fosse creato un conflitto con i diritti dei membri della famiglia legittima. Conseguentemente, aveva concluso la Corte, in assenza di membri della famiglia legittima, trova giustificazione la successione tra fratelli e/o sorella naturali nei casi in cui non vi siano altri successibili ex lege ad eccezione dello Stato(29).
Il medesimo principio era stato poi ribadito dalla Corte Costituzionale con riferimento all’art. 565 c.c. (nel testo riformulato a seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975), nell’ambito di un procedimento che aveva tratto origine da un giudizio di reclamo pendente proprio innanzi al Tribunale di Bolzano e ciò sulla base della condivisibile considerazione per cui l’art. 565 c.c. novellato dalla riforma del 1975 sebbene non differisse sostanzialmente dal testo originario, era pur sempre una nuova norma, come tale non toccata dal precedente giudicato costituzionale del 1979(30).
La Corte Costituzionale con la Sentenza n. 377 del 7 novembre 1994 pubblicata nella G.U. del 16 novembre 1994 aveva successivamente respinto come inammissibile una questione di legittimità costituzionale degli artt. 565, 572 e 468 c.c. per contrasto con gli artt. 3 e 30, terzo comma, della Costituzione, nella parte in cui non prevedevano la successione legittima di fratelli e sorelle naturali del de cuius e, per rappresentazione, quella dei discendenti degli stessi in mancanza di membri della famiglia legittima restrittivamente intesa. Il giudizio della Corte era fondato sull’assunto che altrimenti la Corte avrebbe finito per alterare l’ordine successorio della parentela del defunto, invadendo il campo riservato al legislatore.
La Corte era, infine, intervenuta un’ultima volta affrontando la questione della legittimità dell’art. 565 c.c. nella parte in cui non prevedeva, in mancanza di altri successibili legittimi e prima dello Stato, la successione dei parenti naturali diversi dai fratelli e sorelle e, in particolare, nel caso che aveva dato origine al giudizio di legittimità costituzionale, di grado corrispondente al quarto. La Corte aveva ritenuto la questione infondata e pertanto legittimo l’art. 565 c.c. nella parte in cui non includeva tra i vocati ex lege i c.d. cugini naturali, in quanto, veniva evidenziato, l’art. 30 della Costituzione non imponeva la parificazione di tutti i parenti naturali ai parenti legittimi.
L’assetto codicistico nell’ambito della successione legittima scaturente dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 e dalle citate sentenze della Corte Costituzionale vedeva quindi, quanto ai vincoli naturali: il diritto di successione, in duplice direzione, tra il figlio e il genitore naturale; in linea collaterale, il diritto di successione tra fratelli e sorelle naturali solo in mancanza di altri successibili legittimi entro il sesto grado e prima dello Stato; infine, nessuna rilevanza era attribuita al vincolo naturale in linea collaterale di grado ulteriore al secondo(31).
La riforma in commento ha, quindi, profondamente innovato il sistema della successione legittima e ciò, come più volte anticipato, già per effetto della legge 219/2012, quale conseguenza dell’estensione degli effetti del riconoscimento a tutti i parenti del genitore che lo ha effettuato. I diritti successori legittimi, sono ora riconosciuti non solo tra la parentela matrimoniale e la parentela non matrimoniale, ma anche tra la sola parentela non matrimoniale sia dal lato di un genitore sia dal lato dell’altro genitore, considerando anche le unilateralità(32). Chi consegue lo stato di figlio, diventando parente delle persone che discendono dallo stesso stipite di ciascuno dei suoi genitori, entra a far parte di una famiglia estesa; ma, si badi, e ciò preme sottolineare in maniera rigorosa, non si instaura alcun rapporto non solo di parentela (giacché non si tratta - e nei limiti in cui concretamente non si tratti - di persone che discendono dallo stesso stipite) ma nemmeno di affinità tra le due famiglie di cui il figlio naturale riconosciuto da entrambi i genitori entra a far parte per effetto del riconoscimento ovvero dell’accertamento giudiziale della paternità e della maternità. Ancor oggi, difatti, l’affinità, individuando il vincolo tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge presuppone che, nel nostro caso, il padre e la madre in questione siano comunque coniugati.
Continua anche a seguito della riforma a trovare applicazione l’art. 570 c.c., relativo alla successione tra fratelli, nella parte in cui prevede che i fratelli e le sorelle unilaterali siano destinati a conseguire la metà della quota destinata ai germani(33). La norma in esame, peraltro, non ha subito nessun adeguamento diretto neppure per effetto del D.lgs. 154/2013, giacché in essa non era dato rinvenire alcuna espressa esclusione dalla successione per i “fratelli naturali”, esclusione che, come visto, era data più in generale dall’assenza di rapporto di parentela tra i fratelli naturali. Considerando il piano sostanziale, tuttavia, appare evidente come, estendendosi oggi la categoria dei fratelli e sorelle fino a ricomprendere anche i fratelli e le sorelle nati fuori del matrimonio (nonché, eventualmente, anche i fratelli e le sorelle adottati ex art. 44 L. 184/1983) l’importanza applicativa della norma è destinata sensibilmente ad aumentare(34).
Il legislatore delegato è comunque intervenuto in materia modificando (nominalmente) l’art. 565 c.c. nel senso di espungere ogni riferimento ai discendenti legittimi o naturali ovvero agli ascendenti legittimi e l’art. 566 c.c., eliminando il richiamo al comma 3 dell’art. 737 c.c. in punto di commutazione ed eliminando il riferimento ai figli legittimi o naturali. Come anticipato, è, invece, rimasta sostanzialmente inalterata la disposizione di cui all’art. 573 c.c. (sulla successione dei figli nati fuori del matrimonio) nell’ambito della quale, in attuazione della legge delega, si è provveduto a sostituire alla nozione di figlio naturale quella di figlio nato fuori del matrimonio. Il legislatore ha poi provveduto ad abrogare gli artt. 578 e 579 c.c. sulla successione dei genitori naturali. Modifiche meramente nominali sono state apportate agli artt. 581 e 582 c.c. sul concorso dei coniugi con i figli e del coniuge con ascendenti e fratelli e sorelle. Il decreto legislativo mantiene invece l’art. 567 c.c. ove ai figli (ora senza ulteriore precisazioni) sono equiparati i figli adottivi(35). Per il principio tradizionale per cui l’adozione (del maggiore d’età) non attribuisce diritti all’adottante, l’art. 568 c.c. come gli artt. 569, 570, 571 e 572 c.c., quando parlano di genitori non si riferiscono ai genitori adottivi; resta, invece, da capire, se in queste ultime norme siano da ricomprendersi i genitori adottivi dei figli adottati con l’adozione ex art. 44, L. n. 184/1983, con le dirompenti conseguenze che già si è avuto modo di evidenziare, mutatis mutandis, in materia di successione necessaria.
Alcuni esempi pratici potranno essere d’ausilio per comprendere le conseguenze, sul piano applicativo, dei nuovi principi:

Figura 3 - Successione legittima - Concorso tra coniuge e fratelli/sorelle naturali (art. 582 c.c.) ante riforma

Si apre la successione di Tizio, coniugato con Mevia, il quale muore senza ascendenti né discendenti. Ad esso sopravvive il “fratello naturale” Sempronio.
Prima della riforma della filiazione a Tizio sarebbe succeduto solo il coniuge per l’intero (art. 583 c.c.). Non vi sarebbe stata alcuna vocazione per Sempronio in quanto, essendo questi fratello naturale, non si era instaurato alcun rapporto di parentela tra i due fratelli Tizio e Sempronio.
La successione del fratello naturale era, infatti, ammessa, dopo l’intervento della Corte Costituzionale (Sentenza n. 184 del 12 aprile 1990) solamente prima dello stato in assenza di altri successibili.

Figura 4 - Successione legittima - Concorso tra coniuge e fratelli/sorelle naturali (art. 582 c.c.) post riforma

Si apre la successione di Tizio, coniugato con Mevia, il quale muore senza ascendenti né discendenti. Ad esso sopravvive il fratello Sempronio.
A Tizio è ora destinato a succedere il coniuge Mevia per la quota di 2/3 e il fratello (già naturale) per Sempronio per la quota di 1/3 (art. 582 c.c.). L’esistenza di un rapporto collaterale giuridicamente rilevante tra i due fratelli nati fuori del matrimonio impedisce oggi l’applicazione nel caso di specie dell’art. 583 c.c. che, non innovato sul punto, presuppone, che il de cuius muoia, tra l’altro, senza fratelli o sorelle.

Figura 5 Successione legittima - Concorso tra coniuge, genitori e fratelli/sorelle naturali (art. 582 c.c.) ante riforma

Tizio, coniugato con Mevia senza discendenti e con Sempronio come fratello naturale uterino, premuore ai propri genitori.
Prima della riforma della filiazione a Tizio sarebbe succeduto il coniuge per la quota di 2/3 e i genitori Caio e Caia per la quota di 1/6 ciascuno (art. 582 c.c.). Non vi sarebbe stata, invece, nessuna vocazione per Sempronio in quanto, essendo questi fratello naturale, non si era instaurato alcun rapporto di parentela tra i due fratelli Tizio e Sempronio.
La successione del fratello naturale era, infatti, ammessa, dopo l’intervento della Corte Costituzionale (Sentenza n. 184 del 12 aprile 1990) solamente prima dello stato in assenza di altri successibili.

Figura 6 - Successione legittima - Concorso tra coniuge, genitori e fratelli/sorelle nati fuori del matrimonio (art. 582 c.c.) post riforma

Tizio, coniugato con Mevia senza figli e con Sempronio come fratello uterino nato fuori del matrimonio, premuore ai propri genitori.
A Tizio sono ora destinati a succedere il coniuge per la quota di 10/15, i genitori Caio e Caia per la quota di 2/15 ciascuno (per una quota quindi complessivamente maggiore a 1/4 - cfr. art. 582 u.c. c.c.) e il fratello uterino Sempronio per residua la quota di 1/15 (art. 582, 571 c.c.).

Figura 7 - Successione legittima - Concorso tra coniuge e ascendenti naturali (art. 582 c.c.) ante riforma

Si apre la successione di Cornelio, figlio naturale di Tizio e Tizia, il quale muore lasciando la moglie Cornelia e i “nonni” [ascendenti di secondo grado] paterni naturali Caio e Caia.
Prima della riforma del diritto di famiglia l’eredità si sarebbe devoluta interamente al coniuge Caia dal momento che nessuna rilevanza giuridica era riconosciuta al rapporto di ascendenza naturale oltre il primo grado, non assumendo rilevanza l’ascendenza naturale.

Figura 8 - Successione legittima - Concorso tra coniuge e ascendenti (art. 582 c.c.) post riforma

Si apre la successione di Cornelio, figlio naturale di Tizio e Tizia, il quale muore lasciando la moglie Cornelia e i “nonni” [ascendenti di secondo grado] paterni Caio e Caia.
L’eredità è destinata oggi a essere devoluta per la quota di 1/3 ai nonni paterni e per la quota di 2/3 al coniuge (art. 582 c.c.).

Figura 9 - Successione legittima - Successione tra fratelli art. 570 c.c. ante riforma

Si apre la successione di Sempronia, la quale muore nubile, sena lasciare discendenti, né ascendenti.
Ante riforma le sarebbero succeduti solo i fratelli legittimi con applicazione del comma 2 dell’art. 570 c.c. e pertanto: a Sempronio (fratello germano) sarebbe spettata la quota di 2/4 dell’eredità, a Calpurnio (fratello consanguineo) la quota di 1/4 e a Calpurnia (sorella consanguinea) la quota di 1/4.
Caietta, in quanto sorella naturale, non essendo parente della defunta Sempronia, sarebbe stata esclusa dal novero dei vocati alla successione (cfr. Corte Cost. 377/1994)(36).

Figura 10 - Successione legittima - Successione tra fratelli art. 570 c.c. post riforma

Si apre la successione di Sempronia la quale muore nubile, sena lasciare discendenti, né ascendenti.
Le sono ora destinati a succedere tutti i fratelli, sia quelli nati nel matrimonio sia quelli nati fuori del matrimonio, con applicazione del comma 2 dell’art. 570 c.c. e pertanto: a Sempronio (fratello germano) è destinata a spettare la quota di 2/5 dell’eredità, a Caietta (sorella uterina) e a Calpurnio e Calpurnia (fratelli consanguinei) la quota di 1/5 ciascuno.
Il rapporto tra collaterali nati fuori del matrimonio assume rilevanza giuridica.

Figura 11 - Successione legittima - Successione tra fratelli art. 570 c.c. ante riforma

Si apre la successione in morte di Calpurnia, la quale muore nubile senza lasciare discendenti né ascendenti. Ad essa sopravvive il fratello naturale unilaterale Sempronio e la “zia paterna” [parente collaterale di terzo grado] Caietta. Prima della riforma della filiazione, l’eredità si sarebbe devoluta per l’intero alla zia paterna Caietta (art. 572 c.c.). L’assenza di vincoli di parentela tra fratelli naturali avrebbe infatti comportato l’esclusione della vocazione per Sempronio, fratello naturale.

Figura 12 - Successione legittima - Successione tra fratelli art. 570 c.c. post riforma

Si apre la successione in morte di Calpurnia, la quale muore nubile senza lasciare discendenti né ascendenti. Ad essa sopravvive il fratello unilaterale Sempronio e la “zia paterna” [parente collaterale di terzo grado] Caietta.
L’eredità è destinata oggi a devolversi per interamente al fratello Sempronio, stante l’unicità dello stato di figlio e l’estensione del vincolo di parentela anche ai figli nati fuori del matrimonio. La chiamata del fratello Sempronio esclude la chiamata della zia paterna Caietta in base al noto principio per cui il prossimo esclude il remoto (art. 572 c.c.).

Il nuovo assetto in materia di rappresentazione

La riforma della filiazione ha comportato, come forse si è già avuto modo di cogliere da quanto narrato in precedenza, rilevanti modificazioni anche in punto di rappresentazione. Anche qui gli aspetti innovativi discendono di riflesso dalle modifiche introdotte nel libro I dalla legge delega n. 219/2012, mentre il legislatore delegato del 2013 è intervenuto con modifiche di carattere chirurgico, prive di reale portata sostanziale, dirette all’adeguamento terminologico delle disposizioni codicistiche,.
Come noto, l’art. 467 c.c. consente ai discendenti (legittimi o naturali), di subentrare nel luogo e nel grado del loro ascendente ogni qual volta egli non possa o non voglia accettare l’eredità, in deroga al principio per il quale il più prossimo esclude il grado più remoto. Nella rappresentazione, che opera sia in caso di successione legittima sia in caso di successione testamentaria sia per le chiamate a titolo universale sia per le attribuzioni a titolo particolare, troviamo, quindi, coinvolti tre soggetti: il de cuius, il chiamato che non possa o non vogli accettare l’eredità/conseguire il legato (c.d. rappresentato) e il soggetto chiamato a succedere nel luogo e nel grado dell’ascendente che non abbia potuto o voluto accettare l’eredità/conseguire il legato (il c.d. rappresentante)(37).
Tralasciando, non essendo questa la sede opportuna e per evidenti limiti di tempo, i limiti oggettivi posti dal legislatore all’operatività dell’istituto della rappresentazione, preme in questa sede focalizzare l’attenzione sui presupposti soggettivi rispetto ai quali le modifiche apportate dalla riforma in commento appaiono evidenti e di notevole impatto anche ove se ne considerino i risvolti pratici.
L’art. 468 c.c. disponeva, nel testo del 1942, che la rappresentazione avesse luogo nella linea retta a favore dei discendenti, dei figli legittimi, legittimati, e adottivi, nonché dei discendenti dei figli naturali del defunto e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto.
Il rappresentato è quindi figlio o fratello sorella del de cuius. Il rappresentante, invece, un discendete del rappresentato e discende per diritto proprio e non per un diritto trasmesso dal rappresentato: è lui ad essere chiamato e non il rappresentato, con la conseguenza che egli deve essere capace e degno nei confronti del defunto a nulla rilevando l’eventuale incapacità e indegnità nei confronti del rappresentato o l’aver rinunciato all’eredità di costui.
La riforma del 1975 è intervenuta sull’art. 467 c.c. aggiungendo, nel delineare il presupposto normativo per l’ammissione dei naturali alla successione per rappresentazione, dopo l’espressione discendenti legittimi le parole “o naturali” e in tale nuova chiave va riletto l’art. 468 c.c. nella parte in cui individua i presupposti soggettivi dell’istituto, dovendo la parola discendenti essere intesa come riferita anche ai discendenti naturali e non solo legittimi.
Prima della riforma del diritto di famiglia del 2012 potevano quindi essere, all’esito delle modificazioni introdotte dalla legge 151/1975, rappresentati solo i figli (legittimi, legittimati, adottivi o naturali) o i fratelli o sorelle (legittimi) del de cuius; rappresentanti i discendenti legittimi o naturali che succedono nel luogo e nel grado del loro ascendente. Eccezionalmente, quindi, in materia successoria, viene attribuita rilevanza giuridica al rapporto di filiazione naturale non solo tra figlio e genitore ma anche tra figlio e ascendente remoto.
L’individuazione dei rappresentati e dei rappresentanti era tuttavia ritenuta come tassativa dalla giurisprudenza e da parte della dottrina(38).
La principale questione che continuava a permanere anche dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, e che può dirsi definitivamente risolta solo con la riforma 2012/2013, risiedeva nell’individuazione del rapporto che avrebbe dovuto intercorrere tra fratelli e sorelle affinché potesse operare la rappresentazione. Ci si domandava, in particolare, se potesse eccezionalmente assumere rilevanza ai fini in esame anche il rapporto tra fratelli naturali, con la conseguenza che, in caso di premorienza del fratello e/o della sorella naturale, potessero ritenersi chiamati per rappresentazione i loro discendenti.
Sul punto prevaleva l’opinione negativa per la quale non assumeva alcun rilievo il rapporto di parentela naturale che tale, appunto, non era, essendo invece necessario che tra il de cuius e la sorella o il fratello intercorresse un rapporto di parentela legittima (fermo restando che, presente detto rapporto di parentela, i rappresentanti del fratello o della sorella avrebbero anche potuto essere ex art. 467 c.c. discendenti naturali), opinione, del resto, alla quale aveva anche aderito la Corte Cost. nella citata sentenza n. 377/1994(39).
La riforma consente oggi di superare definitivamente le criticità che erano emerse in punto di rappresentazione ove a non volere o potere accettare l’eredità o conseguire il legato sia un fratello o una sorella del de cuius nata fuori del matrimonio. Estesa, infatti, in applicazione del principio di unicità di status la parentela a tutti i nati fuori del matrimonio (art. 74 c.c.) e previsto espressamente che il riconoscimento produce effetto riguardo al genitore da cui fu fatto e ai parenti di essi, dal 1° gennaio 2013 la lettura dell’art. 468 c.c. deve essere effettuata in guisa tale da riferire alla nozione di fratelli e sorelle del de cuius quella di fratelli e sorelle nati sia nel sia fuori del matrimonio nonché fratelli adottivi, quanto meno con riferimento all’adozione legittimante, mentre permane al momento l’incertezza, sulla base di quanto più volte evidenziato, in ordine allo statuto giuridico e alla conseguente disciplina da applicare agli adottati ex art. 44 L. 184/1983.

Figura 13 - Rappresentazione (artt. 467 e 468 c.c.) ante riforma

Si apre la successione in morte di Tizio, il quale muore celibe e senza discendenti senza lasciare disposizione di ultima volontà. Gli sopravvivono i genitori naturali Caio e Caia e i figli della sorella naturale premorta Tizia, Tizietto e Tizietto. Ante riforma della filiazione l’intera eredità di Tizio sarebbe spettata ai genitori naturali Caio e Caia (art. 578 c.c.). La sorella Tizia, in quanto naturale e come tale esclusa dal novero dei parenti, sarebbe stata esclusa dalla successione del fratello Tizio e ciò avrebbe impedito l’operare della rappresentazione a favore di Tizietto e Tizietta.

Figura 14 - Rappresentazione artt. 467 e 468 c.c. post riforma

Si apre la successione in morte di Tizio, il quale muore celibe e senza discendenti senza lasciare disposizione di ultima volontà. Gli sopravvivono i genitori naturali Caio e Caia e i figli della sorella naturale premorta Tizia, Tizietto e Tizietto. Post riforma l’eredità di Tizio è destinata ad essere devoluta (come successione per capi): ai genitori Caio e Caia la quota di 1\3 ciascuno (art. 571 c.c.). Il residuo terzo è destinato a spettare in parti uguali a Tizietto e Tizietta per rappresentazione (art. 571, 467 e 468 c.c.).

L’abrogazione del diritto di commutazione (brevi cenni)

Il D.lgs. 154/2013 ha espressamente abrogato il comma 3 dell’art. 537 c.c. che attribuiva ai coeredi figli legittimi la facoltà di soddisfare, nel concorso con i figli naturali del de cuius, in denaro o in beni immobili ereditari la porzione spettante ad altri coeredi, figli naturali. La disposizione in parola, dettata in materia di successione necessaria, era poi richiamata dall’art. 542 comma 3, dettato, sempre per il caso di successione necessaria, con riferimento al concorso tra coniuge e figli e dall’art. 566 comma 2 in materia di successione legittima.
La norma, modificata dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, che aveva previsto e disciplinato l’opposizione del figlio naturale(40) , aveva, cosa di non poco conto, recentemente superato il vaglio della Corte Costituzionale, la quale aveva ritenuto la disposizione in parola conforme ai dettami dell’art. 30, comma 3, Cost. per il quale la legge assicura sì ai figli nati fuori dal matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, ma tale tutela deve essere compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. E in questa compatibilità andava letta e collocata la disposizione in parola(41).
Il diritto di commutazione rappresentava nel nostro ordinamento uno dei pochi residui elementi di discriminazione tra figli legittimi e figli naturali rimasti dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975; accanto a questa discriminazione vi era poi, come visto, l’inestensione dei rapporti di parentela al figlio naturale (artt. 74 e 258 c.c.) e l’istituto della legittimazione(42). Ora, mentre la discriminazione portata dagli artt. 74 (ex art. 1 comma 1 L. 219/2012) e 258 c.c. (ex art. 1 comma 4 L. 219/2012) e quella derivante dall’istituto della legittimazione (ex art. 1 comma 10 legge 219/2012 che ha testualmente abrogato la sez. II del capo I titolo VII del libro I del codice civile sulla legittimazione dei figli naturali) era venuta meno fin dal 1° gennaio 2013, il legislatore del 2012 non era espressamente intervenuto sul disposto dell’art. 537 c.c.
In dottrina, quindi, nelle more dell’entrata in vigore del D.lgs. 154/2013 erano sorte alcune questioni in ordine alla perdurante attualità o meno dell’istituto in parola a seguito dell’entrata in vigore della legge 219/2012, la quale non aveva, appunto, espressamente abrogato l’istituto in parole limitandosi sul punto alla delega di cui all’art. 2, lettera l) già sopra riportata. Da un punto di vista logico era stato fatto osservare come una volta parificata la posizione tra figli nati nel matrimonio e fuori dal matrimonio (cfr. art. 315 c.c. «tutti i figli hanno il medesimo statuto giuridico») non aveva più ragione di esistere una facoltà come quella riconosciuta dall’art. 537 comma 3 c.c.(43). Inoltre, era stato fatto notare come l’art. 1 comma 11 della 219/2012 avesse previsto la sostituzione di tutte le parole figli legittimi e naturali con le parole figli. Il che avrebbe reso privo di significato l’art. 537 comma 3 c.c.(44)
In ogni caso la questione, quanto meno per le successioni apertesi a partire dal 7 febbraio 2014, con ciò non volendo considerare le rilevanti e delicate questione di diritto intertemporale, che sono oggetto dell’intervento ben più autorevole degli altri relatori, deve ritenersi definitivamente risolta stante l’espressa abrogazione del diritto di commutazione operata da D.lgs. 154/2013.


(1) Sulla riforma dello status di filiazione, tra i primi commentatori, si v. A. PALAZZO, «La riforma dello status di filiazione», in Riv. dir. civ., 2013, p. 245 e ss.; C.M. BIANCA, Relazione illustrativa. Relazione conclusiva (4 marzo 2013) della “Commissione pe lo studio e l’approfondimento di questioni giuridiche afferenti la famiglia e l’elaborazione di proposte di modifica alla relativa disciplina”, costituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si v. inoltre SESTA, «L’unicità dello status di filiazione e i nuovi assetti delle relazioni familiari», in Fam. e dir., 2013, p. 231 e ss.; ID., «Stato unico di filiazione e diritto ereditario», in Riv. dir. civ., 2014, p. 2 e ss.; G. FERRANDO, «La legge sulla filiazione. Profili sostanziali», in www.juscivile.it, 2013, 2; M. DOSSETTI - M. MORETTI - C. MORETTI, La riforma della filiazione , Bologna, 2013; A. MAGNANI, «Il principio di unicità dello stato giuridico di figlio. Il nuovo concetto di parentela. Riflessi successori», in Riv. not., 2013, F. DELFINI, «Riforma della filiazione e diritto successorio», in Corr. giur., 2013, p. 545 e ss.

(2) Con particolare riferimento alla disciplina delle successioni, la legge n. 219 del 10 dicembre 2012 alla lettera l) dell’art. 2 delegava al legislatore l’adeguamento della disciplina delle successioni e donazioni al principio di unicità del figlio, di cui si è già ampiamente trattato nel corso delle precedenti relazioni.

(3) Il titolo del provvedimento legislativo (Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione) è stato in dottrina definitivo come «riduttivo rispetto alla sua finalità e al suo contenuto», posto che, si è osservato, il dichiarato intento del legislatore è stato in realtà quello di eliminare ogni discriminazione tra figli nel rispetto dell’art. 30 Cost. e dare realizzazione al principio dell’unicità dello stato di figlio (in questo senso M. DOSSETTI, L’adeguamento delle terminologia legislativa e della sistematica del codice, in M. DOSSETTI - M. MORETTI - C. MORETTI, La riforma della filiazione, cit., p. 11). In senso analogo SESTA, «Stato unico di filiazione e diritto ereditario», cit., p. 2 e ss. che evidenzia come i due provvedimenti in parola, ancorché volti alla modifica della disciplina della filiazione, abbiano in realtà realizzato una riforma di più ampia portata, destinata ad incidere sull’intera materia familiare.

(4) Il riferimento è naturalmente alla riforma del diritto di famiglia portata dalla legge n. 151 del 19 maggio 1975.

(5) Già con la riforma del 1975 il legislatore era intervenuto operando non solo una modifica nel contenuto sostanziale delle disposizioni normative, bensì attuando anche un’operazione di «pulizia lessicale» e sostituendo prima al dispregiativo “filiazione illegittima” quello di filiazione naturale e ora al figlio naturale quello di figlio nato nel matrimonio (cfr. M. CINQUE, «Profili successori nella riforma della filiazione», in Nuova giur. civ. comm., 2013, p. 657; C.M. BIANCA, «La legge italiana conosce solo figli», in Riv. dir. civ., 2103, p. 2; M. DOSSETTI, L’adeguamento delle terminologia legislativa e della sistematica del codice, in DOSSETTI - M. MORETTI - C. MORETTI, La riforma della filiazione, Bologna, 2013, p. 76 e ss.

(6) Cfr. DOSSETTI, L’adeguamento delle terminologia legislativa e della sistematica del codice , cit ., p. 20.

(7) Cfr. M. PARADISO, Status di filiazione e diritti successori nella riforma , in Atti del Convegno di Assisi, 24, 25 maggio 2013; M. DOSSETTI, ibidem.

(8) Le espressioni sono state utilizzate da M.L. CENNI nel corso dell’incontro tenutosi, nell’ambito dei “Percorsi di diritto commerciale e civile - primavera 2014”, il 24 febbraio 2014 presso la Scuola di Notariato del Comitato Triveneto, dal titolo “La nuova disciplina della filiazione: la disciplina generale - le conseguenze successorie - implicazioni pratiche notarili”.

(9) Sul punto si v. l’art., comma 11 della legge 219/2012 per il quale, «nel codice civile, le parole: “figli legittimi” e “figli naturali”, ovunque ricorrono, sono sostituite dalla seguente: “figli”», e l’art. 2, comma 1, lettera a) della medesima legge 219/2012 che conferisce al legislatore delegato il compito di sostituire «in tutta la legislazione vigente, dei riferimenti ai “figli legittimi” e ai “figli naturali” con riferimenti ai “figli”, salvo l’utilizzo delle denominazioni di «figli nati nel matrimonio» o di “figli nati fuori del matrimonio” quando si tratta di disposizioni a essi specificamente relative. Sul punto cfr. M. DOSSETTI, L’adeguamento della terminologia legislativa e della sistematica del codice, cit., p. 76 e ss.; M. CINQUE, op. cit., p. 657.

(10) La felice espressione, coniata in occasione di un altro recente intervento legislativo in materia successoria, si deve ad G. AMADIO, «Divieto dei patti successori ed attualità degli interessi tutelati», in Patti di famiglia per l’impresa, in I Quaderni della Fondazione italiana del Notariato, 2006.

(11) Cfr. G. CATTANEO, voce “Adozione”, in Dig. disc. priv., sez. civ. , Torino, 2006, p. 115 e ss.

(12) Sul punto si rinvia a G. CATTANEO, op. cit., p. 115 e ss.

(13) Cfr. M. SESTA, op. ult. cit., p. 13 e ss., p. 17 e ss.; M. DOGLIOTTI, L’adozione in casi particolari, in Tratt. Bessone, Il diritto di famiglia, IV, 3, Torino 1999, p. 517.

(14) Tra gli autori propensi a ritenere che il novellato art. 74 c.c. abbia introdotto nel nostro ordinamento uno status di figlio-parente riferito non solo alle figliazioni biologiche - giuridicamente rilevanti - ma anche a tutte le filiazioni adottive (esclusa solo l’adozione dei maggiori d’età) cfr.: P. MOROZZO DELLA ROCCA, «Il nuovo status di figlio e le adozioni in casi particolari», in Fam. e dir., 2013, p. 838; G. FERRANDO, «La nuova legge sulla filiazione. Profili sostanziali», in Corr. giur., 2013, p. 528; L. LENTI, «La sedicente riforma della filiazione», in Nuova giur. civ., 2013, 4, p. 202; M. FINOCCHIARO, «Scatta la parentela tra figlio e congiunti del genitore», in Guida al dir., 2013, 5, p. 61; M. DOSSETTI, La parentela, in M. DOSSETTI - M. MORETTI - C. MORETTI, La riforma della filiazione, cit ., p. 20; nonché A. TORRENTE - P. SCHLESINGER, Manuale di diritto privato , a cura di Anelli e Granelli, XXI, Milano, 2013, p. 1205.

(15) In questi termini M. SESTA, op. ult. cit., p. 14 e ss.

(16) Così M. SESTA, op. ult. cit., p. 14 e ss. La tesi sembrerebbe suffragata anche dalla Relazione conclusiva la progetto di riforma della Commissione Bianca che in più punti (cfr. p. 142 e 176) parrebbe ciò presupporre.

(17) Cfr. M. CINQUE, op. cit., la quale, precisa come l’osservazione non sarebbe di per sé dirimente senza l’ulteriore considerazione che è lo stesso Bianca nel commento alla L. 219/2012 a chiarire che «[i]l vincolo di parentela con le famiglie degli adottanti deve egualmente escludersi quando si tratti di adozione in casi particolare» (v. C.M. BIANCA, Note introduttive, in La riforma del diritto di filiazione, a cura di C.M. Bianca, 439 nt. 8; in senso analogo cfr. M. VELLETTI, La nuova nozione di parentela, ivi, p. 9).

(18) Cfr. M. SESTA, op. ult. cit., p. 2 e ss., il quale evidenzia che l’art. 315 c.c., come riformulato, sembra integrarsi col testo degli artt. 29 e 30 Cost. dei quali, invero, modificherebbe «gli equilibri sin qui in essere fra le loro variegate ed articolare proposizioni».

(19) Cfr. sul punto, ex multis, M. SESTA, op. ult. cit., p. 4, il quale (ivi, p. 16), rileva come per effetto dell’equiparazione dello status dei figli il matrimonio abbia perduto l’attitudine a qualificare il rapporto di filiazione, se non con riguardo alle modalità di attribuzione dello Stato.

(20) M. SESTA, op. ult. cit., p. 12.

(21) In questi ter mini M. SESTA, op. ult. cit., p. 12.

(22) Il figlio naturale, invece, anche prima della novella in commento era già ricompreso nel novero dei legittimari in caso di apertura della successione del proprio ascendente (cfr. art. 536 c.c. nel vecchio testo).

(23) C.M. BIANCA, Diritto civile II, La famiglia, Le successioni , Milano 1993, p. 683.

(24) In questi ter mini si veda P. SCARSO, Gli ascendenti, I legittimari, in Trattato del diritto delle successioni e donazioni, diretto da Bonilini, III, Milano, 2009, p. 315 e ss. Il riferimento giurisprudenziale è a Trib. Genova, 8 ottobre 1983, in Giur. it., 1985, I, 2, c. 184 con nota critica di G. FERRANDO, «La successione del genitore naturale: problemi di legittimità costituzionale».

(25) Cfr. P. SCARSO, op. cit., p. 315 per il quale non attribuiscono all’adottante alcun diritto di successione non solo con riferimento all’adozione del maggiore d’età (ex art. 304 comma 1 c.c.) ma anche avuto riguardo all’adozione meno piena dei minorenni disciplinata dall’art. 44 L. 4 maggio 1983, n. 184 (attraverso il richiamo operato dall’art. 55 della predetta legge all’art. 304 c.c.); in questi casi non sarebbe del resto impedita la vocazione dei genitori legittimi ex art. 300 comma 1 c.c. (come richiamato anche dal predetto art. 55 L. 184/1983).

(26) Cfr. M. DOSSETTI, Il contenuto della delega al governo per la revisione delle disposizioni vigenti , cit ., p. 121 e ss.

(27) Cfr. M. DOSSETTI, op. ult. cit., p. 121 e ss.

(28) C. Cost., 4 luglio 1979, n. 55, in Foro it., 1979, I, 1941; in Nuova giur. civ. comm., 1980, c. 181, con nt. di Mengoni.

(29) La Corte non motiva la declaratoria di incostituzionalità asserendo l’esistenza tra fratelli naturali e legittimi di un rapporto di parentela; bensì - con affermazioni che avevano suscitato notevoli perplessità in dottrina - affermando che vi fosse tra fratelli e sorelle naturali un titolo reciproco di successione ereditaria fondato sul vincolo di consanguineità indirettamente risultante dai rispettivi status di filiazione, titolo che può essere fatto valere in mancanza di altri successibili per diritto di coniugio o di parentela e con precedenza sulla successione dello Stato. La Sentenza aveva suscitato vivaci critiche in dottrina proprio perché è stato in essa visto da alcuni un arbitrario sconfinamento della Corte nella competenza del legislatore, attraverso l’introduzione nell’ordine codicistico, dei fratelli e sorelle naturali come nuova categoria di successibili. Cfr. A. TRABUCCHI, «Il titolo alla successione legittima e l’affermazione di un diritto al di là della legge», in Riv. dir. civ., 1979, p. 512.

(30) Il riferimento è a C. Cost. 12 aprile 1990, n. 184, in Nuova giur. civ. comm., 1990, p. 1452, con nt. di M. COSTANZA; in Giust. civ., 1991, I, p. 1133, con nt. di E. PEREGO, «La successione tra fratelli naturali dopo la sentenza della Corte Costituzionale n. 184 del 1990».

(31) Cfr. A. MAGNANI, «Il principio di unicità dello stato giuridico di figlio. Il nuovo concetto di parentela. Riflessi successori», in Riv. not., 2013.

(32) È venuta quindi anche meno quella “anacronistica e anomale forma di concorso” disciplinata dall’ultimo comma dell’art. 578 c.c. che nell’ambito della successione legittima tra genitore naturale e genitore legittimo - diventato tale per legittimazione del figlio naturale - comportava l’esclusione del primo a vantaggio del secondo (Cfr. M. DOSSETTI, Il contenuto della delega al Governo per la revisione delle disposizioni vigenti, in M. DOSSETTI - M. MORETTI - C. MORETTI, La riforma della filiazione, cit., p. 121 e ss.

(33) Cfr. G. AZZARITI, «Successione dei legittimari e successione dei legittimi», agg. da IANNACONE, in Giurisprudenza sistematica di diritto civile e commerciale, fondata da Bigiavi, Torino, 1997, p. 411 e ss.

(34) M. DOSSETTI, Il contenuto della delega al Governo per la revisione delle disposizioni vigenti , cit ., p. 123.

(35) Sia consentito in ordine all’individuazione del perimetro di applicazione della norma, richiamare le considerazioni già supra svolte con riferimento ad analoga disposizione dettata in materia di successione necessaria.

(36) L’art. 570 c.c., come noto, prevede, nell’ambito della successione tra collaterali, un diverso trattamento a seconda che il fratello o la sorella siano legati da un rapporto di discendenza da entrambi i genitori (c.d. doppia linea di parentela), - circostanza che si verifica in caso di fratelli germani - ovvero tra costoro sussista un vincolo di parentela derivante dalla sola discendenza paterna o materna (parentela unilaterale): i fratelli e le sorelle unilaterali conseguono metà di quanto spetta, invece, a ciascun germano. A tal fine il calcolo va effettuato - conformemente all’impostazione adottata dal codice - secondo il criterio della quota di fatto e non della quota di diritto secondo un duplice procedimento alternativo: o si divide il compendio dei beni relitti per il numero dei germani raddoppiato e aumentato del numero degli unilaterali; oppure si divide per il numero dei germani aumentato della metà del numero degli unilaterali, così ottenendosi la quota del germano, che divisa per due dà la quota degli unilaterali (cfr. G. AZZARITI, op. cit., p. 411 e ss.)

(37) Cfr. G. BECCIA, La rappresentazione, in Trattato delle successioni e donazioni , diretto da Bonlini, Milano, 2009, I, p. 1112 e ss.

(38) Si tratterebbe, infatti, del risultato di una scelta operata dal legislatore, con la conseguenze che, quado il chiamato all’eredità non abbia le qualità indicate non potrà operare la rappresentazione (così V. BECCIA, La successione ereditari. la vocazione successiva, in Tratt. di diritto delle successioni e donazioni, diretto da Bonilini, I, Milano, 2009, p. 1112 e ivi nt. 94; in senso analogo: Cass., 30 maggio 1990, n. 5077, in Rep. Foro it., 1990, voce Successione ereditaria, n. 62; Cass., 29 marzo 1994, n. 3051, in Giust. civ., 1994, I, p. 1845 e ss. Da ultimo cfr. l’ordinanza della Corte Costituzionale n. 15 del 20 gennaio 2006, con la quale, posto che «non esiste una soluzione costituzionalmente obbligata, quanto all’ammissione del coniuge alla successione per rappresentazione, perché si versa in materia di esclusiva spettanza del potere legislativo che è l’unico a poter costituire una nuova autonoma classe di successibili» è stata dichiarata manifestamente inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli artt. 467 e 468 c.c. in relazione all’art. 3 Cost. nella parte in cui non includono tra i soggetti che possono succedere per rappresentazione, il coniuge di colui il quale non possa accettare l’eredità del de cuius e in via subordinata nella parte in cui escludono la successione per rappresentazione del medesimo coniuge in mancanza di discendenti dei figli legittimi, legittimati adottivi o naturali del de cuius).

(39) In questo senso L. FERRI, Successione in generale, in Comm. cod. civ., a cura di A. Scialoja eBranca, p. 207; E. PEREGO, La rappresentazione, in Tratt. dir. priv. diretto da Rescigno, Torino, 1997, p. 123; G. GROSSO - A. BURDESE, Le successioni. Parte generale, in Tratt. Vassalli, Torino, 1977, p. 175; A. CICU, Successioni per causa di morte, in Tratt. Cicu-Messineo, Milano, 1954. In giurisprudenza Cass., 7 novembre 1979, n. 5747, in Mass. Foro it., 1979 e la citata Corte Cost., 7 novembre 1994, n. 377. Di diverso avviso L. CARRARO, Note introduttive agli articoli 100 - 112 nov ., in Comm. alla rifor ma del dir. di famiglia , a cura di Carraro - Oppo - Trabucchi, I, 2, Padova, 1977, p. 652; P. VITUCCI, «Parentela naturale, successioni, fisco», in Giur. cost , 1977, I, p. 1736-1737; F. PROSPERI, «Ambito della rilevanza della parentela naturale e successione fra fratelli naturali», in Rass. dir. civ., 1980, p. 1119. Cfr. inoltre Trib. Trieste, decr. 27 giugno 2002, in Familia, 2003, p. 234 con nota di GROSSI, «Operatività della rappresentazione a favore dei discendenti di fratelli naturali».

(40) Modificando la natura del diritto in quella di diritto potestativo a esercizio controllato dall’apprezzamento discrezionale del giudice (cfr. M. MENGONI, op. cit., p. 76, A. PALAZZO, Le successioni , in Tratt. Iudica-Zatti, I, Milano, 2000, p. 74.

(41) Il riferimento è alla Sentenza 18 dicembre 2009, n. 335, pubblicata nella G.U. del 23 dicembre 2009.

(42) Cfr. M. CINQUE, op. cit., p. 667 e ss.

(43) In questi termini, V. SCALISI, «Considerazioni sulla riforma delle norme in materia di filiazione», studio CNN n. 113-2013/C, in Banca dati del Notariato che rileva come la ratio dell’istituto era stata quella di rinvenire nella volontà di riconoscere un privilegio ai figli legittimi a discapito di quelli naturali.

(44) In questo senso V. SCALISI, op. cit. Sennonché, in senso contrario, poteva osservarsi da un lato come la norma fosse stata pur sempre giudicata, sebbene in un diverso contesto normativo, come costituzionalmente legittima dalla già citata sentenza n. 335/2009 della Corte Cost.; dall’altro come, sebbene, come l’art. 1 comma 11 della 219/2012 avesse previsto la sostituzione di tutte le parole figli legittimi e naturali con le parole figli, l’art. 2 lett. a) prevedeva la sostituzione di figli salvo l’utilizzo di figli nati nel matrimonio o di figli nati fuori del matrimonio quando si tratta di disposizioni specificatamente dedicate.

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