Il regolamento Ue n. 650/2012 sulle successioni transfrontaliere
Il regolamento Ue n. 650/2012 sulle successioni transfrontaliere(*)
di Paolo Pasqualis
Notaio in Portogruaro, Consigliere nazionale del Notariato

L’argomento che mi è stato assegnato sembrerebbe essere fuori tema rispetto agli altri di questa giornata, se non fosse che esso riguarda le successioni (quindi è comunque vicino ai problemi del diritto di famiglia) e che, trovandoci in una terra di confine, è quantomeno suggestivo affrontare dal punto di vista del diritto internazionale privato anche questa materia.
Il regolamento Ue n. 650/2012 è dedicato ad una serie di argomenti piuttosto ricca, come si evince dallo stesso titolo: esso è relativo alla competenza giurisdizionale, alla legge applicabile, al riconoscimento ed esecuzione delle decisioni giudiziarie, alla accettazione ed esecuzione degli atti pubblici in materia di successioni e, infine, alla creazione di un certificato successorio europeo.
Si tratta di un testo piuttosto denso, formato da più di ottanta “considerando” ed altrettanti articoli, tutti evidentemente necessari, anche se non tutti di immediato interesse notarile. In particolare, occorre segnalare subito, per quello che ci riguarda più da vicino, le parti dedicate alla legge applicabile, all’accettazione degli atti pubblici e al certificato successorio europeo.
Il regolamento ha la caratteristica generale di dettare norme uniformi di diritto internazionale privato, immediatamente applicabili all’interno di tutto lo spazio giuridico europeo, ossia dell’Ue, con l’eccezione della Danimarca (per la scelta radicale da parte di questo Paese di restare estraneo alle regole relative a queste materie) del Regno Unito e dell’Irlanda, questi ultimi per loro scelta specifica di opting out nel caso di questa materia. Inoltre è da ricordare che il regolamento è in vigore già oggi, anche se è previsto che le norme in esso contenute debbano applicarsi alle successioni che si apriranno a partire dal 17 agosto 2015. Così il testatore che si rechi oggi dal notaio e voglia già adottare soluzioni conformi al regolamento potrà farlo immediatamente, e la sua scelta avrà soddisfazione, purché l’evento della morte avvenga dopo tale data.
Occorre innanzi tutto osservare che il regolamento contiene una serie di preamboli ognuno dei quali formato da una serie di enunciazioni (i “considerando”, appunto), le quali, pur non facendo parte del testo normativo vero e proprio, rappresentano l’esposizione dei motivi e delle premesse che il legislatore europeo ha tenuto in conto per la formazione dell’articolato. Pertanto, oltre ad un testo normativo vero e proprio, il regolamento offre un elemento importante per individuare la chiave di lettura per l’interpretazione dello stesso suo impianto generale, così come ribadito più volte anche dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia europea in casi analoghi.
Il punto di partenza per un rapidissimo esame del testo, sotto il profilo del maggiore interesse notarile, è costituito in primis dalla determinazione della legge applicabile alla successione ed è fornito, quindi, dall’art. 21, che cambia radicalmente quello che è il criterio attualmente in vigore nel nostro sistema, ossia quello oggi indicato all’art. 46 della legge 218/1995, che richiama la legge nazionale del de cuius. L’art. 21 del nuovo regolamento, infatti, prevede che: «Salvo quanto diversamente previsto dal presente regolamento, la legge applicabile all’intera successione è quella dello Stato in cui il de cuius aveva la propria residenza abituale al momento della morte». È questo per noi un criterio nuovo (anche se frequente nel diritto internazionale privato) che, come recita il considerando 23, il legislatore europeo ha inteso adottare in relazione alla crescente mobilità delle persone e quindi, al fatto che è parso più plausibile, per regolare una successione, fare riferimento alla residenza abituale al momento della morte della persona anziché alla sua nazionalità, elemento quest’ultimo che potrebbe rappresentare in quel momento un legame ormai lontano e non più diretto e attuale.
Quello della residenza abituale - come accennavo - non è certo un criterio rivoluzionario, in quanto è stato adottato molte volte anche nell’ambito delle convenzioni internazionali, e così pure per materie diverse dalle successioni. Sennonché occorre subito aggiungere che il testo normativo non fornisce una definizione di “residenza abituale” (ed anche questa è una soluzione stabile nei testi di diritto internazionale privato). Non può essere certo ritenuta tale semplicemente quella risultante dai documenti anagrafici, ma occorre farsi carico - come ricorda il considerando 23 - di «una valutazione globale delle circostanze della vita del defunto negli anni precedenti la morte e al momento della morte, che tenga conto di tutti gli elementi fattuali pertinenti, in particolare la durata e la regolarità del soggiorno del defunto nello Stato interessato, nonché le condizioni e le ragioni dello stesso». Ciò può comportare diversi - ed anche imbarazzanti - problemi per il notaio italiano, che non è dotato degli strumenti e dei mezzi istruttori di cui di regola si serve il giudice per poter prendere una decisione sul punto. Inoltre, la decisione del giudice - a determinate condizioni - fa stato, mentre una soluzione individuata dal notaio può essere contestata anche in un momento successivo.
La legge applicabile, poi, ai sensi dell’art. 23 del regolamento, copre tutta la successione: dal momento dell’apertura fino alla divisione. Quindi anche le questioni riguardanti i soggetti chiamati o come avviene la devoluzione, se occorre accettare, chi ha la capacità di succedere, se è ammessa la diseredazione, come si calcola la legittima ecc., ricadono tutte nell’ambito regolato dalla legge applicabile. E sappiamo che è determinante individuare correttamente questa legge, perché anche - ad esempio - il modo in cui si riducono le disposizioni o il calcolo della riserva possono incidere in maniera pesante nel procedimento successorio.
Il criterio della residenza abituale, anche se utilizzato in questa ed in molte altre disposizioni di diritto internazionale privato, non è - come già detto - definito nel testo. Nel corso della redazione del regolamento, in verità, si è discusso a lungo dell’opportunità di inserirne una definizione (facendo riferimento, ad esempio, alla permanenza nello stesso luogo per un determinato periodo minimo) ma si è preferito scegliere un criterio più generico - ed in questo sono d’aiuto gli argomenti indicati nei considerando 23, 24 e 25 - ma pur sempre di stabilità, intesa non solo nel senso della durata, ma anche in quello di luogo dei propri interessi e dei propri affari e di vita della famiglia, in maniera tale che si possa parlare di stabilità della scelta, eventualmente anche solo intesa come futura proiezione nel tempo.
Tuttavia, nei casi concreti, non sarà sempre facile fare una valutazione in tal senso ed il notaio - come già dicevo - non dispone dei mezzi istruttori necessari per essere certo di poter determinare la residenza abituale, ancora una volta ricordando l’insufficienza del mero certificato di residenza. D’altra parte, lo stesso art. 21 del regolamento, nella sua seconda parte, fornisce una ulteriore via d’uscita ed è stato redatto - direi - proprio nella consapevolezza che la residenza abituale, ancorché abbia un carattere ampio, non è sempre da sola sufficiente a risolvere il problema di individuare la legge più prossima ovvero il vincolo più stretto di una determinata persona con un luogo (e la sua legge).
Così il secondo paragrafo dell’art. 21 prevede che «se in via eccezionale, dal complesso delle circostanze del caso concreto risulta chiaramente che, al momento della morte, il defunto aveva collegamenti manifestamente più stretti con uno Stato diverso da quello la cui legge sarebbe applicabile ai sensi del paragrafo 1, la legge applicabile alle successioni è quella di tale altro Stato».
Vediamo un esempio concreto, per meglio comprendere un caso in cui si abbiano già gli elementi per individuare la residenza abituale e, tuttavia, in via eccezionale si possa rinvenire un legame ancora più stretto. È un esempio reale (per divulgare il quale ho anche chiesto espressa autorizzazione all’interessato): funzionario Onu, italiano, che ha vissuto già in varie parti del mondo, mentre la famiglia rimaneva in Italia, ad Udine. Da un paio d’anni è stato trasferito a Vienna e allora ha deciso di portare moglie e figlie con sé. Tuttavia continua ad avere legami familiari con l’Italia dove - data la breve distanza - ritorna spesso in visita ai suoceri (e nonni delle sue bambine). Ebbene, credo si possa ritenere che questo sia un caso riconducibile al paragrafo 2 dell’art. 21. Perché è vero che sono riscontrabili tutti i criteri, precedentemente sommariamente evocati, per ricondurre la residenza abituale a Vienna, ma nel caso non sembra ragionevole l’applicazione della legge austriaca, mentre molto più “prossima” continua ad essere quella italiana.
Questo tipo di ipotesi, al di là della specifica soluzione del caso che ho esemplificato, è importante perché mostra quanto possa essere complicato determinare nell’attività quotidiana del notaio la legge applicabile. Occorre prendere decisioni, avere coraggio e preoccuparsi di raccogliere la più ampia documentazione possibile e, per altro verso, cercare di cambiare mentalità quando si tratta di individuare la legge applicabile ad una successione: non basterà più sapere di che Stato era cittadino il defunto.
Sempre rimanendo nell’ambito dell’attività pratica del notaio, il regolamento diviene uno strumento estremamente utile con riferimento, ad esempio, alle diverse comunità di stranieri che vivono in Italia, perché esso comporta l’applicazione della legge italiana a tutte le successioni in cui il defunto (indipendentemente dalla sua nazionalità) abbia la residenza abituale o l’insieme dei propri legami più stretti in Italia. Quindi sarà applicabile la nostra legge anche al cinese stabilmente residente qui. Il regolamento, poi, è di applicazione “universale” (così l’articolo 20), ossia individua la legge applicabile anche se è quella di un Paese non membro dell’Ue. Ciò naturalmente non risolve i problemi di armonizzazione o di incompatibilità delle varie discipline sulle successioni le quali, come sappiamo, possono essere anche molto diverse nei vari Paesi del mondo.
Altra norma di estremo interesse per i pratici è quella dell’art. 22, che consente di scegliere la legge applicabile, anche se in termini limitati: «Una persona può scegliere come legge che regola la sua intera successione [il legislatore europeo sancisce, lo ricordo, il principio di unità della successione che non è, tra l’altro, adottato oggi in tutti gli ordinamenti] quella dello Stato di cui ha la cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte. Una persona con più di una cittadinanza può scegliere la legge di uno qualsiasi degli Stati di cui ha la cittadinanza al momento della scelta o al momento della morte». Pertanto la scelta della legge applicabile è possibile verso quella dello Stato di cui si ha cittadinanza. Questa ipotesi potrebbe tornare utile, ad esempio, al caso del funzionario Onu citato in precedenza, qualora volesse evitare ogni possibile dubbio sulla legge applicabile, optando espressamente per la legge italiana. L’art. 22 precisa inoltre che «la scelta deve essere effettuata in modo espresso a mezzo di dichiarazione resa nella forma di una disposizione a causa di morte o risultare dalle clausole di tale disposizione» e ciò vale anche per le eventuali modifiche.
Sul punto occorre richiamare, però, anche il paragrafo 4 dell’articolo 83 che, nelle disposizioni transitorie, prevede che: «se una disposizione per causa di morte è stata fatta anteriormente al 17 agosto 2015 in conformità alla legge che il defunto avrebbe potuto scegliere a norma del presente regolamento […] tale legge viene applicata alla successione». Pertanto, anche nel caso in cui la successione dovesse aprirsi successivamente alla data del 17 agosto 2015 e per l’effetto dovesse essere applicabile la legge dello Stato di residenza abituale, qualora il de cuius abbia provveduto a stilare delle disposizioni testamentarie in conformità alla legge (diversa) dello Stato di cui ha la cittadinanza, prevarrà questa come legge scelta dal testatore.
Un accenno ai patti successori. Innanzi tutto il regolamento fornisce una definizione di quelli che sono compresi nell’ambito della sua disciplina: costituisce patto successorio, al quale si applicano le soluzioni previste dal regolamento, «l’accordo, anche derivante da testamenti reciproci, che conferisce, modifica o revoca, con o senza corrispettivo, diritti nella successione futura di una o più persone parti dell’accordo» (art. 3, par. 1, lett. “b”). Poi è bene aggiungere che l’art. 3, par. 1, lett. “d” precisa che è “disposizione a causa di morte”, ai sensi del regolamento, «un testamento, un testamento congiuntivo o un patto successorio».
Le regole relative ai patti successori sono contenute nell’art. 25. Ma, prima di segnalarle, vorrei far presente che - a mio avviso, e nonostante ancora qualcuno manifesti dei dubbi - credo si possa dire che queste norme, se mai ve ne fosse stato bisogno, testimoniano che il divieto dei patti successori non costituisce norma di ordine pubblico. Come si potrebbe ritenere, infatti, che la possibilità di disporre della propria successione con un accordo sia contraria ai fondamentali principi di civiltà giuridica quando essa è ammessa (non solo in numerosi e civilissima Paesi) ma anche da un regolamento applicabile in (quasi) tutta l’Unione europea? Del resto proprio il tribunale di Bolzano lo aveva già detto, ormai molti anni fa, forse proprio perché più aperto di altri alle influenze della mentalità e delle scelte giuridiche presenti in ordinamenti diversi dal nostro.
Le norme contenute nell’art. 25 sono tenute distinte a seconda se il patto sia destinato a regolare la successione di una sola persona o di più persone. Nel primo caso esso è disciplinato, per tutto quello che riguarda la sua validità ed i suoi effetti, dalle legge applicabile alla successione secondo quanto previsto dal regolamento (legge del luogo di residenza abituale o scelta di legge), determinata nel momento della conclusione del patto. Se si tratta di regolare la successione di più persone, il patto successorio è ammissibile solo se consentito da tutte le leggi che sarebbero applicabili alla successione di ciascuno dei contraenti, e poi esso sarà disciplinato «per quanto riguarda la validità sostanziale e gli effetti tra le parti, comprese le condizioni per il suo scioglimento, dalla legge con la quale presenta il collegamento più stretto tra quelli menzionati al primo comma» (art. 25, par. 2, in fine).
Di particolare interesse (anche pratico) è, inoltre, la disposizione del terzo paragrafo dell’art.25, la quale prevede che: «in deroga ai paragrafi 1 e 2 le parti possono scegliere come legge regolatrice del loro patto successorio per quanto riguarda l’ammissibilità, la validità sostanziale, gli effetti vincolanti comprese le condizioni per il suo scioglimento, la legge che la persona o una delle persone della cui successione si tratta, avrebbe potuto scegliere ai sensi dell’art. 22 e delle condizioni ivi indicate» [la sottolineatura è aggiunta]. Pertanto, nel caso di un patto successorio per il quale una delle due parti, grazie alla sua nazionalità, può scegliere la legge del proprio Paese, che lo consente, allora è possibile estenderlo anche all’altra parte, che potrà così contrarre un valido patto successorio anche per regolare la propria successione.
In questa veloce carrellata meritano menzione anche le disposizioni di cui all’art. 30 e 31, che sono le norme che limitano la possibilità di applicazione di leggi straniere rispettivamente quando vi siano beni o diritti che risultano in qualche modo condizionati dalla legge del luogo - si pensi ad una legislazione speciale in materia di successioni che, stabilita in ragione di determinate finalità, diventa norma di applicazione necessaria - e in relazione all’adattamento dei diritti reali, processo che può rappresentare una finezza dal punto di vista dell’intervento notarile: «se una persona invoca un diritto reale che le spetta secondo la legge applicabile alla successione e la legge dello Stato membro in cui il diritto è invocato non riconosce il diritto reale in questione tale diritto è adattato se necessario e nella misura del possibile al diritto reale equivalente e più vicino previsto dalla legge di tale Stato, tenendo conto degli obbiettivi e degli interessi perseguiti dal diritto reale in questione e dei suoi effetti», così dice l’art. 31. In altre parole, di fronte alla necessità di applicazione di una legge che preveda un qualche istituto non conosciuto al nostro ordinamento, sarà possibile applicare la fattispecie che più gli assomiglia.
Di spiccato interesse per noi notai è l’art. 59 del regolamento che riguarda la cosiddetta “accettazione” degli atti pubblici. La norma prevede che: «Un atto pubblico redatto in uno Stato membro ha, in un altro Stato membro, la stessa efficacia probatoria dello Stato membro d’origine o produce gli effetti più comparabili, a condizione che non sia manifestamente contrario all’ordine pubblico dello Stato membro interessato». Questo testo è stato il risultato di una battaglia da parte dei notai, ossia quella diretta a far sì che la norma fosse sufficientemente chiara nell’affermare che l’atto pubblico notarile in materia successoria produce i suoi effetti probatori in tutto lo spazio giuridico europeo e in ragione di un principio di equivalenza fra gli ordinamenti. Appare logico, infatti, che l’atto pubblico di un Paese possa essere sostituito dall’atto pubblico di un altro Paese se si può individuare un’equivalenza funzionale in questi atti. In altre parole: si è ritenuto giusto che l’atto pubblico producesse effetti anche in Paese diverso da quello di origine e fosse in grado di sostituire in quell’ordinamento l’omologo atto locale. Così se la successione, ad esempio, è regolata dalla legge polacca e si intende fare la rinuncia in Italia (perché non ci si intende spostare da qui) sarà ragionevole attendersi che l’atto di rinuncia avanti al notaio italiano venga accolto come valido ed efficace anche in Polonia. Stessa cosa per un inventario, ad esempio. Tutto ciò, potrà avvenire, naturalmente, in condizioni di sufficiente simmetria: si può “accettare” un atto proveniente da un altro Stato solo se in tale altro Stato esiste un atto omologo (per natura e funzione) a quello qui previsto dalla legge.
La norma dell’art. 59 rappresenta un passo in avanti importante per il notariato, perché è pur vero che nell’Unione europea fin dal 1968, in forza della Convenzione di Bruxelles, è conosciuta l’efficacia esecutiva degli atti notarili, ma l’aspetto dell’efficacia probatoria ancora mancava, forse proprio perché ciò costituiva il riconoscimento più complesso da attuare, in quanto attinente all’ambito delle prove, rientrante nel diritto processuale, di regola riservato alla legislazione interna di ciascun Paese. Anche le altre norme contenute nell’art. 59 sono state - a mio avviso - ben calibrate. Dopo un’affermazione di carattere burocratico («una persona che intende utilizzare un atto pubblico in un altro Stato membro può chiedere all’autorità che redige l’atto pubblico nello Stato membro d’origine di compilare il modulo secondo la procedura», oggi in corso di approvazione, e che significa che ai notai italiani potrà essere chiesto di rilasciare la copia dell’atto accompagnata da predetto modulo, che costituirà è un po’ lo schema sintetico dell’atto) infatti, è previsto che «qualsiasi contestazione riguardo all’autenticità dell’atto pubblico è proposta davanti agli organi giurisdizionali dello Stato d’origine che decide secondo la legge di tale Stato». La ”autenticità”, che si risolve nella procedura con cui l’atto è formato - e sia veda quello che dice il considerando 62, che applicato al notaio italiano vuole dire il rispetto delle prescrizioni della legge notarile - deve essere contestata nello Stato d’origine.
Al terzo paragrafo dello stesso art. 59, invece, è previsto che «qualsiasi contestazione riguardo ai negozi giuridici o i rapporti giuridici registrati [ossia i contenuti dell’atto] in un atto pubblico è proposta davanti agli organi giurisdizionali competenti […] ed è decisa secondo la legge applicabile di cui al capo III» e cioè secondo la legge applicabile alle successioni. È chiaro, infatti, che se si contesta il contenuto del negozio (come il valore della rinuncia o dell’accettazione), esso deve essere eventualmente contestato sulla base della legge applicabile.
Alla luce di quanto esposto si può ritenere che il legislatore comunitario abbia saputo tenere separati, nel veicolo atto pubblico, gli aspetti che possono riguardare quella che viene chiamata “autenticità” e quello che riguarda il contenuto, entrambi obbiettivi che la categoria notarile aveva da tempo chiesto di chiarire al legislatore.
In conclusione, dati i tempi concessi, un brevissimo cenno al certificato successorio. A partire dall’art. 62 una quindicina di articoli sono dedicati alla creazione ed alla disciplina di un nuovo documento, avente caratteristiche “uniformi” all’interno dell’Ue, non obbligatorio ma facoltativo nel caso di successioni transfrontaliere e che, quindi, si affianca ai certificati ed ai documenti (l’atto di notorietà, ad esempio) già esistenti nei diversi Paesi, con delle caratteristiche minuziosamente definite e rispetto al quale il legislatore italiano non ha determinato ancora quale sarà la competenza al rilascio, la quale, si spera, venga attribuita al notaio.
[N.d.r. - si segnala la successiva attribuzione al notaio della competenza per il rilascio del certificato successorio europeo (art. 32, L. 161/ 2014)].


(*) Il testo costituisce una rielaborazione della trascrizione dell’intervento svolto al Convegno di Studi “Gli assetti successori delle famiglie ricomposte dopo la L. 219/2012 e il D.lgs. 154/2013” organizzato dalla Fondazione italiana del Notariato e tenutosi a Bolzano il 21 marzo 2014.

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