Relazione introduttiva
Relazione introduttiva
di Vito Guglielmi
Notaio in Arzignano
Presidente Consiglio Notarile di Vicenza e
Comitato Interregionale dei Consigli delle Tre Venezie

Mi sono chiesto, prima di iniziare a scrivere questa relazione, quale taglio avrei dovuto dare alla stessa per introdurre al meglio l'odierno incontro formativo, tenuto conto degli argomenti da affrontare, tutti di attualità e di vitale importanza per la categoria, e dell'elevato spessore scientifico dei relatori oggi presenti al tavolo di lavoro e che si alterneranno dopo questo mio intervento di apertura.

Ho quindi pensato che potesse essere funzionale ad un maggior coinvolgimento di tutti i partecipanti alla giornata di studio immaginare uno scenario nel quale il Presidente di un Consiglio notarile, alle prese con una vita distrettuale caratterizzata da condotte concorrenziali esasperate, con richieste di compensi molte volte decisamente bassi, soprattutto se rapportati alle responsabilità che invece vengono assunte, voglia verificare se tutto ciò determina un'offerta alla collettività di un prodotto notarile non di standard qualitativo elevato. Proviamo quindi ad immaginare un valido e concreto percorso operativo che possa essere funzionale a tale verifica, compito che sicuramente risulterà più agevole grazie ai suggerimenti, ai pareri ed alle riflessioni che gli autorevoli e qualificati relatori oggi presenti non mancheranno di fornire.

E questo perché, forse è superfluo ma credo che valga lo stesso la pena di ricordarlo, l'obiettivo di un'azione consiliare incisiva e mirata deve essere quello di preservare ed alimentare nella comunità che ci vede quotidiani protagonisti il sentimento dell'alta dignità della funzione notarile e della profonda carica di affidabilità che la connota.

Il contesto temporale nel quale operare risulta delineato da ben cinque pronunce della Corte di Cassazione che, da gennaio a maggio 2013 (nn. 3715 - 9358 - 9793 - 10042 - 12234), con sentenze fotocopia, hanno demolito in maniera definitiva ogni tentativo di regolamentare la nostra attività professionale con l'indicazione di parametri tariffari. La Suprema Corte, che nella sentenza n. 9878/08 aveva sostenuto che " .... era da escludere che, in relazione all'attività notarile - concretantesi nello svolgimento di una pubblica funzione, per l'esercizio della quale l'ordinamento prevede l'istituzione di pubblici ufficiali - fosse ipotizzabile la possibilità di una libera prestazione di servizi in regime di concorrenza .....", alla luce di una sopravvenuta evoluzione normativa iniziata con il decreto "Bersani" e terminata con il decreto "Monti, ha mutato il proprio orientamento affermando invece che " .... il notaio che, quand'anche sistematicamente, offra la propria prestazione ad onorari e compensi più contenuti rispetto a quelli derivanti dall'applicazione della tariffa notarile, non pone in essere, per ciò solo, un comportamento di illecita concorrenza, essendone venuta meno la rilevanza sul piano disciplinare della relativa condotta ....", atteso che " ...... gli interventi legislativi al fine di rendere effettiva la libertà del cliente di orientarsi consapevolmente, di preferire e di decidere, hanno inteso perseguire la tutela dell'interesse generale proprio mediante l'introduzione della concorrenza su uno degli elementi più qualificanti, il prezzo, dell'attività economica del professionista".

Solo per sfatare un luogo comune molto spesso utilizzato a sproposito, sottolineo che la scelta del legislatore nazionale di eliminare la vincolatività dei minimi tariffari non è stata dettata dal diritto comunitario, il quale non è affatto contrario in via pregiudiziale ad ogni forma che restringa la concorrenza pura. E' infatti ammesso ed accettato dall'Unione Europea che il singolo Stato, qualora sussistano motivi imperativi di interesse pubblico, ed appare difficile pensare che l'attività notarile non rientri in tale paradigma per la forte connotazione pubblica della sua funzione, possa adottare dei presìdi normativi atti a garantire la realizzazione dello scopo perseguito.

Detto questo, cominciamo con la prima domanda: un'azione consiliare che miri a contrastare nel distretto l'esasperata concorrenza in atto in termini di compensi, può essere fondata esclusivamente su considerazioni di natura imprenditoriale, prescindendo dalla parallela verifica se il fenomeno determina in concreto l'offerta di un prodotto notarile non di qualità? Se la nostra attività professionale, pur con tutte le cautele del caso, è un'attività imprenditoriale, possiamo invocare a tutela di una concorrenza sana e leale la normativa di cui agli artt. 2595 e seguenti del codice civile?

In altri termini: una sistematica, ripetitiva e continuativa riduzione di onorari, attuata in maniera indifferenziata e senza alcun concreto collegamento a singole situazioni o esigenze, che si risolva in un metodo anomalo di acquisizione della clientela, lesivo delle regole in tema di leale e sana concorrenza, apparendo idoneo a compromettere le esigenze sottese alla funzione notarile e proprie della categoria professionale di appartenenza, può essere contrastata con la normativa sopra ricordata? Quando una politica di sistematico ribasso dei compensi diviene "pratica predatoria", e come tale scorretta"? Quando uno sconto abituale e ripetitivo diviene pratica commerciale sleale da rubricare sotto il termine "dumping"? Quali criteri utilizzare per stabilire il carattere abusivo di prezzi notevolmente bassi? Lavorare gratis per un cliente importante, allo scopo di divenirne in futuro il notaio di riferimento, è una condotta concorrenziale sleale o rientra nella possibile gamma di promozioni che l'imprenditore può legittimamente praticare? Al collega sospettato di praticare "prezzi predatori" può essere richiesta l'esibizione di documentazione fiscale senza rischiare che la delibera venga impugnata al T.A.R. e segnalata all'Antitrust, in quanto, secondo la sua prospettazione, si tratta di iniziative che mirano a scoraggiare la libera concorrenza, spingendo di fatto verso un regime tariffario rigido che il legislatore ha ritenuto ormai superato?

Nella relazione del collega Licini questi aspetti saranno probabilmente affrontati e può anche darsi che alle mie domande sia fornita una risposta, anche se solo in termini di prospettiva futura, apparendo l'utilizzo di soluzioni praticate nell'attività di impresa una possibile opzione che concretamente abbia una certa praticabilità.

L'auspicio è che questi comportamenti "ribassisti" si attenuino, o meglio ancora spariscano del tutto, una volta entrata a regime la novità del "deposito del prezzo". Il fatto di dover veicolare le somme che percepiamo dai clienti in conti vincolati escluderà in futuro la possibilità di avere nel nostro conto corrente le disponibilità finanziarie, a volte anche ingenti, rappresentate dall'importo delle imposte, la qual cosa dovrebbe indurre chi si lascia andare a sconti sconsiderati ad una maggiore prudenza nella redazione dei preventivi. Il fatto che non vi saranno più conti correnti "generosi e capienti", in quanto alimentati da importi non di nostra titolarità, ma conti correnti decisamente più asciutti, dal momento che negli stessi confluiranno solo ed esclusivamente i compensi del nostro lavoro potrà, si spera, determinare una nuova consapevolezza nella categoria in ordine alle somme di cui si può realmente disporre, necessarie per mantenere la struttura operativa e per i nostri bisogni familiari.

Può anche darsi che alla moralizzazione di determinati comportamenti possa soccorrere, ai fini di cui ci occupiamo, l'assist recentemente offerto dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 1839 del 29 gennaio 2014, ha sostenuto " ...... il comportamento antieconomico del contribuente, che ad esempio, in assenza di idonee e comprovate giustificazioni, applica una percentuale di ricarico molto bassa rispetto alla media del settore, costituisce un atteggiamento assolutamente contrario ai canoni dell'economia, tanto da poter essere qualificato come un grave indizio di evasionee rendere pienamente legittimo il ricorso all'accertamento analitico-induttivo, per il recupero sia delle imposte dirette sia dell'I.V.A.".

Lasciando però da parte le speranze ed in attesa di verificare se ed in quale misura le regole dell'attività imprenditoriale possano applicarsi alla nostra attività professionale, ne ricavo che allo stato attuale non appare percorribile un'azione consiliare di contrasto a richieste di compensi anche molto bassi disgiunta da una verifica del prodotto notarile offerto. Del resto è questa la strada che la Suprema Corte suggerisce di percorrere. In una delle sentenze fotocopia sopra ricordate (n. 3715/13) ha infatti affermato che " ....... l'estensione dell'autonomia privata, con la conseguente possibilità di pattuire compensi inferiori rispetto a quelli discendenti dall'applicazione della tariffa, non deve in ogni caso tradursi in un pregiudizio per il cliente in termini di qualità della prestazione. ..... Di qui l'importanza della previsione di regole deontologiche che quella qualità consentono sempre di assicurare, in conformità delle speciali e peculiari tecniche della professione notarile", con la conseguenza della " ...... sanzionabilità, sotto il profilo disciplinare, dell'illecita concorrenza realizzata attraverso comportamenti del notaio contrari ai doveri di correttezza professionale, ... come accade, per esempio, quando .....si viola il principio della personalità della prestazione".

Chiarito che la richiesta di compensi bassi può tradursi in un'ipotesi di illecita concorrenza (la prima parte dell'art. 147, lettera c, della legge notarile prevede ancora tale fattispecie, nonostante l'Antitrust spinga in sede legislativa per la sua abrogazione) solo se si accompagna ad una prestazione notarile scadente a danno della collettività, e prima ancora di soffermare la nostra attenzione sul contenuto delle espressioni "personalità e qualità della prestazione", pongo a me stesso ed ai relatori un'altra domanda: come impostare una delibera consiliare che voglia in concreto controllare nel distretto la qualità del prodotto notarile in maniera tale che, ove negativa, si possa contestare al collega "ribassista" l'illecita concorrenza?

In altri termini, quali criteri adottare per avviare tale monitoraggio, senza pregiudizi di partenza (come ... "i peggiori sono quelli che prendono meno"), atteso che la stessa Corte di Cassazione ci ha ricordato che " .... come la tariffa non è di per sé garanzia della qualità della prestazione, così la deroga alla tariffa con la pattuizione di un compenso più basso rispetto alla stessa non equivale in alcun modo a prestazione scadente ...". Controlliamo coloro che hanno un grosso repertorio? Ma perché poi: tale scelta sottende la valutazione che chi lavora tanto lavora male, circostanza invece tutta da verificare. Quale può essere quindi un criterio di selezione che non dia adito ad insinuazioni e sospetti sull'operato del Consiglio notarile?

Scelta da compiere, peraltro, in un contesto giurisprudenziale che sulla stessa possibilità di effettuare il monitoraggio vede contrapposti il Consiglio di Stato, che in un proprio parere del 4 maggio 2010 ha sostenuto che " .... l'attività di vigilanza deve rispondere ad una logica giuridica di assoluto rigore, che non sia basata su automatismi, ma su controlli motivati e personali, in relazione a situazioni patologiche e distorte dell'attività professionale ..... " e la giurisprudenza di legittimità (C.C. sentenza n. 11412 del 18 giugno 2004) e di merito (Corte di Appello di Firenze del 12 novembre 2010) secondo cui, invece, ragionando in tal modo si confonde l'esercizio del potere di vigilanza con l'esercizio del potere disciplinare.

Anche le stesse indagini aperte dall'Antritrust non hanno riguardato il monitoraggio in sè, ma quasi esclusivamente la materia dei compensi sulla quale si è incentrato e se una contrarietà è emersa, essa si lega da un lato all'asserita abolizione di minimi tariffari quando le tariffe vigevano e dall'altro ad un asserito surrettizio ripristino delle tariffe allorché queste sono state eliminate ad opera del D.L. n. 1/12 (decreto "Monti").

Non è neppure opponibile alla possibilità del monitoraggio il sospetto, spesso invocato, di violazione della privacy. L'art. 18 del D.Lgs. n. 196/03 prevede espressamente che i soggetti pubblici hanno il diritto di trattare per fini istituzionali i dati personali dei soggetti sottoposti alla loro competenza amministrativa senza necessità di un preventivo consenso. E che gli ordini professionali siano enti pubblici non economici lo si evince dall'art. 3 del D.P.R. n. 68/96, senza contare che tale qualifica è stata ribadita anche dalla Suprema Corte.

Quale specifica modalità di esercizio della vigilanza consistente in un controllo continuo ed articolato, il monitoraggio costituisce pertanto, secondo la migliore e condivisibile prospettazione, una delle possibili attuazioni della previsione di collaborazione tra il notaio ed il Consiglio notarile di appartenenza, ai sensi dell'art. 21 del Codice Deontologico, con la conseguenza che " .... l'inottemperanza del notaio alla richiesta di informazioni e di dati avanzata dal Consiglio notarile nell'esercizio delle sue prerogative, è censurabile in quanto viola i fondamentali canoni di lealtà, correttezza e collaborazione (C.C. nn. 6908/98 - 25504/06) ...... ", risultando invece legittimo il rifiuto del notaio qualora la richiesta sia relativa ad una specifica contestazione disciplinarmente rilevante, nell'ambito di un'indagine selettiva avviata nei suoi confronti, in ossequio al principio "nemo tenetur se detegere".

Concetto recentemente ribadito dalla Suprema Corte (sentenza n. 4875/14) per cui ".... costituisce principio di deontologia professionale il dovere di collaborare con lealtà con il Consiglio notarile al fine di consentire a tale organo di esercitare nel modo più efficace il potere di vigilanza e di controllo nel quadro della tutela del prestigio della categoria ..... ".

Detto questo, ripropongo la domanda: come partire con il controllo? E' indubbio che un controllo dipendente da un sorteggio, come pure un controllo generalizzato non darebbe adito a nessuna discriminazione. Ma sono gli unici criteri utilizzabili? Di quale utilità per la vita collegiale, in termini di sollecitazioni a prestazioni di standard qualitativo elevato, un controllo effettuato su colleghi preparati e competenti ma sfortunati nel sorteggio? Come organizzare, peraltro, un controllo su tutti, magari in distretti che contano centinaia di iscritti?

Sono difficoltà operative concrete che però non possono, anzi non devono affatto, scoraggiare l'azione consiliare. Se ciò accadesse si lascerebbe di fatto il peso del controllo e della vigilanza unicamente sulle spalle del Presidente o del Consigliere da lui delegato, in sede di verifica ispettiva, ai sensi dell'art. 128 della legge notarile. Siamo invece tutti ben consci del fatto che il legislatore ha delegato la vigilanza ed il controllo anche al Consiglio notarile, in via permanente, ai sensi degli artt. 93 e 93-bis della legge notarile, non potendosi seriamente neppure ipotizzare che l'esercizio concreto di tali prerogative da parte del Consiglio possa dipendere unicamente dalla presentazione di un esposto o di una denuncia da parte di un terzo sull'operato di un collega. Ovviamente non è così, e guai a rassegnarsi a questa idea: non è possibile che un'attività così essenziale per la nostra stessa sopravvivenza, quale il controllo della qualità della prestazione, sia attivabile non su nostra iniziativa ma solo per segnalazioni esterne. I relatori sicuramente non mancheranno di fornire preziosi suggerimenti operativi, ma forse potrebbe essere opportuno indicare nel nuovo Codice Deontologico i criteri da adottare per avviare un "monitoraggio" che non sia generalizzato o dipendente da un sorteggio integrale.

Inevitabile ora provare a stabilire gli indici da tenere in considerazione per valutare la bontà del prodotto notarile, anche in termini di personalità della prestazione.

La giurisprudenza di legittimità, mentre ha più volte ricordato che l'azione del notaio non può realizzarsi attraverso pratiche professionali scorrette indicando, sia pure a titolo esemplificativo, alcune delle possibili condotte censurabili (la prestazione frettolosa o compiacente, la irregolare documentazione, dal punto di vista fiscale, della prestazione resa; i comportamenti di impronta prettamente commerciale, quali l'offerta di servizi, come finanziamenti e anticipazioni di somme, che non rientrano nell'esercizio dell'attività notarile), non ha, perlomeno questo è stato l'esito delle mie ricerche, dato un contenuto effettivo alle espressioni "qualità e personalità" della prestazione, limitandosi ad indicarle come prerogative e/o obiettivi della funzione notarile.

L'art. 47, secondo comma, della legge notarile (il notaio indaga la volontà delle parti e sotto la propria direzione e responsabilità cura la compilazione integrale dell'atto) e gli artt. 36 (L'esecuzione della prestazione del notaio è caratterizzata dal rapporto personale con le parti. La facoltà di valersi di collaboratori non può pregiudicare la complessiva connotazione personale che deve rivestire l'esecuzione dell'incarico professionale) e 37 (in ogni caso compete al notaio svolgere di persona, in modo effettivo e sostanziale, tutti i comportamenti necessari: per l'accertamento dell'identità delle parti, per l'indagine della loro volontà e per la direzione della compilazione dell'atto) del Codice Deontologico sembrano delineare un quadro normativo fortemente orientato verso una decisa valorizzazione di questo importante aspetto della nostra funzione, peraltro anche rimarcato dall'art. 2232 c.c. in base al quale il prestatore d'opera deve eseguire personalmente l'incarico assunto.

Le norme sopra richiamate, integrate da altre norme dell'ordinamento del notariato che impongono al notaio specifici comportamenti cui è "personalmente" tenuto, con un impegno personale che non sia formale, parziale o in altra forma elusivo del disposto normativo, hanno permesso di conseguire importanti risultati ai Consigli notarili che, una volta attivata l'azione, hanno poi visto accertata e sanzionata dalla giurisprudenza disciplinare la violazione di tale importante prerogativa della funzione notarile (da ultimo CO.RE.DI. - Lombardia, anno 2014, inserita nel notiziario del 5 marzo scorso dal responsabile del Settore Deontologia del C.N.N., Domenico Cambareri, proprio ai fini di una sua diffusa divulgazione).

Luci ma anche ombre! Al Congresso Nazionale di Torino, siamo nel 2011, è stato presentato un ordine del giorno, approvato a larga maggioranza e riproposto a Roma lo scorso anno, con cui, in sintesi, è stato dato mandato al C.N.N. per una modifica delle norme deontologiche, riaffermando con forza il principio della personalità della prestazione, stabilendo efficaci sanzioni tali da realizzare un opportuno deterrente, secondo i sotto indicati principi:

- determinazione di un tempo minimo da dedicarsi da parte del notaio per ogni tipologia di atto che tenga conto non solo della fase finale di stipula;

- determinazione di un monte orario annuale dell'attività personale del notaio, in relazione ai limiti fisici che l'attività stessa comporta;

- determinazione di una griglia di sanzioni disciplinari in caso di superamento del limite sopra indicato.

Quale significato attribuire a quella presentazione? Può darsi che l'ordine del giorno contenga un errore di prospettiva apparendo più orientato a contrastare il fenomeno degli "attifici" (con l'introduzione di "tetti repertoriali") piuttosto che a difendere ed a valorizzare, con una riscrittura delle norme del Codice deontologico, il principio della personalità della prestazione. In effetti solo con una grande ingenuità o ipocrisia si può ritenere che la mancanza di personalità nell'esecuzione dell'incarico sia una caratteristica riscontrabile solo in studi notarili di grosse dimensioni, dove sicuramente aumentano le probabilità che accada, e non anche in studi medi o piccoli. In ogni caso l'accaduto è sintomatico di un disagio della categoria che forse non reputa l'attuale quadro normativo idoneo alla difesa di questa nostra importante prerogativa .

Le stesse Corti di Appello, investite del reclamo avverso le decisioni delle CO.RE.DI., non danno segnali incoraggianti dal momento che in alcune loro pronunce si tende a sottovalutare ed a minimizzare la rilevanza di tale principio. 

La Corte di Appello di Ancona (maggio 2010), ha riformato la decisione della CO.RE.DI. Marche Umbria che aveva ritenuto responsabile il notaio della violazione dell'art. 47 della legge notarile e degli artt. 36 e 37 del Codice deontologico, in relazione ad un numero elevato di atti (120) stipulati nell'arco temporale intercorso tra il 17 ed il 31 dicembre (in concreto 8 giorni lavorativi, considerando Natale - S. Stefano - sabati e domeniche), condannandolo, concesse le attenuanti,  alla sanzione pecuniaria di EURO 10.000,00, in luogo della sospensione.

Il giudice del reclamo ha affermato che doveva essere fornita una prova specifica circa la frettolosità di redazione e che la struttura materiale dell'atto non deve essere praticata mediante impiego di energia manuale del notaio, bastando la sua direzione e che non era dimostrato nella fattispecie che la lettura degli atti fosse stata frettolosa ed inadeguata. La Corte di Cassazione (sentenza n. 28023 del 21 dicembre 2011), adita dal Consiglio notarile ricorrente, ha ovviamente rimesso a posto le cose cassando l'impugnata decisione e rinviato ad altra Corte di Appello, in diversa composizione, l'esame della questione, affermando che 120 atti, stipulati nell'arco temporale considerato, tenuto conto degli orari di sottoscrizione, anche in relazione ai diversi luoghi nei quali vennero stipulati, risultano di difficile compatibilità con il principio della personalità e qualità della prestazione. La causa non è stata riassunta nei termini ed è divenuta definitiva la decisione di primo grado della CO.RE.DI.

La CO.RE.DI. - Liguria (luglio 2012) ha sanzionato con 8 mesi di sospensione un notaio il cui modello organizzativo dello studio era contrassegnato da una completa spersonalizzazione delle fasi di raccolta dei dati dichiarati dai clienti, delle visure, della raccolta di documentazione, del controllo della concordanza tra documenti e dichiarazioni delle parti, della redazione della minuta dell'atto e del suo successivo controllo, tutte affidate al numeroso personale collaborante con il notaio, in maniera tale da ridurre la lettura finale dell'atto e la sua sottoscrizione come una semplice asseverazione di un'attività svolta in precedenza, ma in sede di reclamo la Corte di Appello di Genova (aprile 2013) ha annullato la decisione impugnata, affermando che " ..... nulla osta, quantomeno per gli atti di non particolare complessità, a che il notaio verifichi la volontà sostanziale delle parti al momento del rogito. O meglio, che in tale momento controlli la effettiva rispondenza tra tale volontà e quella enucleata nel corso dell'istruttoria delegata ........".

Anche in tale circostanza è auspicabile che la Suprema Corte, investita del ricorso, faccia chiarezza. Guai se la struttura e l'organizzazione si sostituissero al notaio, trasformando il suo studio in un'impresa caratterizzata da "fasi del ciclo produttivo", tra altro non dirette da lui personalmente.

La Corte di Appello di Genova, nella sua ordinanza, sottolinea ancora come " ... ogni considerazione sul grande numero di atti che il notaio ....... riesce poi a rogare nel corso della sua attività appare, poi, più che altro suggestiva e, comunque, discendente dalla complessa e imponente macchina organizzativa che egli ha messo a propria disposizione. Ciò, d'altronde, in armonia con l'evoluzione stessa delle professioni liberali in genere, in cui la stretta personalità della prestazione spesso cede il passo di fronte alla adeguatezza e alla complessità dell'organizzazione di supporto ..". Ma non è questo il modello di Notariato da preservare, non è questa la figura del notaio disegnata e voluta dal legislatore.

Sul versante della qualità della prestazione, altra nostra prerogativa imprescindibile, è poco incoraggiante dover constatare che il principio risulta privo di contenuti effettivi. Il Codice deontologico, all'art. 44, si limita ad affermare che "costituisce comportamento deontologicamente scorretto la sistematica inosservanza dei protocolli dell'attività notarile approvati dal Consiglio Nazionale del Notariato ai fini dell'adozione di adeguate misure a garanzia della qualità della prestazione". Nessuna indicazione concreta in ordine a quali parametri fare riferimento per sondare la qualità del prodotto notarile, con l'inevitabile conseguenza di lasciare alla valutazione degli operatori l'individuazione di determinate attività da compiere sia in fase pre stipula, delle quali, poi, darne adeguata evidenziazione nel corpo dell'atto, che in fase post stipula.

La consiliatura presieduta da Paolo Piccoli, proprio per uscire dall'astrattezza, aveva pensato alla redazione di "protocolli", ma la maggioranza della categoria insorse contro tale iniziativa ritenendoli eccessivamente "burocratizzanti" e temendo che la scansione dei comportamenti (atto per atto, adempimento per adempimento), da tenere a garanzia della qualità delle prestazioni, avrebbe aumentato la responsabilità del notaio. All'epoca avevo anche condiviso queste perplessità ma, nell'attuale contesto, è decisamente opportuno ripensare ai "protocolli", purché previamente rivisti, attualizzati e snelliti, in maniera tale da offrire agli organi di vigilanza e disciplinari ed ai giudici un principio al quale riferirsi.

Ma allora, che fare? Mancando i parametri ai quali commisurare la qualità della prestazione, sospendiamo tutto, niente monitoraggio? Ascolterò volentieri le riflessioni dei relatori e di coloro che parteciperanno al dibattito finale, auspicando nell'immediato una soluzione operativa che prescinda da successivi interventi normativi.

Mi congedo sollecitando infine una riflessione del professor Busnelli sul rapporto intercorrente tra legge notarile e principi deontologici, quali elaborati dal C.N.N. in virtù di una delega concessa dal legislatore nella legge n. 220/91.

Alcune CO.RE.DI. hanno sostenuto che quando un comportamento integra, contemporaneamente, la violazione di una norma della legge notarile e di principi di deontologia professionale, in mancanza di una diversa volontà del legislatore, si deve ritenere che la fonte di produzione dei principi di deontologia rientri nella normazione di rango secondario e, più precisamente, vada a collocarsi in una posizione subordinata alle leggi ordinarie, con conseguente applicazione in caso di conflitti, del principio di gerarchia. Ma è proprio pertinente il richiamo al rapporto di gerarchia, non potendosi invece sostenere che il rapporto intercorrente tra tali norme non è di "sovraordinazione" bensì di "specialità", peraltro con pari dignità normativa per il richiamo operato dall'art. 147, lettera b), della legge notarile ai principi di deontologia? La CO.RE.DI. - Lombardia (n. 88/09) ha affrontato in maniera approfondita questa questione. Nella decisione si legge " ..... E' ben possibile che determinati comportamenti, anche omissivi, possono integrare, contemporaneamente, la violazione di norme della legge notarile e di norme relative a principi di deontologia professionale .....come è ben possibile che determinati comportamenti, pur determinando violazione di norme della legge notarile, non costituiscono comportamento rilevante ai fini deontologici .......... il comportamento omissivo di un notaio, relativamente alla provata mancata direzione della compilazione integrale di uno o più atti, determina l'applicazione della sanzione di cui all'art. 138, secondo comma, della legge notarile; ma è solo la non occasionalità che può determinare applicazione della sanzione di cui all'art. 147 della legge notarile". Un'interpretazione non in linea con quella prevalente nella giurisprudenza delle CO.RE.DI.

Facciamo un esempio concreto: la violazione sistematica dell'obbligo di assistenza alla sede, e tutti noi sappiamo quanto importante sia stata per la categoria la valorizzazione del binomio notaio - territorio per contrastare l'opzione del notaio nazionale, costituisce una violazione dell'art. 26 della legge notarile ma anche una violazione dell'art. 6, primo e terzo comma, del Codice Deontologico. Quale sanzione applicare? Quella pecuniaria da 30 a 240 EURO per ogni giorno di violazione, ai sensi dell'art. 137 della legge notarile, avendo a mente che il pagamento estingue l'illecito e la recidiva specifica non sarebbe mai configurabile, oppure le differenti sanzioni previste dall'art. 147, lettera b), della legge notarile, tra cui anche la sospensione fino ad un anno, trattandosi di violazione non occasionale di norme deontologiche?

Ringrazio il prof. Busnelli per la riflessione che vorrà dedicare a tale problematica, come pure tutti voi per aver avuto la pazienza di ascoltarmi.

PUBBLICAZIONE
» Indice