Il procedimento e le sanzioni disciplinari (tra Co.Re.Di. Corte d’Appello e Cassazione)
Il procedimento e le sanzioni disciplinari (tra Co.Re.Di. Corte d'Appello e Cassazione)
di Remo Danovi
Avvocato in Milano
Già docente di Deontologia forense, Università di Milano

1. Premessa

Le norme procedurali sono regolate abbastanza minuziosamente dalla legge notarile, con le modifiche intervenute nel 2006.

Di volta in volta, poi, come abbiamo già avuto modo di precisare (1), è intervenuta la Cassazione per dirimere i dubbi interpretativi ed enunciare i principi di diritto che devono essere osservati non solo dai soggetti che sono stati parti del processo, ma anche da tutti gli interpreti per i casi successivi.

Si può dire, dunque, che si è formato o si sta formando un procedimento "stabilizzato", indispensabile per dare certezza alla tutela dei diritti degli incolpati e al contempo per realizzare il giusto processo e dare piena effettività anche alle regole sostanziali. Il procedimento è invero un contenitore che pure serve per assicurare uniformità, qualità, certezza e stabilità alle decisioni che vengono emesse, con il ripudio delle eccezioni strumentali o artificiose, per consentire di giudicare nel merito le condotte attuate e i principi deontologici che devono essere salvaguardati: un mezzo dunque per giudicare e non per sottrarsi al giudizio.

2. La fase preliminare, la legittimazione e l'iniziativa disciplinare

Sulla fase preliminare e sul procedimento avanti la CO.RE.DI, anche per le novità introdotte dalla normativa del 2006, sono state sollevate molteplici eccezioni, sulle quali si è espressa ripetutamente la giurisprudenza.

A parte gli inevitabili contrasti in alcune delle pronunce che si sono succedute nel tempo, possono ritenersi consolidati vari punti, che enunciamo in forma sintetica, rinviando ad altri scritti ogni argomentazione più diffusa.

In breve:

A) sulla legittimazione (tra Consiglio notarile e presidente). Le discussioni sulla ripartizione di competenza tra presidente del Consiglio notarile e Consiglio notarile sono sorte per l'espressione letterale contenuta nell'art. 153, 1° comma, lett. b, l.n., per cui l'iniziativa spetta "al presidente del Consiglio notarile".

Come per altro abbiamo avuto modo di precisare tale espressione deve intendersi equivalente alla formula "il Consiglio notarile in persona del presidente" (con richiamo alla delibera assunta dal Consiglio e all'"organo competente" e ai poteri dello stesso Consiglio ex art. 93, e 93-bis e 93-ter l.n. di promuovere il procedimento disciplinare "per il tramite del presidente"). Non si possono dunque sollevare eccezioni sul fatto che l'attività sia compiuta dal presidente, che ne riferisce poi al Consiglio, o direttamente dal Consiglio che delibera di conseguenza, e anzi è preferibile identificare nel Consiglio il vero soggetto titolare della potestà di iniziativa disciplinare (2).

B) Sulla legittimazione (tra Consiglio notarile e Archivio notarile). Anche su questo punto deve ritenersi ormai consolidata la ripartizione voluta dalla legge notarile. Sulla base della normativa vigente, infatti, la legittimazione alla richiesta di apertura del procedimento disciplinare a carico di un notaio compete sempre al Consiglio notarile e al pubblico ministero per la valutazione della condotta sotto il profilo deontologico, mentre spetta al Capo dell'Archivio notarile limitatamente alle infrazioni rilevate durante le ispezioni o nel caso degli altri controlli demandati dalla legge (art. 153, 1° comma, lett. c) (3).

C) Sull'istruttoria preliminare. Su questo punto possiamo limitarci a richiamare i poteri assegnati al Consiglio dagli artt. 93, 93-bis e 93-ter l.n. che consentono la più ampia attività istruttoria al Consiglio o al presidente per delega dello stesso: né é illegittima l'audizione dell'incolpato avanti l'intero Consiglio poiché anzi questo accresce le garanzie per l'incolpato. Al Consiglio poi spetta anche il potere di "assumere informazioni presso le amministrazioni e gli uffici pubblici". Secondo la giurisprudenza, rientra nei poteri anche la possibilità di "richiedere informazioni a soggetti privati", la cui attendibilità ovviamente è rimessa al contraddittorio nell'ambito del giudizio disciplinare (4).

D) Sul termine per l'iniziativa. La legge prescrive che l'esercizio dell'azione disciplinare debba essere promosso "senza indugio" (art. 153, 2° comma, l.n.), ma ciò è in funzione della complessità delle indagini e delle conclusioni da raggiungere. Non vi è dunque alcuna perentorietà nella disposizione della legge e nulla pertanto può essere eccepito nella normalità dei tempi necessari (5).

E) Sulla richiesta di apertura. La fase preliminare avanti il Consiglio notarile si conclude normalmente (salvo l'archiviazione degli atti) con una delibera formale di apertura del procedimento disciplinare e con il successivo atto formale di richiesta alla CO.RE.DI. (art. 153 l.n.). La CO.RE.DI., poi, dà avviso all'incolpato dell'inizio del procedimento e successivamente comunica la data di fissazione per la discussione. Si tratta di quattro momenti endoprocedimentali o pre-procedimentali che non incidono in modo definitivo sullo status delle persone e non sono impugnabili al di fuori del procedimento avanti la CO.RE.DI., ove tutti gli accertamenti possono essere compiuti nel pieno rispetto delle regole e dei diritti dell'incolpato (6).

La delibera e gli atti indicati non sono neppure impugnabili avanti il T.A.R. o altro qualsiasi giudice, né conseguentemente può porsi un problema di pregiudizialità amministrativa con richiesta di sospensione del procedimento disciplinare (7).

Non sono neppure applicabili in questa fase le disposizioni della legge n. 241/1990 e le varie regole ivi previste per il procedimento amministrativo (8).

3. La fase amministrativa avanti la CO.RE.DI e la fase giurisdizionale avanti la Corte d'appello.

La CO.RE.DI (Commissione amministrativa regionale di disciplina) è stata istituita con la riforma del 2006 e, come precisa la stessa enunciazione dell'art. 148 l.n., è un organo amministrativo e non giurisdizionale (non potrebbe neppure esserlo, stante il divieto di istituire organi speciali giurisdizionali sancito dalla VI disposizione transitoria della Costituzione).

Il primo punto di riflessione riguarda quindi il rapporto che si pone tra il giudizio amministrativo, che si conclude avanti la CO.RE.DI., e il successivo giudizio di impugnazione che si propone avanti la Corte d'appello, che è ovviamente organo giurisdizionale.

Come già la giurisprudenza ha precisato, il procedimento avanti la Corte d'appello non si può configurare come un secondo grado, ma più propriamente è da intendere come una seconda fase del giudizio, che nasce con un reclamo e impone il riesame del merito rispetto alla decisione dell'organo amministrativo (9). Né ciò può determinare un problema di costituzionalità dal momento che la previsione di un unico grado giurisdizionale non è in contrasto con i principi e le disposizioni della Costituzione e della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, poiché queste fonti di rango primario, come evidenziato anche dalla giurisprudenza della Corte costituzionale, non impongono il doppio grado del giudizio (10).

Piuttosto, le considerazioni che precedono non sono prive di giustificazioni pratiche. Infatti, se il giudizio di impugnazione avanti la Corte d'appello in via giurisdizionale si svolge in primo grado, non sussiste il divieto di produrre nuovi documenti sancito dall'art. 345 c.p.c., come è previsto per il secondo grado. Così è stato ritenuto dalla giurisprudenza (11).

4. Il rito applicabile avanti la Corte d'appello.

Le decisioni della CO.RE.DI. possono dunque essere impugnate in sede giurisdizionale con reclamo alla Corte d'appello (art. 158 l.n.).

Occorre peraltro tener conto che è intervenuto il decreto sulla semplificazione dei riti (d. lgs. 1° settembre 2011, n. 150), che ha abrogato gli artt. 158-bis e 158-ter l.n., che variamente disponevano in ordine, tra l'altro, alla esecutività della decisione della Corte d'appello e ha prescritto (art. 26) che il giudizio avanti alla Corte d'appello per i notai è regolato dal rito sommario di cognizione (12).

Il ricorso alla Corte d'appello deve essere proposto a pena di inammissibilità entra trenta giorni dalla notifica della decisione della CO.RE.DI o, in difetto, entro 6 mesi dal suo deposito e deve essere depositato tempestivamente e successivamente notificato insieme con il decreto di fissazione dell'udienza alle parti costituite e al procuratore della Repubblica (13). Ove il reclamo sia notificato oltre il termine stabilito nel decreto l'appello è improcedibile. Infatti, pur essendo il termine ordinatorio, secondo un recente orientamento della Cassazione, se lo stesso venga lasciato decorrere senza chiederne la proroga prima della scadenza, si determina una decadenza non sanabile analoga a quella conseguente allo spirare dei termini perentori (14).

La Corte d'appello, poi, non pronuncia una sentenza, con la lettura del dispositivo in udienza, come era in passato, ma emette una decisione che assume forma di ordinanza.

A parte le critiche generali che sono state sollevate sulla semplificazione dei riti (15), le difficoltà di interpretazione nascono, ad esempio, dal fatto che il rito sommario di cognizione è regolato dagli artt. 702-bis e segg. del codice di procedura civile per il procedimento di primo grado, mentre le norme ora sono richiamate per il giudizio in appello.

In ogni caso ancorché sia stato abrogato l'art. 158-ter, 3° comma, la decisione della Corte d'appello è immediatamente esecutiva, come espressamente previsto dalla disciplina del rito sommario di cognizione all'art. 702-ter, comma 6 ("l'ordinanza è provvisoriamente esecutiva e costituisce titolo per l'iscrizione di ipoteca giudiziale e per la trascrizione").

5. La proponibilità dell'appello incidentale

In alcuni procedimenti avanti la Corte d'appello sono state sollevate eccezioni in ordine alla possibilità per il Consiglio notarile di proporre impugnazione incidentale tendente a ottenere un aggravamento della pena.

Si è eccepito al riguardo, (i) che l'impugnazione incidentale non sarebbe prevista dalla normativa; (ii) che il Consiglio dovrebbe comunque formulare la propria impugnazione tempestivamente; e infine (iii) che l'accoglimento dell'appello incidentale determinerebbe una reformatio in pejus della decisione di primo grado, e anche questo non sarebbe previsto dall'ordinamento.

Su tutti questi punti si è espressa peraltro la Cassazione affermando la piena legittimità dell'appello incidentale per tutte le parti che hanno facoltà di proporre impugnazione (16).

In effetti, sia nella legislazione pre-vigente (art. 158-bis della legge nella precedente formulazione) sia nell'attuale normativa, "non si è mai dubitato, nella giurisprudenza di legittimità, che sia consentita la proposizione di impugnazioni incidentali, anche tardive" (17).

Tanto più ora, a seguito dell'art. 26 del d. lgs. n. 150/2011, sulla semplificazione dei riti, l'applicabilità dell'istituto deve essere riconosciuta poiché viene fatto rinvio al rito sommario di cognizione (anziché, come in precedenza, agli artt.737 e segg. c.p.c.).

Insomma, considerati i pieni poteri di impugnazione di tutte le parti, è ammissibile l'impugnazione incidentale, anche tardiva, "e questa può attenere a ogni capo della sentenza, anche se autonomo rispetto a quello investito con l'impugnazione principale" (18).

Tali sono i principi elaborati dalla Cassazione ed è del tutto ragionevole riconoscerne la piena fondatezza.

6. La prescrizione

La prescrizione è disciplinata dall'art. 146 l.n., che è stato modificato dalla riforma del 2006. Nel testo attuale essa è di cinque anni e decorre dal giorno in cui l'infrazione è stata commessa (per le violazioni riscontrate nel corso delle ispezioni previste dall'art. 128, comma 3, l.n. essa decorre dal primo giorno dell'anno successivo) e può essere rilevata anche d'ufficio (19).

Lo stesso art. 146 l.n. prevede alcune ipotesi particolari. E così:

- (secondo comma) la prescrizione è interrotta dalla richiesta di apertura del procedimento disciplinare e dalle decisioni che applicano una sanzione. Quando la prescrizione è interrotta essa "ricomincia a decorrere dal giorno della interruzione". In nessun caso, peraltro, se anche plurimi siano gli atti interruttivi, essa può superare il termini di 10 anni;

- (terzo comma) se per il fatto addebitato è iniziato un procedimento penale il decorso della prescrizione è sospeso fino al passaggio in giudicato della sentenza penale.

Tali sono le disposizioni di legge, in relazione alle quali è stata sollevata eccezione di incostituzionalità per eccesso di delega, essendo in precedenza la prescrizione di quattro anni ed essendo esclusi atti interruttivi e non avendo disposto espressamente il legislatore delegante (20).

La Corte costituzionale, peraltro, con una recente sentenza ha affermato che non vi è stato eccesso di delega ("trattandosi di scelte del legislatore delegato coerenti con gli indirizzi generali della delega e compatibili con la ratio di questa"), e quindi la prescrizione deve applicarsi secondo le disposizioni di legge (21).

E' questa una decisione del tutto ragionevole e opportuna (al di là della sbrigatività della motivazione) perchè una prescrizione di quattro anni senza possibilità di conteggiare atti interruttivi sarebbe stata dirompente per il sistema, poiché avrebbe significato la sicura inapplicabilità delle sanzioni disciplinari stanti i ristretti termini previsti e, d'altro lato, la notoria lungaggine dei giudizi (22).

7. Rapporti con il procedimento penale

La legge notarile stabilisce che, in caso di esercizio dell'azione penale a carico di un notaio, il pubblico ministero ne debba dare immediata comunicazione al presidente del Consiglio notarile, specificando il reato per cui si procede (art. 158-quinquies l.n.). Se poi un procedimento disciplinare sia già iniziato, lo stesso è sospeso fino al passaggio in giudicato della sentenza (ovviamente quando sia identico il fatto per cui si procede).

E' anche stabilito (art. 146 3° comma l.n.) che il decorso della prescrizione è sospeso fino al passaggio in giudicato della sentenza penale. Quando poi sia intervenuta una condanna per un fatto non colposo previsto con un pena non inferiore nel minimo a sei mesi, prescrive l'art. 142-bis l.n. che il notaio è punito con una delle sanzioni di cui all'art. 147 l.n. quando la sua condotta violi tale disposizione.

E' quindi codificato il principio della pregiudizialità, in dipendenza dei fatti accaduti nel processo penale: è giurisprudenza pacifica infatti che la condanna penale del notaio, ai sensi dell'art. 158 quinquies l.n. fa stato nel procedimento disciplinare a suo carico in ordine alla ricostruzione e alla qualificazione del fatto (23).

Naturalmente spetta al giudice disciplinare la discrezionalità di dare rilievo a quelle condotte che il giudice penale possa aver ritenuto ai propri fini irrilevanti, e ciò stante il principio di autonomia delle valutazioni disciplinari rispetto a quelle effettuate in sede processuale (24).

8. Dispensa volontaria e collocamento a riposo

Secondo la Cassazione la cessazione dal servizio per collocamento a riposo per raggiunti limiti di età del notaio sottoposto a procedimento disciplinare, sopravvenuta prima del passaggio in giudicato della pronunzia che applica la sanzione disciplinare, comporta la cessazione della materia del contendere e quindi l'inammissibilità, per sopravvenuto difetto di interesse, del ricorso per cassazione proposto contro la sentenza emanata in sede di reclamo dalla Corte d'appello, con conseguente caducazione della sentenza impugnata (25).

Non mancano al riguardo alcune opinioni contrarie che fanno leva sul principio per cui occorre far riferimento pur sempre al momento in cui il fatto è stato commesso (26).

Diversa tuttavia è l'ipotesi della richiesta di dispensa dal servizio poiché la dispensa volontaria - ove concessa - costituisce una semplice causa di sospensione provvisoria dall'esercizio delle funzioni, senza che sia perduto lo status di Notaio. Infatti "la dispensa volontaria non incide sullo status di notaio, ma costituisce una causa di sospensione dell'esercizio delle funzioni" (27).

Poiché dunque permane lo status di notaio, sia pure in posizione di quiescenza, deve ritenersi permanere anche "l'interesse dell'Ordine notarile alla statuizione sulla sanzione disciplinare" (28).

Né si dica che, a seguito dell'art. unico della legge 18 febbraio 1983, n. 45, i notai dispensati per rinuncia non possono essere riammessi all'esercizio della professione quando abbiano compiuto i 65 anni di età (onde anche per questi si determina l'impossibilità formale alla ripresa del servizio e quindi l'inutilità della sanzione), poiché ciò che conta non è la posizione futura, ma la posizione attuale e la permanenza dello status notarile. Se quindi si ammettesse l'impossibilità di procedere o il venir meno delle pronunce già rese, non ancora definitive, si finirebbe per costituire una sorta di impunità non solo per le violazioni già commesse, ma anche per le violazioni future, fino al pensionamento. E' pacifico infatti che vi possano essere violazioni deontologiche anche con riferimento alla vita privata e non solo con riferimento all'esercizio effettivo delle funzioni.

Ma non solo: è la legge stessa che consente di sanzionare il notaio sospeso dalle funzioni, perchè proprio l'art. 142 1° comma lett. a l.n. prevede che sia inflitta la destituzione ove il notaio sospeso eserciti comunque l'attività.

Sembra dunque coerente con il sistema che il procedimento disciplinare possa continuare pur nella ipotesi di dispensa volontaria dalle funzioni.

9. Il procedimento avanti la Cassazione

A sensi dell'art. 26 d.lgs 1° settembre 2011 n. 150, sulla semplificazione dei riti, è ammesso il ricorso per cassazione ai sensi dell'art. 360 n. 3 e 5 c.p.c. (ovvero solo per la violazione di legge nel caso di misure cautelari) e "la Corte di Cassazione pronuncia con sentenza in camera di consiglio, sentite le parti".

A parte tale disposizione, vi sono varie decisioni della Cassazione che hanno chiarito alcuni dubbi interpretativi. Infatti:

a) in difetto di notificazione della sentenza della Corte d'appello, il ricorso per cassazione deve essere proposto nel termine di un anno dal deposito della sentenza e deve essere notificato al P.G. presso la Corte e non al procuratore della Repubblica presso il Tribunale, poiché solo il primo assume la veste di parte davanti al giudizio "a quo" (29). Tuttavia, se il ricorso sia stato notificato al Consiglio dell'ordine notarile di appartenenza, che è parte necessaria, e al procuratore della Repubblica presso il Tribunale, lo stesso non può essere dichiarato inammissibile, ma deve essere ordinata l'integrazione del contraddittorio ai sensi dell'art. 331 c.p.c.;

b) secondo l'opinione comune, la fase di legittimità del giudizio disciplinare notarile segue lo speciale rito in camera di consiglio, nel quale deve essere garantita l'esplicazione piena e immediata del contraddittorio (con conseguente inapplicabilità della disciplina eventuale prevista dall'art. 380-bis e 380-ter c.p.c. (30);

c) è ammissibile il ricorso per cassazione il quale cumuli in un unico motivo la previsione di cui all'art. 360, I° comma n. 3 e 5 c.p.c., allorché esso comunque evidenzi specificamente la trattazione delle deroghe relative all'interpretazione o alla applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie e i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (31);

d) è consentito al ricorrente e al controricorrente di depositare la memoria almeno cinque giorni prima dell'udienza camerale, mentre l'ultima parola spetta all'incolpato, poiché il procuratore generale è parte (32).

Naturalmente valgono le regole generali per cui, se la decisone impugnata si fondi su una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, e singolarmente idonee a sorreggerle sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure relativa a una delle rationes decidendi rende inammissibili per sopravvenuto difetto di interesse, l'eccezione relativa alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque comportare stante la rilevata definitività delle altre, la Cassazione della decisione intervenuta.

10. Conclusione. Il procedimento tra regole individuali e doveri dei Consigli notarili

Abbiamo rappresentato alcuni punti meritevoli di chiarimento per dare uniformità alle interpretazioni, per la stessa regolarità del procedimento e per la tutela dei diritti degli incolpati.

Tuttavia ancora una volta riteniamo di dover affermare che è preminente il rispetto delle regole sostanziali, perchè su di esse si basa la qualità della professione.

Indipendentemente quindi dai problemi processuali e sanzionatori è auspicabile che la patologia dei comportamenti non venga mai in evidenza, per riaffermare il rispetto incondizionato dell'etica, dei principi che regolano la professione e del diritto degli altri alla correttezza e lealtà dei comportamenti.

In questo contesto normativo, la deontologia così come l'insieme generale delle regole imposte all'esercizio della professione deve costituire una priorità di intervento per i Consigli dell'ordine e per gli organi istituzionali il cui impegno deve essere massimamente diretto a indicare e a fissare gli obiettivi e i settori di intervento.

E' questa la deontologia che ho chiamato "collettiva o oggettiva" per indicare l'obbligo dei Consigli dell'ordine di "difendere in ogni occasione la professionalità, tutelare la formazione dei giovani, assicurare la formazione permanente degli iscritti, garantire l'elevazione culturale e professionale, migliorare la qualità, esaltare la funzione e formulare i progetti e le proposte che possano dare attuazione a questi principi; ed è dovere essenziale per i Consigli dell'ordine assicurare anche il rispetto delle regole deontologiche attraverso i procedimenti disciplinari e le necessarie sanzioni" (33).

Del resto, la centralità della funzione notarile nell'ordinamento ha portato il legislatore a dettare una serie di norme particolarmente rilevanti sul dovere di vigilanza e di controllo da parte dei Consigli.

Già il testo originario dell'art. 93 della legge professionale (ancora in vigore) dettava una disciplina generale delle attribuzioni dei Consigli in materia disciplinare imponendo agli stessi di "vigilare alla conservazione del decoro nell'esercizio della professione e nella condotta dei notai iscritti presso il medesimo, ed alla esatta osservanza dei loro doveri".

A ciò si sono aggiunte con la riforma del 2006 previsioni ulteriori che sono indicative del ruolo imposto ai Consigli. L'art. 93-bis prevede infatti non solo un potere generale di accesso e di verifica sull'attività dei singoli notai, ma anche il potere di assumere informazioni presso le amministrazioni e gli uffici competenti, ove ciò sia funzionale all'esercizio della potestà disciplinare e alla repressione degli illeciti; con la precisazione finale che "il Consiglio nazionale del notariato vigila sull'applicazione dei suddetti principi e norme da parte dei Consigli notarili distrettuali e adotta tutte le iniziative opportune e la loro applicazione". Infine l'art. 93-ter impone proprio la promozione del procedimento disciplinare quando venga rilevata l'inosservanza di leggi, regolamenti, principi e norme deontologiche.

Ed è appena il caso di ricordare come l'importanza di simili previsioni normative e delle potestà rafforzate attribuite ai Consigli notarili consenta anche di superare gli ostacoli che potrebbero diversamente discendere dalla normativa dettata in materia di tutela della riservatezza. E' infatti lo stesso codice della privacy a consentire agli artt. 18 e 19 la comunicazione dei dati tra enti pubblici ove ciò sia legato all'esercizio delle funzioni istituzionali di un ente (situazione che ricorre nel caso di specie, ove la legittimità della richiesta e dell'utilizzo non è solo legata alle funzioni pubbliche e istituzionali, ma è anche prevista espressamente da una specifica norma di legge).

A questa dimensione oggettiva della deontologia si affianca poi necessariamente la dimensione soggettiva e personale data dal rispetto delle regole individuali fissate e precisate nella legge professionale e nei codici deontologici, a cui sono tenuti tutti gli iscritti. A tal fine la codificazione deontologica è funzionale per dare certezza alle norme, permettere la loro conoscenza, indicare i comportamenti da attuare per risolvere i casi complessi e per affermare il principio di legalità (nullum crimen, nulla poena sine lege), in un processo la cui giuridicità è stata ormai da tempo riconosciuta dalla stessa Corte di legittimità (34).

Il procedimento disciplinare costituisce quindi lo strumento essenziale e ormai ben definito nei suoi aspetti funzionali e strutturali per rafforzare il ruolo dell'attività dei Consigli notarili nel nostro ordinamento giuridico. E' questa attività indispensabile per la difesa della qualità della professione e costituisce la ragione prima che giustifica e rende doveroso l'intervento dei Consigli notarili non solo a protezione della categoria professionale e dello stesso professionista, ma anche a tutela dello Stato e della collettività.


(1) Si veda più diffusamente in tal senso R. DANOVI, Il procedimento disciplinare dei notai avanti la CO.RE.DI. tra norme di legge e principi di diritto, in Notariato, 2013, 338, con i richiami della dottrina e della giurisprudenza.

(2) Si veda R. DANOVI, Sulla legittimazione all'iniziativa disciplinare tra Presidente e Consiglio notarile, in Notariato, 2010, 70, e ivi le motivazioni e la giurisprudenza intervenuta. Di fatto, invero, è il Consiglio notarile titolare dell'azione disciplinare, sia sotto il profilo processuale, sia sotto il profilo sostanziale.

Il Consiglio notarile può delegare il presidente o un componente ma può agire esso stesso o delegando alcuni suoi membri (Cass., 26 giugno 2012, n. 10595, in Foro it., 2012, I, 3029, e in Giust. civ., 2013, I, 340, che ha enunciato uno specifico "principio di diritto").

(3) Il principio è espresso dall'art. 153 l.n. e deve ritenersi del tutto pacifico: si veda in tal senso R. DANOVI, La legittimazione del Consiglio notarile e dell'Archivio notarile nel procedimento disciplinare (divergenze e identità), in Corriere giurid., 2011, 878, con la giurisprudenza richiamata.

La valutazione della condotta, in effetti, spetta sempre come giudizio complessivo al Consiglio notarile.

(4) In tal senso Cass., 4 marzo 2013, n. 5270, che ammette la possibilità di richiedere informazioni a soggetti privati, "salva la necessità di valutarne accuratamente l'attendibilità, trattandosi di attività istruttoria preliminare...senza che si ponga l'esigenza di garanzie di difesa, operanti, invece, nella fase amministrativa contenziosa conseguente al promovimento del procedimento".

(5) Secondo la giurisprudenza, invero, non è fissato e non può essere fissato alcun termine perentorio da rispettare. In tale senso si vedano, ad esempio, Cass. 27 maggio 2011, n. 11791; Cass. 20 luglio 2011, n. 15963, in Giust. civ., 2012, I, 399, nella motivazione. Per l'inesistenza dei termini di decadenza si veda anche Cass. 18 febbraio 2014, n. 3802.

(6) Anche questo deve ritenersi un punto consolidato: si vedano le varie argomentazioni in R. DANOVI, Il procedimento disciplinare dei notai avanti la CO.RE.DI. tra norme di legge e principi di diritto, in Notariato, 2013, 338, e la giurisprudenza intervenuta: Cass., sez. un., 31 luglio 2012, n. 13617; Cass., sez. un., 30 dicembre 2011, n. 30785; T.A.R. Lombardia, sez. III, Milano, 27 maggio 2011, n. 896, e Cons. Stato, sez. VI, 31 agosto 2011, n. 3798.

(7) Si veda a tale proposito Cass., 18 febbraio 2014, n. 3802, che esclude tassativamente, con ampia motivazione, la possibilità di proporre ricorso al Tribunale amministrativo e comunque di accogliere una istanza di sospensione. Nello stesso senso Cass., 2 settembre 2013, n. 20054, per cui il giudice ordinario è munito in tale materia di giurisdizione esclusiva.

(8) Sono varie, in effetti, le argomentazioni della giurisprudenza della Cassazione per escludere la necessità di ricorrere all'applicazione della legge 241 del 1990, fermo il controllo della CO.RE.DI sul rispetto del diritto al contraddittorio e sulla rilevanza delle prove.

Fondamentali sono al riguardo le decisioni della Cassazione, Cass., 26 giugno 2012, n. 10595; Cass., sez. un., 31 luglio 2012, n. 13617, in Giust. civ. 2013, I, 339, e in Foro it., 2012, I, 3029; Cass., sez. un., 18 febbraio 2014, n. 3802.

(9) In effetti è preferibile parlare di fasi del procedimento e non di gradi del giudizio, non essendo il giudizio avanti la Corte assimilabile all'appello: in tal senso Cass., 23 gennaio 2014, n. 1437.

Così anche Cass., sez. un., 17 giugno 2013, n. 15122, per il procedimento disciplinare degli avvocati (che si svolge in sede di impugnazione avanti il Consiglio nazionale forense, che è organo giurisdizionale).

(10) Così espressamente, per il procedimento notarile, Cass. 18 febbraio 2014, n. 3802, che richiama Corte cost. 30 luglio 1997, n. 288. Negli stessi termini Cass. sez. un., 31 luglio 2012, n. 13617.

Per la Corte Europea dei diritti dell'uomo, 10 febbraio 1983 (Albert e Le Compte), in Foro it., 1984, IV, 193, non vi è violazione della Convenzione se le decisioni degli organi amministrativi professionali siano poi sottoposte al controllo degli organi giurisdizionali. Sul punto si veda anche, più in generale, R. DANOVI, Il procedimento disciplinare e la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in Rass. forense, 1998, 513, e nel volume Il pendolo della professione, Milano, 1999, 63 e 82.

(11) Così infatti Cass., 23 gennaio 2014, n. 1437, per cui: il giudizio di competenza della Corte d'appello in sede di reclamo avverso il provvedimento emesso dalla CO.RE.DI., pur avendo indubbi connotati impugnatori non è assimilabile all'appello disciplinato dal codice di procedura civile (che si configura come un giudizio di secondo grado avente natura omogenea rispetto a quello di primo grado); ne consegue che, nel procedimento giurisdizionale che si svolge in primo grado di fronte alla Corte d'appello, non è applicabile il disposto dell'art. 345 c.p.c. sul divieto di produrre nuovi documenti.

(12) In effetti, il d. lgs. n. 150 del 1° settembre 2011, sulla semplificazione dei riti, ha radicalmente modificato la struttura del procedimento giurisdizionale attraverso il quale possono essere impugnate innanzi alla Corte d'appello le decisioni rese in materia disciplinare dalla CO.RE.DI e i provvedimenti cautelari resi dalla stessa CO.RE.DI.: l'art. 26.1 dispone infatti che "le controversie in materia di impugnazione dei provvedimenti disciplinari e quelle in materia di impugnazione delle misure cautelari rispettivamente previste dagli articoli 158 e 158-novies della legge notarile sono regolate dal rito sommario di cognizione", ove non diversamente disposto dallo stesso articolo.

Segue il 2° comma che attribuisce la competenza alla Corte d'appello del distretto ove ha sede la CO.RE.DI. che ha pronunciato il procedimento impugnato; il 3° comma, che impone il termine di 30 giorni (ovvero sei mesi dal deposito); il 4° e 5° comma che ammette il ricorso per Cassazione ai sensi dell'art. 360 n. 3 e 5 (ovvero solo per violazione di legge nel caso di misure cautelari) e il 6° comma per cui la Cassazione pronuncia in camera di consiglio, sentite le parti.

Con l'art. 34.30 lett. d, lo stesso d. lgs. n. 150/2011 dichiara abrogati gli artt. 158-bis e 158-ter della legge notarile.

(13) Il ricorso e il decreto non devono ovviamente essere notificati alla CO.RE.DI.: così, App. Napoli 28 marzo 2012, n. 57, per cui "l'organo che ha emesso il provvedimento reclamato (la CO.RE.DI) non è affatto legittimato passivamente nel successivo procedimento di riesame proposto davanti alla Corte d'appello".

(14) Così, proprio in relazione alla notificazione del ricorso e del decreto di fissazione di udienza si è pronunciata la Corte di cassazione precisando che "nei provvedimenti di impugnazione che si svolgono con rito camerale, l'omessa notificazione del ricorso nel termine assegnato nel decreto di fissazione d'udienza determina l'improcedibilità dell'appello, in quanto, pur trattandosi di un termine ordinatorio ex art. 154 c.p.c., si determina la decadenza dell'attività processuale cui è finalizzato, in mancanza d'istanza di proroga prima della scadenza" (Cass. 11 luglio 2013, n. 17202).

(15) L'intervento legislativo è stato lodevole negli intendimenti ma è stato realizzato molto malamente, poichè il legislatore ha accompagnato l'eliminazione dei singoli riti con norme particolari per ciascuno di essi, con ciò moltiplicando ancora le difficoltà.

Per questi rilievi si veda M. GOZZI, Riforme e prospettive di riforma nella disciplina delle professioni: uno sguardo di insieme al decreto 'taglia-riti' e alla 'manovra-bis', in Riv. dir. proc. civ., 2012, 956.

(16) Cass. sez. un., 31 luglio 2012, n. 13617, nella motivazione, per cui "la facoltà di adire la Corte d'appello è attribuita dall'art. 158 l.n., a tutte le parti, compresi i titolari dell'azione disciplinare, sicché la decisione adottata in sede amministrativa può senz'altro essere riformata in senso sfavorevole all'incolpato". E d'altra parte è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale "sul presupposto che il sistema sia irrazionalmente sbilanciato a favore della parte pubblica", perchè al contrario il sistema assicura la "piena uguaglianza delle parti nei poteri di impugnazione". Per l'ammissibilità si è pronunciata anche Cass. 25 marzo 2010, n. 7170, e App . Torino, 14 novembre 2008, in Notariato, 2011, 106.

In precedenza, in senso contrario, App. Bologna, 30 luglio 2010, in Notariato, 2011, 106.

In realtà, come correttamente rilevato da App. Milano2 agosto 2011, pur nel silenzio della legge, la ratio dell'istituto deve ravvisarsi nella natura di gravame del processo "avverso una statuizione di incontestato contenuto decisorio che investe diritti soggettivi".

(17) Così anche Cass., 20 gennaio 2006, n. 1176.

(18) Così ancora Cass., sez. un., 31 luglio 2012, n. 13617; e negli stessi termini anche Cass., sez. un., 23 gennaio 1998, n. 652.

(19) Secondo la Cassazione (Cass. 20 febbraio 2013, n. 4275, il termine decorre dalla commissione del fatto, indipendentemente dalla sua concreta conoscibilità e conseguente pratica perseguibilità.

La prescrizione può essere rilevata d'ufficio anche in sede di legittimità (Cass., 14 marzo 2013, n. 6487).

(20) Si veda al riguardo Cass., 16 ottobre 2012, n. 17697, in Foro it., 2013, I, 870, e in Giust. civ., 2012, I, 2564, per cui è rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 146, 1° e 2° comma l.n. per eccesso di delega (e ciò con riferimento all'art. 76 Cost. e ai principi e criteri direttivi di cui all'art. 7 legge 28 novembre 2005, n. 246, e segnatamente al 1° comma, lett. e, n. 3, il quale concerne unicamente la previsione della sospensione della prescrizione in caso di procedimento penale, mentre non riguarda la disciplina dell'interruzione della prescrizione, né l'allungamento del relativo termine).

Nello stesso senso, anche successivamente, Cass., 20 dicembre 2012, n. 23683, in Foro it., 2013, I, 870, con nota di F.S. DAMIANI.

(21) Si veda Corte Cost., 6 ottobre 2014, n. 229, in Notariato, 2014, 639 (con osservazioni di G. LAURINI, in Notariato, 2014, 577) che ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 146, 1° e 2° comma, essendo escluso che le modifiche introdotte con il d. lgs. 1° agosto 2006, n. 249, abbiano violato i parametri costituzionali e i principi posti dal legislatore delegante, "trattandosi di scelte del legislatore delegato coerenti con gli indirizzi generali della delega e compatibili con la ratio di questa".

In effetti - spiega la Corte - "l'art. 76 Cost. non osta all'emanazione di norme che rappresentino un coerente sviluppo e, nella specie, come in precedenza posto in rilievo, un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante, poiché deve escludersi che la funzione del legislatore delegato sia limitata ad una mera scansione linguistica delle previsioni stabilite dal primo; dunque, nell'attuazione delle delega è possibile valutare le situazioni giuridiche da regolamentare ed effettuare le conseguenti scelte, nella fisiologica attività di riempimento che lega i due livelli normativi (sentenze n. 98 del 2008 e n. 163 del 2000)".

(22) Per G. LAURINI, in Notariato, 2014, 577, la Corte Costituzionale ha evitato "il temuto colpo di spugna sui procedimenti disciplinari in corso".

(23) In tal senso, Cass., 12 settembre 2014, n. 19340.

(24) Così espressamente, Cass., 12 maggio 2003, n. 7186, e egualmente App. Milano, 19 dicembre 2014.

(25) In questi termini Cass., 13 marzo 2012, n. 4001, in Giust. Civ., 2013, 2013, I, 707, che richiama l'analoga situazione per i magistrati, che ritiene applicabile "con gli opportuni adattamenti".

Si ricordi peraltro che, con riferimento all'Ordine degli avvocati, la legge dispone che non si può pronunciare la cancellazione dall'albo a richiesta dell'interessato quando sia in corso un procedimento disciplinare (art. 17.16 l.p.f.). E' questo un principio già esistente anche nella legislazione passata, "allo scopo di evitare che la cancellazione sia richiesta strumentalmente quale mezzo per eludere il procedimento disciplinare e la sanzione" (così, R. DANOVI, La nuova legge professionale forense, Milano, 2014, 44).

(26) Così CO.RE.DI. Trentino Alto Adige, 30 luglio 2008, n. 3339, per cui non viene meno il potere-dovere della CO.RE.DI. di conoscere della infrazione.

Più in generale (per il caso di uno sportivo tesserato alla Federazione Tennis), si veda TAR LAZIO Roma 20 dicembre 2010, n. 37668, che pone in evidenza il momento in cui il fatto imputato all'interessato si è verificato e con la relativa contestazione è iniziato il procedimento disciplinare: si tratta infatti di un principio inizialmente codificato per i pubblici dipendenti, al quale la giurisprudenza del giudice amministrativo ha attribuito valenza generale in ragione della sua ragionevolezza.

(27) In tal senso Cons. Stato, 6 novembre 1996, n. 1186; e negli stessi termini App. Roma, 26 maggio - 24 giugno 2014, n. 131, che distingue il pensionamento del notaio e il suo collocamento a riposo dalla diversa ipotesi di richiesta di dispensa.

(28) Così testualmente App. Roma, 26 maggio - 24 giugno 2014, n. 131, per cui "in ipotesi di dispensa per rinuncia ex art. 31 l. not. dalle funzioni notarili, la dispensa incide unicamente sull'esercizio di dette funzioni e non sullo status di notaio che una volta conseguito permane, sia pure in stato di quiescenza, potendo il notaio essere sempre riammesso all'esercizio delle funzioni (cfr. Cons. Stato sez. IV, 25.5.1996 n. 788; Cons. Stato, 6.11.1996, n. 1186). Ciò comporta, ad avviso della Corte, atteso il carattere non definitivo della cessazione dalle funzioni in ipotesi di dispensa per rinuncia (diversamente da quanto accade per la cessazione per raggiunti limiti di età), che deve ritenersi che permanga l'interesse dell'Ordine notarile alla statuizione sulla sanzione disciplinare".

(29) Per il termine di un anno si veda Cass., 5 giugno 2014, n. 12672.

Per la notifica al P.G. si veda Cass., 25 maggio 2011, n. 11502.

(30) Così Cass., 16 ottobre 2012, n. 17697, e nello stesso senso A. DI PORTO, Riflettori accesi sul disciplinare notarile, in Notariato, 2013, 7. Si veda anche Cass., 23 marzo 2010, n. 6937, e Cass., 16 ottobre 2012, n. 17697.

(31) Cass., 23 aprile 2013, n. 9793.

(32) Si veda su questi punti ancora A. DI PORTO, Riflettori accesi sul disciplinare notarile, in Notariato, 2013, 7. In verità l'ammissibilità del deposito di memoria è riconosciuta in tutti i riti del giudizio di legittimità (artt. 378, 380 bis e 380 ter c.p.c.).

(33) Si veda R. DANOVI, I principi fondamentali della deontologia, in Giur. it., 2001, 1765, e nel volume Deontologia e giustizia, Milano, 2003, 8.

(34) Sulla potestà disciplinare e sulla giuridicità dell'ordinamento si veda, per quanto riguarda la professione forense, R. DANOVI, Il nuovo codice deontologico forense, Milano, 2014, 16.

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