La rettifica degli atti mediante certificazione notarile
La rettifica degli atti mediante certificazione notarile
di Marcello Cosio
Conservatore Archivio Notarile di Roma

1. Premessa

L'art. 59-bis L.N., introdotto dal d.lgs. 2 luglio 2010 n. 110, sta trovando diffusione nella prassi notarile. Peraltro, l'avvento della nuova disposizione appare aver accentuato l'attenzione degli organi ispezionanti anche nei confronti dei tradizionali atti di rettifica ricevuti in presenza delle parti originarie. Qualche caso è stato oggetto di discussione nel corso delle ispezioni biennali e si sono svolti alcuni procedimenti disciplinari innanzi alle Commissioni di disciplina.

Esamineremo alcune questioni che sono state poste in concreto, non mancando di segnalare le soluzioni che appaiono consolidarsi, anche a seguito delle ispezioni.

Com'è noto l'art. 59-bis LN, prevede che: «Il notaio ha facoltà di rettificare, fatti salvi i diritti dei terzi, un atto pubblico o una scrittura privata autenticata, contenente errori od omissioni materiali relativi a dati preesistenti alla sua redazione, provvedendovi, anche ai fini dell'esecuzione della pubblicità, mediante propria certificazione contenuta in atto pubblico da lui formato.»

La norma trova applicazione sia per gli atti su supporto cartaceo che per quelli redatti con modalità informatiche.

L'opinione comune ritiene che la norma, nonostante abbia riconosciuto al notaio, quale pubblico ufficiale, il potere di provvedere autonomamente alla rettifica mediante una "propria certificazione contenuta in atto pubblico", anche in assenza delle parti originarie, non ha eliminato il tradizionale atto di rettifica con la presenza delle parti, che da tempo è stato considerato rimedio di carattere generale che trova fondamento nei principi generali della buona fede e della conservazione del contratto[1].

Con l'art. 59-bis, secondo i primi commentatori, si é inteso inserire uno strumento ulteriore, fortemente innovativo, che può essere utilizzato sia nei casi in cui le parti siano reperibili ma anche quando, per varie ragioni, la rettifica delle parti originarie non possa intervenire (persone defunte o irreperibili, società estinte, etc.). In tal modo si è inteso evitare, in un'ottica di semplificazione, la via obbligata del ricorso alla giurisdizione riconoscendo al notaio, quale soggetto super partes, il compito di procedere in via autonoma alla correzione dei dati errati, con l'esecuzione delle eventuali consequenziali formalità pubblicitarie.

Ed è utile evidenziare un importante elemento differenziale con le altre ipotesi di rettifica previste dalla normativa, che di regola riconoscono esclusivamente all'autore dell'atto/provvedimento la facoltà di rettificarlo, mentre, nel caso di specie, si consente ad un pubblico ufficiale di poter correggere errori non solo propri ma commessi da altri pubblici ufficiali o dalle stesse parti[2], ruolo che ancora una volta avvicina la figura del notaio più al giudice che all'avvocato.

2. Atti che possono essere rettificati

Il primo comma dell'art. 65 della legge delega (legge 18 giugno 2009 n. 69) conferiva, tra l'altro, la delega al governo relativamente "alla rettifica di errori di trascrizioni di dati degli atti notarili". Nell'art. 59-bis L.N. non è stato inserito l'attributo "notarile" e vi è un generico riferimento all'atto pubblico, oltre che alla scrittura privata autenticata (la rettifica notarile non é prevista per le "scritture private", che quindi saranno rettificabili solo dalle parti). Tale intervento del Legislatore delegato appare consentire, unitamente ad altre considerazioni che di seguito si esporranno, l'intervento del notaio anche nei confronti di atti ricevuti da pubblici ufficiali diversi dai notai.

2.1 Atti di altri pubblici ufficiali

La nuova previsione normativa accomuna due documenti[3] che, pur equiparati dal punto di vista del controllo di legalità affidato al notaio (art. 28 L.N. e art. 25, comma 2, del d.lgs. n. 82/2005, c.d. CAD, che disciplina l'"autenticazione della firma elettronica"[4]), rimangono contraddistinti da rilevanti differenze nella vigente legislazione, per le particolari formalità redazionali e le più impegnative attività che devono essere svolte dal notaio nel ricevimento dell'atto pubblico e per la diversa efficacia probatoria che hanno. Tanto si constata nella consapevolezza del processo che da alcuni decenni, grazie agli sforzi del Notariato, tende a rendere sempre più analogo il ruolo del notaio per entrambi i documenti, riducendo le differenze tra gli stessi.

In sintesi, secondo l'opinione tradizionale il notaio solo nel ricevimento dell'atto pubblico è tenuto ad indagare la volontà delle parti e a dirigere personalmente la compilazione dell'atto (rispondendone disciplinarmente per l'art. 47 L.N., oltre che civilmente), a svolgere in modo pieno la c.d. funzione di adeguamento e il ruolo di "documentatore ufficiale"[5].

Nell'atto pubblico il notaio assume certamente la paternità materiale del documento, mentre la paternità immateriale della dichiarazione rimane sicuramente delle parti[6]. Nella scrittura privata autenticata, invece le parti, senza che rilevi a questi fini chi abbia scritto il testo, assumono la paternità sia materiale del testo che della dichiarazione.

Ed è utile ricordare che l'art. 16, secondo comma, del DPR n. 513 del 1997 (Regolamento recante criteri e modalità per la formazione, l'archiviazione e la trasmissione di documenti con strumenti informatici e telematici, a norma dell'art. 15, comma 2, della legge 15 marzo 1997, n. 59)[7], aveva previsto che l'autenticazione della firma elettronica consisteva, tra l'altro, anche nell'attestazione da parte del pubblico ufficiale "del fatto che il documento sottoscritto risponde alla volontà della parte"; tale disposizione, ormai non più in vigore, non è stata però riproposta nel CAD.

Da ultimo, nel primo schema del regolamento recante la determinazione dei parametri per oneri e contribuzioni dovuti alle Casse professionali e agli Archivi - redatto a norma dell'articolo 9, comma 2, secondo e terzo periodo, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1-, erano stati previsti parametri identici per gli atti pubblici e le scritture private autenticate, equiparazione che era stata giustificata nella relazione ministeriale di accompagnamento in considerazione dell'analogia dei compiti di conservazione e di controllo per le due tipologie di atti. Il Consiglio di Stato[8] ha poi suggerito di mantenere nel decreto comunque una differenziazione dei parametri, riducendo seppure in misura lieve, quelli delle scritture private autenticate, scelta che è poi stata fatta propria dal D.M. 27 novembre 2012 , n. 265.

Peraltro, appare apprezzabile e condivisibile lo sforzo del Notariato che persegue un innalzamento degli standard di qualità della prestazione anche nella scrittura privata autenticata[9], di estendere anche alla autenticazione delle firme nella scrittura privata la norma che impone al notaio di svolgere quelle numerose attività nelle quali si sostanzia l'indagine della volontà (art. 42, comma 1), come avvenuto in occasione dell'aggiornamento nel 2008 dei principi di deontologia professionale e come ribadito dalla circolare dell'11 ottobre 2011 del Consiglio Nazionale del Notariato, con la quale, individuando le linee guida per dare attuazione alla normativa in materia di mediazione civile (D.Lgs. n. 28 del 2010, art. 11, comma 3), il notaio è stato richiamato non solo a svolgere il controllo di legalità sulla scrittura privata che si appresta ad autenticare, ma anche l'indagine della volontà delle parti.

Tali interventi, peraltro opportunamente limitati all'obbligo di svolgere l'indagine della volontà delle parti, non giustificherebbero comunque, a mio avviso, nel caso di loro violazione occorsa in scritture private con sottoscrizioni autenticate, l'applicabilità delle specifiche conseguenze, in termini di invalidità (art. 58 n. 4), L.N.) e responsabilità disciplinare (art. 138 l.N.), previste per la violazione delle prescrizioni dell'art. 47 L.N.[10] negli atti pubblici, anche se potrebbero prospettarsi profili di responsabilità disciplinare - ai sensi dell'art. 147 L.N. – e, a seconda i casi, di responsabilità civile per il notaio[11].

Se le precedenti considerazioni si ritengono condivisibili, si può ritenere che il notaio che rettifica una scrittura privata con sottoscrizioni da lui autenticate è comunque un soggetto che, in astratto, non è considerato dall'ordinamento vigente autore materiale del documento.

Ne consegue che appare legittimo interpretare l'art. 59-bis L.N. nel senso che è indifferente che il notaio che rettifica un atto abbia o meno indagato la volontà delle parti e che sia autore materiale del testo da rettificare.

Inoltre, essendo stata ammessa la rettifica delle scritture private autenticate, si può ritenere che il notaio può rettificare un atto anche nel caso in cui non abbia avuto percezione diretta di quanto dichiarato dalle parti e dei fatti rappresentati nel documento, elemento caratterizzante tradizionalmente l'atto pubblico.

In assenza di una norma ostativa, appare consentita la rettifica del notaio anche di atti ricevuti e autenticati da altri pubblici ufficiali, per come già si verifica nella prassi.

Tale affermazione, come già segnalato dai commentatori della disposizione, trova ulteriore conferma nella materialità degli errori e delle omissioni rettificabili[12].

2.2 Rettificabilità dello statuto societario

Per quanto riguarda l'ambito dei documenti ai quali è applicabile l'art. 59-bis, considerato che tale norma non si applica alle scritture private, ci si chiede se il notaio possa rettificare uno statuto di società di capitale allegato ad un atto notarile.

Non entro nel noto dibattito, che esula da questo intervento, circa la forma che dovrebbe essere adottata per lo statuto redatto con atto separato rispetto a quello costitutivo - dibattito che non presenta orientamenti univoci in dottrina e giurisprudenza sia prima che dopo la riforma del 2003-, se per lo statuto devono intendersi richiesti gli stessi requisiti di forma dell'atto costitutivo o comunque solo alcune formalità richieste dalla normativa notarile (tali da farlo comunque ritenere "un unico atto pubblico con l'atto costitutivo") o se invece lo statuto, redatto senza alcuna formalità, possa considerarsi un semplice allegato. Riterrei che la rettifica dello statuto, anche quando non siano state adottate le formalità dell'atto pubblico ma quelle proprie dell'allegato, costituendo lo statuto ex lege - ai sensi dell'art. 2328, comma 3, cod.civ. - "parte integrante dell'atto costitutivo" (a tal punto che in caso di contrasto tra le clausole dell'atto costitutivo e quelle dello statuto prevalgono le seconde), possa ritenersi ammissibile così come quella dell'atto costitutivo; non per nulla, nel disciplinare notarile, si è ritenuto responsabile il notaio (ai sensi dell'art. 28 L.N.) delle eventuali clausole nulle contenute nello statuto e nel caso di gravi incoerenze riscontrate nel testo dello statuto allegato si è applicato l'art. 47 L.N.[13]

2.3 Atti non rettificabili

E' opinione diffusa che[14], oltre agli atti pubblici notarili, sarebbero rettificabili anche quelli in forma pubblica amministrativa, provenienti da pubblici ufficiali autorizzati alla stipulazione ed aventi contenuto negoziale (es. art. 16 r.d. 18 novembre 1923 n. 2440 e artt. 95 e 96 R.D. 23 maggio 1924 n. 827; art. 97 lett. c, del d.lgs. 18 agosto 2000 n. 267), soggetti per le formalità di redazione alla legge notarile. Tale affermazione non sembra porsi in contrasto con il primo comma dell'art. 65 della legge n. 69/2009, che conferiva la delega con riferimento alla rettifica "di dati degli atti notarili". Appare sostenibile che l'art. 59 bis possa applicarsi se gli atti in questione non investono situazioni giuridiche pubblicistiche, bensì situazioni giuridiche rientranti nella sfera del diritto privato (si pensi alla rettifica di una procura consolare), ritenendo che tali atti rientrino o comunque siano del tutto assimilabili, anche per la disciplina che li regolano, agli atti notarili. In altri casi di atti aventi contenuto negoziale riguardanti Amministrazioni o Enti pubblici, i presupposti dell'intervento del notaio dovrebbero essere vagliati caso per caso, considerate le particolari procedure previste per la formazione e la manifestazione della volontà dei soggetti pubblici.

Entro l'ambito della delega non dovrebbero ritenersi compresi, tra gli atti rettificabili, gli atti amministrativi, anche perché la rettifica sarebbe affidata in via esclusiva all'autorità promanante. Non si ritengono rettificabili da parte dei notai gli "errori materiali" che affliggono i provvedimenti giudiziari, che possono essere corretti solo in sede giudiziaria con la procedura delineata negli artt. 287 ss. c.p.c., oltre con l'eventuale impugnazione, e a maggior ragione il c.d. "errore fatto", quello derivante dall'inesatta valutazione compiuta dal giudice sugli atti e documenti di causa, che può essere eliminato processualmente con l'impugnazione ed anche con la revisione.

Si può ricondurre a queste sintetiche considerazioni la decisione della COREDI Toscana 3 ottobre 2013, che ha affermato la responsabilità disciplinare del notaio (per violazione dell'art. 28 LN), per aver consentito la "rettifica", mediante una scrittura privata con le sottoscrizioni delle parti interessate autenticate dal notaio, di un decreto di trasferimento del Tribunale di Firenze, emesso in una procedura d'esecuzione immobiliare. Secondo le parti dell'atto di rettifica, in tale decreto, per mero errore materiale, mancava l'indicazione di una particella catastale. La Commissione di disciplina ha ritenuto che nel caso di specie ricorre una manifesta violazione dell'ordine pubblico, in quanto sarebbe stata lesa la riserva propria della Magistratura del ruolo decisorio nei conflitti tra privati e l'atto di rettifica sarebbe sostitutivo del rimedio previsto dall'art. 287 c.p.c.. Inoltre, si è rilevato, che il giudice dell'esecuzione dispone del potere di revoca e modifica delle proprie ordinanze ed anche dei decreti che non abbiano carattere decisorio (come quello rettificato); sarebbe bastato chiedere un nuovo decreto di precisazione delle particelle per ottenere il risultato che si è inteso perseguire con l'atto di rettifica.

Tali conclusioni devono essere tenute presenti, con analisi da effettuare caso per caso, se ricorrano errori materiali riguardanti atti pubblici che il notaio riceve (per es. il verbale di gara o d'incanto) quale delegato del giudice nell'ambito delle procedure esecutive (art. 591-bis c.p.c.) o in quelle fallimentari (art. 107, secondo comma, L.F.)[15]; ogniqualvolta tali atti, per quanto sia loro riconosciuta la natura di atti pubblici, siano da considerare svolti in funzione endoprocedimentale, siano soggetti ai poteri del giudice e ai rimedi previsti dall'ordinamento processuale ed, in particolare, al meccanismo correttivo dell'art. 287 c.p.c., l'atto di rettifica notarile si deve intendere vietato.

3. I presupposti della rettifica

L'ammissibilità della rettifica incontra, nell'art. 59 bis, espressi limiti testuali, in quanto deve riguardare "errori od omissioni materiali relativi a dati preesistenti" alla redazione dell'atto da rettificare[16].

Secondo l'opinione dominante, l'atto di rettifica del notaio sarebbe espressione di una attività di certificazione, di una dichiarazione di scienza ricognitiva e accertativa dei soli elementi non idoneamente rappresentati nel documento (in cui è incorporato il testo risultato dell'attività di espressione), erroneamente riportati o "trascritti" nel documento e che il legislatore, con valutazione legale tipica, ha fatto coincidere con gli errori od omissioni "materiali", non riguardanti vizi della volontà né vizi della dichiarazioni che possano dare luogo ad invalidità. La rettifica non sarebbe idonea a produrre effetti novativi, attributivi o traslativi.

La materialità dell'errore è stata individuata quale comune denominatore delle molteplici previsioni normative che ammettono la rettifica in altri settori dell'ordinamento, disposizioni dalle quali si ricava con certezza che lo strumento non può riguardare il processo di formazione della volontà delle parti (per gli atti a contenuto negoziale) e, per le dichiarazioni di scienza, non può intervenire a correggere errori circa la rappresentazione della realtà così come formata nel dichiarante.

Si è peraltro segnalato che l'atto di rettifica notarile non appare riconducibile ad una mera attività di certificazione, se si considera che con l'atto di rettifica si provvede anche alla "correzione" di un documento, ossia all'enunciazione del reale contenuto del dato "oggettivo" cui l'enunciazione erronea si riferiva. Il notaio non si limita ad accertare e certificare l'esistenza di un errore, ma provvede anche ad attestare, sulla scorta dell'esperienza delle rettifiche previste da altre normative, il reale contenuto del dato oggettivo cui l'enunciazione erronea si riferiva[17]. Si potrebbe affermare che nel momento in cui l'atto di rettifica incide sull'atto rettificato, forse più significativa appare la nozione di "atto integrativo" che ben descrive l'ipotesi di un unico atto, in senso sostanziale, il cui contenuto è desumibile dal combinato disposto di due espressioni formali, di cui la seconda corregge la prima[18].

3.1 Dati preesistenti alla redazione dell'atto

Non qualsiasi errore materiale può essere rettificato ma esclusivamente quello che riguarda "dati preesistenti alla sua redazione".

E' evidente, anche per quanto si dirà in proseguo, che l'errore o l'omissione "materiale" che viene commesso (dal notaio o dalle parti, nella scrittura privata) è sempre generato in occasione della redazione dell'atto, risolvendosi in un errore di "trascrizione" (errore che non può essere anteriore o successivo alla redazione dell'atto).

Ragionando in astratto, possiamo immaginare che l'errore materiale invece può riferirsi sia a dati che già esistono anteriormente alla redazione dell'atto (dati anagrafici, dati catastali, …) ed anche a dati che si generano con la redazione dell'atto stesso (ad esempio, elementi della dichiarazione delle parti[19]).

Ma la dottrina tradizionale, ha escluso che l'atto di rettifica (con particolare riferimento alla rettifica di un atto pubblico) possa intervenire su dati che "si generano in occasione del ricevimento dell'atto"[20], essendo la rettifica notarile concepibile, nella prospettiva giuridica, solo per errori su dati preesistenti. Questa opzione è stata la scelta chiara, testuale, adottata del Legislatore del 2010, scelta che si riconnette ad esigenze di sicurezza, di certezza giuridica e ai principi propri dei documenti dotati di valore probatorio privilegiato e che rispecchia tradizionali riflessioni sui limiti della rettifica degli atti pubblici.

In particolare, con riferimento all'atto pubblico, la rettifica non può riguardare fatti attestati nel documento (perché avvenuti in presenza del notaio o da lui compiuti relativamente alla redazione dell'atto pubblico), che non possono trovare in alcun modo prova al di fuori dell'atto pubblico (in documenti preesistenti).

Tale limitazione viene ricavata dal principio di contestualità, completezza e definitività dell'atto notarile, che connota questo tipo di atto pubblico differenziandolo da altri atti pubblici che hanno un procedimento di formazione parzialmente diverso[21].

Per un verso, l'atto pubblico, quale documento che fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza, o da lui compiuti, rende inammissibile, nell'ambito della sua fisionomia di mezzo di prova privilegiato, una rettifica stragiudiziale, trattandosi di materia indisponibile dalle parti e dal pubblico ufficiale, essendo l'efficacia probatoria caducabile esclusivamente in via giudiziale[22]. Una rettifica può ammettersi, come da tempo ritenuto, solo per errori materiali che riguardano dati preesistenti.

Ed infatti, come si è affermato anche in passato, il principio di contestualità vale anche per l'atto pubblico di rettifica[23], nel ricevimento del quale il notaio deve necessariamente avere una percezione diretta della realtà erroneamente rappresentata nell'atto anteriore oggetto della rettifica, che non può che scaturire da "documenti", dopo una verifica di carattere immediato ed oggettivo[24]. La dottrina segnala come sia preclusa la possibilità di ricostruire un fatto documentato in termini di verità o falsità allorché si richieda un'attività valutativa di accertamento, senza la possibilità di un riscontro di "dati contestuali all'atto di rettifica"[25].

E questa scelta non poteva che valere anche per le scritture private autenticate che - pur essendo il ruolo del notaio (e la percezione della realtà collegata alla redazione del documento) molto più circoscritto di quello svolto nell'atto pubblico (tanto che il notaio, per come già esposto, non può di regola neppure considerarsi autore materiale del documento) - con l'autenticazione delle sottoscrizioni acquistano fede privilegiata in merito alla provenienza materiale dell'atto dal soggetto che ne abbia effettuato la sottoscrizione, efficacia che può essere rimossa solo attraverso la querela di falso.

Ne consegue che, a titolo esemplificativo, il notaio non può ricevere un atto di rettifica per inserire a posteriori in un atto pubblico ricevuto le eventuali menzioni mancanti, allo scopo di evitare sanzioni disciplinari (per esempio, si dimentica di attestare che la lettura degli allegati e/o dell'atto è avvenuta in presenza dei testimoni); si tratta di attestazioni che devono essere effettuate dal notaio "nel farsi dell'atto pubblico" e che, in quanto tali, non possono considerarsi preesistenti alla sua redazione.

Per tale motivo non sento di condividere quella decisione (COREDI Sicilia n. 23 del 2014) che ha ammesso che il notaio possa modificare, allo scopo di evitare l'applicazione di sanzioni disciplinari, l'ora di ricevimento indicata nell'atto con un atto di rettifica, considerato che consentire la rettifica in casi simili appare del tutto in contrasto con la lettera della norma e con lo spirito della previsione. E a tal proposito appare opportuno esaminare una ulteriore esemplificazione. Se si dovesse verificare l'esigenza di rettificare ai sensi dell'art. 59-bis L.N. l'importo di uno degli assegni consegnati a titolo di prezzo, come indicati nelle modalità di pagamento del prezzo ai sensi della legge "Bersani", la rettifica appare praticabile in quanto tale dato risulterebbe da dati che non sono "generati dalla redazione dell'atto", bensì opera delle parti e preesistenti alla loro rappresentazione nell'atto. Pertanto, trattandosi di dati risultanti da documenti di vario genere (dagli assegni, da estratti conto, …) il loro accertamento dovrebbe essere in ogni momento possibile. In un caso del genere la liceità della rettifica appare giustificata "dalle stesse risultanze documentali, non alterabili, che ne hanno prodotto l'erroneità dei corrispondenti dati"[26].

3.2 Errore od omissione materiale

Analizzando le norme che in ambito processuale, normativo e amministrativo prevedono il concetto di "rettifica", riscontriamo un dato incontroverso: la rettifica costituisce la modificazione di un provvedimento decisorio, relativamente ad elementi non destinati a modificare il decisum, non rilevanti ai fini della validità dell'atto e che riguardano la redazione del documento ed errori o omissioni che siano correggibili, che coincidono con vizi/anormalità di "scarso rilievo" del provvedimento emanato, che vengono indicati come "errori materiali".

Ed anche in ambito notarile, la rettifica stragiudiziale è stata ammessa in presenza di un mero errore od omissione materiale, che riguarda, secondo i primi commentatori, la redazione del documento in sé considerato, l'esteriorizzazione della volontà delle parti e non il processo formativo della stessa, né la presenza di una difformità tra volontà dichiarata e volontà ipotetica (che darebbe luogo ad un errore ostativo - art. 1433 c.c.- e all'annullabilità del negozio).

L'errore materiale di trascrizione dovrebbe riguardare l'attività di "incorporazione del testo (risultato dell'espressione della dichiarazione) nel documento"; l'errore sarebbe costituito da una "errata traduzione in segni grafici degli elementi propri o individuatori di una persona o di una cosa (quindi può riguardare i dati catastali, le indicazioni anagrafiche, ed anche i riferimenti dei contratti riportati nel documento, l'indicazione di provvedimenti amministrativi, di norme richiamate, …).

Anche per la rettifica notarile si ritiene che l'errore, dovendo essere "materiale", deve riguardare elementi non destinati a modificare il decisum.

Inoltre, il riferimento ai "dati preesistenti" esclude inequivocabilmente la rettifica della dichiarazione di volontà delle parti, che è un dato formatosi contestualmente all'atto da rettificare.

Si precisa poi che nel testo da rettificare devono essere chiari gli accordi delle parti, il decisum deve essere espresso univocamente; l'errore deve riguardare elementi di minor rilevanza, che non devono aver ingenerato incertezza sull'oggetto dell'accordo delle parti e sugli elementi essenziali dell'atto.

Si esclude decisamente che con la rettifica non si possa porre rimedio ad "incertezze" sul contenuto sostanziale del negozio posto in essere, essendo oggetto della rettifica non la "ricostruzione" del processo mentale e psicologico che ha condotto alla formazione dell'atto errato, bensì l'individuazione e correzione dell'errore su basi rigorosamente oggettive e documentali, senza che sia necessaria un'attività di "interpretazione" [27]

Si predica l'inequivocità dell'errore e l'assenza di discrezionalità in capo al soggetto chiamato a correggerlo. L'errore (per es. sui dati catastali) non deve produrre ambiguità ed oscurità sull'oggetto del negozio. La possibilità di interpretazioni alternative escluderebbe la correzione materiale; si dovrebbe far ricorso ad un negozio di accertamento, ad una transazione ovvero all'accertamento giudiziale.

Se l'errore crea una oscurità del testo non superabile, tale da costituire una indeterminatezza dell'oggetto, della causa del contratto, di una clausola, potrebbe concretizzarsi un'ipotesi si nullità dell'atto. E se l'errore ricorre in un atto pubblico, se anche l'oscurità del testo non comporti la nullità dell'atto, potrebbe ricorrere la violazione dell'art. 47 L.N., mentre gli "errori rettificabili", proprio perché materiali e non incidenti sul decisum, non appaiono riconducibili a tale tipo di violazione, se si ritiene che la predetta violazione sussiste solo in casi di comportamenti estremamente gravi[28].

3.3 Riconoscibilità dell'errore materiale

Altra questione importante che si pone nella prassi é quella della riconoscibilità dell'errore materiale.

La riconoscibilità intesa come circostanza che l'errore sia rilevabile ictu oculi dalla lettura del documento, di solito è ritenuta elemento caratterizzante l'errore delle sentenze.

Tale elemento sembra che debba essere presente, seppure in un significato diverso da quello presente nell'ambito giurisdizionale, anche per gli atti rettificabili dal notaio, in quanto collegato alla tipologia di errore emendabile (riguardante la redazione del documento) e alla sua "materialità" oltre all'affermazione che il principio di contestualità deve essere applicato anche all'atto pubblico di rettifica.

Di regola ci riferiamo a due tipi di evenienze:

1. nei casi più semplici, l'errore (pur dovendosi riferire a "dati preesistenti") può emergere (essere immediatamente percepibile) dallo stesso documento da rettificare, costituendo svista di assoluta evidenza, emendabile utilizzando i criteri che emergono dall'atto stesso da rettificare o da documenti richiamati per relationem[29];

2. in altri casi l'errore non sarà immediatamente percepibile mediante il solo documento da rettificare; l'errore emergerà mediante il necessario raffronto di quanto contenuto nel testo (rilevabili quindi dalla lettura del documento) con dati contenuti in altri documenti o in pubblici registri, aventi la medesima efficacia probatoria del documento contenente l'errore. Anche in questo caso l'errore sarà comunque riconoscibile perché nel documento da rettificare sono presenti elementi che rendono riconoscibile, seppure non in forma sufficiente, l'errore materiale.

Occorrerà quindi un "riscontro oggettivo rinvenuto direttamente nell'atto rettificando, ovvero per relationem", che soddisfi il principio della contestualità che riguarda anche l'atto di rettifica ricevuto per atto pubblico, con conoscenza dei dati acquisita dal notaio mediante prove documentali o tratte da pubblici registri[30].

A tal proposito, appare utile raccomandare di inserire negli atti, nella descrizione dei beni immobili, oltre ai dati catastali e agli altri dati (confini, consistenza, …) che consentono di individuare il bene oggetto dell'atto, espressioni tranchant – ad esempio, "trasferisco tutta la proprietà immobiliare di cui sono proprietario in forza dell'atto di provenienza…", ovvero "nel comune di …", -, con l'indicazione di una regola determinativa o un riferimento determinativo dell'oggetto dell'atto che possano consentire una chiara identificazione dell'accordo delle parti (come risultante nel documento da rettificare) anche quando vi sia un contrasto tra dati esatti e dati errati.

Lo stesso vale, ad esempio, nel caso di trasferimento di una quota di proprietà o nel caso di errori riguardanti pertinenze, in cui molto spesso l'errore risulta non rettificabile, per la mancanza di elementi inequivoci che escludano interpretazioni alternative del dato che si considera errato o mancante. Se nell'atto viene trasferita una quota molto minore di quella di proprietà, come si fa ad affermare che la dichiarazione non sia corrispondente a quella voluta ? come si fa ad affermare che ricorre un mero errore materiale ? se per esempio si affermasse nell'atto che il venditore vendeva "l'intera" quota di sua proprietà, anche indicando l'atto di provenienza in cui la quota era esattamente definita, forse la rettifica potrebbe ritenersi ammissibile.

In conclusione, il notaio non può esprimere un giudizio come in un processo di accertamento innanzi al giudice, non può fare ricorso a tutti i mezzi probatori e genericamente ai criteri di giudizio di un processo civile; la prova dell'errore deve avvenire mediante documenti o la consultazione di pubblici registri che consentano oggettivamente la "certificazione del notaio".

3.4 L'omissione

L'errore materiale può consistere, per espressa disposizione di legge, in una "omissione" (errore negativo). Per la sua correzione non deve essere necessaria una attività di interpretazione, non ammessa.

Come affermato dalla dottrina, per sua intrinseca natura, l'omissione tollera meno dell'errore positivo l'integrazione mediante il riscontro di documenti diversi rispetto all'atto da rettificare (si tratta, comunque, di aspetto da verificarsi caso per caso, tenendo sempre presente la regola per cui non deve in alcun modo farsi luogo ad attività di "interpretazione").

Nel caso di "omissione", l'errore deve cadere su un "dato" che ancorché non espresso a causa dell'omissione, sia comunque ricavabile inequivocabilmente dall'atto da rettificare, e non rappresentare invece una "assenza di decisione" su quel punto. Detto in altri termini, la lacuna è "materiale" solo quando nell'atto sia ravvisabile con assoluta certezza il positivo atto di volizione del suo autore; cosicché l'integrazione dell'atto consista in un'operazione "meramente meccanica"[31].

E' ovvio che l'omissione, o lacuna, per costituire oggetto di rettifica, non deve aver dato luogo a nullità.

3.5 Il limite dell'invalidità dell'atto

Altro limite, non espresso ma sistemico, è che la rettifica non può essere utilizzata per "sanare" eventuali nullità dell'atto, essendo di regola la nullità insanabile, indisponibile, rilevabile dal giudice; per tale invalidità sono previsti meccanismi di salvaguardia diversi dalla rettifica, come ad esempio la conferma (prevista ad esempio dalla legislazione urbanistica) o la conversione del negozio nullo, oppure la strada obbligata è quella della rinnovazione del contratto[32].

Pertanto, la rettifica è da escludere anche quando il dato errato od omesso - pur se "preesistente" all'atto - abbia determinato l'invalidità dell'atto (in particolare la nullità dell'atto). Ad esempio: se le parti affermano che in un atto di compravendita, per mero errore materiale, non era stato indicato un ulteriore terreno, se all'atto da rettificare era allegato un cdu non contenente la particella catastale relativa al terreno mancante, anche ove ricorressero elementi che manifestano l'errore materiale, lo strumento della rettifica non dovrebbe essere utilizzato, dovendosi ritenere il trasferimento originario, proprio con riferimento al dato mancante, invalido per mancanza di CDU (in questo caso dovrebbe invece provvedersi alla conferma dell'atto, atto ben diverso dalla rettifica).

4.Violazioni dell'art. 59-bis L.N.

In merito agli aspetti disciplinari occorre preliminarmente rilevare che l'argomento non risulta approfondito nei commenti della norma e appare piuttosto complesso, anche alla luce di alcune decisioni delle Commissioni di disciplina.

Ci limiteremo in merito ad alcune brevi considerazioni consapevoli che in materia sono necessari maggiori approfondimenti.

Preliminarmente occorre osservare che, nel caso in cui l'art. 59-bis L.N. venga utilizzato dal notaio fuori dai casi consentiti, non risulta prevista una espressa previsione di nullità, neppure ricavabile dall'art. 58 L.N.

La nullità risulterebbe affermabile per violazione dell'ordine pubblico nel caso della rettifica di un atto o provvedimento avente comunque natura giurisdizionale (come ritenuto dalla citata Coredi Toscana) oppure quando l'atto di rettifica sia stato ricevuto allo scopo di evitare una nullità non confermabile, con violazione di disposizioni inderogabili del diritto civile e processuale.

Casi più complessi riguardano eventuali atti di rettifica che correggono un errore della dichiarazione della parte (art. 1433 c.c.), come tale non rettificabile dal notaio, ovvero rettificano l'atto originario, nonostante il contenuto complessivo dell'atto non consenta in modo univoco di accertare che ricorra un mero errore materiale. In tali casi la certificazione del notaio sarebbe in realtà il risultato dell'interpretazione postuma del notaio o comunque non si fonderebbe su prove documentali, correggendo indebitamente documenti in parti coperte da fede privilegiata. Pertando, sembra potersi addebitare al notaio, che non abbia rispettato i limiti previsti dall'art. 59-bis, la condotta di aver certificato, con uno strumento autoritativo, un "errore" la cui correzione è nella disponibilità (entro certi limiti) delle parti o rientra comunque nella sfera di competenza dell'autorità giudiziaria, che ha la riserva di accertare con una particolare procedura (la querela di falso), gli errori che riguardano aspetti coperti da fede privilegiata e che ha la generale competenza a dirimere gli eventuali contrasti tra le parti. Tali fattispecie sarebbero riconducibili alla violazione dell'art. 28 L.N., anche tenuto conto delle pronunce sanzionatorie relative al ricevimento da parte del notaio di verbali di constatazione non previsti dalla legge, di verbali di "inventari volontari" e alla assunzione/precostituzione di prove testimoniali, concretizzando ipotesi di nullità per violazione dell'ordine pubblico[33].

La tesi ha un suo percorso logico che dovrà essere più approfondito.

Nei casi in cui l'atto di rettifica, ricevuto in mancanza dei presupposti, non produca tali effetti e ingerenze, forse la condotta del notaio potrebbe essere considerata con parametri diversi da quelli posti dall'art. 28 L.N., ritenendo che l'atto di rettifica non ha il valore dell'atto pubblico e che lo stesso non produce comunque effetti.

La COREDI Sicilia, nell'ipotesi della modifica dell'errore riguardante l'orario di redazione dell'atto, ha ritenuto che, anche a ritenere tale rettifica non consentita, ci troveremmo innanzi ad una dichiarazione di scienza inefficace e che la condotta del notaio non può essere valutata alla luce dell'art. 28 L.N.[34]

Per concludere, ci sembra possibile affermare che l'art. 59-bis della Legge notarile rappresenti, per la sua formulazione, un buon esempio di legislazione, in quanto fornisce chiari elementi per la sua interpretazione, anche alla luce degli orientamenti dottrinari e giurisprudenziali ai quali evidentemente si rifà. In ogni caso, gli atti di rettifica notarili, molto più di altri, non possono considerarsi atti ripetitivi; è evidente che di volta in volta necessitano da parte del notaio di una attenta analisi circa la ricorrenza dei presupposti di ammissibilità della rettifica. Questo tipo di analisi si ripropone nelle ispezioni e, nei pochi casi portati all'attenzione delle Coredi, non è sembrata verifica semplice, anche con riferimento all'individuazione delle norme violate e delle eventuali sanzioni da applicare.


[1] G. IACCARINO, Rettifica unilaterale dei dati catastali, in Notariato, 2004, p. 624.

[2] L'art. 36-bis, comma 2, lett. a) e b), del d.p.r. 29 settembre 1973, n. 600 (correzione da parte dell'Amministrazione finanziaria degli errori materiali e di calcolo commessi dai contribuenti nelle dichiarazioni dei redditi, "sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalle dichiarazioni presentate e di quelli in possesso dell'anagrafe tributaria") costituisce un isolato caso di rettifica operato da chi non è autore dell'atto (in questo caso della "dichiarazione").

[3] L'atto pubblico e la scrittura privata appartengono alla categoria dei documenti (F.CARNELUTTI, Lezioni di diritto processuale, Padova, 1933, pp. 56 ss.).

[4] Il secondo comma dell'art. 25 CAD recita: "L'autenticazione della firma elettronica, anche mediante l'acquisizione digitale della sottoscrizione autografa, o di qualsiasi altro tipo di firma elettronica avanzata consiste nell'attestazione, da parte del pubblico ufficiale, che la firma e' stata apposta in sua presenza dal titolare, previo accertamento della sua identità personale, della validità dell'eventuale certificato elettronico utilizzato e del fatto che il documento sottoscritto non e' in contrasto con l'ordinamento giuridico."

[5] Come confermato dall'art. 47-ter, secondo comma, L.N. che afferma che il solo "atto pubblico informatico" è ricevuto in conformità a quanto previsto dall'articolo 47 L.N. ed è letto dal notaio mediante l'uso e il controllo personale degli strumenti informatici.

[6] Nell'atto pubblico é il notaio che trasfonde, per l'art. 47, ult. comma L.N., nell'oggettività del testo la volontà negoziale. Le parti sono considerate autori non del testo ma della dichiarazione, autori della decisione di redigere il testo e di compiere le scelte espresse nel testo, e con la sottoscrizione confermano che la dichiarazione notarile ha rappresentato fedelmente l'atto delle parti medesime, assumendone anche la paternità materiale. Si v. M.ORLANDI, La paternità delle scritture, Milano, 1997, pp. 343 e segg.

[7] Art. 16, secondo comma: "L'autenticazione della firma digitale consiste nell'attestazione, da parte del pubblico ufficiale, che la firma digitale è stata apposta in sua presenza dal titolare, previo accertamento della sua identità personale, della validità della chiave utilizzata e del fatto che il documento sottoscritto risponde alla volontà della parte e non è in contrasto con l'ordinamento giuridico ai sensi dell'art. 28, primo comma, n. 1, della legge 16 febbraio 1913, n. 89."

[8] Cons. St, Sez. normativa, parere n. 5958 nell'Adunanza del 26 luglio 2012.

[9] Come riconosciuto anche dalla recente Cass. Civ., Sez. II, 12 settembre 2014, n. 19350, che ha ritenuto che l'opera del notaio - sia esso rogante in senso proprio o certificante l'autenticità di una sottoscrizione – sia comunque diretta ad assicurare che il contenuto dell'atto sia il prodotto di un'attività cosciente e volontaria del sottoscrittore oltre che non sia contrario alla legge. Nella sentenza si richiama la giurisprudenza della Corte di Legittimità che ha ritenuto che, anche nel caso della autenticazione della scrittura privata, il notaio non possa considerarsi esentato dall'obbligo di effettuare le opportune visure e di - quantomeno - segnalare alle parti eventuali anomalie riscontrate (Cass. Civ., Sez. III, n. 2071/2013).

[10] Le Commissioni di disciplina propendono per la non applicabilità dell'art. 47 L.N. alle scritture private autenticate. Per la CO.RE.DI Puglia, 28 aprile 2011, proc. n.3/11, non viola l'art. 47 L.N., che non si riferisce alle scritture private autenticate, il notaio che ricevendo per scrittura privata autenticata un atto di cessione di quota di società in accomandita semplice riporti in modo impreciso il riepilogo delle quote, creando una contraddittorietà in ordine all'assetto finale delle quote, che comportava una situazione non perspicua della partecipazione dei soci. La CO.RE.DI. Lombardia, 15 aprile 2009, n. 36, ha ritenuto che il compito ed obbligo del notaio di indagare la volontà delle parti non assume alcun significato ed alcuna rilevanza per la autenticazione della firma; rientra però nella sfera applicativa dell'art. 47 L.N. il compito ed obbligo del notaio di compilare integralmente le autenticazioni delle firme sotto la propria direzione e responsabilità. Di diverso avviso la CO.RE.DI Toscana, 3 ottobre 2013, proc. n. 92, che in un obiter dictum, sostiene che sotto l'aspetto dell'indagine della volontà, atto pubblico e scrittura privata non differiscono, se non per il fatto che solo la seconda può giungere al notaio già predisposta, essendo identico nei due casi l'obbligo del notaio di verificare la rispondenza del relativo contenuto alla volontà delle parti, se del caso modificandolo o rendendolo più chiaro e non necessitante di complesse opere interpretative.

[11] Si tralasciano, a questi fini, le possibili responsabilità che possono prospettarsi a carico del notaio se ha redatto, oltre che l'atto di autenticazione, anche il testo della scrittura privata.

[12] G.CASU, La rettifica degli atti mediante certificazione notarile, in Quaderni della Fondazione Italiana per il notariato, n. 1/2011, pp. 190-191.

[13] La Corte di App. Milano, 11 maggio 2004, n. 1313, ha sanzionato il notaio, per violazione dell'art. 47 L.N., per aver ricevuto un atto costitutivo di s.r.l., dopo l'entrata in vigore della legge n. 340/2000, non evidenziando alle parti la disciplina contraddittoria in merito al quorum deliberativo del consiglio di amministrazione, contenuta in due commi di un articolo dello statuto, in cui si prevedeva - in una disposizione - che per la validità delle deliberazioni del consiglio di amministrazione la presenza ed il voto favorevole della maggioranza dei consiglieri in carica, ed invece, in altra disposizione, che "le deliberazioni sono prese a maggioranza assoluta dei voti presenti". La CO.RE.DI. Lombardia, 15 aprile 2009, n. 36, ha sanzionato il notaio, sempre per violazione dell'art. 47 L.N., che ha ricevuto atti costitutivi di s.r.l., verbali di assemblea straordinaria ed atti di trasformazione ai quali erano stati allegati statuti contenenti rinvii ad altri articoli dello statuto errati, che non consentivano l'interpretazione dello statuto stesso.

[14] Si v. lo Studio n. 618-2010/C di M.LEO, Osservazioni sulla rettifica degli atti "certificata" dal notaio, in Studi e materiali, 2011, 49 ss..

[15] Più complessa la questione, se il notaio agisce come delegato del curatore fallimentare (art. 104-ter L.F.). Su questi temi si veda da ultimo CNN Quesito- tributario n. 36-2004/T, est. S.CANNIZZARO e M.LEO, Procedura fallimentare- trattamento fiscale verbale di aggiudicazione immobile all'incanto.

[16] L'art. 65 della legge 18 giugno 2009 n. 69, al quinto comma, si riferiva alla rettifica di "errori od omissioni materiali di trascrizione di dati preesistenti alla redazione dell'atto".

[17] In concreto l'atto potrà dirsi idealmente diviso in tre parti: a) una prima di tipo "narrativo", in cui si individua l'atto che contiene l'errore o l'omissione da rettificare; b) ne segue una propriamente "certificativa", in cui il notaio "certifica" di aver accertato che, a seguito dell'individuazione dell'atto ed eseguito il raffronto con i dati preesistenti all'atto da rettificare, sussiste un errore od omissione (accertati in modo incontrovertibile ed evidente), in grado di essere emendato od integrato; c) seguirà poi una terza fase che propriamente contiene la "rettifica" dell'atto richiamato nella premessa e con la quale si inciderà sull'atto, correggendolo nel senso sopra indicato.

[18] Si v. lo Studio n. 230-2007/T di M.BESILAVECCHIA, Atto integrativo e di rettifica, p. 3. Nello studio si mette in risalto la duplice natura dell'azione di rettifica, che se è finalizzata, nella sostanza, a confermare gli elementi essenziali dell'atto e non ad esprimere un nuovo consenso, ha pur sempre, per definizione, un effetto modificativo che talora non è del tutto irrilevante ai fini della tassazione e dei conseguenti adempimenti pubblicitari.

[19] Per la sentenza, di regola, la correzione riguarda errori e dati che si generano in occasione della sua redazione, consistendo di solito l'errore emendabile in una "divergenza fortuita fra il giudizio e la sua espressione letterale".

[20] In tal senso lo Studio n. 618-2010/C di M.LEO, cit., par. 4, in cui si afferma che "deve trattarsi quindi di dati già formati prima della stipula", e che le intenzioni del legislatore di ammettere la rettifica dei soli dati preesistenti emergerebbero in modo netto anche dall'art. 65 della legge delega (n. 69/2009).

[21] Ad es. dal verbale del cancelliere, il cui errore può essere corretto anche mediante il riferimento ad elementi desumibili aliunde, anche in assenza di relatio formale, con riferimento ad esempio a documenti prodotti in causa ma del tutto estranei al verbale (si v. A. CACCIA, La rettifica stragiudiziale degli atti pubblici ed alcune applicazioni concernenti la L. 28 febbraio 1985 n. 47, in Vita not., 1988, p. 65).

[22]A. CACCIA, op. cit., p. 63.

[23] Che non basti ai sensi dell'art. 59-bis L.N. un mero certificato, ma che occorra un vero e proprio atto pubblico ricevuto dal notaio per operare la rettifica, è considerazione che si trae dal testo della disposizione, che fa espresso riferimento all'atto pubblico.

[24] A.SONALI, Rettifica stragiudiziale degli atti pubblici, in Vita notarile, 1970, p. 285.

[25] In tale senso A. CACCIA, op. cit., p. 78.

[26] Cfr. A. CACCIA, op. cit., p. 79.

[27] Sappiamo per certo che il compito del notaio, nel ricevimento dell'atto pubblico, di interpretare e tradurre in termini giuridico-formali detta volontà non può essere svolto "a posteriori", bensì deve realizzarsi, nell'immediatezza della relativa manifestazione alla propria presenza, nella fedele rappresentazione del contenuto della stessa, rendendone edotti i dichiaranti prima della inerente sottoscrizione. Per Cass. civ., sez. II, 5 marzo 2010, n. 5440, l'attestazione notarile contenente una specificazione del contenuto di un precedente atto pubblico redatto dallo stesso notaio rogante a guisa di "interpretazione autentica" non integra gli estremi di un nuovo atto pubblico, poiché tale forma di interpretazione può provenire solo dalle medesime parti che abbiano posto in essere la manifestazione volitiva produttiva degli effetti giuridici previsti dall'ordinamento, e non da parte di diversi soggetti, quand'anche si tratti del pubblico ufficiale che abbia rogato l' atto, il cui compito di interpretare e tradurre in termini giuridico-formali detta volontà non può essere svolto "a posteriori" (la S.C. ha, perciò, qualificato come anomala - e, quindi, improduttiva di qualsiasi legittimo effetto - la prova riconducibile alla produzione in giudizio di un'attestazione notarile specificativa del contenuto di un precedente atto pubblico proveniente dallo stesso notaio che lo aveva rogato, così cassando con rinvio l'impugnata sentenza che aveva attribuito rilevanza probatoria a siffatta attestazione). Per Trib. Milano, 6 aprile 2006, n. 9, nel caso di oggettiva incertezza interpretativa, che emerga dall'atto, così come predisposto e redatto dal notaio, si determina un difetto di adeguamento e di corretta e compiuta indagine della volontà delle parti, non rilevando a tal proposito la dichiarazione resa successivamente dalle parti di conformità alla loro volontà, stante anche l'esigenza di certezza nei confronti dei terzi.

[28] Si aderisce a quanto affermato da Corte App. Venezia, 24 dicembre 2009 n. 96, che ha ritenuto che la violazione dell'art. 47 L.N. sussiste solo in casi di comportamenti estremamente gravi che giustificano la severità della sanzione della sospensione, prevista dall'art. 138, come ad esempio: qualora il notaio abbia delegato ad altri la detta attività di interpretazione; quando non abbia indagato affatto la volontà delle parti; quando abbia trasfuso nell'atto la volontà delle parti in maniera erronea, tale da non consentire una idonea ricostruzione in via di interpretazione del comune intento delle parti.

[29] A tal proposito, come la prassi insegna, la formalità della "lettura dell'atto" alle parti da parte del pubblico ufficiale di per sé non è sufficiente ad escludere che l'errore, nei casi più semplici, non possa essere rilevabile ictu oculi, se dovuto a mera disattenzione.

[30] Cfr. A. CACCIA, op. cit., p. 79.

[31] Si v. S.CARLINO, Rettifica di errori materiali negli atti notarili, in Gazzetta notarile, 2011, 1/3, p. 40.

[32] A. CACCIA, op.cit., p. 78.

[33] Si veda G:PETRELLI, Rettifica unilaterale degli atti notarili, in "Novità normative II semestre 2010" (www.gaetanopetrelli.it), pp. 14-15.

[34] In una decisione della COREDI Lazio del 2014, di cui si conosce il solo dispositivo, al notaio è stata applicata la sanzione della censura, in un caso in cui l'accusa prospettava la violazione dell'art. 59-bis e dell'art. 28 L.N. (nell'atto rettificato non era stata indicata una particella relativa ad una pertinenza trasferita e non sembrava che sussistessero sicuri elementi per affermare che le parti avevano voluto trasferire anche quella porzione di terreno).

PUBBLICAZIONE
» Indice

ARTICOLO
» Note