Reiterazione dell'illecito disciplinare: concorso materiale omogeneo e cumulo sanzionatorio
Reiterazione dell'illecito disciplinare: concorso materiale omogeneo e cumulo sanzionatorio
di Vanda Barlese
Conservatore Archivio Notarile di Frosinone

L'argomento oggi in esame rinviene dalla casistica ispettiva e riguarda il caso in cui l'Ufficio, all'esito della ordinaria ispezione biennale, si trovi a dover contestualmente addebitare al notaio la ripetuta violazione di una medesima norma di legge,la cui inosservanza è causa di nullità dell'atto e dunque fonte di responsabilità disciplinare,sanzionata,dal secondo comma dell'art. 138 L.N.,con la sospensione dall'esercizio delle funzioni da sei mesi ad un anno.

Nella pratica, il caso attiene preminentemente a nullità formali, specie se di nuova introduzione nell'ordinamento, rispetto alle quali sia mancato - e non necessariamente per negligenza - l'adeguamento del modello redazionale dell'atto-tipo relativo alla categoria di negozi cui la nullità si riferisce e che,dunque,finisce fatalmente per coinvolgere una sequenza enne di atti (o di disposizioni dello stesso atto), tutti dello stesso genere.

Per comodità espositiva, ma, come vedremo, anche per ragioni di ordine sistematico, ci riferiremo nel corso della presente relazione, a questo particolare tipo di infrazione, adottando, proprio a ragione delle sue peculiari caratteristiche, la definizione di illecito seriale.

L'esempio paradigmatico più attuale è offerto dalla normativa sulla c.d. conformità catastale, come disegnata, attraverso la recente addizione all'art. 29 della legge n. 52 del 1985, del comma 1 bis, che prescrive - proprio a pena di nullità - tra altri requisiti, la dichiarazione, da rendersi in atto dagli intestatari, di conformità allo stato di fatto sia dei dati catastali che delle planimetrie depositate in catasto (o relativa attestazione sostitutiva di tecnico abilitato).

Ovvio che,nella circostanza, la mancata dichiarazione o – ed è questo il caso che è stato più ricorrente nella pratica ispettiva – una dichiarazione non perfettamente aderente al modello disegnato dal legislatore, ha comportato per il notaio di dover rispondere all'interno del medesimo procedimento disciplinare - e conseguentemente per la Co.re.di. di dover giudicare con la medesima decisione -della reiterata violazione della medesima norma di legge, magari protrattasi per un intero biennio,e quindi, di un numero complessivo di infrazioni,che, non di rado hanno, superato anche il centinaio di unità.

Il problema che si pone in questi casi è quello del regime sanzionatorio applicabile,posto che l'unica previsione espressa, rinvenibile nella legge notarile, è quella dell'ultimo comma dell'art. 135, che però, letteralmente, consente un trattamento di favore per la sola ipotesi della plurima violazione di una norma consumata all'interno dello stesso atto, nulla prevedendo per il caso che quella violazione riguardi una pluralità di atti (fattispecie assimilabile, in sede penale, al c.d. concorso materiale omogeneo), con conseguenze potenzialmente devastanti,se la relativa sanzione della sospensione dall'esercizio delle funzioni fosse comminata, vuoi pure nella misura minima dei sei mesi, per ciascuna delle violazioni contestate, secondo la regola del cumulo materiale delle pene, riassunta nel noto brocardo tot crimina tot poene.

Come sappiamo, il nostro sistema penale offre,in caso di concorso materiale di reati (peraltro indistintamente, vuoi omogeneo che eterogeneo),il rimedio che va sotto il nome di cumulo materiale temperato, codificato dal combinato disposto degli artt. 71 e 78 del codice penale, in forza dei quali, quando con una sola sentenza o con un solo decreto si debba pronunciare condanna per più reati contro la stessa persona, la pena da applicare non può essere superiore al quintuplo della pena più grave tra quelle concorrenti,o, comunque, eccedere taluni limiti. Il successivo art. 80 estende, poi, detta disciplina anche al caso di pluralità di condanne.

Si tratta, com'è noto, di un rimedio generale, dettato, come si legge dalla relazione ministeriale sul progetto del codice Rocco; per «evitare le possibili esorbitanze derivanti dalla addizione aritmetica delle varie pene».

Detto rimedio, che risponde alla legge della penosità marginale crescente della pena, non è stato però adottato dal legislatore nella materia che ci occupa. Aggiungiamo: senza che ciò comporti una irragionevole disparità di trattamento, in ipotesi costituzionalmente censurabile, perché - come ampiamente assodato da ripetute pronunce della Corte costituzionale e dalla giurisprudenza della Corte di cassazione, su cui torneremo tra breve - altro è il sistema sanzionatorio penale, altro quello lato sensu amministrativo, il cui universo, infatti, normalmente non prevede alcuna forma di temperamento in caso di concorso materiale di illeciti.

Si impone, tuttavia, un'osservazione: che mentre le sanzioni amministrative sono di norma di tipo patrimoniale, quella in esame, cioè la sospensione dall'esercizio delle funzioni, è misura afflittiva di tipo personale, perché interdittiva dello ius in officio, cioè del mantenimento del diritto di funzione, di cui è titolare il notaio, con tutta la gamma di considerazioni che possono derivarne a caduta.

Ne consegue, dunque, il forte auspicio di un intervento del legislatore in termini.

Esclusa, quindi, almeno allo stato, la praticabilità del rimedio del cumulo materiale temperato, l'attenzione va rivolta ad altre possibili soluzioni di superamento della rigorosa applicazione della somma aritmetica delle sanzioni, per ricondurne il carico complessivo entro limiti sostenibili.

Com'è noto, nel sistema penale, quello elettivo è dato dal c.d. cumulo giuridico delle pene, la cui icona è rappresentata dall'art. 81 del codice penale, che fissa il limite del triplo della pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave, sia per il caso di concorso formale di reati, quando, cioè, la pluralità di reati sia conseguenza di una sola azione od omissione, sia per il caso di reato continuato, quando, cioè, la pluralità di reati,realizzati, anche in tempi diversi, attraverso più azioni od omissioni, sia commessa in esecuzione di un medesimo disegno criminoso.

Analoga disciplina è dettata in via generale, per la sanzionabilità dell'illecito amministrativo, dall'art. 8 della legge n. 689 del 1981, che, tuttavia, non è perfettamente sovrapponibile all'art. 81 del codice penale.

Infatti, mentre il concorso formale degli illeciti amministrativi è regolato in modo simile al concorso formale dei reati, il trattamento di favore riconosciuto dall'istituto della continuazione non è generalizzato, ma limitato alle sole violazioni delle norme in materia di previdenza e assistenza obbligatorie.

Un quadro, come si vede, complesso, reso ancor più articolato da ulteriori normative di settore, quali, ad esempio, le disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie (decreto legislativo n. 472 del 1997), e varie altre, sulle quali, tuttavia,non è qui dato soffermarsi.

Ora, l'applicazione analogica dell'art. 81 del codice penale, al caso oggi discusso,è stata effettivamente applicata da alcune decisioni di talune Co.re.di., tra le quali, quella più argomentata, sembra essere Co.re.di. Lombardia del 15 aprile 2009, che, dopo un'ampia disamina del sistema sanzionatorio amministrativo,perviene alle seguenti conclusioni:

1. «non esiste nel nostro ordinamento una generale disciplina del sistema dell'illecito amministrativo e delle sue sanzioni, ma esistono principi generali dell'illecito amministrativo e delle sue sanzioni che non possono essere in contrasto con i principi costituzionali in materia penale»;

2. «il sistema dell'illecito amministrativo e delle sue sanzioni è permeabile ai principi ed agli istituti penalistici, che sono applicabili in via analogica».

Sennonché, l'assunto è totalmente contraddetto dalla giurisprudenza di legittimità, che, sul punto, deve ritenersi assolutamente consolidata.

Si cita, in proposito, la sentenza della Suprema Corte n. 21203 del 13 ottobre 2011 che, investita del ricorso contro una sentenza della Corte di appello di Firenze, su reclamo avverso una decisione della Co.re.di. Toscana, così argomenta:

«data la differenza morfologica tra reato penale ed illecito amministrativo, non è consentito attraverso un procedimento di integrazione analogica estendere le norme di favore previste in materia penale alla materia degli illeciti amministrativi. Ritiene questa Corte con giurisprudenza costante che in tema di sanzioni amministrative, la norma di cui alla legge n. 689 del 1981, art. 8, nel prevedere l'applicabilità del cosiddetto "cumulo giuridico" tra sanzioni, nella sola ipotesi di concorso formale (omogeneo o eterogeneo) tra le violazioni contestate – per le sole ipotesi, cioè, di violazioni plurime, ma commesse con un'unica azione od omissione – non è legittimamente invocabile con riferimento alla (diversa) ipotesi di concorso materiale – di concorso, cioè, tra violazioni commesse con più azioni od omissioni – senza che possa, ancora, ritenersi applicabile a tale ultima ipotesi, in via analogica la normativa dettata dall'art. 81 cod. pen. in tema di continuazione tra reati. Ciò sia perché la citata legge n. 689 del 1981, art. 8, prevede espressamente tale possibilità solo per le violazioni in materia di previdenza e assistenza (con conseguente evidenza dell'intento del legislatore di non estendere la disciplina del cumulo giuridico agli altri illeciti amministrativi) sia perché la differenza morfologica tra reato penale ed illecito amministrativo non consente che, attraverso un procedimento di integrazione analogica, le norme di favore previste in materia penale vengano "tout court" estese alla materia degli illeciti amministrativi ( così anche Cass. 21/05/2008 n. 12974; Cass. n. 7160 del 01/08/1997)».

Di identico tenore, anche Cons. Stato Sez. III, 11 marzo 2011, n. 1574.

Del resto, la stessa Corte costituzionale, già con ordinanza n. 280 del 30 giugno 1999, investita dell'invocato contrasto, con l'art. 3 della Costituzione, dell'art. 8 della legge 689,nella parte in cui prevede il cumulo giuridico delle sanzioni amministrative per la sola ipotesi di concorso formale e non anche per l'ipotesi in cui gli illeciti vengano commessi in modo continuato (con l'eccezione, come visto, delle violazioni in materia di previdenza e assistenza), e dunque con possibile ingiustificata disparità di trattamento,in relazione all'art. 81 secondo comma del codice penale, tra chi è chiamato a rispondere di più reati e chi, viceversa, deve rispondere di più illeciti amministrativi,i quali configurano, nella valutazione del legislatore, ipotesi meno gravi, ne aveva dichiarato, richiamando numerose proprie conformi precedenti ordinanze (n. 421 del 1987, n. 468 del 1989 e n. 23 del 1995), la manifesta infondatezza, sul rilievo che:

- «tra le due categorie di illeciti, per la loro non omogeneità, non può essere effettuato alcun utile raffronto ai fini della sollecitata estensione dell'istituto della continuazione, previsto per i reati dall'articolo 81, secondo comma, cod. pen., anche agli illeciti amministrativi»

- «l'accoglimento della questione è precluso dalla discrezionalità che deve essere riconosciuta al legislatore nel configurare il concorso tra violazioni omogenee, o anche tra violazioni eterogenee»

Questa ferma posizione ha comportato il sistematico rifiuto di ulteriori accessi al sindacato di costituzionalità della Corte sul punto, e, tra le più recenti pronunce in argomento, può segnalarsi Cass. civ., Sez. II, 4 marzo 2011, n. 5252, secondo cui:

«In tema di sanzioni amministrative, l'art.8 della legge 24 novembre 1981, n. 689 prevede che - salve le ipotesi di cui al secondo comma, in materia di violazione delle norme previdenziali ed assistenziali - la sanzione più grave aumentata fino al triplo può essere irrogata nei soli casi di concorso formale, senza che possa ritenersi applicabile il medesimo meccanismo sanzionatorio alla fattispecie della continuazione di cui all'art. 81, secondo comma, cod. pen.; la disciplina di cui al citato art. 8 .... non configura alcuna ipotesi di illegittimità costituzionale sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto alle sanzioni penali, attesa la diversità dei due tipi di violazione»

Ugualmente dispone Cass. civ., Sez. II, 25 febbraio 2011, n. 4725.

Per quanto ci riguarda più da vicino, infine, rimane anche il dato testuale dell'art. 12 della menzionata legge 689, secondo cui tutte le predette disposizioni non si applicano alle violazioni disciplinari, che, pertanto, trovano la loro unica fonte regolatrice nella rispettiva disciplina di settore.

Come abbiamo visto, però, in materia,la legge notarile tace, con l'unica eccezione dell'ultimo comma dell'art. 135.

E' quanto da ultimo osservato da Cass. 16 aprile 2013 n. 9177 nella quale, in perfetta continuità con le precedenti pronunce, si legge:

«Il ricorrente invoca l'applicazione "dell'istituto della continuazione per i casi di plurime violazioni identiche in atti diversi".

Invoca l'art. 135 della legge notarile che al quarto comma prevede che: "Se, in occasione della formazione di uno stesso atto, il notaio contravviene più volte alla medesima disposizione, si applica una sola sanzione, determinata fino all'ammontare massimo previsto per tale infrazione, tenuto conto del numero delle violazioni commesse".

Si duole del fatto che analogo beneficio non sia accordato dal legislatore nel caso di plurime violazioni di atti diversi e pretende che si ricorra all'istituto previsto per i reati o per le sanzioni amministrative.

La palese differenza di ratio che presidia le disposizioni penali, quelle relative agli illeciti amministrativi (differenziate dalle prime anche quanto all'istituto della continuazione) e la repressione degli illeciti disciplinari, ambiti diversi per interesse protetto, soggetti coinvolti e valori di riferimento, esclude la possibilità di interferire nella discrezionalità del legislatore.

L'estensione, per di più in presenza di una disposizione (l'art. 135) che ha espressamente considerato l'istituto della continuazione, di norme dettate per altri settori dell'ordinamento costituirebbe operazione creativa estranea all'ambito riservato alla giurisdizione.»

Insomma, parrebbe che, a normativa vigente,non sia possibile in alcun modo di evitare questa sorta di automatismo,che implica l'applicazione di tante sanzioni di sospensione dall'esercizio delle funzioni,quante siano le violazioni della norma, benché seriali.

Sennonché, è oltremodo evidente che la coerenza dell'ordinamento è destinata ad entrare irrimediabilmente in crisi,tutte le volte che la sanzione della sospensione, per propria natura temporanea, finisca invece, nei fatti, per vantare, in ragione del cumulo materiale,una vera capacità ablatoria dello ius in officio del notaio,la quale, geneticamente, non appartiene neppure alla più grave sanzione della destituzione, che, salvo le circoscritte ipotesi previste dall'ultimo comma dell'art. 159 della legge notarile, non preclude mai la possibilità della riabilitazione.

Si pensi, in proposito, al caso, occorso nella pratica ispettiva dell'Archivio di Roma, della contestazione di n. 415 contravvenzioni all'art. 28 L.N., per altrettanti atti stipulati in violazione della normativa sulla conformità catastale.

Il rigore dell'automatismo, sopra ricordato,potrebbe comportare la sanzione, già nella misura minima, della sospensione dall'esercizio delle funzioni per complessivi207 anni e mezzo, e dunque, in contraddizione, anche semantica, con il termine "sospensione",assertivo di una natura di "pausa",di incidere costitutivamente ed in modo definitivo nella sfera giuridica del notaio titolare del diritto di funzione, non essendo dall'ordinamento prevista alcuna opportunità di riabilitazione, invece consentita, come già detto, a seguito della destituzione.

E, se non si rinvengono, ad oggi, eclatanti pronunce di Co.re.di. in questi termini (fuori dei casi, come visto, di applicazione analogica dell'art. 81 cod. pen.), ciò è dovuto alla sempre praticata provvidenziale conversione, ex art. 144 L.N., della sospensione in sanzione pecuniaria, la quale anch'essa, però, in ragione dell' automatismo sopra ricordato, può risolversi nel gravare in modo abnorme sul patrimonio del notaio, che, tra l'altro, normalmente avrà già dovuto provvedere a proprie spese alla ripetizione degli atti, per beneficiare di quella conversione.

Esemplare, in questo senso, appare la recente decisione della Co.re.di Lazio 11 giugno 2014,che, in ossequio al menzionato orientamento univoco della giurisprudenza, si è trovata ad irrogare, appunto in via sostitutiva,una sanzione pecuniaria di oltre 214.000 euro.

Occorre, a questo punto, rammentare che, proprio in materia di automatismi (nella specie, legislativi), la Corte Costituzionale è intervenuta scrutinare in modo progressivamente più severo, alla stregua dei principi di "ragionevolezza" e "proporzionalità", tutte quelle statuizioni legislative che, ricollegando, in maniera rigida ed inderogabile, un predeterminato risultato giuridico ad un certo accadimento, impediscono nei fatti al giudice o alla pubblica amministrazione di esercitare in modo reale il proprio ministero.

Si tratta – pure in ragione della contaminazione che il nostro ordinamento subisce da parte di altri, anche per via comunitaria - di una edizione aggiornata del principio della divisione dei poteri, per cui, se dettare la regola rimane funzione esclusiva del legislatore, modularne, però, i suoi effetti, secondo le specificità del caso concreto,non può che essere prioritariamente rimesso a chi, a vario titolo, è officiato ad applicarla.

Si pensi, ad esempio – e per rimanere a casi quanto più contigui al nostro - alle numerose pronunce di incostituzionalità di varie norme comminanti l'automatica destituzione da impieghi o radiazione da albi professionali, a seguito di condanna per taluni titoli di reato, senza passare per il tramite di un procedimento disciplinare,che consenta una effettiva valutazione della gravità dei fatti storici addebitati.

Per usare le parole della Corte (ord. n. 297 del 1993):

«l'automatismo della sanzione offende quel principio di proporzione che è alla base della razionalità che domina il principio di eguaglianza e che postula l'adeguatezza della sanzione al caso concreto... Tale principio ... è stato sempre affermato nel contesto di sistemi, variamente articolati, di sanzioni disciplinari afferenti ad un rapporto di lavoro ovvero all'esercizio di un'attività professionale. In siffatto contesto, che vede una pluralità di sanzioni disciplinari graduate secondo la gravità dell'addebito (sicché si va dalla mera censura alla destituzione dall'impiego ovvero alla radiazione dall'albo professionale), la sanzione automatica rivela la sua intrinseca irragionevolezza perché non consente il giusto ed adeguato proporzionamento della sanzione all'addebito».

Si tratta, com'è ovvio, di un automatismo diverso da quello oggetto del nostro discorso, ma nondimeno la ratio decidendi della Corte può tornare utile al ragionamento che ci apprestiamo a fare.

Assodato, dunque, che:

(1) sembra mancare, nel sistema sanzionatorio disciplinare, disegnato dalla legge notarile, qualunque (auspicabile) forma di temperamento del cumulo materiale delle sanzioni;

(2) non è consentito applicare analogicamente, all'illecito disciplinare, i precetti dell'art. 81 del codice penale, al fine di conseguirne la possibilità del cumulo giuridico delle sanzioni;

(3) appare impraticabile, ai medesimi fini, invocare il sistema sanzionatorio dell'illecito amministrativo, e comunque inutile, stanti i limiti entro i quali è circoscritto l'istituto della continuazione;

(4)viene precluso, almeno nei termini prima descritti, un nuovo accesso al sindacato di costituzionalità;

(5) sono, tuttavia, indubbie le conseguenze paradossali cui espone l'applicazione della regola del cumulo materiale, in caso di violazione seriale di una norma, sanzionata più volte con la sospensione dall'esercizio delle funzioni;

vale la pena di indagare se non sia, a questo punto, più proficuo - in assenza di un intervento del legislatore o di un diverso vaglio costituzionale - modificare il piano dell'indagine, trasponendolo da quello, rivelatosi sterile,del sistema sanzionatorio, a quello, dogmatico, della tipizzazione dell'illecito.

Si tratta, cioè, di stabilire se il ripetersi di più atti (o di più disposizioni all'interno dello stesso atto)ognuno dei quali astrattamente in grado di integrare la violazione della norma, dia vita a effettive plurime infrazioni o non, invece,proprio ad un unico illecito, come tale geneticamente "altro" rispetto a qualunque forma di concorso o continuazione.

In altri termini, il problema va,a nostro giudizio,affrontato,in primo luogo, proprio sul piano della configurazione del fatto tipico.

Dobbiamo, quindi, tornare alla morfologia del genere di violazione, che abbiamo definito seriale, che è caratterizzata dalla esistenza di un atto-tipo, un prototipo, normalmente formato nell'occorrenza di una novità legislativa,che ne occasiona lo studio e la predisposizione da parte del notaio, però in modo non fedele alla forma prevista dalla norma, e che replica il vizio in tutti gli atti (o in tutte le disposizioni del medesimo atto) assoggettati alla sua impronta, almeno fino a quando il notaio non intervenga a ripensarlo e quindi modificarlo, questa volta in modo conforme a precetto.

Si tratta, cioè, di delineare, sul piano dogmatico, l'esistenza, nell'ordinamento disciplinare notarile, di un particolare tipo di illecito, quello appunto seriale, che riguardi, quanto meno, il tema delle nullità formali di atti (o clausole) originati da uno stesso prototipo.

E se ne potrebbe invocare, a buon diritto, la assoluta specificità rispetto alle previsioni di altri rami dell'ordinamento, quello penale o quello sanzionatorio amministrativo nelle sue varie articolazioni, proprio perché, come più volte ricordato dalla giurisprudenza, «ambiti diversi per interesse protetto, soggetti coinvolti e valori di riferimento».

A questo punto va, però,verificato se la legge notarile consenta effettivamente, magari anche per via interpretativa, la ricostruzione di questo ipotizzato tipo di illecito,nei termini descritti.

Rileggiamo, dunque,insieme, l'ultimo comma dell'art. 135 L.N.:

«Se, in occasione della formazione di uno stesso atto, il notaio contravviene più volte alla medesima disposizione, si applica una sola sanzione ... tenuto conto del numero delle violazioni commesse.»

Ora, sembrerebbe non azzardato, all'esito di tutto quanto detto, ritenere di poter adottare uguale regola, interpretando "stesso atto" non solo come "singolo atto" ma pure come "atto dello stesso tipo", e dunque leggere la norma, anche con questo significato, cioè a dire: se in occasione della formazione di un atto dello stesso tipo, appunto stesso atto, il notaio contravviene più volte alla medesima disposizione, da intendersi:contravviene tante volte quanti sono gli atti dello stesso tipo stipulati.

Così delineato il tipo, e volendone immaginare una definizione, potremmo dire che l'illecito seriale rappresenta un illecito plurale (quanto al numero di violazioni) ma non una pluralità di illeciti. Come tale, la intensità seriale, con cui si manifesta la violazione, incide non sull'infrazione,che rimane unica, ma esclusivamente sull'apprezzamento della sua gravità.

Si tratterebbe, in questo caso, non di una integrazione analogica della norma, che attinga le proprie ragioni da altri settori dell'ordinamento, ma di una sua semplice interpretazione, costituzionalmente orientata,ad evitare, in forza dei principi di ragionevolezza e proporzionalità, quelle conseguenze paradossali, prima descritte, che minerebbero la coerenza interna del sistema.

La norma in esame andrebbe, dunque ricostruita, secondo una duplice previsione: quella di un illecito seriale verticale, se riferito a più disposizioni dello stesso atto, e quella di un illecito seriale orizzontale, se riferito ad una pluralità di atti.

In entrambi i casi, comunque, la sanzione della sospensione,prevista dal secondo comma dell'art. 138 L.N, rimarrebbe unica (perché unico è l'illecito) ed opportunamente modulabile tra i sei mesi e l'anno, in ragione di ciò che abbiamo definito la intensità seriale della violazione, e va da sé che anche la eventuale sanzione pecuniaria,ad essa sostituita, obbedirebbe al medesimo criterio, nella misura prevista dal primo comma dell'art. 144 L.N. (cioè da un minimo di € 516 ad un massimo di € 15.493).

Naturalmente, per identificare la tipologia dell'atto cui ci si riferisce, l'attenzione va rivolta non al suo nomen iuris, ma alla uniformità di disciplina adottata dal legislatore nella circostanza (nel caso esaminato della conformità catastale, dovrebbe trattarsi, ad esempio, di tutti gli atti che realizzano il trasferimento di diritti reali non di garanzia su fabbricati costituenti unità immobiliari urbane), ed è indubbio che, in questo ordine di idee, il tema dell'illecito seriale non rimarrebbe circoscritto all'area delle nullità formali, potendo coprire, alle condizioni date, tutte le ipotesi di nullità ed offrire ulteriore linfa a soluzioni interpretative in grado di ovviare a quella che obiettivamente sembra essere la vera lacuna dell'ordinamento disciplinare notarile: la mancata previsione di un qualunque meccanismo di cumulo materiale temperato.

Con la qual cosa, è da ritenere che questa lacuna possa dirsi per la maggior parte colmata, almeno per quanto riguarda la casistica dell'attività ispettiva.

La questione rimarrebbe ovviamente aperta per la residua ipotesi di reale concorso materiale di illeciti tra loro diversi e tutti puniti con la sanzione della sospensione.

Anche qui, tuttavia, in assenza di un intervento del legislatore o di un diverso sindacato di costituzionalità, potrebbe indagarsi la possibilità, proprio in ragione di quanto detto all'inizio del nostro discorso, di estendere in via analogica l'applicazione dell'istituto della riabilitazione anche ai casi di sospensione: quanto meno, in base alla lettera b) del primo comma dell'art. 159 L.N., a quelli di sospensione ultratriennale. Non si comprende, infatti, per quale ragionevole motivo, la sanzione della sospensione, gerarchicamente inferiore a quella della destituzione, non debba beneficiare della disciplina di favore dettata per quest'ultima.

Ma qui siamo decisamente fuori traccia, per cui terminiamo con l'auspicio di farne magari oggetto di un futuro incontro.

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