La responsabilita' penale del notaio nella recente giurisprudenza
La responsabilità penale del notaio nella recente giurisprudenza
di Paolo Pisa
Ordinario di Diritto penale, Università di Genova

Mi limiterò ad offrire un breve flash sullo stato della giurisprudenza penale, almeno degli ultimi anni, con un piccolo accenno a possibili sviluppi futuri.

La responsabilità penale del notaio è per fortuna assai ristretta perché, rispetto alla responsabilità civile, è essenzialmente una responsabilità per dolo. I reati di cui parliamo sono reati dolosi; è vero che esistono incertezze nella interpretazione del dolo, che esiste la categoria del dolo eventuale, che qualche elemento di inquietudine può portare tra i professionisti, ma è indubbio che l'ambito delle possibili situazioni di responsabilità penale è abbastanza limitato.

Ci sono alcuni campi "tradizionali" di responsabilità abbastanza pacifici: è chiaro che il notaio che si intasca delle risorse economiche messe a disposizione dalle parti in funzione di vari obblighi commette un reato e lo si percepisce facilmente; non è che per distrazione gli rimane in tasca qualche cosa. E' una responsabilità che può essere declinata in termini di peculato, se agisce in veste di pubblico ufficiale - è una veste fuori discussione e la categoria non ha mai inteso sottrarsi a questa particolare qualificazione - laddove, poniamo, diventi il tramite per la riscossione di imposte che devono essere versate allo Stato. Questa è una tipica ipotesi di peculato che ogni tanto emerge. Qualche mela marcia c'è dappertutto ma, certamente, non sono i notai che ingolfano le carceri italiane, non sono loro che danno un contributo al peso del contenzioso penale. Stiamo parlando di vicende episodiche.

In altri casi ci può essere l'alternativa di una appropriazione a danno del privato, punibile in base all'art. 646 c.p., una appropriazione indebita aggravata, magari procedibile d'ufficio. Tuttavia sotto questo profilo negli anni recenti non ho trovato sentenze della Corte di Cassazione.

Penso che questa carenza di documenti giurisprudenziali della Suprema Corte sia anche indicativa di una situazione, non dico da valutare con esagerato ottimismo, ma indicativa di una forte capacità di controllo e di autocontrollo che rende la categoria non particolarmente esposta al rischio penale.

Qualche problema in più lo abbiamo sull'altro versante classico che riguarda la falsità in atti. Il sistema penale è molto frammentato. Non vi annoierò ricordando certe varianti che sono poco significative per la nostra conversazione: c'è soprattutto la falsità in atto pubblico - sapete benissimo di maneggiarne tanti – e, da questo punto di vista, ci sono sentenze ed esiste anche qualche margine di discussione.

Voglio ricordare un caso relativamente recente, che sicuramente molti di voi conosceranno, che introduce una questione nuova. La vicenda arriva in Cassazione che ravvisa un reato e annulla con rinvio un'assoluzione.

E' già di per sé significativo che il tribunale di Orvieto, che è l'organo da cui parte questa vicenda ( la Procura ricorre per saltum per chiarire subito i termini giuridici), assuma un atteggiamento molto benevolo nei confronti dell'imputato (imputato, peraltro, che aveva già subito una condanna in separata sede per peculato) perché tende ad assorbire la falsità nella parallela condanna per peculato, con, certamente, un errore di interpretazione giuridica alla quale la Cassazione dà le sue bacchettate, ma che è significativa di un approccio non particolarmente aggressivo da parte della magistratura nei confronti della categoria dei notai. La vicenda è quella di aver fatte delle false attestazioni nelle autoliquidazioni prodotte a mezzo di documenti informatici pubblici, in cui venivano riversati dati diversi e contrastanti con quelli reali, riportati negli atti pubblici in relazione ad operazioni di compravendita.

In questa sentenza, che è segnalata anche sul Foro italiano, è la sentenza 30512 del 18 aprile 2014, si puntualizzano alcuni profili: l' idea per la quale il peculato possa diventare una sorta di carta assorbente di reati di falso viene smentita per la diversità di interessi tutelati dalle norme che vengono in discussione. Viene esaminato anche un altro profilo, che era stato sponsorizzato dal tribunale nella sua valutazione un po' generosa, che questo tipo di falsità, in qualche modo fosse già punita a livello amministrativo.

Qui c'è un problema che a volte imbarazza anche noi penalisti: il legislatore a volte può commettere la leggerezza, per voler prevedere tutto, di stabilire un illecito amministrativo per fatti che potrebbero avere di per sé autonomamente rilevanza penale. Se questo si verifica e intercorre un rapporto di specialità tra illecito amministrativo e illecito penale, l'art. 9 della legge 689/1981 fa prevalere la norma speciale, ancorché collocata in un ambito diverso. E' la specialità trasversale alla quale fino a qualche decennio fa non eravamo abituati.

Viene chiarito che il fatto che ci sia una norma che consente all'amministrazione di chiedere, sulla base della dichiarazione, l'integrazione del versamento al notaio, riguarda altra situazione, perché si puntualizza che il notaio non si è sbagliato non versando quello che doveva versare sulla base di una cattiva lettura dei documenti, ma semplicemente ha volontariamente omesso di dichiarare una serie di elementi: non è possibile invocare il rapporto di specialità.

Un profilo su cui vale la pena riflettere emerge da qualche sentenza meno recente: alludo, in particolare, ad una sentenza del 2012, sempre in materia di falsità in atti, nella quale viene ritenuto responsabile il notaio per una falsa dichiarazione riversata in un rogito notarile: la falsa dichiarazione del venditore in ordine alla titolarità del bene oggetto di una compravendita. La vicenda investe la necessità di completezza delle attività prodromiche al compimento dell'atto. Può darsi che si possa dire che sembra quasi ovvio che si debba fare un controllo sulla effettiva proprietà dell'oggetto della compravendita; la responsabilità si allarga al campo delle omissioni.

Si parla esplicitamente di una posizione di garanzia del notaio nei confronti della regolarità complessiva di certe operazioni che poi sfociano nell'atto; quindi, quello che potrebbe sembrare ai più una sorta di negligenza magari sanzionabile a livello disciplinare - ho apprezzato i dati che venivano forniti sul fatto che l'autocontrollo disciplinare funziona a livello notarile, visti i non pochi provvedimenti che vengono adottati –assume un contorno penale. Costruire una posizione di garanzia significa introdurre dal punto di vista penalistico l'applicazione dell'art. 40 c. 2 c.p., per la presenza di un obbligo giuridico di impedire l'evento. Quale evento? L'evento di una manovra truffaldina della parte privata che si presenta con carte false, con dichiarazioni false davanti al notaio e, in qualche modo, vende ciò di cui non è proprietario alla controparte.

C'è da chiedersi se si possa dire che, nel momento in cui il notaio non effettua un approfondito accertamento in relazione alla fondatezza delle dichiarazioni rese dalla parte, scatti una responsabilità per omesso impedimento dell'evento. Se costruiamo la posizione di garanzia in questi termini e diciamo che il notaio doveva compiere certe attività e non le ha compiute, diventa consequenziale l'affermazione che ha accettato il rischio che gli venissero fornite delle informazioni false e quindi può diventare corresponsabile doloso, con dolo eventuale, nei confronti del reato che viene commesso da una delle parti. In questo caso, per la verità, i giudici non hanno individuato un concorso omissivo in truffa ; il fatto viene riportato nella categoria della falsità in atti, in sostanza una falsità per omesso controllo di ciò che viene riversato nell'atto rogato dal notaio.

E' un percorso che non mi pare limpidissimo dal punto di vista penale. Però può essere questo un segnale di ampliamento della responsabilità penale che in passato - almeno se non mi sono sfuggiti dei casi particolari - non mi sembrava che fosse emerso con chiarezza.

A questo punto introduco - a livello di pura discussione - un ulteriore aspetto molto delicato. C'è un settore che già adesso e ancor più nel futuro potrebbe riservare delle trappole per la professione notarile: la popolazione diventa sempre più anziana, ci sono sempre più anziani isolati che vengono indotti a compiere una serie di atti. In una vicenda non recentissima, che emerge in una sentenza della Cassazione del 2008, viene chiamato in gioco anche un notaio, a latere di una circonvenzione di incapaci.

Qualche anno fa una persona affetta da demenza senile, che ha solo un nipote che la va a trovare ogni tanto, viene indotta dalla badante - che badava più ai fatti suoi che alla persona anziana - a vendere un immobile a prezzo non proprio di mercato, facendo immaginare una rete di complicità. Gli acquirenti sono ben lieti di acquisire l'immobile con, tra l'altro una di quelle clausole abbastanza pesanti: immediata liberazione dell'immobile, una clausola messa all'ultimo momento, il che significa che la vecchietta affetta da demenza senile viene buttata fuori di casa. Si apre un procedimento per circonvenzione di incapace nel quale viene condannata la badante, mentre se la cavano con la prescrizione gli acquirenti; nei confronti del notaio viene sviluppato un procedimento per falsità in atti. Che cosa avrebbe falsamente attestato? Di aver letto e fatto comprendere sino in fondo il significato dell'atto alla persona in questione. Naturalmente, stiamo parlando di persone non colpite da provvedimenti di interdizione, inabilitazione ecc, perché in tal caso c'è un canale collaudato per cui il notaio può rendersi conto che quello è un interlocutore che non può compiere certi atti. Il problema, in termini semplici, diventa: il notaio deve valutare la capacità naturale della persona, non tanto ad esprimente il consenso quanto a capire fino in fondo l'atto? Mi sembra un punto delicato perché se lo costruiamo in questi termini rendiamo il notaio garante della parte debole di un rapporto contrattuale; cioè, al di la della funzione equidistante tra le parti, il notaio dovrebbe esercitare un supplemento di tutela nei confronti di chi gli appare a prima vista una parte debole.

Nella vicenda specifica, la sentenza di condanna calca la mano sul fatto che uno dei due testimoni aveva detto che alla lettura dell'atto la signora non dava segnali di piena comprensione. C'era una situazione che doveva allarmare anche il notaio. Però il fatto viene qualificato come falsità in atti ma, vista dal penalista , la vicenda può diventare in un domani, o in un oggi, un concorso omissivo in circonvenzione di incapace: l'accusa non deve dimostrare una specie di complotto in cui il notaio viene corrotto; in fondo se costruiamo questa posizione di garanzia, imponiamo degli obblighi di accertamento al notaio, l'accertamento deve spingersi anche a valutare con attenzione la capacità della parte debole di recepire gli effetti dell'atto che compie.

E' uno scenario secondo me aperto. Non mi stupirei che fra qualche anno potremmo ritrovarci a discutere su altre sentenze in materia. Indubbiamente è un aspetto rilevante, che sembra quasi conciliarsi con quella forte affermazione, che ho apprezzato sul piano etico da parte vostra nell'introdurre il convegno, che il notaio è un garante della legalità a tutela del cittadino e direi a tutela del cittadino più debole.

Naturalmente può essere difficile anche capire come deve operare il notaio nel momento in cui non c'è una palese incapacità della persona di capire l'atto a cui assiste ma ci può essere qualche segnale che andrebbe interpretato. Certamente il fatto che la persona venga pilotata o accompagnata da figure ambigue deve indurre in sospetto. Ormai, purtroppo, la categoria delle badanti, che merita tutto il rispetto di questo mondo, ha un'aliquota di persone che approfitta della situazione. Ho visto che cominciano ad esserci anche dei procedimenti nei confronti degli amministratori di sostegno di persone anziane.

Con il crescere dei potenziali soggetti che si trovano in queste situazioni il rischio penale per il notaio aumenta. La circonvenzione di incapace, ovviamente, ha una condotta che deve essere realizzata da chi effettivamente pilota la situazione, ma nel momento in cui costruiamo un obbligo giuridico di tutela delle situazioni del soggetto debole, è chiaro che questo può diventare, attraverso l'art. 40 c. 2, il veicolo di concorso omissivo, a titolo di dolo eventuale, del notaio nella circonvenzione compiuta dai malandrini di turno. E su questo credo che un'attenta riflessione vada fatta.

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