La responsabilita' deontologica: profili processuali
La responsabilità deontologica: profili processuali[*]
di Pietro Boero
Notaio in Torino

È d'obbligo una premessa di carattere sistematico-generale in ordine alle puntuali argomentazioni del prof. Pisa: nel momento in cui si parla di responsabilità per omesso impedimento dell'evento, in rapporto alla funzione di garanzia che svolge il notaio nell'ambito della sua attività, è importante cercare di delimitare - anche a livello di opinione pubblica, posto che è di forte attualità il confronto tra il Notariato e le altre categorie professionali - e specificare esattamente tale funzione di garanzia in ordine a profili di eventuale responsabilità penale.

Un esempio di ciò è quanto si legge negli articoli di stampa in commento al recente disegno di legge Renzi: spesso vi si afferma che tra è compito specifico dei notai l'effettuazione, nel caso di compravendite immobiliari, dei controlli in tema di regolarità urbanistica. Questo non è esatto: su tale aspetto, può sussistere semmai (ma soltanto) un problema di informazione delle parti circa quelli che possono essere i rischi, col consiglio di avvalersi di professionisti qualificati nel settore, per effettuare gli opportuni controlli preliminari.

Il tema della responsabilità del notaio è centrale, e l'assunzione di precise responsabilità deve essere una caratteristica fondamentale dell'attività notarile, senza tendenze al ribasso, al fine non svalutare l'immagine e la funzione della categoria; ma proprio per questo è necessario individuarne i limiti, nell'ambito di quello che il notaio può e deve fare in ragione delle proprie conoscenze e competenze, anche in una prospettiva di serietà e correttezza dell'informazione.

Venendo al tema che costituisce oggetto della mia relazione, è doveroso premettere che le considerazioni che seguiranno non hanno nessuna pretesa di essere una completa trattazione sistematico-istituzionale, bensì avranno carattere assai generale, salvo l'approfondimento di alcune problematiche di maggiore attualità in ordine ai profili processuali della responsabilità disciplinare e deontologica del notaio.

Il procedimento disciplinare notarile soffre di un'ambiguità di fondo, che genera una certa confusione normativa e quindi operativa.

Il procedimento di primo grado, che si svolge davanti alla Coredi ha, per opinione ormai consolidata, natura amministrativa. È, questa, una scelta dettata da un serie di motivazioni, non tutte condivisibili, tra cui il divieto costituzionale di costituire delle giurisdizioni speciali[1]. Tale procedimento evolve tuttavia in una fase successiva che invece ha (anche qui per opinione pacifica) carattere giurisdizionale.

Sorge, pertanto, tutta una serie di problemi, che nascono anzitutto dalla necessità di coordinare i principi di carattere più squisitamente processuale della procedura che si svolge davanti alla Coredi (in parte disciplinati dalla legge notarile) e la natura di atto amministrativo che in ogni caso viene concordemente attribuita alla decisione finale.

La dottrina amministrativistica è giunta, in materia di impugnazione dell'atto emesso dalla Coredi, a soluzioni paradossali. La legge notarile disciplina l'impugnazione davanti alla Corte d'appello e poi con ricorso in Cassazione, ma dal punto di vista amministrativo si ci è chiesti se fosse possibile anche un'impugnazione di altro tipo. Si è escluso il ricorso gerarchico, perché non è probabilmente individuabile un superiore gerarchico in senso tecnico della Coredi; tuttavia, è stato ritenuto ammissibile il ricorso straordinario, il quale crea una serie di problemi di coordinamento piuttosto complessi, non del tutto eliminati dal principio generale per cui il ricorso straordinario è precluso dal giudicato davanti all'autorità giurisdizionale. Si è anche affermato che la decisione della Coredi, trattandosi di un atto amministrativo, sarebbe suscettibile di autotutela e quindi revocabile successivamente, indipendentemente dall'esperimento di tutti i rimedi giurisdizionali a disposizione.

Tali posizioni, che tendono ad enfatizzare la natura amministrativa delle decisioni prese dalla Coredi, sono da valutare con molta cautela, dovendosi fra l'altro aver ben presente un principio di carattere generale, e cioè che, pur nelle sue contraddittorietà interne, il sistema delineato dalla legge notarile davanti alla Coredi tende ad essere autonomo, non potendo, quindi, essere facilmente coordinato con la concorrenza di altri sistemi che pure sarebbero di natura  strettamente amministrativa.  D'altra parte l'art. 160 della legge notarile fornisce le linee guida in materia, quando afferma che al procedimento davanti alla Coredi si applica la L. 241/90 per quanto non espressamente previsto dalla stessa legge notarile, che dovrebbe, quindi, prevalere come sistema esclusivo rispetto ad altre possibili normative concorrenti.

Il richiamo all'art. 160, tuttavia, non risolve tutti i problemi operativi e soprattutto non contribuisce ad individuare in termini univoci quella che è la natura complessiva del procedimento. Infatti, le norme della legge notarile che disciplinano il procedimento davanti alla Coredi contengono, in primo luogo, diversi richiami specifici al codice di procedura civile:  ad esempio, l'art. 154 contiene il richiamo all'art. 52 c.p.c. per quanto riguarda i casi di astensione e ricusazione; l'art. 156-bis rinvia al codice di procedura civile per l'assunzione di testimonianze delle "persone informate sui fatti", usando peraltro una terminologia mutuata più dal codice di procedura penale che da quello di procedura civile.

Inoltre, un principio già affermato dalla Corte di Cassazione è quello che la disciplina speciale della legge notarile prevalga sulla L. 241/90 non soltanto nei casi espressamente previsti dall'art. 160 L.N., ma anche quando ciò si possa desumere dal sistema. Nei procedimenti davanti alla Coredi, peraltro, molto spesso gli avvocati sollevano questioni riguardanti problemi di applicabilità della legge 241/90, ovvero ne denunciano tout court la mancata applicazione, soprattutto in tema di avvio del procedimento e di correlata possibilità di presentare memorie e documenti; in particolare, viene frequentemente eccepito il mancato invio dell'avviso che dovrebbe essere trasmesso all'interessato prima dell'inizio dell'attività accertativa ai sensi dell'art. 7 della L. 241/90. Si tratta, tuttavia, di un'impostazione non condivisibile, come è stato già più volte affermato dalla Cassazione: si veda, in proposito, ex multis, la sentenza dell'8 aprile 2014, n. 8036, in cui si legge che,  pur non essendo la fase anteriore all'inizio del procedimento è espressamente disciplinata dalla legge notarile, le garanzie che dovrebbero essere assicurate dalla L. 241/90 sono già previste, nell'ambito del sistema generale, dal procedimento instaurato davanti alla Coredi, la cui successiva decisione non può dunque considerarsi illegittima dal punto di vista della violazione di garanzie procedimentali per l'incolpato.

D'altra parte, da un punto di vista generale e classificatorio, occorre dire che il procedimento davanti alla Coredi ha delle caratteristiche che lo avvicinano piuttosto ad un procedimento penale, che anzi assume per taluni aspetti una connotazione di tipo inquisitorio. Ad esempio, l'art. 156-bis l. not. prevede che "il collegio assume anche d'ufficio tutte le prove ritenute rilevanti". L'assunzine d'ufficio delle prove indipendentemente dalla richiesta delle parti è un principio che contrasta con il procedimento civile e per certi aspetti anche con quello amministrativo.

Anche la natura dell'organo che promuove il procedimento – che può essere il Presidente del consiglio Notarile, il pubblico ministero o il Conservatore dell'Archivio notarile – è abbastanza ibrida, oltre a creare commistioni non troppo ben viste dai non addetti ai lavori. Anche recentemente, sono state sollevate in maniera acrimoniosa polemiche – sicuramente infondate nel merito –, di cui però occorre dar conto. Ad esempio, si è rilevato che il Presidente del Consiglio notarile può iniziare il procedimento disciplinare davanti a una commissione di cui fanno parte due notai e per contro la medesima Coredi può giudicare disciplinarmente, in ipotesi, lo stesso Presidente del Consiglio notarile. Il Conservatore dell'Archivio notarile. D'altro canto, promuove il procedimento davanti a dei notai e allo stesso tempo questi sono sottoposti alla sua stessa ispezione e per l'effetto possono essere quindi giudicati davanti alla Coredi (in questo caso quella della Corte d'appello confinante). L'aspetto riguardante le commistioni è stato, in effetti, regolato dalla legge soltanto con riferimento al caso di un procedimento nei confronti dei notai membri della Coredi, con un meccanismo, peraltro, che risulta essere più rigoroso di quello applicato ai magistrati perché il trasferimento in una sede diversa in ambito giudiziario è previsto esclusivamente per i procedimenti penali e non per quelli civili o amministrativi.

Questa problematica si riverbera su tutta una serie di problemi pratici, di cui si fornirà qualche esempio. Gli atti del Consiglio notarile  di vigilanza e propedeutici all'inizio del giudizio disciplinare (cioè tutta quell'attività accertativa che può essere utile al fine di far emergere eventuali comportamenti rilevanti disciplinarmente: ad es., il cosiddetto "monitoraggio", con cui si richiede a tutti i notai del distretto di presentare copia degli atti stipulati in un certo periodo con le fatture relative, per verificare, in particolare, che non vi siano stati degli spostamenti tra anticipazioni e onorari o che il tempo dedicato alla lettura sia stato ragionevole) hanno formato oggetto di una certa attenzione giurisprudenziale.

Una recente sentenza del Tar Lombardia ed una pronuncia della Cassazione del 2013 (la n. 20054), hanno affrontato il problema della impugnazione di queste attività preliminari di accertamento (che, naturalmente, possono anche non portare in concreto all'avvio di alcun procedimento disciplinare): e si è escluso che in tali fattispecie si applichi la giurisdizione amministrativa, perché vengono coinvolti diritti soggettivi, con la conseguente applicabilità della giurisdizione ordinaria. Tuttavia, il problema è che, sia pur implicitamente, le sentenze  menzionate ammettono che l'attività preliminare sia autonomamente impugnabile davanti all'autorità giudiziaria ordinaria, mentre parrebbe plausibile sostenere, in contrario, che in realtà l'attività preliminare di accertamento venga assorbita dal procedimento disciplinare e pertanto non sia configurabile un'autonoma impugnazione degli atti preliminari di accertamento (almeno quando essi sono sfociati nell'avvio di tale procedimento). Anche questo è un aspetto che deve essere meglio coordinato, possibilmente a livello legislativo, poiché nelle ipotesi in questione, ed aderendo al pensiero della Suprema Corte, sorgono problemi di non agevole soluzione in ordine alla compatibilità, sia rispetto ai tempi sia al contenuto, tra la decisione dell'autorità giudiziaria ordinaria sull'attività preliminare e le decisioni prese nell'ambito del successivo procedimento disciplinare.

Permangono, poi, numerose criticità del procedimento disciplinare. Tra di esse, occorre, per la verità, dare atto del recente superamento delle problematiche in tema di durata della prescrizione. L'attuale testo dell'art. 146 L.N., come è noto, prevede che la prescrizione operi dopo 5 anni dall'infrazione (o dal decorso del biennio, per le infrazioni rilevate in sede di ispezione biennale), termine che viene interrotto dall'apertura del procedimento e dalle decisioni applicative delle sanzioni disciplinari e che comunque non può superare il massimo di 10 anni; nel caso di procedimento penale, la prescrizione è sospesa sino al passaggio in giudicato della sentenza. E' stato delineato, pertanto, un sistema che, a differenza di quello precedente (che prevedeva un termine di 4 anni dalla commissione del fatto senza interruzioni) è tale da non permettere più un'agevole e quasi generalizzata estinzione del procedimento per prescrizione. Tale innovazione della legge notarile era stata oggetto di giudizio di legittimità costituzionale, per eccesso di delega. La sentenza della Corte costituzionale del 2014 n. 229 ha, fortunatamente, escluso che vi sia stato eccesso di delega e pertanto la norma continua a poter fornire vera effettività al procedimento disciplinare; anche se va rilevato come si tratti di una sentenza molto deludente, sotto il profilo della sua redazione tecnica, in quanto sostanzialmente priva di motivazione.

Permangono, tuttavia, altre, importanti criticità. Una riguarda sicuramente il meccanismo della automaticità delle attenuanti. L'art. 144 L.N. prevede un'applicazione automatica e quindi obbligatoria delle circostanze attenuanti, e ciò, in particolare,per il notaio che si sia adoperato per eliminare le conseguenze dannose della propria violazione. Visto che l'applicazione delle attenuanti comporta anche, in alcune ipotesi, la sostituzione della pena più grave con una minore (ad esempio, l'applicazione della sospensione in luogo della destituzione), si producono spesso conseguenze troppo rigide rispetto all'esigenza di valutare in maniera equa il caso concreto. Si pensi al notaio che ha fraudolentemente incassato delle somme per pagare le imposte e le abbia trattenute senza versarle. Questo è sicuramente uno dei comportamenti più gravi che il notaio possa compiere, perché costituisce un'evidente violazione della pubblica fede e della funzione di garanzia che egli deve svolgere nei confronti delle parti: è un comportamento che sicuramente merita – anche sotto il profilo dell'immagine della categoria nei confronti dei terzi – una sanzione particolarmente rigorosa, come la destituzione; Tuttavia, se il notaio in concreto si è adoperato per eliminare le conseguenze dannose (attività che  può consistere anche nello stipulare solo un piano di recupero o di rateizzazione delle somme non versate con Equitalia; e la fattispecie è comunque un qualcosa di meno rispetto alla riparazione integrale del danno, che è prevista come ulteriore autonoma attenuante), la destituzione non può essere applicata, neppure nei casi più gravi, essendo la Coredi  costretta ad  applicare la sanzione ridotta della sospensione anche quando la ponderata analisi in concreto del comportamento dell'incolpato la faccia ritenere inadeguata.

E' da biasimare, dunque, l'eccessiva rigidità della norma, rispetto a quella che dovrebbe essere, invece, una possibilità di valutazione delle circostanze aggravanti o attenuanti nell'ambito del giudizio complessivo sulla fattispecie. D'altra parte, va anche rilevata l'eccessiva discrezionalità per quanto riguarda la determinazione delle sanzioni in alcune fattispecie; in particolare, l'art. 147 L.N. (proprio per la genericità della sua formulazione) comporta la possibilità di comminare sanzioni che vanno dalla censura sino alla destituzione, quest'ultima però "nei casi più gravi", espressione suscettibile di grande discrezionalità nell'interpretazione e nella pratica applicazione.

Né occorre dimenticare la pratica – "truffaldina" – per cui, durante i procedimenti disciplinari di una certa rilevanza, nei quali è presumibile una decisione sfavorevole per il notaio, questi rinuncia al notariato, causando così l'estinzione del procedimento disciplinare (il cui svolgimento ha, evidentemente, come presupposto l'appartenenza dell'incolpato alla corrispondente categoria professionale); successivamente, dopo un lasso di tempo anche brevissimo, il notaio ha diritto (in forza della famigerata "legge Quattrone": l. 18/2/1983, n. 45) ad ottenere la reimmissione nel ruolo. Con questo stratagemma (che era stato paventato sin dai primi commenti della legge citata, ma che purtroppo si è in tempi recenti diffuso sempre di più nella prassi), in teoria è possibile evitare il giudizio disciplinare all'infinito. Per far fronte a queste eventualità, sono stati talora adottati rimedi procedurali; ad esempio, alcune Coredi hanno ritenuto che il procedimento possa comunque procedere anche oltre la data di uscita dal ruolo del notaio, mentre in altre ipotesi si è tentato di superare il problema individuando, piuttosto che un'estinzione, una temporanea improcedibilità, con la conseguenza che, nel momento in cui il notaio rientra nel ruolo, il procedimento può iniziare nuovamente. Si tratta, però, com'è evidente, di interpretazioni opinabili, ed i tempi sarebbero maturi per una riforma legislativa che disciplini espressamente la materia impedendo facili elusioni.

Fra le altre lacune dell'attuale normativa, merita poi segnalare la totale assenza di regole in tema di spese processuali, il che induce nella prassi gli organi giudicanti ad omettere ogni pronuncia in merito: di conseguenza, la parte soccombente non subisce alcuna condanna alla rifusione delle spese della controparte, spese che possono essere anche assai rilevanti (specie ipotizzando un giudizio che giunga sino alla Cassazione, con l'assistenza di legali) e addirittura indurre a valutare con cautela l'ipotesi di intraprendere un giudizio o di resistervi (senza contare l'anomalia, nel caso di procedimento promosso dal Presidente del Consiglio notarile con l'assistenza di un legale, che le relative spese, anche nel caso di condanna dell'incolpato, vengono a gravare sul bilancio del Consiglio e quindi, indirettamente, su tutti i notai del Collegio).

Si passeranno ora in rassegna, nell'estrema sintesi imposta dal tempo a disposizione, una serie di ulteriori problematiche specifiche.

Può il collegio applicare una sanzione più grave di quella richiesta? L'art. 156-bis L.N. contempla due diverse ipotesi, collegate in parte con questa situazione. La prima riguarda la diversa qualificazione giuridica del fatto: in questo caso, la norma prevede che debba fissarsi una nuova discussione. L'altra ipotesi è quella dell'emersione di fatti diversi da quello addebitato; devono, allora, essere rimessi gli atti all'organo che ha promosso il procedimento per le valutazioni di competenza e per l'eventuale inizio di una nuova azione disciplinare. Tuttavia, con riferimento alla prima ipotesi, se non muta la qualificazione giuridica del fatto, è da ritenersi che il collegio non sia vincolato dal limite della pena massima richiesta dall'organo che procede e quindi possa applicare anche una sanzione più grave: non sussiste, infatti, in un procedimento di questo tipo, alcun principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, come sarebbe nel procedimento civile, e vale l'opposto principio di autonomia dell'organo giudicante, che caratterizza il procedimento penale e, in gran parte, quello amministrativo di tipo disciplinare.

Quest'ultimo aspetto può generare dei dubbi in rapporto anche ad una problematica connessa, di frequente riscontro pratico: ci si deve chiedere, cioè, se ed in che limiti esista un principio di corrispondenza esatta tra la contestazione disciplinare e la decisione. Una fattispecie piuttosto frequente, ad esempio, è quella per cui il notaio, pur senza appropriarsi del denaro versatogli dal cliente, dal punto di vista fiscale sposti determinate somme da quelle che dovrebbero essere considerate degli onorari alle anticipazioni, ottenendo così un risparmio fiscale indebito. Questo comportamento, da parte dei Consigli, notarili viene normalmente imputato al notaio sotto il profilo della violazione dell'art. 147 L.N., ma per aspetti non sempre coincidenti. In particolare, al di là degli aspetti generali di cui alla lett. a) dell'art. 147 (e quindi: compromissione della dignità e reputazione del notaio e del decoro e prestigio della classe notarile), non sempre viene contestato anche l'aspetto di cui alla lett. c) dell'art. 147 L.N. (e cioè, violazione delle regole sulla concorrenza). Il fatto che la qualificazione giuridica attribuita dal Consiglio notarile non sia comprensiva dell'aspetto di cui alla menzionata lett. c) consente o no che la Coredi possa affrontarla d'ufficio? La necessaria corrispondenza tra la contestazione e la decisione, in altri termini, si riferisce solo al fatto storico addebitato o anche alla qualificazione giuridica che ne abbia data l'organo che ha iniziato il procedimento? Pare preferibile, in linea di principio, la seconda soluzione, soprattutto in ragione della possibile compromissione, che altrimenti si avrebbe, del diritto di difesa dell'incolpato e della possibilità per quest'ultimo di svolgere le proprie argomentazioni, sin dall'inizio del procedimento, con riferimento a tutti i profili di illegittimità che vengano individuati nel suo comportamento.

Il quesito, d'altro canto, si collega ad un diverso interrogativo che riguarda i rapporti tra le tre lettere dell'art. 147 L.N. Va da sé che un comportamento oggettivo può rientrare in una o più fattispecie di quelle previste dalla norma. L'opinione dominante ritiene che lo stesso fatto non possa essere sanzionato due volte distintamente: pertanto, qualora il fatto sia sussumibile sotto più fattispecie sanzionatorie, ciò potrà contribuire alla concreta modulazione della sanzione irrogata, ma mai all'applicazione di due o più distinte sanzioni.

Si afferma, cioè, un rapporto di specialità, importante dal punto di vista sistematico per quanto riguarda il trattamento di fattispecie che possono farsi rientrare nell'ambito applicativo di norme caratterizzate da una formulazione molto generale (come quelle contenute nell'art. 147 L.N.,) ma anche in altre, espresse e più specifiche previsioni della legge notarile. Ad esempio, nel caso di violazione della normativa in tema di recapito, l'art. 26 L.N. prevede l'apertura di un (solo) ufficio secondario; tale procedura è stata recepita anche in specifiche norme deontologiche dettate dal C.N.N. e da Consigli notarili. Nel caso in cui si sia verificata questa fattispecie, la richiesta di doppia imputazione (ex art. 26 L.N. e per violazione di cui all'art. 147 lett. b) L.N.) non pare corretta, in quanto il criterio di specialità deve indurre ad applicare il solo art. 26 L.N., considerato assorbente rispetto all'art. 147.

I termini procedurali hanno tutti carattere ordinatorio? La normativa in merito prevede una serie innumerevole di termini (alcuni a dir la verità anche poco logici) per lo svolgimento del procedimento. L'orientamento di carattere generale si ricollega alla L. 241/90, che prevede un termine di 90 giorni per la conclusione del procedimento amministrativo, peraltro pacificamente ritenuto ordinatorio. Tuttavia, sussistono alcune previsioni specifiche, come l'art. 156 L.N. secondo cui il presidente della Coredi, entro i 15 giorni successivi alla scadenza del termine per presentare la memoria, fissa la data della discussione, che deve aver luogo nei successivi 30 giorni, e ne dà avviso alle parti almeno 20 giorni prima. Si ritiene comunemente che solo quest' ultimo termine, riguardando il diritto costituzionalmente garantito a poter agevolmente esercitare la propria difesa, debba essere ritenuto perentorio; ma è evidente che la necessità di valutare caso per caso la perentorietà del termine in base alla funzione da esso svolta, e al suo collegamento con superiori princìpi inderogabili, possa lasciare ampi margini di opinabilità. Il problema della determinazione della natura del termine (ordinatorio o meno) si pone, in effetti, in tutta una serie di fattispecie intermedie, nelle quali viene in gioco tale valutazione, da coordinarsi con le esigenze generali del procedimento e di un suo efficiente svolgimento. La Coredi Piemonte, ad esempio, ha ritenuto che si possano disciplinare in maniera diversa – ritenendoli ordinatori e quindi modificabili – ,in particolare, il termine per la presentazione delle memorie (5 giorni prima dell'udienza) e della  presentazione delle prove contrarie (2 giorni prima dell'udienza): si tratta, oggettivamente, di termini troppo brevi, tenuto conto anche che nell'udienza di discussione dovrebbe, tendenzialmente, prendersi una decisione immediata, e per tale motivo la Coredi Piemonte ha ampliato i termini in questione, onde consentire alle parti e allo stesso organo giudicante un più meditato esame delle argomentazioni e delle richieste presentate.

Nel caso di inosservanza dei termini ora menzionati (previsti dalla legge o eventualmente ampliati in deroga dalla Coredi) la prova può comunque essere assunta d'ufficio. Se le memorie non tempestive esse devono essere completamente ignorate oppure possono comunque assumere una qualche rilevanza? L'orientamento prevalente, come già accennato, tende a ritenere tali termini ordinatori, con la conseguente rilevanza processuale anche delle memorie ed istanze intempestive (addirittura, in tale ottica, presentate direttamente all'udienza di discussione): ma non si può sottacere che, così ragionando, possono essere seriamente compromesse le esigenze di efficienza e ponderazione del procedimento e della decisione finale, che sono alla base della sia pur per certi aspetti criticabile previsione normativa.

Gli artt. 145 e 145-bis L.N. hanno fornito importanti precisazioni, in rapporto al sistema previgente, circa la nozione di "recidiva", impeditiva dell'oblazione delle sanzioni pecuniarie (è ora specificato che la recidiva deve essere specifica, nel senso che il notaio abbia commesso nuovamente "la stessa infrazione"). Tale nozione di recidiva viene ora comunemente riferita, di conseguenza, all'avvenuta violazione della stessa norma; tuttavia, va osservato che, di fronte a norme quadro come l'art. 147 lett. b) L.N. (violazione di norme deontologiche), si rischia di ritornare ad una nozione di recidiva molto ampia, perché o si specifica che per aversi recidiva in questi casi occorra la violazione della stessa norma deontologica, o altrimenti si ritorna ad un ambito della recidiva molto generico. Il punto, indubbiamente, meriterebbe un intervento legislativo di ulteriore chiarimento, anche di fronte all'atteggiamento assai ondivago, in materia, delle prime decisioni assunte dalle varie Coredi.

L'oblazione può essere richiesta in ogni momento prima della decisione definitiva "all'organo dinanzi al quale si procede" (così l'art. 145-bis L.N.). Dunque, ad es., nel momento in cui pendono i termini per l'impugnazione della decisione della Coredi, è pacifico che il notaio possa chiedere oblazione: ma a quale organo va indirizzata la richiesta? E' ancora ultrattiva la competenza della Coredi oppure è necessario richiedere il provvedimento alla Corte d'Appello? La Coredi Piemonte ha deciso che, per ragioni di economia processuale, la richiesta possa essere presentata davanti alla stessa Coredi: ma anche questo aspetto meriterebbe una più chiara formulazione legislativa.

Un cenno conclusivo, tra le tante altre questioni che non possono qui essere affrontate per ragioni di tempo, merita la possibilità di richiedere misure cautelari atipiche. È possibile, secondo l'orientamento ormai pacifico delle Corredi, prevedere misure cautelari, oltre alla sospensione, modellate sulle esigenze concrete della fattispecie. L'esempio tipico è quello del notaio che si è appropriato delle somme dei clienti, il quale viene  di frequente sottoposto ad uno sorta di  "tutoraggio": la sua attività,  cioè, in particolare il pagamento delle imposte, viene sottoposta a dei vincoli ovvero controllata dal Consiglio notarile; e ciò anche in considerazione dell'opportunità di non applicare tout court, in  una fase  ancora cautelare,  la misura tipica della sospensione, che potrebbe impedire all'incolpato di reperire i fondi necessari per risarcire il danno arrecato, e quindi essenzialmente a tutela dei terzi coinvolti.

A proposito delle misure cautelari, va infine rammentato che le misure cautelari non perdono ipso iure efficacia per effetto della decisione disciplinare (salvo che questa sia di proscioglimento), salvo che nell'ipotesi di inefficacia ex lege di cui al 6° comma dell'art. 158 sexies L.N.: la formulazione di questa norma, infatti, pare escludere la sussistenza di un principio (spesso affermato nell'ambito del processo civile, ma oggetto di forti critiche da parte dei più recenti orientamenti dottrinali) di automatico assorbimento della misura cautelare nella decisione. Ne è possibile, tuttavia, come disposto dallo stesso art. 158 sexies, una revoca, su istanza di parte o anche d'ufficio, ove l'organo giudicante ritenga che ne siano venuti meno i presupposti.


[*] Trascrizione autorizzata dell'intervento al Convegno "La responsabilità del notaio" organizzato dalla Fondazione italiana del Notariato e tenutosi a Genova il 13 marzo 2015

[1] Superabile, tra l'altro, con la costituzione di apposite sezioni speciali presso la Magistratura ordinaria.

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