Direttiva 2014/17/UE - Art. 2 - Livello di armonizzazione - Commento di Sveva Cordopatri
Direttiva 2014/17/UE
Art. 2 - Livello di armonizzazione
Commento di Sveva Cordopatri
Dottore di ricerca in Diritto civile, Università di Roma “Tor Vergata”

Art. 2
Livello di armonizzazione

1. La presente direttiva non impedisce agli Stati membri di mantenere o introdurre disposizioni più stringenti per tutelare i consumatori, a condizione che tali disposizioni siano coerenti con i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione.
2. In deroga al paragrafo 1, gli Stati membri non mantengono né introducono nella legislazione nazionale disposizioni divergenti da quelle di cui all’articolo 14, paragrafo 2, e all’allegato II, parte A, con riguardo alle informazioni precontrattuali standard tramite un prospetto informativo europeo standardizzato (Pies), e all’articolo 17, paragrafi da 1 a 5, e all’articolo 17, paragrafi 7 e 8, e all’allegato I con riguardo a uno standard dell’Unione comune e coerente per il calcolo del tasso annuo effettivo globale (Taeg).


L’armonizzazione come metodo

L’aspirazione alla creazione di un mercato unico privo di frontiere interne ha comportato, in materia di contratti di credito relativi ai beni immobili residenziali, la necessaria ricerca di omogeneità fra le legislazioni dei vari Stati membri(1). Le naturali divergenze fra i vari sistemi legislativi - relativi alle norme di comportamento nell’attività di erogazione del credito per i beni immobili residenziali, nonché ai sistemi di regolamentazione e vigilanza degli intermediari del credito e degli enti non creditizi che offrono contratti di credito (considerando 2) - ostacolano e limitano le negoziazioni transfrontaliere: riducono la concorrenza e la scelta del mercato e determinano un aumento del costo dell’erogazione dei crediti a carico dei prestatori con il conseguente e possibile impedimento all’esercizio della propria attività. Pertanto, per agevolare la creazione di un mercato unico, occorre garantire un elevato livello di protezione dei consumatori nel settore dei contratti di credito relativi ai beni immobili affinché essi possano confidare nella professionalità e serietà degli enti con cui interagiscono. Ne segue che lo strumento ritenuto più idoneo dal legislatore europeo risulta essere la predisposizione di un quadro giuridico dell’Unione adeguatamente armonizzato (considerando 5).
Diversamente da quanto previsto dalle direttive precedenti, che avevano disposto un livello di armonizzazione ‘piena’, il legislatore europeo ha ora riservato tale strumento solamente all’obbligo di fornire informazioni precontrattuali attraverso il prospetto informativo europeo standardizzato (Pies) e alle modalità di calcolo del tasso annuo effettivo globale (Taeg), propendendo per il resto per un modello di armonizzazione c.d. minimale.
Lo strumento della armonizzazione cosiddetta ‘minimale’ delle legislazioni degli Stati membri (previsto recentemente solo dalla direttiva 87/102/CE) consiste, da un lato, nell’assicurare al consumatore in ambito europeo un livello di tutela appunto minimale, meglio, una sorta di soglia, mediante l’adozione di disposizioni inderogabili da parte dei legislatori nazionali; e, dall’altro lato, in ambito nazionale, nella libertà degli Stati membri di introdurre e mantenere nel proprio ordinamento disposizioni diverse o ulteriori(2).
Di contro, la tecnica della armonizzazione ‘piena’ consiste della predisposizione da parte del legislatore europeo di una disciplina cui devono necessariamente uniformarsi gli Stati membri. I legislatori nazionali non possono mantenere o introdurre disposizioni divergenti da quelle della direttiva, ossia disposizioni di contenuto diverso rispetto a quello prescritto dal provvedimento comunitario. Beninteso, con l’opportuna incertezza che l’applicazione di tale strumento comporta. Esso, infatti, privando i legislatori nazionali di qualsivoglia discrezionalità, potrebbe finire per ostacolare la affermazione di una tutela effettiva a favore dei consumatori. Ancorché suscettibili di incrementare il livello di protezione dei consumatori, le disposizioni interne che siano state mantenute o adottate dal legislatore nazionale devono, in forza del principio dell’armonizzazione piena, essere ritenute contrarie al provvedimento comunitario.
In passato(3 )era stato preferito il modello di armonizzazione minimale fino alla adozione della direttiva 2008/48/CE. Quest’ultima aveva fatto ricorso alla tecnica della armonizzazione piena, ritenuta necessaria per impedire le divergenze nelle legislazioni nazionali - arrivate a un livello tale da determinare distorsioni della concorrenza e ostacolare lo sviluppo delle contrattazioni transfrontaliere relative ai finanziamenti al consumo - e per mettersi al passo altresì della rapida evoluzione del mercato del credito. Così, al fine di agevolare la intensificazione delle negoziazioni transfrontaliere (e determinare la piena realizzazione del mercato interno), era stato ritenuto necessario armonizzare le normative nazionali relativamente ad alcuni aspetti dei contratti di credito dei consumatori, assicurando loro non una tutela meramente minimale, ma un livello di tutela necessariamente uniforme ed equivalente per tutti i consumatori europei che altrimenti i legislatori nazionali non avrebbero potuto ridurre o aumentare(4).
Tuttavia, il legislatore europeo con la presente direttiva si è discostato dall’indirizzo seguito in passato. La direttiva 2014/17/UE per garantire la uniforme applicazione del diritto e la agognata omogeneità di disciplina non vieta l’adozione o il mantenimento di norme nazionali divergenti, ma, al contrario, consente, salvo alcuni settori, la introduzione o la conservazione di disposizioni diverse, purché prevedano una tutela più stringente per il consumatore.
In effetti, la specificità dei contratti di credito relativi ai beni immobili e le peculiarità di evoluzione e di condizioni di mercato proprie degli Stati membri, soprattutto in ordine alla struttura e agli operatori del mercato, alle categorie dei prodotti disponibili e alle procedure per la concessione del credito (considerando 7), hanno portato a riconoscere in capo ai legislatori nazionali il potere di introdurre o mantenere disposizioni maggiormente protettive nei confronti del consumatore rispetto a quelle stabilite dalla presente direttiva nei settori non espressamente oggetto di piena armonizzazione. Dunque, la preventiva scelta da parte del legislatore europeo di un modello di armonizzazione minimale(5), e successivamente, il ricorso al modello di armonizzazione piena(6 )fino alla recente direttiva, che ha reintrodotto il sistema della tutela minimale, rispondono tutte all’esigenza di impedire un eccesso di tutela che si traduca nella mortificazione delle ragioni del consumatore, soprattutto qualora esso si trovi a concludere i contratti di credito disciplinati dalla presente direttiva(7).

La disciplina

La direttiva in esame trova fondamento nei principi individuati dagli art. 95(8 )e 153(9 )del Trattato CE. La lettura delle norme consente di predicare la coerenza del metodo dell’armonizzazione minimale con i principi stabiliti dall’Unione. Come rilevato, al legislatore nazionale è restituito un certo margine di discrezionalità laddove gli si consente di mantenere o introdurre regole interne suscettibili di assicurare ai consumatori un livello di protezione più elevato ed incisivo rispetto a quello stabilito dalla direttiva. Non va trascurato che la discrezionalità può operare solo in senso più favorevole al consumatore: il legislatore può adottare o mantenere solamente le disposizioni ‘più stringenti’ cioè quelle che dispongano una tutela più rigorosa a favore del consumatore rispetto alla disciplina imposta dalla direttiva.
Da soggiungere che tale potere discrezionale può essere esercitato legittimamente a condizione che le norme interne siano «coerenti con gli obblighi dei singoli Stati membri, ai sensi del diritto dell’Unione». L’inciso limita la discrezionalità dei legislatori nazionali giacché consente loro di mantenere o introdurre nei singoli ordinamenti disposizioni divergenti rispetto a quelle previste dalla direttiva purché comunque coerenti con gli obblighi stabiliti nei confronti degli Stati membri dal diritto dell’Unione. Esso, pur nella sua ambigua formulazione, richiede che, affinché possano introdurre a favore dei consumatori disposizioni più stringenti in deroga o ad integrazione di quelle previste dalle disposizioni della direttiva, i legislatori nazionali rispettino gli obblighi di diritto comunitario, quali, innanzitutto, gli obblighi posti dal medesimo articolo 2, paragrafo 2, della direttiva 2014/17/ UE e anche l’obbligo di rispettare le libertà economiche fondamentali di circolazione. Ne segue che, lungi dall’essere arbitrario, il potere del legislatore nazionale di garantire maggiore protezione al consumatore deve trovare giustificazione in uno dei motivi che, ai sensi dell’art. 30 del Trattato CE, consentono di mantenere i divieti o le restrizioni all’importazione, all’esportazione o al transito. Così, ove non si traducesse nel rispetto di uno di tali obblighi, l’applicazione di una norma interna diversa da quella prevista dalla direttiva configurerebbe, ancorché preordinata ad aumentare la tutela del consumatore, una restrizione quantitativa all’importazione o all’ esportazione vietata dagli art. 29 e 28 del Trattato CE, con la conseguente eventuale dichiarazione di non vincolatività da parte della Corte di Giustizia(10).
Inoltre, il ricorso alla tecnica dell’armonizzazione minimale rispetta anche il principio di sussidiarietà e quello di proporzionalità. In tal senso, la disciplina dei contratti di credito a favore dei consumatori relativi ai beni immobili residenziali stabilita dalla direttiva può, salvo alcuni casi, essere integrata e modificata dai legislatori nazionali con disposizioni di contenuto più rigoroso nei confronti dei consumatori. Con la conseguenza che, nell’ipotesi in cui il potere legislativo nazionale non la abbia integrata in senso più restrittivo, è applicabile la normativa comunitaria. In sintesi, la pluralità e la diversificazione degli ordinamenti giuridici vengono salvaguardate ed incentivate, attribuendo alla Unione il potere di sopprimere tale libertà solo nei limiti in cui è effettivamente indispensabile, per prevenire le distorsioni del mercato o per porvi rimedio. Viene rispettata una concezione del diritto comunitario che non si sostituisca al diritto nazionale ma provochi una modernizzazione legata agli obiettivi di efficienza economica(11).
Il legislatore comunitario dispone, al considerando n. 9, che, per i settori non compresi nella direttiva, gli Stati membri sono liberi di mantenere o introdurre norme nazionali. Il legislatore nazionale è così libero di introdurre norme per ciò che attiene alla validità dei contratti di credito, al diritto patrimoniale, alla registrazione fondiaria, all’informativa contrattuale e, ove non disciplinate nella presente direttiva, alle questioni “post contrattuali”.
Al contrario, il legislatore nazionale non può mantenere o introdurre disposizioni divergenti da quelle indicate dall’art. 14, paragrafo 2, e dall’allegato II, parte A, in materia di informazioni precontrattuali personalizzate nonché da quelle indicate dall’art. 17, paragrafi da 1 a 5, e paragrafi 7 e 8, e dall’allegato I in materia di calcolo del tasso annuo effettivo globale. Con il conseguente ritorno alla armonizzazione ‘piena’ per ciò che attiene alle modalità con cui le informazioni precontrattuali devono essere fornite dal creditore (o dall’intermediario del credito o dal rappresentante designato) al consumatore. È dunque prescritto il vincolo della forma solo quanto alle modalità di elargizione delle informazioni precontrattuali inerenti ai contratti di credito garantiti da ipoteca o da altra garanzia e ai contratti di credito finalizzati all’acquisto o alla conservazione di un diritto di proprietà su un bene immobile residenziale, che, rese su supporto cartaceo o altro supporto durevole(12), devono essere fornite mediante il modello Pies (prospetto informativo europeo standardizzato)(13).
Ulteriore disposizione cui gli Stati membri devono uniformarsi è quella di cui ai paragrafi 2,3, 4, 5, 7 e 8 dell’art. 17 e dell’allegato I. Essa attiene alle modalità di calcolo del Taeg (tasso annuo effettivo globale), e, più in particolare, alla formula matematica per il calcolo dell’equivalenza dei prelievi, da un lato, e dei rimborsi e delle spese, dall’altro; alle indicazioni necessarie per il calcolo del Taeg, quali quelle sui costi di apertura e gestione di uno specifico conto, sui costi relativi all’utilizzo di uno specifico mezzo di pagamento e sugli altri costi relativi alle operazioni di pagamento; nonché, infine, ai modi di calcolo del Taeg per le ipotesi di modifica in futuro del tasso debitore o per quelle in cui sia stato concordato un tasso debitorio fisso per almeno cinque anni.
Da ultimo, la Commissione si riserva il diritto di adottare atti delegati per modificare o aggiornare le indicazioni relative ai modi di calcolo del Taeg.

Segue. Inderogabilità delle disposizioni

Le disposizioni di cui all’art. 2, paragrafo 2, attinenti alla forma in cui devono essere rese le informazioni precontrattuali e alle modalità di calcolo del Taeg non possono essere derogate. Il legislatore comunitario ne dispone, sebbene non espressamente, la inderogabilità assoluta, giacché vieta agli Stati membri di adottare disposizioni divergenti da quelle specificamente individuate. Dal canto suo, il legislatore nazionale non può neppure introdurre o mantenere norme di maggior favore nei confronti del consumatore, perché, quanto ai settori espressamente individuati dalla disposizione, deve pedissequamente rispettare il provvedimento comunitario. Non vi è dubbio che tali norme sono da qualificare inderogabili, ovvero norme che si pongono in modo assolutamente cogente ed in ogni caso(14).
L’art. 2, paragrafo 1, dispone che le residue disposizioni della direttiva 2014/17/UE possono essere integrate, modificate ovvero disapplicate dal legislatore nazionale solo a condizione che esso predisponga un sistema di tutele più rigoroso a favore del consumatore e comunque conformi agli obblighi prescritti in generale nei confronti degli Stati membri. Si tratta, in buona sostanza, di una sorta di inderogabilità in pejus delle disposizioni comunitarie(15). La previsione della inderogabilità non comporterebbe di per sé il recepimento formale, da parte del legislatore nazionale, del principio dettato nel provvedimento comunitario, ma potrebbe semmai condurre ad un arricchimento sostanziale, per dir così, del contenuto minimale delle previsioni comunitarie. Vi sarebbe la recezione, nel tessuto interno, di norme cogenti aventi un ambito più esteso di quello individuato dalla direttiva, così da assicurare al consumatore una tutela più pregnante: alla inderogabilità in pejus si affiancherebbe la derogabilità in melius delle norme comunitarie.
Nel nostro ordinamento, per restare nel campo schiettamente privatistico, la c.d. inderogabilità in pejus trova applicazione nell’art. 1932, comma 1, c.c. in materia di contratto di assicurazione(16), nell’art. 1469-bis c.c., relativamente alla disciplina dei contratti dei consumatori, e nell’art. 134 cod. cons., in tema di difetto di conformità della cosa venduta al consumatore(17). Il divieto di derogare alle disposizioni dettate dal legislatore se non in senso più favorevole comporta un limite alla autonomia negoziale che ha ragion d’essere soltanto laddove vi siano norme sfavorevoli alla parte debole: se, da un lato, non può subire un trattamento deteriore rispetto alle posizioni giuridiche attribuitegli da determinati atti (inderogabilità in pejus); dall’altro lato, il soggetto tutelato può ottenere una protezione maggiore rispetto a quella individuata dalla norma inderogabile in pejus (derogabilità in melius).
Così intesa, la inderogabilità in pejus configurerebbe una sorta di ‘inderogabilità relativa’: la dispo- sizione comunitaria non può essere derogata se la norma di deroga non introduce nell’ ordinamento nazionale un maggiore livello di tutela per il consumatore.
Tuttavia, l’ammissibilità della inderogabilità in pejus è ostacolata da ragioni dogmatiche.
La normativa comunitaria, preordinata alla tutela del consumatore, è da ritenere per definizione derogabile dalla norma statuale interna che assicuri un favor ancor maggiore al medesimo consumatore. L’assunto che la normativa comunitaria sarebbe inderogabile in via di principio ma consentirebbe la deroga solo ad opera di una norma statuale più favorevole sarebbe contraddittorio perché delle due l’una: o la norma è inderogabile ex se, ed allora essa non consente in alcun modo deroga; oppure, la norma ammette la possibilità che un’altra legge disponga in senso diverso, e allora essa è da ritenere senz’altro derogabile.
Senza dire che fra le norme di diritto comunitario e quelle dell’ordinamento nazionale non si delinea un rapporto in termini di inderogabilità, ma in termini di gerarchia delle fonti. La inderogabilità delle disposizioni normative assume rilievo nell’ambito dell’autonomia negoziale: la norma è derogabile o meno ad opera di chi commercia a livello privatistico.
In sintesi, la disposizione di diritto comunitario definita norma inderogabile deve essere recepita tout court dal legislatore nazionale. Al contrario, la norma comunitaria cosiddetta derogabile in melius o inderogabile in pejus lascia libero lo Stato membro di individuare e sancire una disciplina più favorevole al consumatore(18).
Del resto, l’art. 38 prescrive, coerentemente con quanto stabilito dall’art. 2, che gli Stati debbano individuare le sanzioni applicabili in caso di violazione delle disposizioni contenute nella direttiva, e debbano adottare tutte le misure necessarie a garantirne l’attuazione. Inoltre, l’art. 41 dispone che gli Stati membri debbano assicurare che i consumatori non possano rinunciare ai diritti loro conferiti dalla disciplina nazionale di recepimento e, in genere, che le disposizioni non siano eluse.
In realtà, la possibilità ammessa esplicitamente dalla normativa comunitaria di dettare una disciplina più favorevole non è giustificata dalla certezza del diritto ma soprattutto ed esclusivamente dalla esigenza di elargire una più favorevole tutela all’interesse del creditore(19). Anche se non è da trascurare che la legislazione comunitaria in materia contrattuale persegue, al fondo, lo scopo di regolamentare il mercato. Ne consegue che la disciplina irrogata per la tutela del consumatore deve essere posta in correlazione con quella, più generale, che porta le regole del mercato(20).


(1) F. MACARIO, Il percorso dell’armonizzazione del credito al consumo: conclusione di un iter ultraventennale?, in AA.VV., La nuova disciplina europea del credito al consumo. La direttiva 2008/48/CE relativa ai contratti di credito dei consumatori e il diritto italiano, a cura di G. De Cristofaro, Torino, 2009, p. 3, afferma che la disciplina del credito al consumo rappresenta bene il modus procedendi dell’armonizzazione del diritto contrattuale tra difficoltà, contraddizioni ed esigenze di coordinamento, di natura tanto linguistica quanto più strettamente disciplinare, all’interno di un dato sistema in movimento o, meglio, di continuo assestamento, a fronte di una fenomenologia normativa che investe i procedimenti formali di produzione delle norme e i loro stessi contenuti.

(2) Cfr. G. DE CRISTOFARO, «La nuova disciplina comunitaria del credito al consumo: la direttiva 2008/48/ CE e l’armonizzazione ‘completa’ delle disposizioni nazionali concernenti ‘taluni aspetti’ dei ‘contratti di credito ai consumatori’», in Riv. dir. civ., 2008, p. 257. L’Autore giustifica l’abbandono dello strumento dell’armonizzazione minimale e il conseguente impiego della tecnica della armonizzazione piena propria della direttiva 2008/48/CE perché «le disparità esistenti tra le normative nazionali hanno infatti dissuaso gli imprenditori stabiliti in uno Stato dall’offrire credito ai consumatori residenti in Stati diversi e hanno altresì distolto consumatori dal prendere in considerazione crediti offerti da imprenditori stabiliti in Stati diversi da quello di residenza; a ciò si aggiunga che, frenando lo sviluppo dell’offerta e della domanda di credito transfrontalieri, tali differenze hanno inevitabilmente finito per frenare anche la stessa crescita degli acquisti transfrontalieri di beni o servizi da parte dei consumatori».

(3) Cfr. G. DE CRISTOFARO, ult. op. cit., p. 268, che afferma che la scelta dell’armonizzazione piena ha caratterizzato tutte le direttive CE in materia di contratti dei consumatori adottate negli anni 2000 (segnatamente, oltre alla direttiva 2008/48/CE sui contratti di credito ai consumatori, la direttiva 2005/29/CE concernente le pratiche commerciali sleali e la direttiva 2002/65/CEE relativa alla commercializzazione a distanza di servizi finanziari).

(4) Occorre in proposito chiarire che le direttive cui si è fatto riferimento, specificamente la direttiva 87/102/CE e la direttiva 2008/48/CE, riguardano più genericamente il credito al consumo: esse predispongono una disciplina di tutela per il consumatore che concluda contratti di credito, dalla cui ampia categoria il legislatore europeo ha escluso, però, i contratti di credito relativi ai beni immobili residenziali, la cui disciplina è oggetto della presente direttiva.

(5) Cfr. direttiva 87/10/CE.

(6) Cfr. direttiva 2008/48/CE.

(7) Dubbi circa la efficacia del metodo dell’armonizzazione ‘piena’ erano stati sollevati (cfr. G. DE CRISTOFARO, ult. op. cit., p. 268) relativamente alla incoerenza fra la rigidità di tale vincolo e la parzialità e incompletezza della disciplina contenuta nella direttiva 2008/48/CE ‘consapevolmente e programmaticamente’ lacunosa. Secondo l’Autore «la verità è che nell’opzione per l’armonizzazione ‘piena’, anziché meramente minimale, si riflette e si esprime la chiara prevalenza accordata dagli organi comunitari alle istanze di regolamentazione del mercato e di tutela della concorrenza rispetto alle istanze di protezione dei consumatori, istanze che nelle direttive degli anni ’80 e ’90 avevano trovato una armonica composizione».

(8) «Il Consiglio, deliberando in conformità della procedura di cui all’articolo 251 e previa consultazione del Comitato economico e sociale, adotta le misure relative al ravvicinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative degli Stati membri che hanno per oggetto l’instaurazione ed il funzionamento del mercato interno». Si specifica, al paragrafo 3 del medesimo articolo che «la Commissione, nelle sue proposte di cui al paragrafo 1 in materia di sanità, sicurezza, protezione dell’ambiente e protezione dei consumatori, si basa su un livello di protezione elevato, tenuto conto, in particolare, degli eventuali nuovi sviluppi fondati su riscontri scientifici».

(9) Esso afferma che «al fine di promuovere gli interessi dei consumatori ed assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori, la Comunità contribuisce a tutelare la salute, la sicurezza e gli interessi economici dei consumatori nonché a promuovere il loro diritto all’informazione, all’educazione e all’organizzazione per la salvaguardia dei propri interessi». Al paragrafo 5 del medesimo articolo è aggiunto che le misure adottate a norma del paragrafo 4 non impediscono ai singoli Stati membri di mantenere o di introdurre misure di protezione più rigorose. Tali misure devono essere compatibili con il presente trattato. Esse sono notificate alla Commissione».

(10) In tal senso, cfr. P. SIRENA, L’inderogabilità delle disposizioni della direttiva e il rapporto con la disciplina sulle clausole abusive, in AA.VV., La nuova disciplina europea del credito al consumo. La direttiva 2008/48/CE relativa ai contratti di credito dei consumatori e il diritto italiano, a cura di G. De Cristofaro, Torino, 2009, p. 182, che, relativamente alla applicazione della direttiva 2008/48/CE, ricordava che oltre ai giustificati motivi tipizzati dal Trattato CE, vi è una regola di origine giurisprudenziale elaborata dalla Corte di giustizia, che richiede la applicazione del principio di proporzionalità. Perciò gli Stati membri possono rafforzare la tutela del consumatore purché ciò risulti strettamente necessario e, in ogni caso, dando priorità alle regole di informazione. Soltanto nell’ipotesi in cui l’applicazione di tali regole sia insufficiente ad eliminare le asimmetrie informative, gli Stati membri possono rafforzare la tutela del consumatore imponendo un determinato assetto finale degli interessi contrattuali o, in alcuni casi, assoggettando l’autonomia negoziale a un controllo sostanziale da parte dell’autorità giudiziaria.

(11) Così P. SIRENA, ult. op. cit., p. 181, seppure a contrario e in termini critici nei confronti della tecnica dell’armonizzazione piena stabilita dalla direttiva 2008/48/CEE. L’Autore ritiene che l’eventualità che il diritto dei contratti, fungendo da catalizzatore della modernizzazione, possa accentuare anziché ridurre la diversificazione fra gli ordinamenti giuridici nazionali non è affatto un pericolo, ma anzi una preziosa opportunità per potenziare ulteriormente la libertà contrattuale delle parti contraenti. Così la tecnica dell’armonizzazione minimale è l’unica propriamente compatibile con il disegno complessivo di integrazione degli Stati membri.

(12) Infra, sub art. 4.

(13) Le informazioni precontrattuali possono attenere alle condizioni generali del contratto e potrebbero costituire, qualora il creditore conceda al consumatore un periodo di riflessione per valutare l’offerta, una sorta di ‘proposta irrevocabile’ e la peculiarità della disciplina potrebbe consistere nella predisposizione, da parte dell’Unione europea, del modulo Pies, cioè delle condizioni generali di contratto. Non si tratterebbe più della predisposizione di un modulo formato unilateralmente dal creditore ai sensi dell’art. 1341 c.c., ma, in taluni casi, di un modulo il cui contenuto è individuato specificamente dalla UE.

(14) Così, N. IRTI, Introduzione allo studio del diritto privato, Padova, 1990, p. 89, pur se l’Autore fa espresso riferimento alla volontà delle parti.

(15) L’inderogabilità in pejus è stata definita un istituto che limita l’autonomia negoziale dei privati per indirizzarla verso la tutela di determinate categorie di soggetti: si sottrae parzialmente alle parti la disponibilità della materia, onde evitare che la disciplina a tutela dei soggetti ‘deboli’ sia resa inapplicabile mediante l’utilizzo strumentale, da parte del contraente ‘forte’, dell’autonomia negoziale della controparte. Così, G. CARRIERO - A. NAPOLETANO, L’inderogabilità in pejus delle disposizioni in materia di trasparenza, in AA.VV., La nuova legge bancaria, a cura di P.F. Ferro Luzzi - G. Castaldi, Milano, 1996, p. 1902. Cfr. anche L. DI NELLA, Il consumatore, il professionista e l’inderogabilità in pejus delle norme applicabili ai contratti dei consumatori, in AA. VV., I ‘principi’ del diritto comunitario dei contratti, a cura di G. De Cristofaro, Torino, 2009, p. 86.

(16) Così, G. CARRIERO - A. NAPOLETANO, ult. op. cit., p. 1903. Gli Autori rilevano che tale principio trova applicazione generale nei rapporti di lavoro subordinato, sia per le posizioni attribuite al lavoratore dalla legge, sia per quelle individuate dalla parte normativa dei contratti collettivi.

(17) Come affermato dalla recente Corte Giust. CE, 17 aprile 2008, causa C-404/2006, l’art. 3 della direttiva 1999/44/ CE, su taluni aspetti della vendita e delle garanzie dei beni di consumo, deve essere interpretata nel senso che osta ad una normativa nazionale che consenta al venditore che abbia venduto un bene di consumo affetto da difetto di conformità, di esigere dal consumatore un’indennità per l’uso di tale bene non conforme fino alla sostituzione con un bene nuovo.

(18) Non potrebbe neppure eccepirsi che il diritto comunitario abbia genesi convenzionale così da giustificare che anche in questo caso si parli di autonomia negoziale delle parti, cioè degli Stati contraenti.

(19) G. DE CRISTOFARO, op. cit., p. 258, che afferma che proprio la scelta di un’armonizzazione di natura non meramente minimale, ma completa e piena, ha contribuito a rendere particolarmente forte il contrasto fra le istanze consumeristiche, volte ad ottenere misure idonee ad assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori, e le pressioni esercitate dalle imprese creditizie, che spingevano nella direzione di un livello semplicemente ‘sufficiente’ ed ‘adeguato’ di protezione dei consumatori.

(20) La tutela del consumatore è perseguita e realizzata subordinatamente a una finalità liberistica da ritenere primaria e caratterizzante e assolutamente ispirata ai principi fondanti del Trattato istitutivo. Per questa ragione il diritto comunitario dei contratti può essere apprezzato alla stregua di intervento pubblico di regolazione del mercato. L’esigenza sostanziale di tutela del consumatore, che ne costituisce il motivo caratteristico e più evidente, è preordinata alla liberalizzazione dei mercati e degli ordinamenti giuridici nazionali ed è perseguita coerentemente con la tutela di quelle libertà fondamentali di circolazione ineludibili nel contesto della costituzione economica europea. La funzionalizzazione dell’autonomia privata e la sua strumentalità rispetto al circuito dell’economia dei consumi traspaiono in maniera ancora più evidente rispetto al passato dalle stesse tecniche prescelte per il perseguimento dei menzionati obiettivi. Si tratta di seguire la via della armonizzazione delle discipline attraverso la modulazione del grado di cogenza di alcune disposizioni (cfr. G. CARRIERO, «La nuova disciplina comunitaria del credito al consumo: linee di indirizzo, questioni irrisolte, problemi applicativi», in Riv. dir. civ., 2009, p. 509, il quale rileva che la maggiore concorrenza economica produce una minore concorrenza contrattuale sul piano qualitativo, essendo ormai questa totalmente rimessa all’autonomia privata e quindi, nei contratti in serie, ai suoi protagonisti del mercato o, meglio, ai ‘mercanti del diritto’), finalizzata a estendere la disciplina a forme di credito ai consumatori valide per tutta l’UE e ad assoggettare i creditori ad un’unica e omogenea disciplina.

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