Direttiva 2014/17/UE - Art. 11 - Informazioni di base da includere nella pubblicità - Commento di Elisa Tamburino
Direttiva 2014/17/UE
Art. 11 - Informazioni di base da includere nella pubblicità
Commento di Elisa Tamburino
Notaio in Zogno

Art. 11
Informazioni di base da includere nella pubblicità

1. Gli Stati membri garantiscono che qualsiasi pubblicità relativa ai contratti di credito che indichi un tasso d’interesse o qualunque altro dato numerico riguardante il costo del credito per il consumatore contenga le informazioni di base di cui al presente articolo.
Gli Stati membri possono prevedere che il primo comma non si applichi nei casi in cui il diritto nazionale richieda l’indicazione del Taeg nella pubblicità relativa ai contratti di credito che non indichi un tasso di interesse o qualunque altro dato numerico riguardante il costo del credito per il consumatore ai sensi del primo comma.
2. Le informazioni di base precisano, in maniera chiara, concisa ed evidenziata:
a) l’identità del creditore o, se del caso, dell’intermediario del credito o del rappresentante designato;
b) se del caso, il fatto che il contratto di credito sarà garantito da un’ipoteca o da un’altra garanzia analoga comunemente utilizzata in uno Stato membro sui beni immobili residenziali oppure da un diritto connesso ai beni immobili residenziali;
c) il tasso debitore, precisando se fisso o variabile o una combinazione dei due tipi, corredato di informazioni dettagliate relative alle commissioni comprese nel costo totale del credito per il consumatore;
d) l’importo totale del credito;
e) il Taeg, che deve avere un’evidenza all’interno dell’annuncio almeno equivalente a quella di ogni tasso di interesse;
f) se del caso, la durata del contratto di credito;
g) se del caso, l’importo delle rate;
h) se del caso, l’importo totale che il consumatore è tenuto a pagare;
i) se del caso, il numero delle rate;
j) se del caso, un’avvertenza relativa al fatto che eventuali fluttuazioni del tasso di cambio potrebbero incidere sull’importo che il consumatore è tenuto a pagare.
3. Le informazioni elencate al paragrafo 2 diverse da quelle di cui alle lettere a, b, o j, sono specificate con l’impiego di un esempio rappresentativo e si attengono interamente a tale esempio rappresentativo. Gli Stati membri introducono criteri per la definizione di «esempio rappresentativo».
4. Qualora la conclusione di un contratto riguardante un servizio accessorio, in particolare un’assicurazione, sia obbligatoria per ottenere il credito oppure per ottenerlo alle condizioni contrattuali offerte e qualora il costo di tale servizio non possa essere determinato in anticipo, anche l’obbligo di sottoscrivere detto contratto è indicato in forma chiara, concisa ed evidenziata, assieme al Taeg.
5. Le informazioni di cui ai paragrafi 2 e 4 sono facilmente leggibili o chiaramente udibili, a seconda del mezzo utilizzato per la pubblicità.
6. Gli Stati membri possono prescrivere l’inclusione di un’avvertenza concisa e proporzionata riguardante rischi specifici connessi ai contratti di credito. Essi notificano senza indugio tali prescrizioni alla Commissione.
7. Il presente articolo fa salva la direttiva 2005/29/CE.


Come già accennato l’art. 11 contiene l’elenco delle informazioni di base che devono essere incluse negli annunci pubblicitari. La norma sostanzialmente ricalca la struttura ed il contenuto dell’art 4 della direttiva 2008/48/CE recepito nel nostro ordinamento, per opera del D.l. 13 agosto 2010 n. 141, nell’art. 123 del D.lgs. 1 settembre 1993 n. 385 (d’innanzi Tub)(1).
Ai sensi del primo paragrafo dell’art. 11, l’obbligo di indicazione delle informazioni di base si applica solo alle pubblicità relative ai contratti di credito che indichino un tasso d’interesse o qualunque altro dato numerico relativo al costo del credito. Sono quindi esentati gli spot pubblicitari evocativi, analogamente a quanto previsto in materia di credito al consumo(2).
È rimessa poi alla discrezionalità degli stati membri la scelta di non applicare l’obbligo informativo di cui sopra ove la normativa nazionale imponga l’indicazione nella pubblicità relativa ai contratti di credito del Taeg anche in mancanza dell’indicazione di altri dati numerici relativi al costo del credito(3). Questa disposizione non avrà, tuttavia, alcuna rilevanza in sede di conversione poiché nel nostro ordinamento non vige un tale obbligo(4).
Per quanto riguarda le singole informazioni di base da includere nella pubblicità, l’elenco di cui al secondo paragrafo della norma in commento è più completo rispetto a quello recepito in seno all’art. 123 del Tub. Tale differenza appare coerente con le specificità del credito ipotecario rispetto al credito al consumo dovute alla diversa rilevanza economica dell’operazione tanto in termini di maggior valore dell’importo finanziario che per la specifica forma di garanzia prestata nonché alla minore frequenza di stipulazione di tali contratti i quali spesso sono conclusi una volta sola nella vita del consumatore(5). Le informazioni di base devono essere fornite in maniera chiara, concisa ed evidenziata anche mediante il ricorso ad un esempio rappresentativo i cui criteri per la definizione devono essere dettati dagli stati membri in modo da non confliggere con i requisiti di cui alla direttiva 2005/29/CE(6). Disposizione analoga è dettata in tema di credito al consumo. Mutuando le parole spese dall’Autorità Antitrust nel commento al recepimento della direttiva 2008/48/CE, può rilevarsi come «le disposizioni introdotte non appaiono sostanzialmente incidere sugli orientamenti seguiti dall’Autorità nella valutazione della completezza e chiarezza delle informazioni fornite alla clientela dagli operatori del settore del credito al consumo»(7). Ciò considerato, le informazioni in questione sono, tuttavia, ben più analitiche rispetto a quelle previste dalla normativa di settore sulla trasparenza bancaria le quali si limitano ad imporre: la riconoscibilità della natura pubblicitaria con finalità promozionale del messaggio; la necessita di fare riferimento ai fogli informativi per le condizioni contrattuali indicando, altresì, le modalità con cui questi sono messi a disposizione dei clienti; l’indicazione del Taeg e del relativo periodo di validità solo per gli annunci che dichiarino il tasso di interesse o altra cifra concernente il costo del credito(8). Oltre alle informazioni elencate al secondo comma dell’art. 11, la pubblicità deve indicare l’eventuale obbligo di concludere un contratto per un servizio accessorio ove il costo dello stesso non possa essere determinato in anticipo. Quando il prezzo del servizio accessorio possa essere determinato in anticipo, lo stesso concorrerà alla determinazione del Taeg(9); alla luce di ciò si giustifica la mancata applicazione dell’obbligo di informazione specifico. L’obbligatorietà della stipulazione del contratto relativo al servizio accessorio deve essere considerata non tanto come funzionale all’accesso al credito in generale, bensì in quanto rilevante per l’accesso al credito alle particolari condizioni contrattuali offerte nell’annuncio pubblicitario.
Anche tale obbligo informativo deve essere assolto in modo chiaro, conciso ed evidenziato assieme al Taeg. Tale ultimo inciso implica che detta indicazione, analogamente a quella del Taeg, non possa avere nell’ambito dell’annuncio un’evidenza grafica inferiore a quella riservata ad altri tassi di interesse.
È, invece, rimessa alla scelta degli Stati membri la prescrizione circa l’inclusione di un’avvertenza concisa e proporzionata riguardante i rischi specifici e connessi ai contratti di credito.
Le informazioni di base in questione assumono rilevanza, ai fini dell’applicazione della disciplina generale sulle pratiche commerciali scorrette, ai sensi dell’art. 22, quinto comma, cod. cons. in tema di pratiche ingannevoli omissive. Ex art. 22, cod. cons. si considera vietata, previa valutazione delle caratteristiche del caso concreto nonché dei limiti del mezzo di comunicazione impiegato, l’omissione di informazioni rilevanti di cui il consumatore ha bisogno nel contesto analizzato per prendere una decisione consapevole di natura commerciale. La medesima norma, al quinto comma, precisa che è considerato rilevante il contenuto degli obblighi di informazione previsti dal diritto comunitario per le comunicazioni commerciali. Alla luce di questo quadro normativo, le informazioni di base di cui al secondo comma dell’art. 11 della direttiva sono da considerarsi sicuramente rilevanti per il giudizio sulla correttezza del messaggio promozionale. Ne consegue che il messaggio pubblicitario che non indichi uno di questi dati violerà la disciplina in questione. Spunti di senso contrario non possono desumersi dal terzo comma, dell’art. 22, cod. cons. il quale prevede che, ai fini della valutazione della rilevanza dell’omissione nell’informazione, si prendano in considerazione le restrizioni in termini di spazio o di tempo imposte dal mezzo di comunicazione concretamente impiegato. L’art. della 11 direttiva, infatti, da una parte prevede espressamente che le informazioni di base debbano essere incluse in qualsiasi pubblicità, dall’altra, attribuendo rilevanza al mezzo concretamente utilizzato per la pubblicità ai fini della valutazione della leggibilità o udibilità delle informazioni (quinto comma dell’art. 11 in commento), non consente di escludere su questa base alcuna informazione.
La norma in commento ribadisce molteplici volte che l’informazione pubblicitaria deve essere fornita in maniera chiara, concisa e graficamente evidenziata.
In merito al secondo carattere indicato, non rispetterebbe lo standard imposto la moltiplicazione dell’informazione che, soprattutto se fornita in modo disordinato, assume la stessa rilevanza giuridica della carenza dell’informazione(10 )in quando idonea a sviare l’attenzione e la comprensione dagli elementi essenziali selezionati dal legislatore. Così, la standardizzazione dell’informazione implica non solo la determinazione del contenuto minimo della stessa, ma anche, entro certi limiti, di quello massimo.
Delimitato così il quantum dell’informazione da fornire, la norma chiarisce che la stessa debba essere, altresì, chiara e graficamente evidenziata. I due concetti sono interdipendenti tra loro. In particolare, il carattere dell’evidenza grafica non trova un riscontro testuale nella disciplina delle pratiche commerciali scorrette. Nella prassi applicativa dell’Antitrust lo stesso è direttamente ricondotto alla chiarezza e fruibilità dell’informazione(11). Il rispetto di tali parametri deve essere valutato alla luce del mezzo pubblicitario concretamente utilizzato. Nell’ambito dello stesso, in ogni caso, l’evidenza grafica del Taeg (nonché dell’eventuale informazione di cui all’art. 11, quarto comma) deve essere almeno equivalente a quella di ogni altro tasso di interesse riportato.
In conclusione, in merito ai rapporti tra la disciplina in commento e quella generale delle pratiche generali scorrette, si ritiene di aver evidenziato come la prima non sembri presentare elementi di deroga rispetto a quella generale, limitandosi ad integrarla con la predeterminazione delle informazione di base che devono essere in ogni caso incluse nell’annuncio pubblicitario. Non sembra, quindi, che la normativa in commento possa considerarsi speciale ai sensi dell’art. 19, terzo comma, cod. cons.(12 )secondo l’interpretazione autentica fornita dalla Commissione europea e meglio illustrata nel prosieguo del lavoro.

Profili sanzionatori

Premesso che i destinatari degli obblighi d’informazione in questione sono gli enti creditizi nonché gli intermediari che divulghino l’annuncio pubblicitario, si rileva come il legislatore comunitario non abbia disciplinato espressamente i profili sanzionatori determinati dalla violazione delle disposizioni dettate. L’art. 38 della direttiva rimette agli Stati membri la scelta delle sanzioni che siano «efficaci, proporzionate e dissuasive» nonché del sistema di enforcement.
Posto che sembra verosimile ritenere che la disciplina di recepimento verrà collocata nell’ambito del Tub, magari in un altro capo del titolo VI dedicato alla “trasparenza delle condizioni contrattuali e dei rapporti con i clienti”, ne consegue che le violazioni della disciplina in questione saranno potenzialmente soggette al potere di vigilanza della Banca d’Italia quali violazioni dei doveri di sana e prudente gestione(13 )nonché delle regole sulla trasparenza delle condizioni contrattuali e sulla correttezza dei rapporti con la clientela(14), legittimando così l’esercizio dei poteri inibitori e sanzionatori previsti, rispettivamente, dagli artt. 128-ter e 144 Tub(15).
È altrettanto evidente, tuttavia, come le medesime violazioni integrino anche i presupposti per la configurabilità di pratiche commerciali scorrette in quanto tali soggette al potere di controllo e di sanzione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ai sensi dell’art. 27 cod. cons.
Dal punto di vista applicativo, la problematica che si potrebbe prospettare è quella dei conflitti di competenze tra le Autorità indipendenti, e nel caso di specie tra Autorità Antitrust e Banca d’Italia.
La questione è stata oggetto di un recente intervento normativo il quale si pone a valle di una lunga vicenda che ha interessato la giurisprudenza amministrativa del Consiglio di Stato espressosi anche in Adunanza Plenaria, un precedente intervento normativo che sembra aver recepito il dictum del Consiglio di Stato, l’avvio di una procedura di infrazione da parte della Commissione europea a carico dell’Italia.
Ripercorrendo brevemente l’iter prospettato, la questione del conflitto di competenze tra Autorità indipendenti di settore è stata, in primis, oggetto del parere del Consiglio di Stato n. 3999 del 2008 il quale ha escluso la competenza dell’Antitrust in materia di pratiche commerciali scorrette nel settore dei prodotti finanziari. Il parere, adottando un’argomentazione poi disattesa dalla giurisprudenza amministrativa successiva, ha sostanzialmente interpretato il criterio di specialità di cui all’art. 19, terzo comma, cod. cons. alla stregua di una specialità per materia o per settori e non per norme. Si è quindi ritenuto sufficiente, al fine di fondare la competenza della Consob, l’esistenza di una normativa di settore, a prescindere da una compiuta valutazione circa la completezza e l’adeguatezza della stessa a fornire al consumatore il medesimo standard di tutela riconosciuto dalla disciplina generale(16).
A seguito dell’intervento dell’Antitrust contro le pratiche commerciali scorrette in materia di commercializzazione delle carte revolving(17), i professionisti sanzionati hanno sollevato la questione dell’incompetenza dell’Antitrust di fronte al Tar Lazio il quale, con la sentenza n. 1277 del 2010, ha respinto il ricorso ritenendo che le competenze delle Autorità coinvolte nel conflitto (manifestatosi in realtà in modo atipico visto che la Banca d’Italia non ha rivendicato alcuna competenza sul punto) fossero complementari e non alternative poiché poste a tutela di interessi diversi e non sovrapponibili(18). La questione è quindi stata oggetto delle sentenze nn. 11-16 del 2012 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato le quali hanno cercato di porre fine al conflitto determinatosi nella giurisprudenza amministrativa. La sentenza n. 14, in materia di pratiche commerciali nel settore bancario, ha affermato la competenza dell’Agcm in virtù dell’asserita diversità degli interessi tutelati dalle norme sulla trasparenza bancaria(19). Le altre sentenze, riguardanti il settore delle comunicazioni elettroniche, sono invece giunte all’opposta conclusione. I giudici amministrativi rilevano come l’intenzione del legislatore, sia nazionale che comunitario, sia quella di «ricomprendere a pieno titolo nella disciplina delle comunicazioni elettroniche anche la tutela del consumatore/utente, nell’ambito di una regolamentazione che dai principi scende fino al dettaglio dello specifico comportamento».
A seguito delle pronunce del 2012 dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato, il legislatore è intervenuto disponendo che «l’importo massimo delle sanzioni di cui all’articolo 27, commi 9 e 12, del D.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, in materia di pratiche commerciali scorrette, la competenza ad accertare e sanzionare le quali è dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, escluso unicamente il caso in cui le pratiche commerciali scorrette siano poste in essere in settori in cui esista una regolazione di derivazione comunitaria, con finalità di tutela del consumatore, affidata ad altra autorità munita di poteri inibitori e sanzionatori e limitatamente agli aspetti regolati, è aumentato a 5.000.000 di euro»(20).
Nell’ottobre del 2013 la Commissione europea, con lettera di messa in mora, ha aperto la procedura di infrazione n. 2013/2169 nei confronti dell’Italia ritenendo che gli sviluppi giurisprudenziali e legislativi del 2012 abbiano determinato l’attuazione della direttiva sulle pratiche commerciali scorrette in modo non conforme al diritto dell’Unione. Oggetto di critica è proprio l’interpretazione del principio di specialità adottata dal Consiglio di Stato e dalla normativa del 2012. Secondo la Commissione, affinché una disciplina settoriale possa prevalere su quella generale delle pratiche commerciali scorrette deve trattarsi di una normativa comunitaria che regolamenti aspetti specifici delle pratiche contrastando con la disciplina generale. In quest’ottica, il termine contrasto «fa chiaramente riferimento all’opposizione o all’incompatibilità tra norme … ciò significa che, in qualunque altro caso, i requisiti informativi specifici che possono essere previsti da norme settoriali fondate sul diritto dell’Unione si aggiungono ai requisiti disposti dalla direttiva»(21).
Proprio al fine di interrompere la procedura di infrazione citata, l’art. 7 del D.lgs. del 21 febbraio 2014 n. 21 (il quale ha recepito la direttiva 2011/83/UE sui diritti dei consumatori) ha abrogato la norma introdotta nel 2012 e inserito il nuovo comma 1-bis all’art. 27, cod. cons. con il quale si prevede che anche nei settori regolati da una disciplina comunitaria di settore (ai sensi dell’art. 19, comma 3, cod. cons.) la competenza ad intervenire per sanzionare le pratiche commerciali scorrette spetti, in via esclusiva, all’Autorità garante della concorrenza e del mercato la quale dovrà acquisire il parere dell’Autorità di vigilanza competente per il settore interessato dalla pratica(22).
Alla luce di quanto fin qui esposto, sembra corretto concludere che tutte le violazioni alla disciplina in commento possano integrare una pratica commerciale scorretta e, pertanto, postulare la competenza sanzionatoria esclusiva dell’Autorità Antitrust.
Sotto il diverso punto di vista della tutela privatistica ed individuale, si pone il problema di quali possano essere le ripercussioni sul contratto stipulato a valle di una pratica commerciale scorretta in violazione delle disposizioni in commento. Sul punto, l’art. 19, comma secondo, cod. cons. dispone che le norme in tema di pratiche commerciali scorrette non pregiudicano l’applicazione delle disposizioni normative in materia contrattuale, in particolare delle norme sulla formazione, validità od efficacia del contratto. La disposizione, dal significato letterale alquanto ermetico, di fatto non veicola alcun elemento di disciplina rimettendo la soluzione del problema all’interprete(23). Come è stato affermato, «l’interpretazione del sistema non si è rilevata affatto semplice, se è vero che sono state suggerite tutte le possibili soluzioni, e parallelamente ciascuna non ha mancato di imbattersi in possibili obiezioni critiche»(24).
Senza ripercorrere i termini dell’ampio dibattito sul punto, sia concesso di aggiungere solo una breve considerazione.
La rilevanza della violazione degli obblighi informativi posti dagli articoli in commento non sembra poter prescindere dalla considerazione degli ulteriori obblighi informativi che devono essere rispettati prima della conclusione del contratto, successivamente o a prescindere dalla diffusione dell’annuncio pubblicitario. Nel settore in oggetto, infatti, l’informazione di cui è destinatario il consumatore è procedimentalizzata in diverse fasi. Ovviamente, il contenuto dell’informazione diventa più ampio e dettagliato man mano che il consumatore si avvicini alla stipulazione del contratto. Così, sembra non peregrino ritenere che l’incidenza dell’informazione di base (o meglio, della scorrettezza della stessa) sul processo di formazione della volontà del consumatore nonché sul contenuto dello stesso contratto possa ritenersi irrilevante in quanto integralmente “assorbita” dall’informazione ben più completa che deve essere fornita a valle dell’annuncio pubblicitario. Ne consegue il ridimensionamento della questione relativa ai possibili profili di invalidità, tanto in termini di nullità che di annullabilità, del contratto di finanziamento stipulato a valle della violazione dei soli obblighi di informazione di cui agli articoli in commento(25). Uno spazio residuale per l’esperimento dei rimedi privatistici in caso di violazione degli obblighi di informazione in sede di annuncio pubblicitario sembra, quanto meno a livello teorico, potersi individuare nel caso di mancata conclusione del contratto e di esperimento dell’azione di risarcimento dei danni.
La prevalenza di forme di tutela pubblicistica per le violazioni in questione trova conferma nel fondamento della stessa informazione di base la quale è funzionale alla tutela della concorrenza nel mercato consentendo al consumatore la confrontabilità delle offerte(26 )mentre l’informazione di cui agli artt. 13 e ss. della direttiva sembra assumere un ruolo diverso, incidente sulla formazione della volontà del consumatore in merito alla conclusione del contratto nonché alla conformazione del contenuto dello stesso.


(1) Il secondo comma dell’art. 123 Tub delega alla Banca d’Italia la competenza di precisare le caratteristiche delle informazioni da includere negli annunci pubblicitari e le modalità della loro divulgazione, in conformità alle deliberazioni del Cicr. La delibera Cicr del 4 marzo 2003 in materia di trasparenza delle condizioni contrattuali delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari, come modificata a seguito del decreto ministeriale del 3 febbraio 2011, n. 117 al fine di recepire le modifiche in tema di credito al consumo, all’art. 4 si limita a prevedere, rinviando per il resto alle determinazioni della Banca d’Italia, che «agli annunci pubblicitari che non riportano il tasso di interesse o altre cifre concernenti il costo del credito si applica l’articolo 7 della delibera del 4 marzo 2003» il quale a sua volta dispone che «gli annunci pubblicitari, comunque effettuati, con cui l’intermediario rende nota la disponibilità di operazioni e servizi, specificano la propria natura di messaggio pubblicitario e indicano che i fogli informativi sono a disposizione della clientela». L’intervento della Banca d’Italia in tema di pubblicità sul credito al consumo è contenuto nel par. 4.1 della sez. VII del Provvedimento Banca d’Italia del 29 luglio 2009 (come da ultimo modificato il 20 giugno 2012) in tema di Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari. Correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti.

(2) Evidentemente, poiché la direttiva in commento impone uno standard di armonizzazione minimo il legislatore in sede di recepimento sarebbe libero di estendere l’applicazione del precetto a tutti i tipi di pubblicità. Analoga facoltà non poteva invece essere esercitata in materia di credito al consumo, trattandosi di direttiva di armonizzazione massima. Non sembra tuttavia auspicabile l’esercizio di tale discrezionalità e l’ulteriore frammentazione della disciplina ove non supportata da diverse esigenze di tutela.

(3) A norma della seconda alinea dell’art. 4 della direttiva 2008/48/CE gli Stati membri erano invece obbligati a non estendere gli obblighi informativi di base ai casi in cui la normativa nazionale imponga l’indicazione nella pubblicità relativa ai contratti di credito del Taeg anche in mancanza dell’indicazione di altri dati numerici relativi al costo del credito.

(4) Nel settore bancario, la disciplina generale degli annunci pubblicitari (alla quale si affianca quella speciale dettata per il credito al consumo) applicabile, per quanto di nostro interesse, anche ai mutui ipotecari nonché ad ogni forma di finanziamento diversa dal credito al consumo, è dettata dal Provvedimento della Banca d’Italia del 9 febbraio 2011 cit., sez. II, par. 5 che impone: la manifestazione della natura di messaggio pubblicitario con finalità promozionale; il riferimento ai fogli informativi per le condizioni contrattuali indicando altresì le modalità di accesso agli stessi da parte dei clienti; l’indicazione del Taeg , precisandone il periodo minimo di validità, per i soli annunci in cui si menzioni un tasso d’interesse o altra cifra concernente il costo del credito. È, invece, discusso in dottrina l’ambito di applicazione dell’art. 116 Tub il quale non sembra dettare una disciplina degli annunci pubblicitari. Ai sensi dal para. 1 della sez. II del cit. Provv. Banca d’Italia, gli strumenti di pubblicità delle operazioni e dei servizi offerti nonché delle relative condizioni contrattuali sono: i documenti contenenti i principali diritti del cliente; il “foglio informativo”; la copia completa dello schema del contratto; il “documento di sintesi”. Si tratta quindi di un’informazione molto diversa da quella veicolata da un messaggio promozionale. Per un’interpretazione restrittiva dell’art. 116 Tub si veda M. DE POLI, Commento sub art. 116, in Commentario breve al diritto dei consumatori, a cura di De Cristoraro, Zaccaria, Padova, 2010, p. 1402; in senso contrario, facendo leva sul par. 3, sez. I del cit. Provv. Banca d’Italia il quale definisce l’annuncio pubblicitario come il «messaggio, in qualsiasi modo diffuso, avente lo scopo di promuovere la vendita di prodotti e la prestazione di servizi, salvo quanto previsto dalla sezione VII, paragrafo 4», V. MELI, «Principio di specialità e applicabilità della disciplina delle pratiche commerciali scorrette nel settore del credito», in Dir. della banca e del merc. fin., 2012, 3, p. 421, nt. 38.

(5) Le informazioni di base prescritte dalla direttiva in commento e non previste dalla norma in tema di credito al consumo o dalla normativa secondaria di attuazione sono: lett. a) sull’identità del creditore o dell’intermediario del credito; lett. b) sulla necessità della garanzia ipotecaria o altra forma di garanzia; i) il numero delle rate (ma questa informazione può considerarsi implicita nella indicazione prescritta dall’art. 123, primo comma, lett. f, Tub, in merito all’importo totale dovuto dal consumatore nonché dell’ammontare delle singole rate); j) l’avvertenza relativa al fatto che eventuali fluttuazioni del tasso di cambio possono incidere sull’importo dovuto dal consumatore.

(6) Così il considerando n. 53.

(7) Così la Relazione Annuale sull’attività svolta dall’Agcm per l’anno 2011, p. 316. Riferendosi alle modifiche recepite negli artt. 123 (pubblicità) e 124 (obblighi precontrattuali), la relazione continua precisando che «le modifiche apportate alla normativa settoriale, tuttavia, contribuiscono a definire ulteriormente il canone di diligenza esigibile dal professionista nei rapporti di credito con il consumatore, precisando il novero dei comportamenti cui il professionista deve attenersi nello svolgimento dell’attività e richiedendo allo stesso oneri informativi maggiori tanto nella fase pre-contrattuale quanto in quella contrattuale del rapporto».

(8) Si veda il provvedimento Banca d’Italia cit., sezione II, par. 5.

(9) Così il considerando n. 50 secondo il quale: «il costo totale del credito per il consumatore dovrebbe comprendere tutti i costi legati al contratto di credito che il consumatore deve pagare e che sono noti al creditore. Dovrebbe pertanto includere interessi, commissioni, imposte, compensi per gli intermediari del credito, costi della valutazione dei beni immobili a fini ipotecari e tutte le altre spese, escluse le spese notarili, richieste per ottenere il credito, per esempio un’assicurazione sulla vita, oppure per ottenerlo alle condizioni contrattuali previste, per esempio un’assicurazione contro gli incendi. Le disposizioni della presente direttiva in materia di prodotti e servizi accessori (ad esempio le disposizioni riguardanti i costi di apertura e tenuta di un conto bancario) dovrebbero far salve la direttiva 2005/29/CE e la direttiva 93/13/CEE del Consiglio, del 5 aprile 1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori …».

(10) Così A. GENTILI, «Informazione contrattuale e regole dello scambio», in Riv. dir. priv., 2004, 3, p. 562. Secondo l’A. l’eccesso di informazione, senza farla mancare materialmente, ne impedisce la concreta fruibilità.

(11) «La completezza della comunicazione pubblicitaria deve coniugarsi alla chiarezza e all’immediata percettibilità degli elementi effettivamente prospettati al consumatore», così il P.22274 Agcm emesso a seguito dell’indagine PS6026 - Ugf Banca - Conto corrente Formula Top, para IV, p. 26. Nel caso di specie la banca è stata sanzionata poiché l’informazione ritenuta rilevante è stata in parte omessa ed in parte indicata «in posizione defilata e con evidenza grafica talmente ridotta da risultare pressoché illeggibile».
Non si ritiene inoltre che il vizio dell’informazione possa essere “sanato” mediante il rinvio ad altre fonti (quali la documentazione precontrattuale relativa al prodotto in questione) escludendo la portata decettiva del messaggio. Per l’Autorità, infatti, «tutte le informazioni necessarie ad una corretta comprensione dell’offerta pubblicizzata devono infatti essere fornite contestualmente, potendo il rinvio ad altra fonte servire, al più, ad integrare i contenuti di quanto prospettato, ma non a circoscrivere e ridimensionare la portata di vanti suscettibili di ingenerare nel consumatore specifiche aspettative in merito alla natura e all’entità dei vantaggi derivanti dall’adesione all’offerta stessa» (par. V, p. 31).

(12) Il quale dispone che «in caso di contrasto, le disposizioni contenute in direttive o in altre disposizioni comunitarie e nelle relative norme nazionali di recepimento che disciplinano aspetti specifici delle pratiche commerciali scorrette prevalgono sulle disposizioni del presente titolo e si applicano a tali aspetti specifici» il cui significato è esplicato dal considerando 10 della direttiva 2005/29/CE secondo il quale «è necessario garantire un rapporto coerente tra la presente direttiva e il diritto comunitario esistente, soprattutto per quanto concerne le disposizioni dettagliate in materia di pratiche commerciali sleali applicabili a settori specifici … Di conseguenza la presente direttiva si applica soltanto qualora non esistano norme di diritto comunitario specifiche che disciplinino aspetti specifici delle pratiche commerciali sleali, come gli obblighi di informazione e le regole sulle modalità di presentazione delle informazioni al consumatore …».

(13) L’art. 5, primo comma, Tub, dispone che «le autorità creditizie esercitano i poteri di vigilanza a esse attribuiti dal presente decreto legislativo, avendo riguardo alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all’efficienza e alla competitività del sistema finanziario nonché all’osservanza delle disposizioni in materia creditizia».

(14) L’art. 127, primo comma, Tub, sostituito dall’art. 4, comma 3, D.lgs. 13 agosto 2010, n. 141, come modificato dall’art. 3 D.lgs. 14 dicembre 2010, n. 218 e dall’art. 2, comma 1, lett. a, D.lgs. 19 settembre 2012, n. 169, dispone che «le Autorità creditizie esercitano i poteri previsti dal presente titolo avendo riguardo, oltre che alle finalità indicate nell’articolo 5, alla trasparenza delle condizioni contrattuali e alla correttezza dei rapporti con la clientela. A questi fini la Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del Cicr, può dettare anche disposizioni in materia di organizzazione e controlli interni».

(15) Cfr. T. RUMI, «Profili privatistici della nuova disciplina sul credito relativo agli immobili residenziali», in I contratti, 2015, 1, p. 75.

(16) Sul punto, V. MELI, op. cit., p. 403.

(17) Provv. 19983 emesso a seguito del procedimento PS2760 - Accord Italia - Carta Auchan Accord.

(18) Ciò poiché solo la disciplina delle pratiche commerciali scorrette avrebbe come fine diretto quello di tutelare la libertà di autodeterminazione del consumatore, così garantendo la concorrenza nel mercato, mentre la disciplina speciale del Tub (al tempo non ancora interessata dalle modifiche conseguenti al recepimento della disciplina sul credito al consumo che, nel caso di specie, rilevano soprattutto per la modifica dell’art. 127 Tub) avrebbe come fine quello della tutela della sana e prudente gestione degli operatori bancari.

(19) La massima della sentenza n. 14 del 2012 cit. afferma che «Il Tub - quanto meno nella versione vigente all’epoca dei fatti per cui è causa - non contiene alcuna disposizione intesa a perseguire, direttamente o indirettamente, finalità di tutela del consumatore. Ciò si ricava, innanzi tutto, dal chiaro disposto del suo art. 5, laddove i poteri di vigilanza e repressivi attribuiti alla Banca d’Italia sono stati ricondotti «… alla sana e prudente gestione dei soggetti vigilati, alla stabilità complessiva, all’efficienza e alla competitività del sistema finanziario nonché all’osservanza delle disposizioni in materia creditizia»; a tali finalità, il successivo art. 127 aggiunge poi quelle relative «alla trasparenza delle condizioni contrattuali e alla correttezza dei rapporti con la clientela» [ritenute dalla Corte non rilevanti ratione temporis]. 2. Il D.lgs. n. 385 del 1993, nella versione vigente all’epoca dei fatti per cui è causa, era volto a perseguire finalità le quali, ancorché genericamente riconducibili al corretto e trasparente funzionamento del mercato nel settore di riferimento, non comprendono fra di esse la tutela del consumatore in quanto tale. In particolare, resta fuori dall’area del controllo e delle possibili sanzioni la fase antecedente il contatto diretto tra operatore finanziario e risparmiatore finalizzato all’acquisto di un prodotto finanziario presso lo sportello bancario o presso gli uffici dell’operatore. 3. Anche nella prospettiva della specialità “per settori” non potrebbe giammai pervenirsi, con riguardo al caso che occupa, a un giudizio di insussistenza della competenza di Antitrust, proprio per la ravvisata carenza nella normativa di settore di qualsivoglia riferimento alla tutela dei consumatori in quanto tali».

(20) Si tratta dell’art. 23, comma 12-quinquiesdecies, D.l. 6 luglio 2012, n. 95, convertito in legge con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 135.

(21) Ciò contrariamente a quanto affermato dal Consiglio di Stato per il quale l’applicazione della disciplina generale è esclusa dalla mera esistenza di un’altra disciplina più specifica. In quest’ottica, la disciplina generale opera come una “rete di sicurezza” che garantisce il mantenimento di un elevato livello di tutela dei consumatori contro le pratiche commerciali sleali comune a tutti i settori, “colmando le lacune” di altre specifiche normative settoriali. Così si esprime la Commissione a p. 6 del provvedimento citato.

(22) La norma dispone inoltre che «resta ferma la competenza delle Autorità di regolazione ad esercitare i propri poteri nelle ipotesi di violazione della regolazione che non integrino gli estremi di una pratica commerciale scorretta. Le Autorità possono disciplinare con protocolli di intesa gli aspetti applicativi e procedimentali della reciproca collaborazione, nel quadro delle rispettive competenze». Sul punto si segnala la recente adozione da parte dell’Agcm, con delibera n. 24955 del 5 giugno 2014, del nuovo Regolamento sulle procedure istruttorie in materia di pubblicità ingannevole e comparativa, pratiche commerciali scorrette, violazione dei diritti dei consumatori nei contratti, clausole vessatorie, nonché del recentissimo Protocollo di intesa tra la Banca d’Italia e L’Autorità garante della concorrenza e del mercato in materia di tutela dei consumatori nel mercato bancario e finanziario del 14 ottobre 2014 in sostituzione del precedente protocollo quadro del 22 febbraio 2011. In commento alla novità normativa ed in termini dubitativi circa l’assenza di criticità applicative si veda F. DI MARCO, «Sulla competenza esclusiva dell’Agcm in materia di pratiche commerciali scorrette», in Rass. dir. farm., 2014, 3, p. 526; G. PASCALI, «Le pratiche commerciali scorrette tornano ad Agcm … o forse no? Un primo imprevisto effetto della pubblicazione del D.lgs n. 21/2014», e G. NAVA, «Il legislatore interviene nuovamente sul riparto di competenze tra Agcm e Autorità di settore in merito all’applicazione delle pratiche commerciali scorrette: la soluzione definitiva?», entrambi i contributi in Quad. di dir. merc. e tecn., 2014, 1, reperibili presso il sito http://www. dimt.it/category/quaderni/. Quest’ultimo A. auspica, de iure condendo, un nuovo intervento legislativo che risolva diversamente la ripartizione delle competenze assegnando a ciascuna Autorità di settore il potere di applicare anche la normativa generale sulle pratiche commerciali scorrette poste in essere nei settori di propria competenza. In tal senso si era già espresso M. LIBERTINI, «Le prime pronunce dei giudici amministrativi in materia di pratiche commerciali scorrette», in Giur. comm., 2009, 5, p. 892.

(23) Sull’interpretazione dell’art. 19, secondo comma, lett. a), cod.cons. si veda M.R. MAUGERI, «Violazione della disciplina sulle pratiche commerciali scorrette e rimedi contrattuali», in Nuova giur. civ. comm., 2009, 2, p. 480.

(24) Così, N. ZORZI GALGANO, «Sull’invalidità del contratto a valle id una pratica commerciale scorretta», in Contr. e impr., 2011, 4-5, p. 926 al quale si rinvia per una completa rassegna delle posizioni dottrinali sul punto.

(25) Questione la quale potrebbe avere delle ripercussioni anche in tema di responsabilità del notaio che roga il contratto di mutuo. Sembra non superfluo aggiungere come nel caso di specie, anche ove si sostenesse la possibile nullità del contratto stipulato a valle della pratica commerciale scorretta, sembrerebbe comunque non integrata la fattispecie di cui all’art. 28, primo comma, n. 1), L. n. 89 del 1913 (legge notarile) per diverse ragioni. Sotto il primo punto di vista, la norma vieta al notaio di ricevere o autenticare atti espressamente proibiti dalla legge o manifestamente contrari al buon costume o all’ordine pubblico. Secondo l’interpretazione consolidata della norma, gli avverbi “espressamente” e “manifestamente” non significano che la nullità debba essere testualmente prevista ma vanno intesi nell’accezione di “inequivocamente” riferendosi a «contrasti dell’atto con la legge, che risultino in termini inequivoci, anche se la sanzione di nullità deriva solo attraverso la disposizione generale di cui all’art. 1418, primo comma, c.c.», così Cass. 11 novembre 1997, n. 11128 la quale poi riafferma la massima tralatizia secondo la quale costituiscono violazione dell’art. 28 L. not. solo le violazioni di legge che danno luogo alla nullità assoluta del negozio o della clausola, con esclusione della annullabilità, inefficacia o nullità solo relativa. Il fatto che allo stato dell’arte l’eventuale nullità del negozio in questione non sia univoca non credo che richieda argomentazioni. Sotto un secondo punto di vista potrebbe farsi riferimento alla medesima massima giurisprudenziale ove, seppur in obiter dictum, esclude la rilevanza, ai fini dell’art. 28 L.not., della nullità relativa poiché rimedio disponibile dalla parte. Nel medesimo senso, ex multiis, Cass. 14 febbraio 2008, n. 3526; Cass. 7 novembre 2005, n. 21493; Cass. 1 febbraio 2001, n. 1394. Sotto un terzo punto di vista, sembra non superfluo sottolineare come sembra difficilmente ipotizzabile una responsabilità in capo a notaio rogante (non solo ex art. 28 L. not.) in quanto gli elementi oggetto di valutazione, cioè la correttezza dell’annuncio pubblicitario, si pongono in una fase completamente estranea a quella della stipulazione del contratto e finanche delle trattative. Conclusioni analoghe, seppur in una fattispecie completamente diversa poiché implicante valutazioni di merito, sono raggiunte dalla dottrina prevalente in tema di responsabilità del notaio per le clausole vessatorie, la quale sarebbe esclusa dalla necessità di valutare “il contesto, non il testo” del contratto, cfr. E. BEVILACQUA – M. LABRIOLA, «Studi civilistici - Codice del consumo: clausole vessatorie nei contratti di mutuo bancario ed intervento del notaio», in Studi e materiali, 2006, 2, p. 1332e ss.

(26) Ciò emerge dal considerando n. 37 secondo il quale «I consumatori dovrebbero pertanto essere protetti contro pratiche commerciali scorrette o fuorvianti, e dovrebbero avere la possibilità di confrontare le offerte pubblicitarie. Per consentire ai consumatori di confrontare offerte diverse, è necessario prevedere disposizioni specifiche circa la pubblicità di contratti di credito e stabilire un elenco di elementi da includere nel materiale di pubblicità e marketing diretto ai consumatori, che specifichi tassi di interesse o dati relativi al costo del credito».

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