Direttiva 2014/17/UE - Art. 12 - Pratiche di commercializzazione abbinata e aggregata - Commento di Elisa Tamburino
Direttiva 2014/17/UE
Art. 12 - Pratiche di commercializzazione abbinata e aggregata
Commento di Elisa Tamburino
Notaio in Zogno

Art. 12
Pratiche di commercializzazione abbinata e aggregata

1. Gli Stati membri consentono le pratiche di commercializzazione aggregata, ma vietano le pratiche di commercializzazione abbinata.
2. In deroga al paragrafo 1, gli Stati membri possono prevedere che i creditori possano chiedere al consumatore o a un familiare o parente stretto del consumatore:
a) l’apertura o la tenuta di un conto di pagamento o di risparmio, il cui unico fine sia l’accumulo di capitale per rimborsare il credito in capitale o interessi, raccogliere risorse per ottenere il credito o fornire ulteriore garanzia per il creditore nell’eventualità di un inadempimento;
b) l’acquisto o la tenuta di un prodotto di investimento o un prodotto pensionistico privato, laddove tale prodotto che principalmente offre all’investitore un reddito pensionistico serve anche a fornire ulteriore garanzia per il creditore nell’eventualità di un inadempimento o ad accumulare capitale per rimborsare il credito in capitale o interessi o a raccogliere risorse per ottenere il credito;
c) la conclusione di un contratto di credito distinto legato a un contratto di credito in regime di condivisione per ottenere il credito.
3. In deroga al paragrafo 1, gli Stati membri possono consentire pratiche di commercializzazione abbinata qualora il creditore possa dimostrare alla pertinente autorità competente che i prodotti o le categorie di prodotti abbinati offerti, a condizioni tra loro simili, che non sono messi a disposizione separatamente, comportano un chiaro vantaggio per i consumatori tenendo debitamente conto della disponibilità e dei prezzi di prodotti analoghi offerti sul mercato. Il presente paragrafo si applica soltanto ai prodotti immessi in commercio dopo il 20 marzo 2014.
4. Gli Stati membri possono consentire ai creditori di richiedere al consumatore la sottoscrizione di una polizza assicurativa collegata al contratto di credito. In tali casi gli Stati membri provvedono affinché il creditore accetti la polizza assicurativa di un fornitore diverso dal suo fornitore preferito qualora detta polizza fornisca un livello di copertura equivalente a quello della polizza proposta dal creditore.


L’articolo 12 disciplina alcune specifiche pratiche commerciali che si attuano non solo in una fase antecedente alla conclusione del contratto di finanziamento, ma a volte, ancor prima, ineriscono alla stessa modulazione del prodotto avente ad oggetto il finanziamento offerto sul mercato.
Il primo paragrafo della norma detta una disposizione di carattere generale con la quale si vietano le pratiche di commercializzazione abbinata e si consento quelle di commercializzazione aggregata.
Il tema è quello delle cd. vendite abbinate “a pacchetto” note anche come tecniche di bundling le quali possono essere pure, ove i prodotti facenti parte del pacchetto non possono essere acquistati separatamente, o miste, ove i beni possono essere acquistati anche separatamente. La stessa direttiva fornisce le definizioni delle pratiche in oggetto le quali tendenzialmente coincidono con i concetti di bundling puro o misto(1).
Così, consiste in una pratica di commercializzazione abbinata, vietata salvo che per le eccezioni di cui infra, l’offerta o la commercializzazione di un contratto di credito in un pacchetto che comprende altri prodotti o servizi finanziari distinti qualora il contratto di credito non sia disponibile per il consumatore separatamente(2). Ai fini della direttiva, non assume, quindi, rilevanza l’eventuale indisponibilità autonoma del servizio abbinato diverso dal finanziamento che potremmo considerare bene secondario. Si ha, invece, una pratica di commercializzazione aggregata quando il contratto di credito viene messo a disposizione del consumatore anche separatamente ma non necessariamente alle stesse condizioni praticate quando esso è offerto in maniera aggregata con i servizi accessori(3). La portata del divieto è, quindi, integrata tutte le volte in cui il finanziamento non sia di per sé disponibile sul mercato in modo autonomo, non rilevando le condizioni economiche alle quali lo stesso è offerto (le quali potrebbero anche essere tali da porre di fatto il prodotto fuori mercato rendendolo indisponibile).
Tale regola si giustifica alla luce del fatto che le pratiche di bundling, peraltro molto diffuse nel settore in questione, possono esplicare degli effetti positivi per il mercato permettendo ai professionisti di «diversificare l’offerta in uno spirito di concorrenza» ed al consumatore di acquistare più prodotti ad un costo marginale inferiore. Il rischio, tuttavia, è quello di «ostacolare la mobilità dei consumatori e la loro capacità di operare scelte informate»(4). Infatti, l’offerta aggregata di più prodotti può rendere meno agevole la comparabilità dei costi dei prodotti offerti. Può inoltre indurre il consumatore ad acquistare un prodotto in realtà non voluto (quanto al bene secondario) al fine di ottenere un costo migliore per il finanziamento. A tal fine, consentire la commercializzazione combinata di più prodotti a condizione che il bene principale sia autonomamente offerto sul mercato assolve la funzione di fornire al consumatore il parametro per valutare la convenienza dell’offerta.
La seconda parte della norma contiene delle disposizioni di dettaglio le quali, consentendo delle deroghe alla regola generale posta dal primo paragrafo, ne ridimensionano la portata.
Così, è rimessa alla scelta degli Stati membri la possibilità di consentire che al contratto di credito venga abbinata, con carattere vincolante, l’offerta in favore del consumatore o di un suo parente “stretto”(5): di un conto di pagamento(6 )o di risparmio, di un prodotto di investimento o pensionistico le cui risorse siano destinate al rimborso del credito oppure costituiscano ulteriore garanzia dello stesso o, ancora, prerequisito per l’ottenimento del finanziamento; di un contratto di credito distinto legato a un contratto di credito in regime di condivisione. Quest’ultimo viene definito come ilfinanziamento il cui capitale rimborsabile è basato su una percentuale del valore del bene immobile al momento del rimborso o dei rimborsi del capitale fissata contrattualmente(7). Si tratta di un istituto di recente diffusione nel Regno Unito come forma di social housing. Lo strumento serve ad agevolare l’accesso al credito e l’acquisto della casa di abitazione in favore di acquirenti che non dispongano dell’investimento iniziale pari a circa il 20-25% del valore dell’immobile da acquistare (senza il quale il credito, ove erogato, avrà costi più elevati). Si prevede, quindi, in favore del privato che disponga di una somma pari ad almeno il 5% del prezzo dell’immobile da acquistare la possibilità di ricevere dal governo un “equity loan” pari al 20% del valore dell’immobile, consentendo così al beneficiario di accedere ad un mutuo ordinario per l’importo residuo pari al 75% del prezzo di compravendita. Le peculiarità dell’equity loan inglese(8 )sono: la mancanza di alcuna rata nei primi 5 anni; dal sesto anno si corrisponde un interesse prestabilito in misura crescente secondo una percentuale determinata in relazione al valore di mercato del bene; il prestito deve essere integralmente restituito entro 25 anni o nel minor termine in cui venga venduta la casa. L’importo del capitale da restituire viene determinato in rapporto al valore di mercato del bene al momento della restituzione(9).
Il terzo paragrafo dell’art. 12 prevede la possibilità per gli Stati membri di introdurre un’ulteriore deroga al divieto di cui al primo paragrafo per le pratiche di commercializzazione abbinata che comportino per il consumatore un “chiaro vantaggio”. In tal caso, è posto a carico del professionista l’onere di dimostrare all’Autorità nazionale competente, che in Italia, stante quanto detto sub artt. 10 e 11, sarebbe l’Autorità Antitrust, il carattere vantaggioso dell’offerta facendo riferimento alla disponibilità ed al costo di analoghi prodotti offerti sul mercato(10).
L’ultimo paragrafo della norma attribuisce ai legislatori nazionali la facoltà di consentire ai creditori di “richiedere” al consumatore la sottoscrizione di una polizza assicurativa collegata al contratto di credito. Ove questa opzione fosse esercitata dallo Stato membro, dovrebbe altresì prevedersi il diritto del consumatore a stipulare una polizza assicurativa di un fornitore diverso da quello preferito dal creditore, a parità di copertura assicurativa garantita. La norma, quindi, ritiene legittima la possibilità che la banca obblighi il consumatore alla stipulazione della polizza collegata ma tutela la libertà di quest’ultimo di scegliere il professionista preferito (a parità di copertura assicurativa). Quest’ultimo inciso sembra rilevante non solo perché tutela la competitività nel mercato e la libertà di autodeterminazione del consumatore, ma anche perché disattiva il potenziale conflitto d’interessi della banca la quale potrebbe essere interessata ad incentivare la stipulazione della polizza erogata dalla stessa o da un partner commerciale al fine di lucrare ulteriori profitti.
Il tema delle polizze assicurative collegate ai contratti di credito è, in Italia, oggetto di un’attenzione crescente da parte del legislatore a causa del repentino diffondersi del loro utilizzo. La prassi nazionale meno recente conosceva solo le cd. polizze scoppio-incendio le quali garantiscono dal rischio dei danni o della distruzione di un bene immobile oggetto di ipoteca a garanzia di un mutuo(11). Negli ultimi anni, invece, nel nostro ordinamento si è diffuso il ricorso ad altre forme di assicurazione che garantiscono direttamente il mutuatario da eventi quali la morte, la diminuzione o perdita della capacità lavorativa, la perdita del lavoro, ed indirettamente la restituzione del credito(12). Si tratta di una prassi “importata” dagli ordinamenti di common law ed ivi nota come credit protection insurance (Cpi) e payment protection insurance (Ppi) con la quale la banca esternalizza la valutazione dei rischi oggetto delle polizze demandandola ad operatori specializzati. Le polizze stipulate dal consumatore che accede al credito spesso recano una clausola con la quale si designa l’istituto che eroga il credito quale beneficiario.
Qualora il legislatore nazionale riproduca la norma in oggetto nel diritto interno, questa verrebbe ad aggiungersi al quadro normativo recentemente formatosi sulla materia.
Il primo intervento sul punto si è avuto con l’introduzione dell’obbligo di indicazione nel contratto di assicurazione connesso ad un mutuo o altro finanziamento dei costi effettivamente sostenuti dal contraente dando evidenza anche all’importo percepito dall’intermediario(13). Nell’ambito del medesimo Regolamento è stato previsto che la stipulazione di una polizza assicurativa collegata ad un contratto di mutuo o finanziamento non possa costituire un ostacolo all’estinzione anticipata o alla portabilità del contratto principale. Infatti, ove il premio assicurativo sia stato corrisposto interamente in via anticipata, l’assicurazione ha l’obbligo di restituire la parte di premio relativa alla durata residua del contratto(14).
Con un intervento successivo, sempre di natura regolamentare, è stata dettata una norma in tema di conflitto d’interessi la quale vieta al professionista di ricoprire contestualmente la qualità di beneficiario della polizza assicurativa ed intermediario del relativo contratto(15). A tal fine assume rilevanza anche il conflitto d’interessi indiretto derivante da rapporti di gruppo o da rapporti di affari propri o di società del gruppo.
Nel corso del 2011, il tema delle polizze assicurative collegate ai contratti di mutuo ha assunto rilevanza sotto il diverso punto di vista delle pratiche commerciali scorrette. L’Autorità Antitrust ha, infatti, “acceso un faro” sulla scorrettezza della pratica attuata da molti enti creditizi consistente nel subordinare di fatto la concessione del finanziamento alla stipulazione da parte del mutuatario delle polizze a copertura dei rischi quali il decesso, l’invalidità permanente e la perdita d’impiego la cui stipulazione, tuttavia, era prospettata come facoltativa nei messaggi pubblicitari e nella documentazione pre-contrattuale e contrattuale(16). Per l’Antitrust si tratta di pratiche che limitano la mobilità dei consumatori e conseguentemente producono effetti negativi sul dispiegarsi di adeguate dinamiche concorrenziali nei mercati interessati(17).
La pratica commerciale in questione è stata, inoltre, considerata scorretta sotto un diverso profilo. Così, ai sensi del nuovo comma 3-bis dell’art. 21, cod. cons.(18 )è considerata ingannevole la pratica commerciale di una banca, di un istituto di credito o di un intermediario finanziario che, ai fini della stipula di un contratto di mutuo, obbliga il cliente alla sottoscrizione di una polizza assicurativa erogata dalla medesima banca, istituto o intermediario ovvero all’apertura di un conto corrente presso la medesima banca, istituto o intermediario.
L’ultimo intervento normativo in materia si è avuto con l’art. 28 del D.l. 24 gennaio 2012, n. 1 convertito con l. 24 marzo 2012, n. 27, secondo il quale «le banche, gli istituti di credito e gli intermediari finanziari se condizionano l’erogazione del mutuo alla stipula di un contratto di assicurazione sulla vita sono tenuti a sottoporre al cliente almeno due preventivi di due differenti gruppi assicurativi»(19). Tratteggiato così il quadro normativo nell’ambito del quale la normativa di recepimento andrebbe ad inserirsi, sembra che la stessa, almeno per quanto riguarda il tema delle polizze assicurative connesse ai mutui, non presenterebbe profili di incompatibilità con le norme vigenti. La direttiva non si esprime contro l’eventuale imposizione della stipulazione della polizza a condizione che in tal caso il consumatore sia libero di acquistare il prodotto sul mercato, non subendo condizionamenti da parte del professionista finanziatore interessato a far acquistare un prodotto proprio o di un partner commerciale (condotta che comunque integrerebbe gli estremi della pratica commerciale scorretta). La norma si pone, quindi, in linea con gli interventi normativi nazionali che hanno disciplinato il fenomeno sotto il profilo del conflitto di interessi e della tutela della concorrenza. Secondo il considerando n. 25, al fine di tutelare la concorrenza agevolando la comparabilità tra le polizze offerte sul mercato, gli Stati membri potrebbero standardizzare, in tutto o in parte, il contenuto delle polizze. Un intervento in tal senso è stato già realizzato in Italia, con esclusivo riferimento alle polizze vita, con il regolamento Isvap n. 40 del 3 maggio 2012. L’eventuale obbligatorietà della polizza rileva, ai fini della direttiva, anche per la trasparenza dei costi dovendosi includere nel calcolo del Taeg il costo di tutti i servizi accessori obbligatori.
Considerato il carattere fortemente frammentato della disciplina nazionale sul punto nonché il livello di armonizzazione solo minima imposto dalla direttiva in commento, in sede di recepimento della direttiva potrebbe cogliersi l’occasione per riorganizzare ed uniformare l’ambito di applicazione della disciplina delle polizze connesse ai contratti di mutuo(20).
Un problema di coordinamento potrebbe, invece, porsi tra la normativa di recepimento dell’art. 12 ed il citato art. 21, comma 3-bis, cod. cons. il quale considera scorretta l’imposizione da parte dell’ente creditizio dell’apertura di un conto corrente. Come evidenziato, l’art. 12 pone numerose deroghe (potenziali poiché rimesse alla scelta degli Stati membri) al divieto di abbinamento dei prodotti al quale fa eccezione anche l’apertura di un conto di pagamento o di risparmio. Questi prodotti, benché non identici, presentano notevoli affinità con il conto corrente. Anzi, considerando che la ratio della deroga(21 )è quella di consentire un canale per l’accumulo di capitale (il quale può essere destinato direttamente alla restituzione del finanziamento, può costituire un’ulteriore garanzia per la sua restituzione o essere necessario ex ante per la concessione del finanziamento), lo strumento del conto corrente sembra persino più indicato del conto di pagamento e non potrebbe escludersi dall’ambito di applicazione della norma comunitaria solo perché letteralmente non richiamato. In sede di recepimento sarebbe, quindi, auspicabile che, ove si ritenesse di recepire le deroghe prospettate, il testo della direttiva non venga riproposto immutato bensì sul punto venga integrato dal riferimento al conto corrente. Ciò ovviamente renderebbe opportuno un intervento sul comma 3-bis dell’art. 21, cod. cons., al quale potrebbe accompagnarsi la più che opportuna riallocazione della norma in altra sede(22).


(1) La direttiva, in realtà, nel testo in lingua inglese si riferisce alle pratiche di commercializzazione aggregata in termini di tecnica di bundling ed a quelle di commercializzazione abbinata come tying. Nella letteratura degli economisti, tuttavia, il bundling consiste nella vendita aggregata di prodotti secondo proporzioni predeterminate e si distingue in puro e misto come evidenziato nel testo. Si ha, invece, una pratica di tying quando l’impresa condizioni la vendita di un prodotto all’acquisto di altro prodotto commercializzato dal medesimo professionista ma, a differenza del bundling puro, l’acquisto dei beni collegati può avvenire secondo proporzioni variabili (così, ad es., nel caso della Kodak che commercializzava macchine fotografiche per le quali potevano essere utilizzate solo pellicole della stessa marca). Si veda, ex multiis, NALEBUFF, voce “bundling and tying”, in The new Palgrave Dictionary of Economics, seconda edizione, 2008, disponibile anche online presso <http:// www.dictionaryofeconomics.com/article?id=pde2008_ B000304> doi:10.1057/9780230226203.0176.

(2) Così, la definizione n. 26 di cui all’art. 4 della direttiva.

(3) Così, la definizione n. 27 di cui all’art. 4 della direttiva.

(4) In questi termini, il considerando 24 della direttiva il quale, dopo aver evidenziato i possibili effetti positivi e negativi della commercializzazione aggregata (consentita), evidenzia la necessità che gli Stati membri monitorino attentamente il mercato al fine di garantire che le pratiche di vendita aggregata non distorcano la scelta del consumatore e la concorrenza.

(5) La direttiva si riferisce letteralmente ad un «familiare o parente stretto del consumatore». La norma da una parte sembra riferirsi due volte al medesimo concetto di parentela (salvo far rientrare anche il coniuge nel concetto di familiare), dall’altra non determina il grado di parentela rilevante. In termini analoghi si esprime la versione spagnola del testo («a un miembro de su familia o a un pariente próximo del mismo»). Potrebbe emanciparsi il concetto di persona vicina al consumatore da quello di parentela nelle versioni francesi ed inglesi del testo che si riferiscono, rispettivamente, ad «un membre de sa famille ou à un de ses proches» ed «a family member or close relation of the consumer». La questione, oltre ad attribuire rilevanza ai rapporti di fatto, sembra da sottolinearsi poiché sembra che nell’ottica della direttiva siano contemplate solo le ipotesi in cui i contratti abbinati siano stipulati da soggetti che rendano tale disponibilità in favore del consumatore non a tiolo oneroso, senza ulteriori costi per lo stesso, ma per fini di solidarietà.

(6) Ai sensi dell’art. 1, comma 1, lett. l, D.lgs 27 gennaio 2010, n. 11 il quale ha recepito la direttiva 2007/64/CE relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, il conto di pagamento è «un conto intrattenuto presso un prestatore di servizi di pagamento da uno o più utilizzatori di servizi di pagamento per l’esecuzione di operazioni di pagamento». Si tratta di un contratto in base al quale è possibile ricevere accrediti sul conto ed effettuare pagamenti dallo stesso che presenta analogie con il contratto di conto corrente bancario dal quale, tuttavia, si distingue perché le somme accreditate sono utilizzate solo per i pagamenti e non per la gestione del risparmio. Così, il correntista non percepisce interessi ma, d’altro canto, sostiene costi di gestione inferiori.

(7) Così, la definizione n. 25 di cui all’art. 4 della direttiva.

(8) Quanto illustrato è lo schema seguito dal governo inglese e reperibile presso https://www.gov.uk/affordable-home- ownership-schemes/help-to-buy-equity-loans. Modelli ulteriori, sia per l’acquisto da operatori convenzionati che sull’open market sono previsti per es. dal governo scozzese. Rispondono ad esigenze analoghe anche i vari schemi di shared equity agreements che incidono sull’assetto proprietario del bene che viene acquistato in comunione. Questo concetto, tuttavia, non viene richiamato dalla definizione della direttiva.

(9) Così, a titolo esemplificativo, si pensi ad un finanziamento di euro 40.000, pari al 20% del valore dell’immobile di originari euro 200.000. Al momento della restituzione del finanziamento, dovrà stimarsi nuovamente il bene e restituire il 20% di detto valore.

(10) La deroga sarebbe comunque riferibile ai prodotti immessi in commercio dopo il 20 marzo 2014.

(11) La stipulazione di queste polizze era obbligatoria per i mutui fondiari ai sensi dell’art. 19, L. 6 giugno 1991, n. 175, abrogata dall’art. 161, D.lgs. 1 settembre 1993, n. 385, cd. Tub, il quale contiene la nuova disciplina del credito fondiario agli artt. 38 e ss.

(12) Sul tema, P. FAUSTI, «Assicurazioni del debitore a “garanzia” dei mutui ipotecari: considerazioni sulla recente disciplina», in Banca, borsa e tit. di cred., 2014, 5, p. 614 e ss.; A. GAMBARO, «La bancassurance e le aspettative della clientela», in Dir. e fisc. dell’ass., 2011, 2, p. 579 e ss.; D. PIRILLI, «Le polizze assicurative connesse ai mutui tra tutela del cliente ed equilibrio di mercato», in I contratti, 2013, 10, p. 943 e ss.; I. RIVA, «Polizze connesse a mutui tra regolazione Isvap e legislazione Monti», in Assicurazioni, 2012, 2, p. 277 e ss.

(13) Così, l’art. 50, secondo comma, del Regolamento Isvap n. 35 del 26 maggio 2010, cd. Regolamento trasparenza, inserito nell’ambito del capo V dedicato alle “polizze connesse a mutui e ad altri contratti di finanziamento” dispone che «nella polizza dei contratti individuali connessi a mutui ed altri finanziamenti ovvero nel modulo di adesione dei medesimi contratti in forma collettiva, l’impresa indica l’ammontare dei costi effettivamente sostenuti dal contraente ovvero dal debitore/assicurato con l’evidenza dell’importo percepito dall’intermediario». Analoghi obblighi di informazione sono previsti anche dal primo comma della norma in relazione alla nota informativa.

(14) L’art. 49 del Regolamento Isvap cit. prevede che «1. Nei contratti di assicurazione connessi a mutui e ad altri finanziamenti per i quali sia stato corrisposto un premio unico il cui onere è sostenuto dal debitore/ assicurato le imprese, nel caso di estinzione anticipata o di trasferimento del mutuo o del finanziamento, restituiscono al debitore/assicurato la parte di premio pagato relativo al periodo residuo rispetto alla scadenza originaria. Essa è calcolata per il premio puro in funzione degli anni e frazione di anno mancanti alla scadenza della copertura nonché del capitale assicurato residuo; per i caricamenti in proporzione degli anni e frazioni di anno mancanti alla scadenza della copertura. Le condizioni di assicurazione indicano i criteri e le modalità per la definizione del rimborso. Le imprese possono trattenere dall’importo dovuto le spese amministrative effettivamente sostenute per l’emissione del contratto e per il rimborso del premio a condizione che le stesse siano indicate nella proposta, nella polizza ovvero nel modulo di adesione alla copertura assicurativa. Tali spese non devono essere tali da costituire un limite alla portabilità dei mutui/finanziamenti ovvero un onere ingiustificato in caso di rimborso. 2. In alternativa a quanto previsto al comma 1 le imprese, su richiesta del debitore/assicurato, forniscono la copertura assicurativa fino alla scadenza contrattuale a favore del nuovo beneficiario designato».

(15) Si tratta del Provvedimento Isvap n. 2946 del 6 dicembre 2011 il quale ha aggiunto il comma 1-bis all’art. 48 del Regolamento Isvap n. 5 del 16 ottobre 2006 che disciplina il conflitto di interessi nell’ambito delle regole di comportamento nei confronti della clientela. La norma, entrata in vigore il 2 aprile del 2012 è del seguente tenore letterale «Gli intermediari comunque si astengono dall’assumere, direttamente o indirettamente, anche attraverso uno dei rapporti di cui al comma 1, primo periodo, la contemporanea qualifica di beneficiario o di vincolatario delle prestazioni assicurative e quella di intermediario del relativo contratto in forma individuale o collettiva».

(16) Si veda la Relazione annuale sull’Attività svolta dall’Antitrust per l’anno 2011, pag. 316, reperibile presso il sito www.agcm.it, ove si evidenzia come molti dei consumatori segnalanti abbiano denunciato di essere stati resi edotti circa la necessità della stipulazione dell’assicurazione ai fini del positivo esito dell’istruttoria «soltanto per le vie brevi e, spesso, in una fase avanzata delle trattative».

(17) Così, la Relazione annuale sull’Attività svolta dall’Antitrust per l’anno 2012, pag. 189, la cui valutazione, ratione temporis, non è stata interessata dalla modifica dell’art. 21 cod. cons. In particolare, nell’ambito del caso PS1311 - Fiditalia - Carta Eureka, Provvedimento n. 22450, par. 50 e 51, l’Autorità ha affermato che «la pratica commerciale in esame deve ritenersi non conforme al livello di diligenza professionale ragionevolmente esigibile nel caso di specie, in quanto non si è riscontrato da parte del professionista «il normale grado della specifica competenza ed attenzione» che ragionevolmente ci si poteva attendere, avuto riguardo alla sua rilevanza all’interno del settore finanziario e alle caratteristiche dell’attività svolta. Rispetto al settore di riferimento, peraltro, la valutazione della completezza e chiarezza delle informazioni fornite alla clientela si presenta particolarmente rigorosa in considerazione dell’asimmetria informativa tra operatori economici e consumatori, da ricondurre alla complessità della materia e alla scarsa conoscenza del pubblico rispetto ad un servizio cui non si ricorre con frequenza. La pratica commerciale appare, pertanto, ingannevole, in violazione degli artt. 20, comma 2, e 22 del Codice del consumo, in quanto contraria alla diligenza professionale e idonea, attraverso la veicolazione di informazioni comunicate con modalità inadeguate od omissive, sia nella fase precontrattuale sia in quella di conclusione del contratto, ad indurre il consumatore ad assumere una decisione commerciale che non avrebbe altrimenti preso». Sulla medesima pratica commerciale anche i casi: PS2873 - Consel - Carta di credito non richiesta, Provvedimento n. 20194; PS4755 - Bnl e Cardif - Polizza collegata al mutuo, Provvedimento n. 23764; PS2760 - Accord Italia - Carta Auchan Accord, Provvedimento n. 19983.

(18) Il comma 3-bis è stato introdotto dal D.l. 6 dicembre 2011, n. 201, cd. decreto Salva Italia, convertito con L. 22 dicembre 2011, n. 214.

(19) Al quale è seguita l’emanazione del Regolamento Isvap n. 40 del 3 maggio 2012 contenente la definizione dei contenuti minimi del contratto di assicurazione sulla vita di cui all’art. 28.

(20) Sulla frammentazione della disciplina dovuta al diverso ambito di applicazione sotto il profilo dei destinatari della stessa si veda P. FAUSTI, op. cit., p. 625 e ss.

(21) Appare non superfluo precisare che la deroga in questione è ammessa solo qualora l’apertura del conto sia funzionale al contratto di credito assolvendo le funzioni enunciate nel testo. Sembra, quindi, che per rientrare nella fattispecie, il conto debba essere vincolato allo scopo. Ciò vale a differenziare la norma in questione da quella dettata in tema di pratiche commerciali scorrette. Tuttavia, l’esigenza di coordinamento tra le due norme sembra non venire meno poiché diversamente si rischia di giungere ad un risultato sfavorevole per il consumatore. Lo stesso, obbligato all’apertura di un conto presso la banca che eroga il credito al fine di destinare le risorse a garanzia dello stesso, potrebbe essere costretto ad aprire un conto ulteriore (presso qualsiasi operatore) ove accreditare le proprie risorse delle quali possa liberamente disporre.

(22) Non è, infatti, agevole comprendere come mai la pratica in questione sia stata allocata nella norma dedicata alle pratiche ingannevoli, sembrando invece più coerente con il carattere dell’aggressività. Potrebbe, inoltre, essere opportuna la riallocazione della norma fuori dalla disciplina generale sulle pratiche commerciali scorrette (per la quale è imposto un livello di armonizzazione massimo) in favore di un contesto di normativa di settore.

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