Il recesso del socio nella s.r.l.
Il recesso del socio nella s.r.l.
di Alberto Spina
Notaio in Catania

A) NOZIONE E NATURA GIURIDICA DEL DIRITTO DI RECESSO

Prima di entrare nel vivo dell'argomento oggetto della presente relazione, ritengo utile - e, come vedremo, determinante per la soluzione di alcuni problemi - partire da alcuni cenni sulla nozione e sulla natura giuridica del diritto di recesso.

Il recesso è un atto giuridico unilaterale che consente ad una parte di sciogliersi dal vincolo contrattuale e svincolarsi dal rapporto che da tale vincolo era scaturito; è una figura espressamente prevista nel nostro codice civile nel libro IV, capo Quinto, dedicato agli effetti del contratto. In particolare, l'art. 1373, al primo comma disciplina il cd. recesso convenzionale, ammesso "finchè il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione", mentre al secondo comma viene disciplinato il recesso nei contratti ad esecuzione continuata o periodica, direi fisiologico per questa tipologia di contratti.

Quello previsto dall'art. 1373 c.c. è il recesso convenzionale; ma il recesso può essere anche legale, negli svariati casi in cui sia lo stesso legislatore a prevederlo e disciplinarlo, il che avviene, di solito per i contratti a tempo indeterminato e ad esecuzione continuata o periodica (si pensi all'art. 1810 c.c. in tema di comodato, agli artt. 1569 e 1833 c.c. in tema di somministrazione e conto corrente o, ancora, al recesso nel contratto di locazione.)

La migliore - e direi unanime dottrina - riconosce al diritto di recesso la natura di negozio giuridico unilaterale recettizio con efficacia non retroattiva, nel senso che lascia intatti i rapporti nascenti dal vincolo contrattuale già esauriti.

Come è noto, gli atti unilaterali possono essere recettizi o meno (si pensi, in quest'ultimo caso, all'accettazione di eredità); il recesso rientra fra la prima specie di atti unilaterali, perchè la dichiarazione di scioglimento dal vincolo contrattuale non può non essere rivolta all'altra parte - o alle altre parti - del rapporto.

B) IL RECESSO NEL DIRITTO SOCIETARIO

Nel diritto societario, il recesso si atteggia in modo particolare.

Il contratto di società rientra fra la tipologia dei contratti cd. associativi con comunione di scopo; il riconoscimento del diritto di recesso al socio, motivato dalla necessità di tutelare i soci di minoranza in presenza di modifiche di particolare rilievo, va contemperato con la tutela che il nostro legislatore appresta agli altri soci, alla società - che potrebbe essere "messa in ginocchio" da dichiarazioni di recesso improvvise ed arbitrarie - ma soprattutto ai terzi, che rischiano di vedere tradito il loro affidamento sulla consistenza patrimoniale della società.

Ne scaturisce un principio che dovrebbe accomunare tutte le fattispecie di recesso nel diritto societario: il diritto potestativo di recesso può essere riconosciuto ai soci solo in presenza di determinate condizioni che, in qualche modo, modificano in maniera significativa la posizione ed i diritti del socio all'interno della società.

Invero, tale principio è risultato assai attenuato nelle società di persone, dove l'art. 2285 c.c. - richiamato dall'art. 2293 c.c. per le s.n.c. e dall'art. 2315 per le s.a.s. - riconosce il diritto di recesso non solo per le società contratte a tempo indeterminato - in ossequio al principio generale per cui nessuno può essere legato a tempo indefinito da un vincolo contrattuale - ma anche "nei casi previsti dal contratto sociale e quando sussiste una giusta causa", dando così ai soci la più ampia libertà ed autonomia nell'individuazione delle cause di recesso.

Ma se la scelta del legislatore per le società di persone può trovare la sua giustificazione nel fatto che per questo tipo di società la tutela dei terzi si fonda più sulla responsabilità personale dei soci che su un capitale sociale che in questo tipo di società è sostanzialmente inesistente, più difficile appare comprendere la scelta del legislatore della Riforma che, come vedremo, ha dato nuova linfa al recesso nelle società di capitali, fino a quel momento confinato ad ipotesi molto marginali.

C) IN PARTICOLARE: IL RECESSO DEL SOCIO DI S.R.L. - CENNI SULLA DISCIPLINA ANTE RIFORMA

E veniamo al tema centrale del presente lavoro.

Come dicevamo, il legislatore della Riforma ha ampiamente innovato la disciplina del diritto di recesso nella s.r.l.; prima della riforma, il diritto di recesso, ai sensi dell'art. 2437 c.c. - richiamato per le s.r.l. dall'art. 2494 - era previsto solo in caso di cambiamento dell'oggetto sociale e di trasformazione della società; a queste ipotesi si aggiungeva anche il caso - previsto dall'art. 2343 c.c., richiamato per la s.r.l. dall'art. 2486 c.c. - della revisione di stima da parte dell'organo amministrativo in caso di conferimenti in natura (peraltro, con la riforma questa ipotesi di recesso pare venuta meno, stante il mancato richiamo, nella s.r.l., di tutto il meccanismo di revisione di stima).

Era discusso se la volontà dei soci potesse spingersi fino al punto di inserire altre ipotesi di recesso: una parte della dottrina era favorevole a tale possibilità (per tutti Rivolta, sostenendo che la disciplina del recesso fa comunque capo all'istituto del recesso in generale, così come disciplinato dall'art. 1373 c.c.), ma altra dottrina (Di Sabato e Ferrara - Corsi fra tutti) e, soprattutto la giurisprudenza (Tribunale Milano 9 settembre 1991) erano concordi nell'escludere tale possibilità.

Anche la disciplina della liquidazione della quota differiva non poco da quella attuale: ai sensi dell'art. 2437 c.c. - come abbiamo visto, richiamato per la s.r.l. - il rimborso della partecipazione doveva avvenire secondo il valore del patrimonio "risultante dal bilancio dell'ultimo esercizio"; e nonostante i tentativi di una parte della dottrina di riconoscere all'autonomia privata la possibilità di individuare il momento di valutazione della partecipazione nel giorno di esercizio del diritto - così come, peraltro, già previsto dall'art. 2289 c.c. per le società di persone - anche in questo caso l'interpretazione della giurisprudenza si rivelava estremamente formale, ritenendosi il dato normativo inderogabile.

Lo scenario appena disegnato è mutato completamente con la riforma del diritto societario.

Il legislatore, come vedremo, ha introdotto svariate cause di recesso, sia con il nuovo art. 2473 c.c. che con altre norme contenute nella nuova disciplina della s.r.l.; si è inteso, in tal modo, privilegiare l'interesse del socio a non restare prigioniero di una società i cui assetti, a cause dell'adozione di determinate decisioni, sono profondamente cambiati, consentendogli di sciogliersi dal vincolo contrattuale ricevendo una liquidazione, come vedremo equa e non più ancorata al bilancio dell'ultimo esercizio.

Si è affievolito l'interesse della società, che dal recesso subisce conseguenze che possono portarla fino alla liquidazione e, in parte, anche quello dei creditori sociali, anche se a presidio della loro tutela vi sono tanto la previsione di metodi di liquidazione della partecipazione tesi, almeno in prima battuta, ad evitare il coinvolgimento del patrimonio e del capitale sociale, quanto la possibilità di opporsi alla riduzione dello stesso capitale.

D) LE CAUSE DI RECESSO

Come già anticipato, il legislatore della riforma ha ritenuto di elevare notevolmente i casi in cui un socio può recedere dalla s.rl., ritenendo di privilegiare, al verificarsi di determinati eventi, l'interesse del socio a dismettere la propria partecipazione rispetto a quello della società e degli stessi creditori sociali.

La maggior parte delle cause di recesso sono elencate nell'art. 2473 c.c., ma altre cause sono previste in altri articoli del codice civile e nello stesso decreto legislativo che ha disciplinato la riforma.

In dottrina sono state proposte svariate classificazioni delle cause di recesso; volendo semplificare, ritengo che le stesse possano suddividersi in cause legali e cause pattizie.

Una caratteristica che accomuna le cause legali è senz'altro la loro inderogabilità, nel senso che il recesso è un diritto insopprimibile del socio, la cui tutela in questo caso è al massimo livello.

Quanto sopra si evince chiaramente dall'inciso "in ogni caso" che il legislatore ha previsto nel primo comma dell'art. 2473 c.c., ma altrettanto si può dire per gli altri casi previsti dalla legge, per i quali non è mai prevista la possibilità di una pattuizione contraria, proprio per la natura inderogabile del diritto e la tutela assoluta che il legislatore ha voluto apprestare al socio in presenza di delibere o fatti che modifichino le condizioni della sua presenza in società e facciano venir meno l'affectio societatis che caratterizza il contratto sociale.

D1) LE CAUSE PATTIZIE

Preliminarmente, giova evidenziare che il primo inciso dell'art. 2473 c.c. dispone che "l'atto costitutivo determina quando il socio può recedere dalla società e le relative modalità": il legislatore della riforma, pertanto, riconosce la massima autonomia ai soci della s.r.l. (analogamente a quanto previsto per le s.p.a. che non ricorrono al mercato di rischio), i quali possono inserire nello statuto le più svariate cause di recesso (in dottrina si è fatto l'esempio dell'adozione di determinate delibere, del trasferimento della sede in determinate regioni italiane, del venir meno di uno o più amministratori o sindaci specificamente individuati, della cessione di determinati beni sociali - si pensi alla cessione di un ramo d'azienda - ...); ma il problema principale è capire fino a che punto possa spingersi l'autonomia dei soci nella previsione di cause pattizie di recesso.

La questione, in particolare, è stata affrontata con particolare riferimento a tre casi particolarmente spinosi.

In particolare, ci si è chiesti se lo statuto possa sganciare il recesso del socio da un evento particolare, se in sostanza il socio possa recedere liberamente dalla società senza che il suo recesso sia giustificato da particolari vicende societarie. La dottrina è divisa sul punto: secondo la tesi favorevole (per tutti Busani, Maltoni, Massima n. 74 della Commissione milanese), il legislatore, nel disciplinare il recesso per le società contratte a tempo indeterminato e nel caso di vincoli al trasferimento delle quote - v. art. 2469 - ha già previsto dei casi di recesso ad nutum, senza che venisse apprestata ai terzi una tutela diversa e più rafforzata di quanto già previsto dal legislatore: secondo questa tesi, l'autonomia dei soci in materia è estremamente ampia e può spingersi fino alla previsione di un recesso "libero" del socio. In particolare la Massima n. 74 sopra richiamata ritiene che in questo caso debba applicarsi per analogia l'art. 2473 secondo comma, con conseguente applicazione del termine di preavviso di 180 giorni ivi previsto per l'esercizio del diritto di recesso; ma la Massima ed una parte della dottrina si sono spinti oltre, ammettendo la possibilità di prevedere un recesso ad nutum ad personam, ovvero di riconoscere il diritto di recesso solo ad alcuni soci e, secondo alcuni, al verificarsi di determinati eventi; si tratterebbe di un diritto particolare diverso da quelli previsti dall'art. 2468 e, a differenza di questi ultimi, modificabile o sopprimibile per volontà della maggioranza ma con il consenso del socio titolare del diritto (si è fatto l'esempio di un soggetto che intenda investire a condizione di diventare socio e di avere la possibilità di dismettere la partecipazione dopo un certo periodo, ferma restando la possibilità di restare in società prorogando tale periodo: la società, in questo caso, ha interesse all'investimento e riconosce questo diritto "particolare" al socio).

A questo proposito, mi sembra interessante segnalare la recente sentenza del Tribunale di Milano del 6 agosto 2015, che ha affrontato la questione della validità dell'opzione "put" (contratto con il quale si concede ad un determinato soggetto il diritto di trasferire ad uno o più soci la propria partecipazione a determinate condizioni): il tema esula dalla presente relazione, ma mi sembra interessante far rilevare come il problema riguardi la possibile violazione del divieto del patto di leonino per tutti i casi in cui si consenta ad un socio di sganciarsi dal vincolo societario "ad nutum" in qualsiasi momento, riducendo al massimo o quasi azzerando le condizioni di rischio del suo investimento in società; caratteristica, questa, che accomuna l'opzione put al recesso ad nutum.

Ebbene, la sentenza ha precisato che l'opzione è valida a condizione che si sia in presenza di un interesse meritevole di tutela e, soprattutto, che il patto sia circoscritto all'interno di una finestra temporale ben determinata (nella fattispecie, cinque anni); credo che, ove si ammettesse il recesso ad nutum, l'eventuale concessione di un recesso ad nutum ad personam debba sottostare ai medesimi principi e regole.

La dottrina contraria (per tutti Campobasso, Zanarone e Revigliono) evidenzia il rischio che la società possa essere messa in ginocchio e depauperare il proprio patrimonio per la volontà incondizionata di uno o più soci, che in tal modo disattendono la credibilità del loro impegno, creando una situazione di instabilità ed incertezza per lo svolgimento della stessa attività sociale: in realtà, le ipotesi disciplinate dal legislatore sono tassative e giustificate dal fatto che il sistema non tollera vincoli perpetui che "imprigionino" il socio in società, come avviene nel caso della durata a tempo indeterminato e della intrasferibilità della partecipazione; e almeno per il caso della società contratta a tempo indeterminato si è evidenziato (Piscitello) come il legislatore sia andato oltre, potendosi prevedere rimedi meno invasivi del recesso (come, ad es., il divieto di porre limiti alla cessione delle partecipazioni sociali).

La dottrina favorevole al recesso ad nutum, oltre ad evidenziare il dato letterale che non lascia spazio ad alcun limite, sostiene che la tutela della società e dei terzi sarebbe nel sistema, perchè in ogni caso troverebbero applicazione i criteri di liquidazione previsti dall'art. 2473 c.c. (anche se, secondo la massima milanese, per le cause di recesso pattizie la liquidazione della partecipazione potrebbe avvenire con criteri diversi da quelli previsti dalla legge).

A mio avviso, la questione si gioca sul piano degli interessi: ora, se è vero che il legislatore della Riforma ha riconosciuto la centralità della figura del socio di s.r.l., resta il dubbio che abbia inteso far ciò fino al punto di sacrificare del tutto gli interessi della stessa società e dei terzi, interessi che lo stesso legislatore della riforma ha dimostrato a più riprese di tenere ben in considerazione, come vedremo per i criteri di liquidazione previsti dalla norma in questione e finalizzati a non intaccare le risorse patrimoniali della società.

Certo è che lo strumento del recesso ad nutum, se utilizzato in maniera distorta, rischierebbe di compromettere la solidità economica della società in maniera definitiva (si pensi, al caso del recesso di più soci ed alla società che, di fronte a tante richieste economiche, sia costretta ad entrare in liquidazione: il sistema può ammettere che accada tutto ciò senza poter reagire?).

Inoltre, credo non debba essere sottovalutato il significato dell'avverbio "quando" utilizzato dal legislatore nel primo comma dell'art. 2473: l'espressione potrebbe essere indice dell'esigenza di conoscere - e, soprattutto, far conoscere alla società ed ai terzi - non solo quali siano le cause di recesso, ma anche quando le stesse si verifichino: per la società, perchè ciò potrebbe influire anche sul suo modus operandi - si pensi alla decisione di rinviare una data delibera perchè dalla stessa potrebbe derivare il recesso di uno o più soci in un momento di grandi difficoltà economiche.

Altra questione è quella relativa alla possibilità, ammessa da alcuni autori e dalla più volte richiamata Massima milanese, di prevedere il recesso per giusta causa, in maniera similare a quanto disposto per le società di persone dall'art. 2285 c.c..

Ad avviso di alcuni autori (per tutti Campobasso), la previsione di un recesso per giusta causa sarebbe troppo generica e potrebbe ingenerare inutili contenziosi che di fatto bloccherebbero la procedura di liquidazione.

Credo che le ipotesi in cui ricorre una giusta causa andrebbero quanto meno individuate, ma in tal caso rientreremmo nelle cause pattizie già ammesse dal legislatore.

Altra questione, infine, è quella relativa al caso in cui ad un socio, pur in assenza di cause legali o pattizie di recesso, venga consentito, una tantum di recedere dalla società con il consenso di tutti gli altri soci (cd. exit concordato), con un meccanismo analogo a quello previsto per la risoluzione consensuale del contratto.

La fattispecie sembra in parte diversa da quella, testè esaminata, del recesso ad nutum: in questo caso, militano a favore della sua ammissibilità la mancata previsione statutaria della stessa e, soprattutto, il fatto che l'exit venga concordato con la volontà di tutti i soci; pertanto, pur con la dovuta cautela dettata dal fatto che un abuso dell'istituto potrebbe avere conseguenze simili al recesso ad nutum, riterrei ammissibile questa forma di recesso, a condizione che la liquidazione, a tutela dei terzi, avvenga secondo i criteri dettati dall'art. 2473 c.c.

D2) LE CAUSE LEGALI DI RECESSO

E veniamo ora alle cause di recesso previste dal legislatore.

Come già accennato, il maggior numero di esse è previsto nell'art. 2473 c.c. che, dopo aver riconosciuto l'ampia autonomia dei soci in materia, riconosce "in ogni caso" al socio il diritto di recedere elencando tutte di seguito - non quindi, come nelle s.p.a., numerandole singolarmente - una serie di ipotesi che andremo ad esaminare negli aspetti essenziali.

La prima fattispecie che dà luogo al diritto di recesso è il cambiamento dell'oggetto sociale: l'elemento che colpisce di più, in questo caso è la differenza dell'espressione usata dal legislatore per la s.r.l. - cambiamento dell'oggetto - rispetto a quella utilizzata per le s.p.a., "cambiamento significativo dell'attività della società". La circostanza ha indotto parte della dottrina a ritenere che qualsiasi cambiamento dell'oggetto sociale dia luogo al diritto di recesso, e la conclusione, da un punto di vista formale, potrebbe essere condivisibile: ma il mero aspetto formale condurrebbe a soluzioni inique, in quanto si consentirebbe il recesso a fronte di modifiche insignificanti o di mero adeguamento ad intervenute novità normative. Così, pur non volendo aderire alla tesi di chi ritiene applicabile analogicamente quanto previsto dall'art. 2437 c.c. per le s.p.a. (in questo senso Massima del Triveneto I.H.1) si potrebbe prendere in considerazione l'altra causa legale di recesso prevista dalla stessa norma e riferita all'oggetto sociale, "il compimento di operazioni che comportino una sostanziale modificazione dell'oggetto sociale", dove l'utilizzo della parola "sostanziale" lascia intendere la volontà del legislatore di dare certamente rilievo ai cambiamenti sostanziali dell'oggetto sociale e non meramente formali. Deve trattarsi, in sostanza, di un cambiamento che influisca, modificandole, sulle condizioni di rischio della partecipazione sociale e sull'investimento iniziale.

Altra causa legale di recesso è il cambiamento del tipo sociale, la cd. trasformazione: non può che ribadirsi quanto già sostenuto dalla dottrina ante riforma, ovvero che la generica espressione usata dal legislatore autorizza a considerare causa di recesso tutti i tipi di trasformazione della società, compresa la trasformazione eterogenea e compresa la trasformazione in altre società di capitali, perchè la ratio che giustifica in questo caso il recesso deve essere individuata nel fatto che muta l'impianto normativo e lo statuto al quale il socio si era assoggettato al momento dell'ingresso in società.

Alla trasformazione - causa di recesso già presente prima della Riforma - il legislatore ha aggiunto altre due fattispecie di operazioni straordinarie, la fusione e la scissione. La questione più importante che si agita in dottrina è se il diritto di recesso consegua alla semplice delibera assembleare che approvi il progetto di fusione o scissione - dando, di fatto il via libera all'operazione - o se sia necessario giungere fino alla stipula dell'atto.

Al riguardo, mi sembra importante osservare che l'intera disciplina delle operazioni straordinarie in esame consiste in una serie di "step" che nascono con la redazione del progetto di fusione da parte dell'organo amministrativo e si concludono con la stipula dell'atto di fusione o scissione e la conseguente pubblicità; ma mi sembra altrettanto importante evidenziare che la procedura che porta alla fusione o alla scissione potrebbe essere bloccata dall'opposizione dei creditori ex art. 2503 e, in caso di accoglimento dell'opposizione, l'operazione straordinaria, evidentemente, non potrà andare a buon fine. Il diritto di opposizione, come è noto, può essere esercitato entro sessanta giorni dall'ultima delle iscrizioni previste dall'art.2502 bis c.c.; pertanto, qualora il socio avesse esercitato il diritto di recesso subito dopo la delibera, potrebbe accadere che la procedura di liquidazione si sia conclusa e che successivamente l'intera operazione venga meno proprio per l'opposizione dei creditori.

Queste ultime considerazioni mi inducono alla conclusione - a mio avviso più aderente al sistema ed alla ratio che sottende la concessione del diritto di recesso - che nella fattispecie il diritto maturi non tanto a seguito della delibera assembleare ma solo a seguito della scadenza dei 60 gg. previsti dall'art. 2503 c.c.; scaduto tale termine, ritengo inutile attendere l'atto di fusione o scissione, alla cui stipula l'organo amministrativo sarà tenuto e non potrà sottrarsi.

Un problema identico si pone anche per il caso di trasformazione eterogenea, in virtù di quanto disposto dall'art. 2500 novies c.c.: le conclusioni, a mio avviso, saranno le stesse anche in questo caso.

Altra causa legale di recesso è il trasferimento delle sede sociale all'estero: in questo caso l'evento che giustifica il recesso dovrebbe essere la delibera assembleare e la sua iscrizione; si potrebbe obiettare che gli orientamenti giurisprudenziali più recenti (da ultimo Giudice del Registro delle Imprese di Roma 15 febbraio 2015) sono nel senso di ritenere illegittima la cancellazione della società dal Registro delle Imprese - con conseguente cancellazione della cancellazione - in caso di mancata iscrizione nel registro commerciale dello Stato al cui ordinamento la società intenda sottoporsi, per cui anche in questo caso l'intera operazione potrebbe "cadere": ma è anche vero che, a differenza della fusione e della scissione, qui la caducazione dell'operazione è solo eventuale, come potrebbe accadere in caso di impugnazione giudiziale della delibera che ha legittimato il recesso: non si può certo pensare di attendere i tempi della giustizia per ritenere il recesso operativo o meno, esigenze di certezza per il socio, la società e, soprattutto, i terzi, impongono di considerare l'iscrizione della delibera lo spartiacque per dar corso alla procedura di liquidazione, senza attendere gli (eventuali) eventi successivi.

Anche in caso di revoca dello stato di liquidazione il socio, che aveva già maturato il diritto alla liquidazione della partecipazione sociale, ha diritto di recedere: in questo caso, ogni questione relativa alla possibilità di revocare la liquidazione - discussa in passato e tendenzialmente ammessa con la sola unanimità dei voti - è stata sopita dal nuovo art. 2487 ter, che la ammette con le stesse maggioranze previste per la modifica dell'atto costitutivo: in sostanza, il legislatore della riforma ha privilegiato il diritto di recesso alla previsione dell'unanimità e, nel tentativo di equilibrare gli interessi in gioco, ha preferito concedere alla maggioranza dei soci la chance di proseguire l'attività sociale ed alla minoranza di interrompere il prorio rapporto con la società.

Il diritto di recesso viene riconosciuto anche in presenza di delibere che eliminano "una o più cause di recesso previste dallo statuto"; appare evidente che in questo caso ci si riferisce alle sole cause di recesso pattizie, stante l'insopprimibilità delle cause legali.

Quanto al già richiamato "compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell'oggetto della società", si tratta di una causa sganciata da una delibera ad hoc, che potrebbe non esserci - e di fatto non ci sarà quasi mai - perchè di norma la gestione sociale è affidata all'organo amministrativo che agisce autonomamente e, nello svolgimento della sua attività, potrebbe compiere operazioni che stravolgano l'attività sociale (si pensi ad una cessione di azienda); anche se potrebbe accadere che l'operazione sia preceduta da una delibera assembleare che la autorizzi (perchè così previsto dallo statuto o per la richiesta fatta all'assemblea dallo stesso organo amministrativo). Tuttavia, a mio avviso, anche in questo caso sarà il compimento dell'operazione a determinare il recesso e non la delibera: ritengo, infatti, che il legislatore della Riforma ha ritenuto di tutelare al massimo la posizione del socio a fronte di eventi che modifichino sensibilmente la sua posizione in società e la sola delibera riferita ad un'operazione non seguita dall'effettivo compimento della stessa (perchè l'organo amministrativo, ad es., successivamente alla delibera considera non più sussistenti i presupposti del'operazione) non giustificherebbe l'esercizio del recesso, perchè l'evento che lo avrebbe giustificato non si è verificato e la delibera potrà solo far emergere divergenti posizioni fra i soci, assolutamente normali nella dialettica societaria.

Ne consegue, inoltre, in assenza di una delibera da iscriversi al Registro Imprese, l'opportunità di disciplinare termini e modalità del recesso nel caso in esame all'interno dello statuto.

L'ultima ipotesi di recesso disciplinata dal primo comma dell'art. 2473 c.c. è la rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci ai sensi dell'art. 2468, quarto comma, c.c. (i cd. diritti particolari riguardanti l'amministrazione o la distribuzione degli utili).

Da un punto di vista formale, si può rilevare l'inesattezza del richiamo al quarto comma: in realtà, i diritti particolari sono disciplinati dal terzo comma ed il richiamo errato è dovuto al mancato adeguamento del nostro legislatore alla soppressione del precedente terzo comma.

La dottrina prevalente (Annunziata, Busani e Campobasso) ritiene che questa causa di recesso possa ricorrere esclusivamente nel caso in cui lo statuto abbia derogato alla regola dell'unanimità prevista dal quarto comma - quello vero! - dell'art. 2468 c.c. per la modifica di tali diritti: in caso contrario, il necessario consenso unanime implica la volontà di tutti i soci e l'impossibilità di recedere da parte di uno o più di essi.

Ma non è mancato in dottrina (Maltoni) chi ha ritenuto possibile una modifica "indiretta" di tali diritti, conseguente, cioè, al compimento di operazioni che di fatto incidano sugli stessi (come nel caso della nomina di manager della società e del conferimento agli stessi di poteri che di fatto esautorino gli amministratori o di conferimento dell'azienda sociale in altra società, con conseguente gestione di fatto affidata agli amministratori della conferitaria): la tesi si fonda anche sul dato letterale, che fa riferimento ad "operazioni che comportano...una rilevante modificazione dei diritti...", esaltando, quindi, anche il momento del compimento dell'operazione.

Nessun dubbio, invece, sul fatto che il recesso in questo caso spetti non solo ai titolari dei diritti, ma anche agli altri assenti, dissenzienti o astenuti e che lo stesso spetti solo per la modifica rilevante dei diritti richiamati e non per altri, seppur personali (si pensi alla prelazione e/o al gradimento per la cessione della partecipazione sociale, diritti sopprimibili a maggioranza, secondo l'opinione che ormai sembra prevalere).

Il secondo comma dell'art. 2473 c.c. ha introdotto un'ennesima nuova causa di recesso per il caso in cui la società sia stata contratta a tempo indeterminato; in questo caso il diritto di recesso spetta sempre, ma il suo esercizio è subordinato ad un preavviso di almeno 180 giorni, che l'atto costitutivo può prevedere più lungo ma non superiore ad un anno.

La ratio di tale causa di recesso risiede nel disfavore del nostro legislatore per i rapporti di durata illimitata (anche se, come si è visto, secondo alcuni il rimedio è peggio del male e si sarebbero potuti adottare correttivi diversi, quali la libera cedibilità della partecipazione sociale).

La questione principale che si agita al riguardo è quella relativa alla possibilità di equiparare l'indeterminatezza del termine alla sua durata eccessiva; la giurisprudenza prevalente, anche facendo leva su quanto disposto dall'art. 2285 c.c. per le società di persone (che equipara il tempo indeterminato alla vita di uno dei soci) ritiene che un termine eccessivamente lungo sia equiparabile ad una durata indeterminata: così Cass. 22 aprile 2013 n. 9662 equipara alla durata indeterminata un termine "tale da oltrepassare qualsiasi orizzonte previsionale" (nella fattispecie 31 dicembre 2100), mentre Tribunale Milano 30 ottobre 1986 e Appello Bologna 5 aprile 1997 hanno considerato a tempo indeterminato tutti i casi in cui si supera la "normale durata della vita umana".

Ma non sono mancate prese di posizione di segno contrario (recentemente Tribunale Terni 28 giugno 2010) che ritengono l'ipotesi tassativa, anche in considerazione del fatto che il legislatore, come detto, in altri casi ha equiparato la durata indeterminata al termine troppo lungo, fissando un criterio certo (la previsione della durata della vita). E questo potrebbe essere il punto centrale: non si può lasciare alla discrezione del giudice - che infatti si è pronunziato spesso in modo diverso - stabilire quando la durata sia indeterminata o meno; quanto previsto per le società di persone potrebbe giustificarsi con la natura particolare di queste società e, soprattutto, con la difficoltà di liberarsi della partecipazione sociale se non con il consenso di tutti i soci, a fronte di una maggiore possibilità di fare circolare la partecipazione per le società di capitali; ma non può sottacersi che la questione resta dubbia.

E a proposito della Cassazione richiamata sopra, sembra interessante che la conclusione dalla stessa raggiunta ha consentito di riconoscere il diritto di recesso in presenza di una delibera che aveva ridotto quel termine eccessivamente lungo equiparato al tempo indeterminato, riscontrandosi nella fattispecie l'eliminazione di una causa di recesso prevista dall'atto costitutivo.

Esaurite le cause legali previste dall'art. 2473 c.c., esaminiamo le altre cause previste dal legislatore della riforma.

L'art. 2469 c.c., secondo comma, prevede il diritto di recesso per il caso di intrasferibilità della partecipazione sociale o per il caso in cui l'atto costitutivo subordini il trasferimento al - mero - gradimento di organi sociali, soci o terzi o ponga condizioni o limiti che nel caso concreto impediscano il trasferimento a causa di morte; si prevede, inoltre, la possibilità che l'atto costitutivo preveda un termine, non superiore a due anni dalla costituzione della società o dalla sottoscrizione della partecipazione - ma si ritiene anche da una eventuale cessione di quota - prima del quale il recesso non può esercitarsi.

Quanto all'intrasferibilità, ricorre la più volte richiamata ratio del disfavore nei confronti dei rapporti perpetui e in tal caso il recesso sarà possibile in qualsiasi momento, a prescindere da un'occasione di vendita: trattasi, come detto, di una ipotesi legale di recesso ad nutum.

Si è anche osservato che l'intrasferibilità potrebbe essere pattuita anche al di fuori dello statuto, con la conclusione di un patto parasociale; il caso è stato esaminato anche in giurisprudenza, ove si è concluso per l'illiceità di tale patto - con conseguente possibilità del socio di non rispettare lo stesso senza correre il rischio di un risarcimento danni - proprio per il più volte richiamato principio in virtù del quale il sistema non tollera vincoli a carico di un soggetto a tempo indeterminato; affermazione, quest'ultima, che - forse - potrebbe portarci ad ammettere divieti temporanei di trasferibilità della quota, soprattutto se per periodi di tempo contenuti, in ossequio al disposto dell'art. 1379 c.c..

Per quanto riguarda il gradimento, il riferimento, ovviamente, è al solo mero gradimento e si discute se presupposto dell'esercizio del recesso sia il rifiuto del gradimento ovvero se sia sufficiente la sola presenza della clausola in atto.

La prima tesi (sostenuta anche dalla Massima del Triveneto I.I.13) si lascia decisamente preferire, proprio perchè ciò che legittima e giustifica il recesso è l'impossibilità di trasferire la partecipazione e la sola presenza della clausola non sarebbe sufficiente, in quanto nulla esclude che il gradimento venga concesso; inoltre, anche in questo caso il recesso prescinde dall'iscrizione di una delibera nel Registro Imprese - iscrizione che non c'è - e una sua disciplina specifica all'interno dello statuto si impone per evitare inutili contenziosi.

Alquanto singolare quanto disposto dal legislatore per il caso di morte di un socio: se nessun problema si pone, anche in questo caso, per l'intrasferibilità assoluta, appaiono di difficile identificazione le condizioni o limiti che di fatto impediscano il trasferimento mortis causa ma, soprattutto, appare evidente che la verifica dell'impossibilità del trasferimento potrà avvenire solo dopo la morte del socio: pertanto, in questo caso il diritto spetterà agli eredi. Ma di che diritto si tratta? Non certo il diritto di recesso, come impropriamente risulta dalla norma: gli eredi, in questo caso, non sono soci ed agli stessi non spetta alcun diritto di recesso: quello che spetta loro è semplicemente il diritto alla liquidazione della quota, secondo i principi generali, liquidazione che tuttavia avverrà con le modalità previste dall'art. 2473 c.c..

Altra causa legale di recesso è quella prevista dall'art. 2481 bis, primo comma, c.c., per il caso in cui l'atto costitutivo preveda la possibilità che l'aumento di capitale possa essere offerto a terzi: riterrei che l'introduzione successiva di tale clausola sia possibile con l'unanimità dei consensi e che, comunque, anche in tal caso il diritto sorga solo con la delibera e che la mera presenza della clausola non sia sufficiente.

Per completezza, ricordiamo, che il socio di società soggetta a direzione e coordinamento ha diritto di recesso in tutte le ipotesi previste dall'art. 2497 quater c.c., così come, ai sensi dell'art. 34 del Decreto Legislativo n. 5 del 2003, in caso di modifiche introduttive o soppressive di clausole compromissorie spetta il diritto di recesso ai soci assenti o dissenzienti (stranamente il nostro legislatore in questo caso non prevede gli astenuti ai quali, formalmente, il diritto non spetterebbe).

E) TERMINI E MODALITA' DI ESERCIZIO DEL RECESSO - LA SUA EFFICACIA - LA REVOCA DEL RECESSO.

Il legislatore della riforma nulla ha disposto sui termini e le modalità di esercizio del diritto di recesso per le s.r.l., mentre ha dettato una disciplina specifica per le S.P.A. (art. 2437 bis c.c.).

Direi, pertanto, che si renda imprescindibile una disciplina analitica di tale aspetto del recesso all'interno dello statuto; in difetto, l'opinione assolutamente dominante ritiene applicabili le medesime regole dettate dal legislatore per le s.p.a.. (in questo senso anche la massima Triveneto I.H.2 e Tribunale Trapani 21 marzo 2007).

Pertanto, il diritto potrà essere esercitato con raccomandata da spedirsi (vale, quindi, il timbro postale) entro quindici giorni dall'iscrizione nel Registro Imprese della delibera che lo legittima, ma se il fatto che genera il recesso è diverso da una delibera - si pensi al compimento di operazioni che sostanzialmente modificano l'oggetto sociale - il termine sarà di trenta giorni dalla sua conoscenza da parte del socio.

A tal proposito, in caso di disciplina statutaria dei termini e delle modalità del recesso, riterrei imprescindibile far decorrere il termine per l'esercizio non prima della data dell'iscrizione della delibera, perchè questo è l'evento che la rende efficace e non avrebbe senso consentire al socio di sganciarsi dal vincolo sociale prima che il fatto che legittima il recesso divenga efficace.

Quanto alla legittimazione, l'espressione del legislatore - i "soci che non hanno consentito" - risolve definitivamente la questione, dibattuta prima della riforma, se il diritto di recesso spetti anche al socio astenuto, oltre che all'assente ed al contrario: è evidente che anche il socio astenuto non ha prestato il consenso alla delibera ed è legittimato ad esercitare il recesso.

Una questione ancora ampiamente dibattuta in dottrina ed in giurisprudenza è quella relativa all'efficacia del diritto di recesso.

La posizione della giurisprudenza assolutamente prevalente (da ultimo, Tribunale Napoli 11 gennaio 2011 e, nella vigenza della precedente disciplina, Cass.3 gennaio 1998 n. 12) è nel senso che il recesso diventa efficace nel momento in cui la dichiarazione del socio giunga alla società: la tesi si fonda essenzialmente sulla natura giuridica del diritto di recesso, che abbiamo visto essere un negozio giuridico unilaterale recettizio, con conseguente applicazione della regola disposta dall'art. 1334 c.c.; ad ulteriore riprova della fondatezza della tesi, si invocano l'art. 2473, ultimo comma, c.c. (se la revoca della delibera rende il recesso "privo di efficacia" vuol dire che lo stesso ha già prodotto i suoi effetti, con la conseguenza che la revoca avrebbe un effetto "risolutivo" del recesso) e l'art. 2532 c.c., che disciplina il recesso nelle cooperative e dispone che lo stesso ha effetto "per quanto riguarda il rapporto sociale dalla comunicazione di accoglimento della domanda". In questo caso, si sostiene, il legislatore ha dovuto disciplinare espressamente tale aspetto proprio perchè intendeva derogare alla regola generale.

Corollario, importantissimo, di questa tesi è la perdita dei diritti sociali da parte del socio, che dal momento della ricezione della dichiarazione di recesso da parte della società avrà solo un diritto di credito nei confronti della stessa e non potrà più esercitare alcun diritto sociale (in questo senso la prevalente giurisprudenza: Tribunale Roma 11 maggio 2005, secondo il quale del momento della dichiarazione di recesso da parte della società il socio "non può più essere considerato facente parte del sodalizio societario, potendo pretendere solamente la liquidazione della propria partecipazione"; Trib. Milano 28 novembre 2012, che ha respinto, per sopravvenuta carenza di legittimazione, la domanda di nullità di una delibera da parte di un socio receduto in corso di causa; Cass. 25 marzo 2003 n. 4372, che ha ricollegato alla permanenza dello status di socio l'interesse ad agire per impugnare una delibera, interesse venuto meno nella fattispecie a causa del recesso del socio).

Secondo altra tesi, il recesso avrebbe efficacia solo alla fine della procedura di liquidazione della partecipazione sociale: in particolare, secondo i sostenitori di tale tesi, proprio il fatto che una delle modalità di liquidazione della partecipazione, come vedremo, è l'acquisto della stessa da parte dei soci o di terzi dimostrerebbe che il socio mantiene la proprietà della partecipazione sino al termine della liquidazione: anche in questo caso, l'importantissimo corollario è il mantenimento dei diritti sociali da parte del recedente fino al momento della liquidazione.

La questione, proprio per le conseguenze sull'esercizio dei diritti sociali, è molto importante: a mio avviso, la prima tesi si lascia preferire non solo perchè si fonda sul principio generale che disciplina l'efficacia degli atti unilaterali ma anche perchè appare paradossale ammettere all'esercizio dei diritti sociali un socio che con la manifestazione del recesso ha chiaramente manifestato la volontà di "sganciarsi" dal vincolo sociale.

Invero, la tesi contraria, a mio avviso, nasce da un equivoco di fondo: il fatto che la partecipazione sociale esista ancora e sia nella titolarità del socio recedente non implica che il recesso non abbia efficacia sin dal momento della sua trasmissione. Il recesso è pienamente efficace per ciò che riguarda i diritti che spettano al socio in quanto titolare della partecipazione, che giocoforza restano "congelati" e non più esercitabili, ma la partecipazione sociale esiste ed il socio ne è solo formalmente titolare, tanto che la stessa può anche essere ceduta dopo l'esercizio del recesso, come avremo modo di vedere. E non sarebbe questo l'unico caso di partecipazione priva dei diritti sociali, se si pensa alla fattispecie, disciplinata dall'art. 2466 c.c., del socio moroso che "non può partecipare alle decisioni dei soci".

Altro caso potrebbe essere quello del cessionario di quota in violazione del diritto di prelazione al quale la società neghi l'esercizio dei diritti sociali: secondo l'opinione che prevale - da ultimo, Cass. 8 aprile 2015 n. 7003 - nella fattispecie la cessione è valida inter partes, ma inefficace nei confronti della società, e da questa situazione consegue che anche per questa ipotesi ci troviamo di fronte alla titolarità di una partecipazione "svuotata" dai diritti sociali, il cui esercizio sarà impedito proprio dal legittimo rifiuto della società. Altra questione, nell'ipotesi che si esamina - la cui soluzione non può trovare spazio in questa sede - è quella relativa alla sorte della partecipazione sociale e dei diritti ad essa connessi, anche in considerazione della dominante posizione in dottrina e giurisprudenza che nega il riscatto della quota da parte degli altri soci.

Una volta esercitato il recesso e giunto a destinazione, lo stesso diviene pienamente efficace.

Ma esistono delle possibilità che il recesso divenga in qualche modo inefficace? Una, l'abbiamo appena vista, è quella disciplinata dal legislatore con l'ultimo comma dell'art. 2473 c.c.: la revoca della delibera che ha legittimato il recesso. Anche in questo caso, a differenza che nelle S.P.A, il legislatore non ha previsto un termine entro il quale la società possa avvalersi di tale possibilità: secondo alcuni potrebbe applicarsi per analogia il termine (90 giorni) previsto per le S.P.A., ma appare preferibile applicare come termine massimo quello entro il quale la quota può essere liquidata (180 giorni, come vedremo), perchè fino a tale momento sembra giusto dare alla società la possibilità di evitare una liquidazione che potrebbe rivelarsi dannosa (in questo senso massima del Triveneto I.H.7; in senso contrario Tribunale Chieti 17 febbraio 2011, secondo il quale è applicabile analogicamente il termine di 90 giorni previsto dall'art. 2437 bis c.c.).

Vi sono, tuttavia, dei casi in cui la revoca della delibera non potrà essere più attuata: oltre alla delibera adottata oltre la scadenza del termine (la cui ammissibilità comporterebbe un sacrificio eccessivo per i diritti del socio recedente), non sembra che si possa ammettere la revoca nei casi in cui la delibera ha avuto un principio di esecuzione (la Massima del Triveneto I.H.8 fa l'esempio del compimento dei primi atti conseguenti alla modifica dell'oggetto sociale) o quando la quota sia stata definitivamente liquidata o, ancora, quando il fatto che ha generato il recesso sia stato compiuto.

Ma in dottrina (Maltoni) si è, giustamente, fatto l'esempio della società che, nelle more della liquidazione, adotti una delibera che modifichi il peso della partecipazione sociale del socio receduto: si pensi ad un aumento di capitale al quale il socio, per i motivi detti, non ha potuto prendere parte: in tal caso, la revoca non pare attuabile perchè il socio si ritroverebbe, non certo per sua scelta, a rientrare in società con un ruolo ridimensionato.

Quanto alla possibilità che il socio revochi la dichiarazione di recesso, anche in tal caso i principi generali in tema di negozi unilaterali fanno concludere per l'ammissibilità fino a che la dichiarazione non sia giunta a destinazione, mentre nessun problema sembra porsi per la possibilità di far venir meno gli effetti del recesso in presenza di un accordo fra lo stesso socio e la società, vertendosi certamente in materia di diritti disponibili (in questo senso, per il recesso nelle società di persone, Cass. 30 gennaio 2001 n. 2438 e 24 ottobre 2009 n. 20544).

Ci si chiede, ancora, se sia possibile integrare la - per alcuni aspetti carente - disciplina del recesso nella s.r.l. con alcune regole fissate dal legislatore nelle S.P.A.: così, sembra applicabile per analogia l'art. 2437 ultimo comma, che prevede la nullità di ogni patto volto ad escludere o rendere più gravoso l'esercizio del recesso, in quanto regola che si fonda sull'inderogabile principio generale di tutela del socio recedente che non può essere imprigionato contro la sua volontà in società nel momento in cui siano venuti meno i presupposti della sua partecipazione e la stessa affectio societatis; sembra, invece, doversi negare l'applicazione analogica della norma che ammette il recesso parziale nelle S.P.A., in quanto espressione di una regola speciale prevista dal legislatore, probabilmente, in considerazione della particolare natura delle azioni e della partecipazione azionaria, anche se da alcuni è stata ammessa la previsione statutaria di tale regola nelle s.r.l., in quanto l'unitarietà della partecipazione andrebbe intesa nel senso di non poter possedere più partecipazioni e non nel senso di escludere la frammentarietà della stessa partecipazione, come avviene per il trasferimento della stessa.

In effetti, chi ha approfondito la questione in dottrina non ha trovato ostacoli significativi alla possibilità di prevedere statutariamente la possibilità del recesso parziale (Maltoni, per il quale occorrerebbe l'unanimità dei consensi, e Massima Triveneto I.H.11): militerebbero a favore l'art. 2532 c.c. - che vietando espressamente il recesso parziale per le cooperative, lascerebbe intendere la possibilità di prevederlo per le altre società - il ruolo centrale riconosciuto dalla riforma al socio di s.r.l., nonchè la considerazione che la s.r.l. è pur sempre una società di capitali cui i soci partecipano anche per realizzare un investimento, per cui la ratio - riconosciuta nelle s.p.a. - di consentire un parziale disinvestimento per diminuire il rischio della partecipazione ricorrerebbe anche per la s.r.l.; a queste considerazioni aggiungerei che nessun danno sembra ricorrere per la società ed i terzi dalla previsione di un recesso parziale, per cui non mi sembra possa opporsi alcun ostacolo alla sua previsione statutaria.

Sembra, infine, da escludere l'applicabilità della regola che prevede il divieto di cedere le azioni per le quali sia stato esercitato il recesso, per il principio generale secondo il quale i divieti devono essere espressamente previsti e non se ne può ammettere l'estensione analogica: ne conseguirebbe la possibilità per il socio recedente di cedere la propria partecipazione, ma non nel senso di cedere l'intera sua posizione incorporata nella partecipazione sociale posizione, per così dire, "svuotata" dalla dichiarazione di recesso, ed in considerazione anche di quella sorta di opzione legale di acquisto offerta agli altri soci come prima modalità di liquidazione.

Quello che acquisterebbe il cessionario in questo caso è solo un credito nei confronti della società, credito avente ad oggetto quanto spettante al cedente in dipendenza del recesso, ma non certo il diritto a divenire socio della società.

F) LA LIQUIDAZIONE DELLA QUOTA

F1) LA VALUTAZIONE DELLA PARTECIPAZIONE SOCIALE

Divenuta efficace la dichiarazione di recesso, sorge il diritto del socio alla liquidazione della quota.

Anche su questo punto, il legislatore della riforma ha innovato moltissimo rispetto alla precedente disciplina, con particolare riferimento al valore della quota da liquidare ed alle tecniche di liquidazione.

Sul primo punto, il novellato terzo comma dell'art. 2473 c.c. dispone che "i soci che recedono dalla società hanno diritto di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione del patrimonio sociale. Esso a tal fine è determinato tenendo conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso".

Appare subito evidente la differenza con la previgente disciplina, che prevedeva un criterio decisamente penalizzante per il socio recedente: il rimborso, infatti, avveniva in proporzione del patrimonio sociale risultante dall'ultimo bilancio di esercizio. Il riferimento era ai criteri previsti dall'art. 2423 c.c. (Così Cass. 2 luglio 2010 n. 15785); conseguentemente, essendo i valori di bilancio in genere orientati al principio di prudenza, ne scaturiva una liquidazione decisamente non appagante per il socio recedente.

Ma, come si è tentato di evidenziare a più riprese, la disciplina previgente esaltava al massimo gli interessi sociali e dei terzi a scapito degli interessi del singolo socio: il legislatore della riforma, pur non perdendo di vista i primi due interessi, ha riconosciuto dignità agli interessi del socio di s.r.l., almeno nella fase di exit.

Il tenore della norma - e segnatamente il riferimento al patrimonio sociale - lascia intendere che oggi nella valutazione della partecipazione del socio recedente si debba tener conto del valore dell'azienda sociale e, soprattutto, dell'avviamento, e mi sembra di poter condividere l'affermazione di quella parte della dottrina secondo la quale in questo caso sarebbe opportuno predisporre un bilancio straordinario ma con criteri diversi, che tengano conto dell'avviamento e dei valori effettivi degli elementi patrimoniali.

Meno felice è apparsa l'espressione "valore di mercato" usata dal legislatore, se teniamo presente che per la s.r.l. non esiste un valore di mercato: probabilmente, il legislatore intendeva riferirsi alla valutazione che si potrebbe dare alla partecipazione in caso di sua circolazione (si pensi ad una cessione di quota o ad un conferimento), e ritengo che il criterio principale di riferimento debba essere quello del patrimonio sociale.

Da questo punto di vista (e non solo) il legislatore della riforma ha operato senz'altro meglio per le s.p.a., per le quali l'art. 2437 ter stabilisce che il valore delle azioni è determinato tenendo conto "della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonchè dell'eventuale valore di mercato delle azioni": il legislatore ha indicato, per la valutazione delle azioni, il cd. criterio misto - patrimoniale-reddituale - da armonizzare con il valore di mercato, valore che in questo caso esiste. Non sarebbe azzardato pensare ad un'applicazione analogica della norma alle s.r.l., ma ritengo decisamente più opportuno disciplinare questo aspetto nello statuto, anche perchè i criteri indicati dalla tecnica finanziaria - il cui esame lascio decisamente agli esperti in materia - sono diversi (patrimoniale, reddituale, misto...).

Se non si può dubitare sulla facoltà dei soci di introdurre criteri di valutazione della partecipazione, ci si deve chiedere fino a che punto possa spingersi l'autonomia statutaria e se si possano introdurre criteri peggiorativi di valutazione, fino alla previsione del valore nominale. Nonostante vi siano delle voci isolate in quest'ultimo senso - seppur con la volontà di tutti i soci - ritengo che tale conclusione sia eccessivamente penalizzante per il socio recedente che, come si è visto a più riprese, il legislatore ha voluto tutelare in questa fase di exit: il valore nominale non è un valore di mercato, non tiene certo conto del patrimonio sociale e, come ben sottolineato dalla Massima del Triveneto 1.H.13, ai soci in questa fase si può solo riconoscere la possibilità - come detto, estremamente opportuna - di prevedere dei criteri di valutazione della partecipazione sociale, di determinare il sistema di valutazione dell'avviamento, ma sembra preclusa la possibilità di criteri peggiorativi al punto da scoraggiare il recesso del socio e rendere lettera morta la nuova disciplina.

Discorso diverso potrebbe farsi per le cause cd. pattizie di recesso: in questo, la valutazione sulla necessità di prevedere il recesso non è del legislatore, ma è fatta dai soci, la cui autonomia, a mio avviso, si riespande ed è piena, e ritengo possa spingersi fino al punto di creare criteri peggiorativi di liquidazione della quota, probabilmente fino al valore nominale.

Avrei, infine, grossi dubbi sulla possibilità di prevedere criteri che conducano ad una valutazione della partecipazione addirittura superiore al valore di mercato: nel bilanciamento degli interessi in gioco presi in considerazione dal legislatore non dobbiamo dimenticare la posizione dei terzi creditori della società o che con la stessa intrattengano relazioni commerciali. In questo caso una liquidazione eccessiva della partecipazione sociale potrebbe risultare dannosa per i terzi che confidano sull'entità del patrimonio sociale; per non dire del caso in cui la maggioranza dei soci contestualmente recedano, di fatto azzerando - o quasi - il patrimonio stesso. Credo che il criterio previsto dal legislatore - valore di mercato rapportato al patrimonio sociale - sia la soglia oltre la quale l'autonomia privata non possa spingersi, nel bilanciamento degli interessi in gioco tenuti presente dal legislatore.

Il momento cui fare riferimento per la valutazione della quota è, per volontà del legislatore, quello della dichiarazione di recesso (probabilmente quello in cui la stessa giunga alla società) e sembra che lo stesso non possa essere differito, anche nei casi in cui l'efficacia del recesso non sia immediata (si pensi alle s.r.l. a tempo indeterminato, per le quali è previsto un preavviso), perchè questo potrebbe esporre il socio al rischio di subire iniziative della società finalizzate ad una svalutazione della partecipazione.

La valutazione della partecipazione viene fatta dalla società - e per essa dagli amministratori - perchè solo la società è l'interlocutore del socio recedente (e questo anche nei casi, come vedremo, "anomali" di rimborso, quali la cessione della quota a terzi o ad altri soci): in caso di disaccordo fra socio e società, ai sensi dell'art. 2473, terzo comma, c.c."la determinazione è compiuta tramite relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che provvede anche sulle spese, a istanza della parte diligente"; la norma richiama l'art. 1349 c.c., dettato per la determinazione dell'oggetto del contratto, ed in particolare solo il primo comma, che disciplina i criteri di determinazione (mero arbitrio per volontà delle parti o, in mancanza, equo apprezzamento) e l'eventuale intervento del giudice per la mancanza della determinazione o in caso di manifesta iniquità o erroneità della stessa. La previsione dell'intervento dell'arbitratore ex art. 1349 potrebbe trovare il suo fondamento nel fatto che fra il socio e la società è in corso un rapporto contrattuale (in questo senso Tribunale Nocera Inferiore - Sez. I - del 23 febbraio 2007) e l'intervento del terzo, e non del giudice, si giustifica proprio con la necessità di integrare il contenuto del contratto, determinandone l'oggetto.

Il quarto comma dell'art. 2473 c.c. dispone che il rimborso della partecipazione debba avvenire entro 180 dalla comunicazione del recesso alla società e, sempre in considerazione del primario interesse del socio recedente in questa fase della procedura di liquidazione, non sembra possibile prevedere un termine più lungo, o quanto meno un termine talmente lungo da penalizzare il socio o, addirittura, da rendergli di fatto impossibile o inutile il recesso; discorso diverso, analogamente a quanto detto per la valutazione della quota, potrebbe farsi per le cause pattizie di recesso, per le quali sembra che la volontà dei soci possa spingersi oltre e derogare a quanto previso dal legislatore.

Non sembra, di contro, che vi sia alcun ostacolo ad ammettere un accordo fra il socio recedente e la società che preveda una dilazione nel rimborso della quota, anche oltre i 180 giorni: in questo caso la valutazione dell'interesse del socio viene fatta al momento della liquidazione, in un momento cioè in cui la procedura di recesso si è quasi conclusa e il socio è concretamente in condizione di capire se può fare affidamento sulle capacità di rimborso della società: trattandosi di interesse senz'altro disponibile, ritengo che in questo caso il termine sia derogabile.

F2) LE TECNICHE DI LIQUIDAZIONE

Sempre il quarto comma dell'art. 2473 c.c. prosegue disciplinando le singole modalità con le quali procedere alla liquidazione della quota.

In questo caso, il legislatore ha ritenuto di tener conto anche degli interessi dei terzi, cercando di evitare che il patrimonio sociale venisse intaccato dalla liquidazione (in questo senso, espressamente, l'art. 3, comma 2, lettera f) della legge delega): pertanto, ritengo che l'elencazione sia inderogabile e che la liquidazione debba avvenire esperendo i vari tentativi esattamente nell'ordine previsto dal legislatore.

L'espressione "può avvenire anche", utilizzata dal legislatore con riferimento al momento in cui disciplina i criteri di rimborso non significa che l'ordine delle modalità sia derogabile, ma che trattasi di modo anomalo di liquidazione della quota - che dovrebbe avvenire solo con beni sociali - ammesso proprio per la tutela dei terzi e del patrimonio sociale; anche in questo caso si deve rilevare come la tecnica utilizzata dal legislatore per le s.p.a.sia stata più precisa, laddove l'art. 2437 quater riconosce testualmente un diritto di opzione ai soci, disciplina nel dettaglio la procedura di acquisto, non lasciando alcun dubbio sull'inderogabilità dell'ordine delle modalità di liquidazione; riterrei opportuna una disciplina all'interno dello statuto che ribadisca la necessità di seguire l'ordine previsto dal legislatore.

Il primo dei criteri predisposti dal legislatore è l'acquisto della quota da parte degli altri soci, proporzionalmente alla loro partecipazione: come detto, anche in questo caso obbligata al rimborso resta la società, con la particolarità che il legislatore, nel tentativo di lasciare intatto il patrimonio sociale, ha previsto questa sorta di opzione legale di acquisto a favore dei soci, con la conseguenza che il rimborso avverrà con somme di questi ultimi.

Anche in questo caso - a differenza delle s.p.a. - il legislatore non ha dettato una disciplina dettagliata relativamente ai tempi ed ai modi con cui giungere alla cessione e spetterà allo statuto colmare questa lacuna.

Ne scaturisce un obbligo di informativa a carico degli amministratori, nel senso che agli stessi spetterà prima interpellare i soci per conoscere le loro intenzioni in ordine all'acquisto della quota (già valutata secondo i criteri previsti sopra) ovvero se siano in grado di individuare uno o più terzi disposti all'acquisto: esaurita questa fase senza esito positivo, verranno seguiti gli altri criteri, sempre secondo l'ordine predisposto dal legislatore.

Secondo una parte della dottrina, in questo caso il recedente sarebbe obbligato ad intervenire, non solo per cedere la partecipazione (della quale, ricordiamo, è rimasto titolare pur avendo perso i diritti collegati alla sua partecipazione), ma anche per quietanzare le somme ricevute; ma questa conclusione rimette nelle mani del recedente il buon esito della procedura di liquidazione che, a questo punto, potrebbe bloccarsi creando una situazione di incertezza che non giova alla stessa società ed ai terzi; mi sembra da accogliere, pertanto, l'opinione di chi ritiene che in questo caso la cessione possa avvenire da parte dell'organo amministrativo, magari previo invito al socio recedente di intervenire. Gli amministratori, in questo caso, in presenza di un rifiuto del recedente, sono legittimati ad intervenire proprio per soddisfare l'interesse superiore, tenuto in piena considerazione dal legislatore, di portare a compimento la procedura.

La cessione della quota, ovviamente, sarà a prezzo imposto - quello risultante dalla liquidazione - e disciplinata dall'art. 2470 c.c., per quanto concerne la forma (notarile o quella alternativa prevista dalla L. 133/2008).

I cessionari sono gli altri soci che, secondo quanto previsto dalla legge, acquisteranno la partecipazione in misura proporzionale; dal tenore letterale della norma sembrerebbe che non vi sia spazio alla deroga dell'acquisto proporzionale, al punto che non sarebbe consentito l'acquisto non proporzionale o da parte solo di alcuni soci. L'interpretazione sembra troppo rigida, anche in questo caso siamo di fronte ad interessi disponibili (quelli dei soci) e ritengo che con la volontà di tutti i soci - o almeno di quelli non intenzionati all'acquisto o intenzionati solo ad un acquisto parziale - si possa derogare al criterio legale.

La seconda tecnica seguita dal legislatore è quella della cessione a terzi: per quanto riguarda le modalità di cessione e la disciplina ad essa applicabile, non possono non valere le stesse considerazioni fatte per la cessione ai soci. La vera particolarità, in questo caso, consiste nel fatto che la norma prevede espressamente che la scelta del terzo debba avvenire dai soci, a favore dei quali, dopo aver previsto l'opzione legale di cui si è parlato prima, ora viene previsto una sorta di gradimento ex lege; gradimento che, a mio avviso, dovrà avvenire da tutti i soci e senza particolari formalità (quali il metodo assembleare) che non sono richieste, ferma restando l'opportunità di esprimere il consenso con mezzi certi (forma scritta, fax, mail) o addirittura acquisendo il consenso nello stesso atto di cessione al quale i soci - oltre il cedente o, in  sua vece, gli amministratori, ed il terzo - potrebbero intervenire.

Qualora anche questa tecnica di liquidazione non andasse a buon fine, il legislatore ha disposto che la liquidazione della quota venga effettuata utilizzando le riserve disponibili, proprio nell'ottica di considerare il capitale sociale l'ultimo baluardo per giungere alla liquidazione.

In dottrina si è ammessa un'interpretazione estensiva della norma, ritendosi possibile anche l'utilizzo di utili di periodo che, se non distribuiti, andrebbero comunque a creare una riserva disponibile.

La questione più interessante, in questo caso, è quella relativa alla sorte della partecipazione liquidata con questa tecnica, posto che il divieto disposto dall'art. 2474 c.c. ci porta ad escludere che la quota venga acquistata dalla stessa società.

Secondo alcuni, in questo caso, una volta liquidato il socio, la sua partecipazione dovrebbe essere annullata, con conseguente riduzione del capitale; il sistema, in sostanza, non ammetterebbe che i soci si avvantaggino del recesso di un altro socio e della sua liquidazione con riserve disponibili fino al punto da vedere accrescere la propria partecipazione.

La tesi prevalente, a mio avviso preferibile, sostiene che a seguito della liquidazione con riserve disponibili si verifichi l'accrescimento proporzionale delle altre partecipazioni sociali, che beneficerebbero dell'utilizzo delle riserve: queste ultime, proprio per la loro disponibilità, sono potenzialmente "a disposizione" dei soci e anche questo elemento potrebbe giustificare l'accrescimento della quota. Il legislatore ha previsto la riduzione del capitale sociale come ultimo rimedio di liquidazione e prevedere in questa fase una riduzione obbligatoria sarebbe contrario al sistema introdotto con la riforma e potenzialmente lesivo degli interessi dei terzi, interessi che in questa fase sono stati presi particolarmente in considerazione.

Secondo una parte della dottrina, anche in questo caso si imporrebbe l'intervento del Notaio, al fine di stipulare un atto, a contenuto imposto, con l'intervento dell'organo amministrativo per conto tanto della società quanto del recedente e dei soci (che potrebbero comunque intervenire), atto con il quale si prenderebbe atto dell'intervenuto accrescimento e che consentirebbe di dare pubblicità dell'evento al Registro delle Imprese. La necessità dell'atto scaturirebbe dal fatto che l'accrescimento produrrebbe effetti simili al trasferimento e le esigenze formali e pubblicitarie sarebbero le stesse in entrambi i casi.

A mio avviso, questa tecnica di liquidazione è l'unica per la quale non occorre l'intervento del Notaio, in quanto l'utilizzo della riserva è una mera operazione contabile, dalla quale non consegue alcuna modifica dell'assetto societario che possa giustificare l'intervento del Notaio; l'accrescimento è un inevitabile effetto ex lege: il legislatore, in questo caso, non poteva prevedere l'acquisto da parte della società, come è stato previsto dall'art. 2437 quater per le s.p.a.; non si poteva, inoltre, prevedere come conseguenza del rimborso la riduzione del capitale sociale, stante che per lo stesso vengono usate riserve disponibili.

Conseguentemente, l'unico effetto del rimborso realizzato con le riserve non può che essere l'accrescimento pro quota agli altri soci, che non necessita, a mio avviso, di essere formalizzato in alcun modo: si pone, è vero, un problema di pubblicità, che potrà trovare, come vedremo, una soluzione diversa.

La liquidazione con riserve disponibili può avvenire anche in natura, mediante il trasferimento di beni sociali e non necessariamente con denaro della società: in questo caso occorrerà l'accordo fra il recedente e la società e la liquidazione dovrà avvenire nel rispetto della tutela del capitale sociale. Conseguentemente, qualora il valore del bene da trasferire superasse il valore delle riserve, la riduzione del capitale sarà inevitabile.

Appare importante rilevare, inoltre, che spesso le riserve disponibili sono semplici poste nominali di bilancio ed il loro utilizzo non garantisce la presenza della liquidità, che la società potrebbe procurarsi anche per altre vie (si pensi ad un finanziamento bancario o degli stessi soci); anche in tal caso, come ben evidenziato dalla massina I.H.18 del Comitato Triveneto, è da escludere un acquisto di quote proprie da parte della società ed una violazione dell'art. 2474 c.c..

In assenza di riserve disponibili, si rende inevitabile la riduzione del capitale sociale: anche in questo caso il legislatore ha tenuto ben presente gli interessi dei creditori sociali, prevedendo che "in quest'ultimo caso si applica l'art. 2482": si tratta in sostanza di un particolare caso di riduzione obbligatoria - la quota del recedente deve essere liquidata - alla quale si applica la disciplina della riduzione facoltativa compresa, ovviamente, la possibilità per i creditori di opporsi. Tuttavia, nella fattispecie l'eventuale opposizione vittoriosa dei creditori genererà non l'inefficacia della delibera - come avviene nel caso di riduzione volontaria - ma una causa di scioglimento della società, che dovrà essere messa in liquidazione.

Si discute se la riduzione del capitale debba limitarsi al valore nominale della quota da rimborsare, dovendosi imputare la residua parte a perdita, con conseguente applicazione degli artt. 2482 bis e ter in caso di perdite oltre il terzo o addirittura che facciano scendere il capitale al di sotto del minimo (in questo senso la massima n. 8 dell'Osservatorio sul diritto societario del Consiglio Notarile di Firenze, Pistoia e Prato); ovvero se in tal caso debba applicarsi la disciplina dell'art. 2482 c.c. e ritenere che la riduzione diventi improcedibile solo qualora il capitale scenda al di sotto del minino legale.

Credo che questa seconda soluzione si lasci preferire, non solo per il richiamo testuale all'art. 2482 c.c., ma anche perchè meglio contempera gli interessi in gioco: se a seguito della riduzione il capitale sociale dovesse scendere al di sotto del minimo, la riduzione stessa diventerebbe improcedibile, stante il chiaro disposto della norma richiamata e la necessaria tutela dei terzi, ben tenuta in conto dal legislatore in questa fase.

L'unico dubbio potrebbe riguardare il caso in cui a seguito della riduzione il capitale sociale dovesse scendere di oltre un terzo: a parte la questione più generale - e che non può essere approfondita in questa sede - sull'ammissibilità della riduzione reale nel caso in questione, credo che in questo caso la liquidazione ed il conseguente rimborso della quota del recedente possa considerarsi alla stregua di una perdita; si potrebbe, pertanto, ipotizzare di procedere ugualmente alla liquidazione - e qui riemerge l'interesse del recedente - salvo per gli amministratori, in caso di mancata copertura della perdita entro l'esercizio successivo, l'obbligo di attivare la procedura ex art. 2482 bis c.c..

Infine, qualora anche la strada della riduzione si rivelasse impraticabile - per l'impossibilità di rimborsare la quota con il solo capitale o perchè lo stesso scenderebbe al di sotto del minimo, come si è visto - si verificherà una causa di scioglimento della società, che verrà messa in liquidazione: in questo caso prevarrà l'interesse alla liquidazione dei creditori sociali ed il socio recedente avrà diritto alla sua liquidazione dopo il pagamento dei terzi, con il rischio di non ricevere alcun rimborso o solo un rimborso parziale: la liquidazione è una procedura finalizzata al pagamento dei creditori, il cui interesse a questo punto non può non prevalere su quello del recedente.

La società potrebbe valutare anche di revocare lo stato di liquidazione ai sensi dell'art. 2487 ter c.c., ma, considerato che la liquidazione è l'esito finale di un procedimento che ha portato al mancato rimborso del recedente, al fine di evitare manovre che danneggino gli interessi di quest'ultimo sarà possibile revocare lo stato di liquidazione solo con il suo consenso o previa liquidazione della sua quota

G)L'INTERVENTO DEL NOTAIO E LA PUBBLICITA' DEL RECESSO.

Esaminiamo, ora, il ruolo del Notaio per il caso di recesso del socio di s.r.l. ed in quali casi l'intervento del Pubblico Ufficiale possa risultare necessario o opportuno.

Come abbiamo visto, in sede di costituzione della società le parti possono convenire clausole pattizie di vario genere; il ruolo del Notaio, in questo caso, sarà quello di verificare la legittimità degli accordi intercorsi fra le parti, rifiutando la propria prestazione per il caso di violazione palese di proncipi generali (si immagini, ad es., ad una clausola che riconosca il diritto di recesso ad alcuni soci per il caso in cui la società subisca perdite oltre una certa soglia di importo poco significativo: appare evidente la potenziale violazione del divieto del patto leonino, con conseguente nullità della clausola, il che legittimerebbe il rifiuto del professionista); in altri casi, spetterà alla discrezione del Notaio valutare la legittimità dell'inserimento di clausole della cui legittimità ancora si dubita (ne abbiamo visto un esempio pratico per il caso di recesso ad nutum o per l'exit concordato).

Restando sempre nell'ambito delle cause di recesso, abbiamo visto che le cause legali sono da considerarsi inderogabili, quindi qui non vi è spazio per la eliminazione di alcuna di esse all'interno dello statuto: credo, tuttavia, che sia possibile intervenire statutariamente per dirimere alcuni punti controversi relativi all'interpretazione delle cause legali. Così, ad es. lo statuto potrebbe specificare che il cambiamento dell'oggetto sociale debba essere significativo, tale da incidere, modificandola, sull'attività della società; ancora, lo statuto potrebbe fare chiarezza per i casi in cui appaia dubbio il momento in cui sorge il diritto di recesso, come abbia visto verificarsi per i casi di fusione e scissione; o chiarire, per la causa legale del compimento di operazioni che comportano una sostanziale modificazione del'oggetto sociale, se il recesso sorga con la semplice adozione della delibera ovvero, come si è ritenuto preferibile con l'effettivo compimento dell'operazione; così come si potrebbe precisare, in presenza di una clausola di mero gradimento, che il recesso è legittimato dal solo rifiuto dello stesso gradimento, interpretazione decisamente preferibile.

Ma l'aspetto, a mio avviso, più importante, la cui disciplina all'interno dello statuto si impone è certamente quello relativo ai termini ed alla modalità del diritto di recesso.

Abbiamo visto come ciò costituisca una lacuna vistosa nella disciplina del recesso del socio di s.r.l., a differenza delle s.p.a., per le quali il legislatore della riformna ha dettato una disciplina analitica, certamente applicabile analogicamente alle s.r.l: ma esigenze di certezza e di tutela dei soci rendono, a mio avviso, imprescindile una disciplina di questo aspetto all'interno dello statuto.

Abbiamo visto sopra che il recesso diviene efficace, secondo la teoria preferibile, nel momento in cui la dichiarazione giunge alla società: i principi generali in tema di negozi unilaterali impongono, a mio avviso, questa conclusione, e tale aspetto non può che essere ribadito all'interno dello statuto che potrebbe, tuttavia, disciplinare un altro profilo spinoso collegato con l'efficacia del recesso, ovvero quello relativo all'esercizio dei diritti sociali in pendenza della fase di liquidazione. In questo caso, siamo in presenza di interessi disponibili - dei soci e della stessa società -, il fatto che il recesso sia immediatamente efficace non toglie, come abbiamo visto, che il socio resti formalmente titolare della partecipazione e nella fase costitutiva (avrei dubbi per una successiva delibera a maggioranza), in presenza della volontà di tutti i soci, sarebbe possibile stabilire se e quali diritti il socio mantenga in attesa della liquidazione o semplicemente ribadire la perdita di tali diritti.

La disciplina di quest'ultimo aspetto, peraltro, agevolerebbe il Notaio in un altro momento in cui la sua attività si "intreccia" con l'esercizio del recesso: la verbalizzazione di una delibera proprio nel corso della procedura di liquidazione, con la conseguente necessità di individuare i soggetti legittimati ad intervenire e votare. Se è vero che questa è una verifica di competenza del Presidente dell'Assemblea, non si può sottacere come spesso il Notaio, anche nella sua veste di consulente, venga richiesto di un parere in merito, e una analitica disciplina in questo caso agevolerebbe non poco la sua attività.

Altri aspetti che lo statuto potrebbe disciplinare sono: la previsione del termine - altra lacuna della legge - entro il quale la società può revocare la delibera; la possibilità del recesso parziale, previsione ritenuta ammissibile, essendo anche in questo caso in presenza di interesse disponibili; i criteri di valutazione della partecipazione da liquidare (ennesima vistosa lacuna del legislatore), anche in presenza di clausole pattizie; la previsione dell'inderogabilità dell'ordine approntato dal legislatore per le tecniche di liquidazione; la disciplina - quanto ai termini, alle modalità di cessione, alla possibilità di acquisto da parte di alcuni soci, all'acquisto dell'inoptato, all'intervento in atto, al gradimento sull'eventuale terzo ed agli obblighi di informativa a carico degli amministratori - della cessione della quota da liquidare ai soci o ai terzi; la previsione in ordine all'accrescimento ex lege della quota in caso di acquisto con riserve dispinibili ed alla possibilità che la liquidazione avvenga in natura.

Come si è visto, la disciplina, all'interno dello statuto, di una clausola completa può contribuire notevolmente a chiarire i - troppi - aspetti oscuri che ancora presenta la disciplina codicistica del diritto di recesso nella sr.rl.; e da questo punto di visto l'intervento del Notaio assume un ruolo di fondamentale importanza.

Ma l'intervento del Notaio non si limita alla fase costitutiva.

A parte l'eventualità di essere chiamati a verbalizzare un'assemblea della società in pendenza della fase di liquidazione (aspetto che, come detto, si ritiene opportuno disciplinare nello statuto) il Notaio è chiamato ad intervenire in quasi tutte le modalità di liquidazione previste dal legislatore in caso di recesso: così per la cessione di quota agli altri soci o a terzi nonchè per la riduzione del capitale. In questi casi, la pubblicità del recesso sarà la conseguenza dell'iscrizione degli atti al Registro delle Imprese, fermo restando che in entrambi i casi casi dovrà essere ben evidenziato che si procede alle operazioni (di cessione o riduzione) proprio per consentire la liquidazione della quota del recedente.

Discorso diverso, come si è detto, va fatto per il caso di liquidazione mediante l'utilizzo di riserve disponibili: nella fattispecie, appare preferibile ritenere che l'accrescimento delle altre partecipazioni avvenga ex lege, senza necessità di ricorrere all'atto notarile. Si pone, è vero, un problema di pubblicità che, secondo un parere reso dal MISE il 13 febbraio 2012, si risolve con la presentazione, a cura dell'organo amministrativo di un'apposita domanda corredata da una copia semplice della delibera della società che ha disposto il rimborso mediante l'utilizzo delle riserve disponibili, con il conseguente accrescimento delle altre partecipazioni; infine, il parere detta alcune indicazioni operative sulla compilazione del modello S e del Modello Note. Ad analoghe conclusioni è giunto l'Osservatorio permanente dei Conservatori e dei Notai della Lombardia con la massima del 14 luglio 2010: in tale occasione, in particolare, è stato sottolineato che, a seguito della soppressione del libro soci e del deposito annuale dell'elenco soci, si è reso necessario uno specifico adempimento pubblicitario da eseguire, a cura degli amministratori, utilizzando: il mod. S2 ed il modello Note per il recesso con liquidazione effettuata con riserve; il codice atto A99 ed il mod. S - cod. atto 508 - per il nuovo elenco soci, allegando la copia della delibera. Lo stesso organismo, con altra massima del 15 settembre 2010, prevede la possibilità del socio che abbia manifestato la volontà di recedere di far risultare tale fatto presso il Registro delle Imprese, in attesa che la liquidazione si definisca, a margine della propria partecipazione.

Quanto alla pubblicità dello scioglimento e messa in liquidazione della società, quale ultimo step della procedura di liquidazione, non può non ricordarsi il recente parere dello stesso MISE datato 19 maggio 2014, prot. 94215, secondo il quale nella fattispecie, trattandosi di causa legale e non volontaria di liquidazione, la dichiarazione dell'organo amministrativo dovrà "dar conto del negativo esperimento dei vari passaggi previsti dai commi 3 e 4 dell'art. 2473 c.c.", per cui sarà sufficiente, oltre a tale dichiarazione, copia semplice della delibera assembleare che nomini i liquidatori, precisandone i poteri, il tutto senza intervento del Notaio; intervento che si renderebbe necessario solo nel caso in cui la stessa delibera apportasse modifiche alle attribuzioni ed ai poteri degli stessi liquidatori già in precedenza definiti. Non è certo questa la sede per commentare le conclusioni del MISE, che ritengo, tuttavia, criticabili ed in contrasto con il dettato normativo.

SI RIPORTA UN ESEMPIO DI CLAUSOLA DI RECESSO OVE RISULTANO EVIDENZIATE LE PARTI IN CUI SI RITIENE OPPORTUNO INTERVENIRE AL FINE DI DIRIMERE QUESTIONI CONTROVERSE; SONO STATE SEGUITE LE SOLUZIONI PREFERITE, FERMA RESTANDO L'AUTONOMIA DEL PROFESSIONISTA NEL PERSEGUIRE LE SCELTE RITENUTE PIU' APPROPRIATE.

ARTICOLO .........

RECESSO

Hanno diritto di recedere i soci che non hanno concorso all'approvazione delle decisioni riguardanti:

a) il cambiamento dell'oggetto sociale, con l'ulteriore precisazione che deve trattarsi di un cambiamento significativo dell'attività sociale, che modifichi del tutto o integri in maniera sostanziale l'attività precedentemente svolta;

b) la trasformazione, in qualsiasi altro tipo sociale ed anche eterogenea, della società;

c) la fusione e la scissione della società; in tal caso, tuttavia, il diritto di recesso maturerà solo a seguito della scadenza del termine di 60 giorni previsto dall'art. 2503 c.c.;

d) la revoca dello stato di liquidazione;

e) il trasferimento della sede della società all'estero;

f) il compimento di operazioni che comportino una sostanziale modifica dell'attività riguardante l'oggetto della società;

g) il compimento di operazioni che determinino una rilevante modificazione dei diritti attribuiti ai soci a norma dell'art. 2468, terzo comma C.C., in ordine alla amministrazione della società o la distribuzione degli utili ovvero di operazioni che di fatto modifichino ed incidano anche indirettamente sui predetti diritti;

h) l'aumento del capitale sociale mediante offerta di quote di nuova emissione a terzi;

i) l'eliminazione da questo statuto di una o più delle cause di recesso fin qui elencate.

Il diritto di recesso spetta in tutti gli altri casi previsti dalla legge, (QUALORA L'ATTO COSTITUTIVO DOVESSE PREVEDERE LA POSSIBILITA' DI OFFRIRE L'AUMENTO DI CAPITALE A TERZI, SI RITIENE OPPORTUNO PRECISARE CHE IL DIRITTO MATURERA' CON L'EFFETTIVA OFFERTA AI TERZI E NON PER LA MERA PRESENZA DELLA CLAUSOLA),

nonchè, per concorde volontà dei soci, nei seguenti casi............. (EVENTUALI CAUSE PATTIZIE).

I soci hanno, altresì, diritto di recedere dalla società, in relazione al disposto dell'art. 2469, comma secondo C.C. (intrasferibilità della partecipazione, gradimento o altre condizioni e limiti che in concreto impediscano il trasferimento a causa di morte), ma in tal caso tale diritto non potrà essere esercitato per i primi due anni dalla costituzione della società, dalla sottoscrizione della partecipazione ovvero dal suo acquisto.

Nel caso di clausola di gradimento, il recesso potrà essere esercitato esclusivamente in caso di rifiuto del gradimento da parte dell'organo competente; nel caso di condizioni e limiti che in concreto impediscano il trasferimento a causa di morte, poichè tale circostanza potrà essere accertata esclusivamente dopo il decesso del socio, agli eredi spetterà il diritto alla liquidazione della quota, che avverrà con le modalità previste dall'art. 2473 c.c..

Tale recesso sarà privo, comunque, d'efficacia quando la società revochi entro centoottanta giorni una delle delibere come sopra previste dalla lettera a) alla lettera i) ovvero quando deliberi il suo scioglimento, a meno che la delibera abbia avuto un principio di esecuzione o nelle more la società abbia adottato altra delibera che incida negativamente sulla posizione del socio in società.

Nel caso di società contratta a tempo indeterminato, i soci hanno diritto di recedere in qualsiasi momento dando un preavviso di un anno.

Non è ammesso il recesso parziale

(IN ALTERNATIVA, QUALORA SI ADERISSE ALLA TESI POSITIVA, "E' AMMESSO IL RECESSO PARZIALE").

ARTICOLO TREDICESIMO

MODALITÀ DEL RECESSO

Il diritto di recesso è esercitato mediante lettera raccomandata A.R. spedita all'organo amministrativo entro quindici giorni dalla iscrizione nel registro delle imprese della delibera che lo legittima o nell'ipotesi di una causa diversa da deliberazione societaria, entro trenta giorni dalla sua conoscenza; le partecipazioni per le quali è esercitato il recesso non possono essere cedute (IN ALTERNATIVA: E' POSSIBILE CEDERE LA PARTECIPAZIONE PER LA QUALE E' ESERCITATO IL RECESSO MA IN TAL CASO ALL'ACQUIRENTE SPETTERA' IL SOLO DIRITTO ALLA LIQUIDAZIONE).

Il recesso è efficace nel momento in cui la dichiarazione del socio giunge a conoscenza della società; da tale momento al socio sarà precluso l'esercizio dei diritti sociali ed avrà diritto alla sola liquidazione della partecipazione.

La dichiarazione di recesso potrà essere revocata fino a che non sia giunta a destinazione.

LIQUIDAZIONE DELLA QUOTA

La liquidazione della quota spettante al socio receduto o agli eredi del socio defunto dovrà essere fatta con riferimento al momento in cui la dichiarazione di recesso giunge alla società e dovrà avvenire a cura dell'organo amministrativo nel termine e con le modalità previste dall'art. 2473 C.C. terzo e quarto comma, tenuto conto del suo valore di mercato al momento della dichiarazione di recesso o del decesso del socio ed in particolare tenendo conto della situazione patrimoniale della società, della sua redditività, dell'avviamento, del valore dei beni materiali ed immateriali da essa posseduti, della sua posizione nel mercato e di ogni altra circostanza e condizione che viene normalmente tenuta in considerazione ai fini della determinazione del valore di partecipazioni societarie.

Tale liquidazione si intenderà tacitamente accettata qualora gli aventi diritto non comunichino opposizione scritta, recapitata all'organo amministrativo medesimo entro trenta giorni.

In caso contrario la liquidazione dovrà avvenire in base a relazione giurata redatta da un esperto nominato dal Tribunale del luogo ove ha sede la società. In entrambi i casi, comunque, il rimborso dovrà avvenire entro il termine massimo di centoottanta giorni da quando l'esercizio di tale diritto viene comunicato alla società o dal deposito della citata relazione.

Il rimborso potrà avvenire mediante acquisto da parte degli altri soci e da ciascuno di essi in proporzione alla rispettiva partecipazione sociale, come pure da un terzo se accettato da tutti i soci.

Nel primo caso, sarà cura dell'organo amministrativo comunicare agli altri soci l'offerta di opzione e le condizioni di esercizio della stessa entro trenta giorni dal momento in cui è stata definità la liquidazione; i soci dovranno dare comunicazione della loro eventuale accettazione entro ulteriori 15 giorni. Il trasferimento avverrà secondo le modalità disciplinate dall'art. 2470 c.c. e potrà procedere anche in assenza del recedente, ma in questa ipotesi legittimato al trasferimento sarà l'organo amministrativo.

L'acquisto avverrà in misura proporzionale fra i soci, secondo le loro partecipazioni sociali, ma è ammesso il patto contrario. Qualora uno o più soci non intendessero esercitare l'opzione legale, gli altri potranno acquistare proporzionalmente la quota inoptata.

Nel secondo caso, l'organo amministrativo, entro trenta giorni dal momento in cui è stata definità la liquidazione, richiederà agli altri soci un'indicazione unanime di eventuali terzi ai quali offrire la partecipazione; gli altri soci dovranno darne comunicazione, con mezzi certi, entro gli ulteriori 15 giorni; quanto alle modalità del trasferimento ed alla disciplina dello stesso, si rinvia a quanto convenuto per il caso di acquisto da parte dei soci.

In mancanza di acquisto dai sci o dai terzi, la liquidazione avverrà nell'ordine:

1) utilizzando le riserve disponibili; in tal caso, la partecipazione liquidata si accerescerà proporzionalmente agli altri soci e sarà cura dell'organo amministrativo darne comunicazione al Registro delle Imprese;

2) riducendo il capitale ai sensi dell'art. 2482 C.C..

Qualora ogni altra via per il rimborso non risulti praticabile, la società dovrà essere messa in liquidazione onde il socio receduto o gli eredi del socio defunto dovranno attendere l'esito della liquidazione.

Le suddette tecniche di liquidazione sono inderogabili sia nel loro contenuto che per l'ordine in cui sono state elencate.

PUBBLICAZIONE
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