Il Notaio nel terzo Millennio, dalla sharing economy alla blockchain
Il Notaio nel terzo Millennio, dalla sharing economy alla blockchain
Dario Restuccia
Notaio in Milano

Il Notaio nella sharing economy

"As should now be clear, the jury in this case will be handed a square peg and asked to choose between two round holes. The test the California courts have developed over the 20th Century for classifying workers isn't very helpful in addressing this 21st Century problem. Some factors point in one direction, some point in the other, and some are ambiguous. Perhaps Lyft drivers who work more than a certain number of hours should be employees while the others should be independent contractors. Or perhaps Lyft drivers should be considered a new category of worker altogether, requiring a different set of protections. But absent legislative intervention, California's outmoded test for classifying workers will apply in cases like this. And because the test provides nothing remotely close to a clear answer, it will often be for juries to decide. That is certainly true here."

Queste sono le parole utilizzate dalla District Court Northern District of California in data 11 marzo 2015 nel caso Patrick Cotter et al. v. Lyft Inc.

E queste parole sono il mio punto di partenza per la relazione che sto per presentare.

Prima di individuare il ruolo del notaio nel terzo millennio mi sembra necessario individuare quale sarà la società del terzo millennio e soprattutto quale sarà il tipo di economia che reggerà il sistema economico-sociale europeo e mondiale.

Di certo stiamo assistendo ad una rivoluzione che sta, o meglio ha già, permeato la vita di tutti noi ed è la rivoluzione tecnologica realizzata da internet. Ma internet sta provocando una seconda rivoluzione, alimentata dal continuo flusso di informazioni e di contatti tra persone sconosciute tra loro e dislocate in diverse parti del mondo. Questa seconda rivoluzione è la cosiddetta sharing economy.

Il prestigioso Oxford Dictionary ha coniato una voce ad hoc, definendola "un sistema economico nel quale beni o servizi sono condivisi tra privati, gratuitamente o in cambio di una somma di denaro, tipicamente attraverso internet".

Cos'è esattamente dunque la sharing economy?

Con questa espressione o con le altre analoghe - collaborative, peer o gig economy, collaborative consumption(1) e gli equivalenti italiani: economia collaborativa, economia della condivisione, consumo collaborativo - si definisce comunemente una galassia di pratiche economiche eterogenee caratterizzate dalla condivisione tramite una "piattaforma" on line di beni e servizi tra privati (i "pari", secondo la traduzione dell'espressione inglese "peer")(2).

Gli esempi sono moltissimi, e spaziano dal trasporto automobilistico privato (Uber(3)), alla ricerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi (Airbnb(4)), ma si afferma anche per professionalità complesse come quelle di avvocati (AxiomLaw, Quicklegal, Upcounsel), consulenti (Eden McCallum) medici (Medicast, Heal) e top manager (Talent Group).

C'è un minimo comune esistente tra tutte queste ipotesi: un'applicazione software mobile che mette in collegamento diretto fornitori di servizi e loro fruitori.

Ovviamente questo collegamento diretto non potrebbe sostenersi da solo ma necessita di un meccanismo di controllo e di conoscenza dell'affidabilità dei servizi completamente diverso rispetto ai meccanismi di fiducia propri dei mercati tradizionali, basato sui sistemi di rating e feedback in cui sono gli stessi utenti a fornire le informazioni al mercato.

Questo sistema di autoregolamentazione è stato considerato sufficiente da parte della letteratura che si è interessata del tema, individuando nell'architettura delle piattaforme p2p la realizzazione di quelle teorie iperliberiste che vedevano nel mercato libero la soluzione di tutti i problemi, ma che fino ad oggi si sono sempre scontrati con la necessità di inserire limitazioni e regolamentazioni pubbliche al fine di limitare le c.d. "asimmetrie informative", alla base di tutta la normativa a tutela del consumatore. Da questi assunti efficaci strumenti di informazione e di tutela discenderebbe la capacità di auto governo dell'economia digitale, la soluzione ai problemi giuridici sia riconoscere al mercato stesso il compito di autoregolarsi, magari delegando il compito a organismi di categoria sulla falsariga delle gilde medievali(5).

Ma l'esigenza alla base di questa nuova forma di sviluppo del mercato, di questo nuovo sistema economico, qual è?

Wikipedia, nuova Bibbia del moderno sistema economico, segnala che i benefici della collaborative consumption siano

· Riduzione dell'inquinamento mediante condivisione dei mezzi di trasporto.

· Risparmio economico e riduzione degli sprechi grazie alle formule di prestito, acquisto condiviso, scambio di prodotti.

· Incremento della felicità grazie a nuove interazioni sociali positive.

È evidente che la nuova tendenza sia quella di alleggerire i rapporti tra produttore (o erogatore di servizi) e consumatore e le regole che li disciplinano. Tanto è vero che tutti i siti internet di peer economy evidenziano ad ogni piè sospinto il carattere amatoriale dei loro servizi, che chi ti affitta casa non lo fa per lavoro, che chi ti fa salire in auto lo fa per dividere i costi e che tanto quel viaggio lo avrebbe dovuto fare lo stesso. Ed il carattere amatoriale non è solo una strategia di marketing finalizzata a convincere i possibili clienti, ma è soprattutto una scelta di campo, una presa di distanza dai servizi esercitati professionalmente e soprattutto dalle loro soffocanti regole(6). Il tutto pervaso dalla convinzione che i sistemi di rating tra pari e di informazioni delle esperienze vissute siano sufficienti ad attribuire la tutela sufficiente degli interessi in gioco.

Al punto che in tutte le manifestazioni contrarie alle imprese di sharing economy organizzate dagli erogatori di servizi organizzati professionalmente, l'appunto che viene fatto è che, a fronte di questa apparenza, in realtà vi sono proprietari o gestori di decine di immobili, ovvero autisti a tempo pieno, o comunque persone che utilizzano quelle attività per vivere, come principale attività lavorativa, e che utilizzano i servizi di sharing economy come strumento per pagare meno tasse, o addirittura non pagarle, ovvero per non rispettare le regole o le limitazioni previste dagli ordinamenti.

Di certo la sharing economy contribuisce notevolmente ad assottigliare il confine tra chi eroga i servizi ed il consumatore, con ciò aumentando le difficoltà di elaborare regole per disciplinare i rapporti e per colmare le disparità contrattuali. Tutta la disciplina di tutela del consumatore, ad esempio, di matrice comunitaria, si fonda sulla distinzione tra imprenditore e consumatore. La stessa nozione di consumatore, inteso come "la persona fisica che agisce per scopi estranei all'attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta", si basa su questa distinzione. Cosa succede allora se il servizio non sia fornito da un operatore professionale? Quali possono essere le tutele offerte al destinatario di quel servizio? Se le regole sull'erogazione di prestazioni professionali risultano inadeguate a disciplinare l'offerta di beni e servizi da parte di soggetti privati, o se la normativa a tutela del consumatore non si ritiene applicabile, come sembra, si pone un chiaro problema di tutela degli utenti e dei destinatori di beni e servizi.

D'altro canto l'origine di tutto il sistema di regolamentazione di prestazione dei servizi risponde all'esigenza di disciplinare un mercato che se lasciato libero non riesce a produrre sicurezza nelle transazioni o a garantire strumenti risarcitori adeguati.

Ma se questo è uno dei tanti lati che la sfaccettata e complessa evoluzione della nostra società verso il modello delineato della sharing economy sembra necessario affrontare ed analizzare l'altro lato della medaglia, che ne è forse origine e motivazione.

Tutte le ipotesi di successo economico prima brevemente accennate si fondano su una consapevolezza e cioè la tendenza degli abitanti dei Paesi Sviluppati ad abbandonare un sistema economico basato sulla proprietà e la titolarità dei beni verso un irreversibile modello economico che si basa sulla possibilità di fruire dei beni, che siano questi auto, case o beni di consumo, senza averne la titolarità.

Un esempio lampante di quanto sostenuto è il leasing, generalmente limitato ai beni mobili ma spesso utilizzato anche per i beni immobili, soprattutto di tipo commerciale.

In Italia, di recente, è stata introdotta una normativa finalizzata alla regolamentazione del leasing abitativo, il contratto con il quale il concedente si obbliga ad acquistare o a far costruire l'immobile su scelta e secondo le indicazioni dell'utilizzatore, che se ne assume tutti i rischi, anche di perimento, e lo mette a disposizione per un dato tempo verso un determinato corrispettivo che tenga conto del prezzo di acquisto o di costruzione e della durata del contratto. Alla scadenza del contratto l'utilizzatore ha la facoltà di acquistare la proprietà del bene a un prezzo prestabilito.

Il contratto di leasing era già diffuso nella pratica ma solo per gli immobili produttivi, con la legge di stabilità viene esteso alle abitazioni.

In altre parole il concedente, che può essere esclusivamente un operatore professionale abilitato, una Banca o un intermediario finanziario iscritto nel relativo albo, si obbliga ad acquistare l'immobile indicato dall'utilizzatore, che deve essere una persona fisica, che lo destinerà a propria abitazione principale.

L'utilizzatore, pertanto alla scadenza del termine convenuto, è libero di decidere se procedere o meno all'acquisto (fermo, peraltro, restando l'obbligo del concedente di procedere alla cessione nel caso in cui l'utilizzatore decida di esercitare detta propria facoltà).

Il legislatore ha previsto una serie di benefici fiscali sempre con lo scopo di incentivare il ricorso a questo strumento operativo.

È evidente che il leasing sposta il piano di rilevanza dalla proprietà all'utilizzo del bene, non solo per che ciò che riguarda i beni strumentali all'esercizio dell'impresa, ma anche per il bene destinato per sua natura all'appartenenza ed alla titolarità, come la casa, anche nell'ottica di una futura trasmissione ereditaria.

L'interrogativo deve essere allora: qual è, o meglio quale può essere il ruolo del notaio in questo nuovo sistema economico?

La risposta, sembra pazzesco, ma deve essere necessariamente ricercata nella figura tradizionale del notaio e nel ruolo che viene riconosciuto al notaio nei sistemi di civil law o comunque di notariato latino.

Il notaio potrà, e dovrà, continuare ad avere un ruolo fintanto che assisterà le parti, soprattutto quello "debole", o comunque con minori capacità e competenze, e dunque con minore capacità contrattuale, svolgendo la sua funzione di adeguamento. In particolare il notaio dovrà essere parte attiva nella redazione delle clausole contrattuali che regolano l'utilizzo dei beni nel tempo, recependo le istanze delle parti e tramutandole in norme contrattuali destinate a rimanere salde ed a tenere anche in caso di lite tra le parti. Perché il notaio serve anche a questo, ad evitare che per qualsiasi litigio si debba ricorrere al giudice, semplicemente perché il contratto è stato scritto correttamente e le asimmetrie informative sono state colmate dall'intervento qualificato di un notaio terzo. E questo ruolo il notaio dovrà conservarlo, e se possibile accentuarlo, anche nei contratti di sharing economy.

Il sistema blockchain

Il rischio è che si possa pensare che il sistema possa ideare delle formule matematiche capaci di regolamentare i trasferimenti di beni senza dover dunque far ricorso a figure come il notaio.

Il riferimento è chiaramente al sistema blockchain, alla base del successo dei bitcoin.

L'ultimo, bellissimo, libro di Jonathan Franzen, Purity, percorre sessanta anni di storia recente, regalandoci una triste realtà: le persone che ci hanno lasciato un mondo in frantumi stanno ora urlando cose terribili, ed il nostro mondo è, paradossalmente, più strettamente sorvegliato della DDR, alla continua ricerca di una utopica ed impossibile purezza; ed i tanti che straparlano di mondi impossibili, nascondono verità inquietanti.

Blockchain, o catena di blocchi, è il protocollo alla base di Bitcoin(7), la nota criptovaluta che permette di effettuare transazioni economiche senza passare da intermediari bancari. Nonostante di Bitcoin si parli da tempo, come nuova moneta virtuale mentre Blockchain è invece oggetto di recente interesse, le due cose non sono troppo diverse. Molti anzi usano i due termini come sinonimi.

Ma ciò che si è scoperto di recente è che la Blockchain ha una gamma di applicazioni tendenzialmente infinite, riuscendo a fare ciò che Bitcoin fa per i pagamenti di beni e servizi. In altre parole si inserisce in una relazione, uno scambio, garantendone la tenuta, senza ricorrere ad un'autorità terza che ne sancisca la validità.

Per questo la rete ha subito provare a sostenere che Blockchain possa sostituire notai, Istituzioni, esperti d'arte, che possa garantire proprietà intellettuale ed elezioni politiche.

Ma come funziona la Blockchain?

Il primo, fondamentale, elemento, è che la Blockchain è controllabile da tutti, nella piena applicazione delle ideologia che sta alla base del concetto che internet sia la risposta a tutto, anche dei principi democratici.

Anche perché nessuno può possedere la Blockchain, o meglio, come vedremo, non è conveniente, o troppo onerosa, possederla.

La ragione è che ogni transizione deve essere approvata dal 50% più uno dei nodi della catena di blocchi.

Oggi i Bitcoin sono accessibili a tutti. Lo usano circa 4 milioni di persone nel mondo (per avere un metro di paragone, Facebook lo usano 1,5 miliardi). Per ottenerli e cominciare ad acquistare con la criptovaluta ci si può rivolgere a società di trading che convertono i vostri soldi in Bitcoin, creandovi un portafogli di moneta virtuale.

Bitcoin di fondo altro non è che un file che ha un controvalore economico che permette a chi lo possiede di comprare beni e servizi all'interno della rete.

Il numero delle monete crescerà fino al 2140 quando saranno diventate 21 milioni. Poi si esauriranno ed è per questo che il prezzo dovrebbe tendere a salire. Ma a garantirne l'utilizzo anche per transazioni minori è la sua capacità di avere fino a 8 decimali (0,00000001). E quando i Bitcoin saranno esauriti i decimali potrebbero anche aumentare, per garantire transazioni più basse. Un bene come l'oro, finito, e infinitamente divisibile.

Miner, sono quelli che risolvono i codici che proteggono nuovi Bitcoin. I primi miner avevano un compito relativamente facile, visto che il codice che proteggeva bitcoin era piuttosto semplice. Le cose col tempo si sono andate complicando e oggi occorrono macchine enormi con una potenza di calcolo incredibile per risolvere i codici che lo proteggono.

Sbloccare un blocco della catena libera oggi 25 Bitcoin.

Forse questo è il meccanismo che fa trasparire il colpo di genio, al punto che qualcuno ha parlato di prima applicazione concreta del concetto di intelligenza artificiale. Più aumentano i player e la loro potenza di calcolo, più si fa complesso. Autonomamente. E garantisce da solo l'equilibrio interno al sistema.

La correttezza delle transazioni è, o meglio dovrebbe, essere garantita dai nodi, registri che contengono tutti i passaggi di monete da un capo all'altro della rete.

Da dove arrivano i soldi e dove vanno. Questi nodi devono garantire che tutto sia a somma zero. Sono circa semila oggi. Chiunque può diventare un «nodo» scaricando un programma e l'intero libro contabile di tutte le transizioni in Bitcoin che avvengono nel mondo e controllarne l'autenticità.

Bitcoin ha dimostrato di poter essere una rete sicura di pagamento in grado di garantire da un lato transizioni corrette e verificate grazie ai nodi, dall'altro anonimato e protezione dei dati.

Ma il sistema di sicurezza di bitcoin è basato sul fatto che a miners e controllori conviene che sia tutto sempre perfetto e inattaccabile perché è il loro lavoro e la loro fonte di guadagni sempre più lauti. La correttezza di Bitcoin è quello che tutti gli attori della rete di pagamenti vogliono, perché ogni passaggio che controllano e verificano dà loro una piccola percentuale in bitcoin per il lavoro svolto. Ogni transizione deve essere data per buona dal 51% dei nodi della rete. i possessori dei registri controllano tutto.

Ma chi garantisce la sicurezza di blockchain? la risposta, semplicemente, nessuno. Perché a nessuno converrebbe investire così tanti soldi da comprare i nodi per controllare un volume di scambi nella rete inferiore all'investimento stesso. E una volta scoperto, nessuno userebbe più il bitcoin.

Ecco allora il vero "nodo". Il sistema, di nuovo, non è neutrale ed è comprabile. Quindi manipolabile.

Tutto si regge sul fatto che a nessuno converrebbe investire così tanti soldi da comprare i nodi per controllare un volume di scambi nella rete. Impossibile dire che non possa succedere, ma potrebbe trattarsi solo di qualcuno con un portafogli enorme.

Ci stanno dicendo che dobbiamo affidarci alla capacità e all'onestà ineffabile e "algoritmizzata" dell'uomo economico neoliberista di valutare razionalmente e infallibilmente il proprio interesse egoistico, e tanto ci deve bastare.

Ma siamo sicuri che non ciò non possa accadere? Basta pensare alle multe colossali che le grandi banche mondiali abbiano deciso di sopportare per la manipolazione sistematica dei tassi interbancari Libor e Euribor, alla Volkswagen che altera i suoi test automobilistici ed a tanti altri esempi in cui rappresentanti del potere economico e politico hanno scientemente deciso di infrangere le regole rischiando sanzioni perché come dichiarato dal CEO di JPMorgan "This is just the cost of doing business for these mega banks. As long as JPM's income exceeds its legal fees they have no economic incentive to stop pushing the law at every opportunity. There's so much money in breaking the rules and only a moral incentive to not cheat. The single greatest innovation of the banking sector has been to convince the Justice Department and Treasury that if you prosecute us for our crimes we'll send the economy back into the abyss. The banks are making enough money to pay off the regulators and satisfy shareholders. It's a good business."

In altri termini la tanto sbandierata sicurezza del sistema della Blockchain può essere anch'essa forzata come tutte le cose umane, anche se con impensabili difficoltà tecniche, e guarda caso proprio, e solo, da chi può avere disponibilità economiche di dimensioni talmente enormi da poterselo permettere(8).

Una recente esperienza sembra provare quanto qui sostenuto. Ci si riferisce a DAO, Organizzazione Autonoma Decentralizzata, ovvero un contratto codificato all'interno di Ethereum in cui le parti in causa si attribuiscono una serie di facoltà e poteri in ragione del possesso di quote "azionarie" rappresentate da un Token. Ethereum, così come Bitcoin, nasce e si sviluppa come un sistema decentralizzato che non necessita di alcuna autorità per funzionare. La DAO più famosa e ricca si chiama The DAO e ha raccolto qualcosa come 117 milioni di dollari in Ether (eth) durante la sua sottoscrizione.

The DAO è in sostanza un fondo di investimento che permette ai possessori del Token TheDAO di proporre e discutere e infine votare in cosa investire gli Ether raccolti.

Le regole di funzionamento di The DAO sono nel suo codice di programmazione, un codice di programmazione che gira sulla blockchain di Ethereum.

Quel si è scoperto però è che il codice di programmazione di The DAO ha un grave problema di sicurezza, o meglio, questo codice permette una azione che non è stata prevista (o non dovrebbe essere stata prevista) dai suoi creatori. In pratica è possibile farsi dare indietro gli Ether investiti senza che le corrispondenti azioni (token) vengano distrutti se si agisce nella maniera giusta.

Quel che è successo però è che una notte qualcuno ha sfruttato questa falla e ha cominciato a svuotare The DAO portandosi via circa 3.641.694,24 ether, ovvero circa 72.833 bitcoin, ovvero 53 milioni di dollari al cambio attuale.

Il mercato ha ovviamente punito The DAO (il cui token è quotato) e ha punito e sta punendo anche Ethereum. Purtroppo ci sono buone ragioni fondamentali per questa perdita di fiducia del mercato in Ethereum.

Ma la vicenda The DAO ha anche fatto emergere un altro grande buco, ed in particolare che sul mercato c'è un gigantesco problema di conflitto di interesse, molto più freqente di quanto si crede: tra i curatori del progetto The DAO c'è anche Vitalik Buterin, ovvero la figura chiave del progetto Ethereum, il quale ha proposto un Hard Fork di Ethereum per "cancellare" le transazioni che hanno svuotato The DAO. In altre parole uno dei protagonisti della piattaforma blockchain ha suggerito l'immutabilità della blockchain (di Ethereum) per rimediare ad un errore nel codice di un servizio esterno che usa le funzionalità di Ethereum, portando il Moral Hazard anche all'interno della blockchain.

Per tutelare un singolo progetto, ormai comunque sia compromesso, si andrebbe a minare l'autorevolezza e l'inviolabilità della blockchain.

Proprio perché la tanto decantata inviolabilità della blockchain è un assunto non dimostrabile e probabilmente non veritiero.

E poi il vi è un punto fondamentale in cui l'asserita capacità di Blockchain di instaurare un sistema di controllo decentralizzato capace di garantire le transazioni di merci o le proprietà cede il passo di fronte ad una semplicissima domanda: chi immette i dati che poi l'algoritmo garantirà? Chi garantisce la correttezza dei dati immessi? Questo è il dato fondamentale e caratterizzante dell'attività dell'uomo e del notaio in particolare, che nessun algoritmo potrà mai sostituire. Qualunque professionista pone in essere una attività fondamentale: capire cosa vuole la parte e porre in essere gli strumenti giuridici capaci di soddisfare le esigenze del cliente stesso. È la funzione di adeguamento che caratterizza l'attività notarile e che nessuna tecnologia potrà evitare.

È ovvio che il notariato mondiale non possa in alcun modo sottovalutare le potenzialità e le capacità delle nuove tecnologie come Blockchain di sottrarre lembi di competenze, ma bisogna innanzitutto essere coscienti dei propri punti di forza.

Anzi la grande sfida del notariato internazionale sarà proprio quella di rendersi partecipe del mutamento in corso facendo sì che le nuove tecnologie non significhino la fine della professione notarile ma semplicemente il suo adeguamento alla società del domani.

Conclusioni

Qual è dunque il valore aggiunto che il notaio potrà offrire in questo contesto economico? Aiuto, sicurezza, garanzia.

Il notaio dovrà continuare ad assistere le parti, soprattutto quella "debole", o comunque con minori capacità e competenze, e dunque con minore capacità contrattuale, svolgendo la sua funzione di adeguamento, cercando di fare quello che nessuna macchina o tecnologia è in grado di fare: interpretare le volontà delle parti e tradurla in clausole contrattuali stabili e durature, destinate a rimanere salde ed a tenere anche in caso di lite tra le parti.

Il Notariato internazionale deve essere consapevole dei propri punti di forza, guardando alle nuove tecnologie ed alle nuove forme contrattuali come una occasione da sfruttare per evidenziare l'utilità del notaio. Il grado di sicurezza che può offrire il notaio, o meglio il sistema complessivo di cui il notaio è elemento principale, è certamente molto alto. In tutti i casi in cui si è assistito ad una deregolamentazione delle transazioni, magari proprio eliminando l'intervento notarile, i consumatori non hanno avuto alcun beneficio economico e sono nettamente aumentate le truffe e le operazioni fraudolente. Ma ciò che ha subito il maggior danno è proprio l'intero sistema economico, perché la sicurezza nei traffici commerciali, garantita dal notariato latino, è un bene prezioso anche in termini economici, che fa risparmiare costi giudiziari e consente di ridurre le asimmetrie informative e contrattuali.


(1) Termine utilizzato per la prima volta nel 1978 da Marcus Felson e Joe. L. Spaeth nel loro articolo "Community Structure and Collaborative Consumption: A routine activity approach" pubblicato nell' American Behavioral Scientist.

(2) Così G. Smorto, Verso la disciplina giuridica della sharing economy, in Federnotizie, www.federnotizie.it

(3) Si legge sul sito di Uber: "Uber sta facendo evolvere il modo in cui si muove il mondo. Collegando gli autisti con i clienti grazie alle nostre app, rendiamo le città più accessibili, creando nuove opportunità per i clienti e occasioni di lavoro per gli autisti. Dalla nostra fondazione nel 2009, all'attuale presenza in oltre 70 città, la rapida espansione della presenza globale di Uber continua a far avvicinare le persone alle loro città."

(4) "Fondata nell'agosto del 2008 e con sede principale a San Francisco, in California, Airbnb è un portale affidabile sul quale le persone possono pubblicare, scoprire e prenotare alloggi unici in tutto il mondo, sia dal proprio computer che da cellulari o tablet. Sia che si tratti di un appartamento per una notte, di un castello per una settimana o di una villa per un mese, Airbnb mette in contatto le persone tramite autentiche esperienze di viaggio, a qualsiasi prezzo, in più di 34000 città e 190 paesi. Inoltre, grazie al nostro fantastico servizio di assistenza clienti e a una community di utenti sempre in crescita, Airbnb è il modo più facile per trarre profitto dal tuo spazio in più, mostrandolo a un pubblico di milioni di persone."

(5) G. Smorto, Verso la disciplina giuridica della sharing economy
, in Federnotizie, www.federnotizie.it

(6) G. Smorto, ibidem.

(7) Come si addice a quella che è diventata una sorta di dogma o di un credo religioso, la nascita di Bitcoin (e della Blockchain) è stata per lungo tempo avvolta nel mistero (per un'utile timeline sulla storia di bitcoin si veda http:/historyofbitcoin.org). Inizialmente si sapeva solo la sua data di nascita, il 16 agosto 2008, e il nome che circolava era quello di Satoshi Nakamoto, il programmatore che, si diceva, ha partorito l'idea. In realtà dietro Satoshi Nakamoto c'è l'imprenditore australiano Craig Wright, come lui stesso ha finalmente rivelato ad aprile 2016 a Bbc, Economist e GQ, portando le prove tecniche della sua invenzione, ovvero le chiavi di crittografia che fanno funzionare il sistema di pagamento e possono essere solo nelle mani del suo creatore. La conferma è arrivata anche da importanti membri della comunità, tra manager e sviluppatori, del bitcoin. Bitcoin è nato nel cuore dell'era dell'informazione, eppure avere informazioni sulla sua paternità è impossibile. La sua origine oggi più che mai è leggenda.

(8) A riprova di quanto sostenuto vi sono diversi esempi di patti tra posizioni che dovrebbero essere antitetici, ma che evidentemente non lo sono. Questo "patto tra nemici" è stato attuato in Canada, dove si sta portando avanti la Bitcoin Embassy di Montreal. Ma non è l'unico modello. Ce ne sono altri che sono descritti come una sorta di patto col diavolo, "operazioni di sistema" che hanno da una parte consorzi di istituzioni finanziarie e dall'altra esponenti del mondo Bitcoin pagati per la loro consulenza. Una delle più note è Digital Asset Holding, guidata da Blythe Masters, pioniera dei credit default swap ed ex enfant prodige di Jp Morgan Chase, lasciata nel 2014 dopo 27 anni in seguito ad accuse di malversazione. Tra gli investitori di Digital Asset Holding ci sono J.P. Morgan, Goldman Sachs, Bnp Paribas, Abn Ambro, Accenture, Santander Innoventures e Citi. Ancora più nota è R3Cev, che riunisce in un consorzio 42 banche tra le più importanti al mondo, tra cui Goldman Sachs, JPMorgan e Credit Suisse, che «stanno pianificando di sviluppare standard comuni per la tecnologia della blockchain in uno sforzo di allargare il suo uso tra i servizi finanziari». Altre iniziative sono più indipendenti, come Blockstream, che ha ottenuto finanziamenti da società come Pwc ma che è presieduta da Adam Back, esponente del cripto-anarchismo anni Novanta.

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