Il regime successorio delle unioni civili e nelle convivenze
Il regime successorio delle unioni civili e nelle convivenze
di Fabio Padovini
Ordinario di Diritto civile, Università di Trieste

Osservazioni introduttive

La disciplina dedicata alle unioni civili tra persone dello stesso sesso e alle convivenze di fatto abbraccia anche il regime successorio e ripropone, pure in questo più limitato ambito, una profonda contrapposizione tra gli effetti propri all’uno o all’altro legame.
Su un piano metodologico non sorprende la strada preferita dal legislatore: corrisponde, invero, a nozione oramai consolidata il rilievo che tutte le più rilevanti riforme del diritto di famiglia devono toccare anche i trattamenti successori, sì da raggiungere un punto di equilibrio normativo, il quale tenga in conto i reciproci riflessi che i due plessi normativi naturalmente registrano.
Nel merito, l’intervento del legislatore è ispirato a due principi radicalmente divergenti: per le unioni civili, l’estensione sostanzialmente lineare della disciplina dedicata al coniuge superstite; per le convivenze, l’individuazione di alcune rarefatte figure di nuove vocazioni anomale legali.
La scelta così operata ha privilegiato la continuità normativa rispetto al diritto positivo vigente e ha preferito la rinuncia a soluzioni innovative.
Al riguardo, l’interprete non può non manifestare rammarico, perché il legislatore ha perso l’occasione di iniziare ad intervenire su un assetto normativo, qual è quello successorio, oggettivamente in crisi per una molteplicità di ragioni, che possono riassumersi nel crescente iato tra società civile odierna e assetti familiari postulati dai regimi successori legali.
In altre parole, il legislatore ha perso l’opportunità per intervenire, ad esempio, sulla successione necessaria - oggi troppo invadente -, tuttora incisiva sul piano quantitativo e qualitativo, o sul divieto dei patti successori - oggi in crisi anche nelle declinazioni pratiche -, tuttora chiamato ad aprire il libro secondo del codice civile.

Le (articolate) soluzioni prefigurate da alcuni disegni di legge

Al di là dei modelli che altri ordinamenti conoscono, lo stesso Parlamento italiano si era mostrato sensibile verso strade diverse, innovative rispetto all’assetto successorio tradizionale, dove al rapporto coniugale è assicurata primazia assoluta e dove la convivenza era relegata ad una condizione di assoluta marginalità.
Il disegno di legge 2069 (Senato) immaginava la figura unica delle “unioni registrate”, che regolava ogni forma di convivenza, indipendentemente dal sesso, diverso o comune, delle parti.
Ora, questo disegno di legge spezzava il parallelismo fra successioni legittime e successioni necessarie, che oggi impronta il diritto vigente. Da un lato, nelle successioni legittime (art. 11, comma 1) «alla persona unita in unione registrata con il defunto (erano) riconosciuti i diritti spettanti al coniuge del defunto». D’altro lato, mancava l’attribuzione alla persona unita in unione registrata della qualità di legittimario, perché (art. 11, comma 2) le erano riservati soltanto «i diritti di abitazione nella casa adibita a residenza della coppia e di uso sui beni mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni».
La via prescelta da questo disegno di legge era oggettivamente interessante, perché contemperava il riconoscimento massimo all’autonomia testamentaria con la garanzia del diritto all’abitazione, rinunciando, però, agli strumenti tipici della tutela riservata ai legittimari, che implicano la rilevanza delle liberalità donative e l’esercizio dell’azione di riduzione.
Non meno interessante era il disegno di legge 2084 (Senato), dedicato alle unioni civili, intese come unioni di persone maggiorenni, anche dello stesso sesso. La disposizione dell’art. 15 attribuiva al superstite dell’unione civile soltanto la posizione di legatario, a condizione che l’unione civile si fosse protratta per almeno nove anni.
Più specificamente, quella disposizione riconosceva l’usufrutto su metà dell’eredità: la frazione scendeva a un quinto nel caso di concorso con più figli, ma risaliva a un quarto nel caso di concorso con un figlio e ad un terzo nel caso di concorso con altri chiamati.
In ogni caso, e salva una diversa disposizione convenzionale, al superstite dell’unione civile sarebbero spettati i diritti di abitazione e di uso previsti dall’attuale 540 c.c.
Al di là di ulteriori previsioni puntuali - sulla successione nel rapporto di locazione (art. 14) e sulla devoluzione dei diritti nascenti dal rapporto di lavoro subordinato (art. 20) - di nuovo la successione dei legittimari era trascurata a tutto vantaggio dell’autonomia testamentaria. Inoltre, si recuperava lo strumento, oggi desueto, dell’attribuzione di un legato nell’ambito della successione legittima.

Il regime successorio dell’unione civile

La legge appena entrata in vigore preferisce - quanto alle unioni civili - la via dell’equiparazione tra parte dell’unione civile e coniuge.
Il comma 21 opera, infatti, una serie di richiami indiscriminati alla disciplina dedicata alla successione del coniuge. Così è, in particolare, per le regole sull’indegnità, ma soprattutto per tutte le norme, in blocco, su tutela dei legittimari, successioni legittime, collazione e patto di famiglia.
In particolare, merita segnalare che trovano applicazione:
• la norma dell’art. 540, comma 2, c.c. sul diritto di abitazione della casa adibita a residenza familiare;
• tutte le norme sull’azione di riduzione;
• le norme sulla successione legittima del coniuge, comprese le norme di cui all’art. 584 c.c. sulla successione del coniuge putativo [in coerenza con il richiamo (cfr. comma 5) alle norme sul coniuge putativo (artt. 128, 129 e 129-bis c.c.)];
• le norme sulla collazione (art. 737 e ss. c.c.).
Non si applicano, però, alla parte dell’unione civile:
• le norme dell’art. 548 c.c. dedicata alla riserva in favore del coniuge separato e dell’art. 578 c.c. sulla successione legittima del coniuge separato;
• le norme degli artt. 566-580 c.c. sulla successione legittima dei parenti.
Inoltre, il comma 17 aggiunge che «in caso di morte del prestatore di lavoro, le indennità indicate dagli articoli 2118 e 2120 del codice civile devono corrispondersi anche alla parte dell’unione civile». Curiosamente, non viene richiamata la norma dell’art. 2122 c.c. su beneficiari e criteri di riparto di tali indennità in caso di morte del prestatore di lavoro. Non può, peraltro, negarsi l’applicazione di questa regola; con la precisazione che non vi sono affini, perché l’unione civile non genera un rapporto di tale natura.
Non è dubbio, poi, che la parte dell’unione civile goda, altresì, di tutte le vocazioni anomali già regolate da leggi speciali: la previsione del comma 20 - che equipara, al di fuori del codice civile, il termine coniuge alla locuzione parte dell’unione civile - consente di estendere proprio alle parti dell’unione civile tutti gli strumenti costruiti da norme puntuali. Così è, ad esempio, in materia di locazioni d’immobili urbani, per le norme degli artt. 6 e 37, L. 27 luglio 1978, n. 392. Così è per la successione nel rapporto con gli istituti autonomi case popolari (art. 12, D.P.R. 30 dicembre 1972, n. 1035). Così è per tutti i trattamenti previdenziali e pensionistici riconosciuti al coniuge. Così, ancora, riterrei di intendere l’art. 49, L. 3 maggio 1992, n. 203, sui contratti agrari, anche se parla di “familiari”. Conferma a questo rilievo viene dal rinvio espresso che il comma 25 fa alla disciplina sul divorzio, là dove richiama gli artt. 9-bis e 12-bis, L. 1° dicembre 1970, n. 898, i quali prevedono anche un assegno in favore dell’ex-coniuge e a carico dell’eredità, ove il defunto fosse obbligato a corrispondere un assegno postmatrimoniale; nonché là dove richiama l’art. 9 - in particolare i commi da 2 a 4 -, sulla pensione di reversibilità.
Con una formula di sintesi può dirsi che l’ambito dei soggetti chiamati alla successione viene allargato grazie alla piena equiparazione della parte dell’unione civile al coniuge superstite, con l’unica precisazione che non trovano applicazione le norme sul coniuge separato, mentre hanno modo di operare quelle dedicate all’ex-coniuge divorziato.
Questa equiparazione vale, ovviamente, anche sul piano tributario, sicché la parte dell’unione civile gode dell’esenzione quantitativa e del trattamento impositivo previsti per il coniuge dall’attuale regime dettato per l’imposta sulle successioni (e sulle donazioni).

Il regime successorio nella convivenza di fatto

In caso di morte di un convivente di fatto, invece, la nuova legge prevede soltanto l’attribuzione di pochi, modesti, legati ex lege.
In primo luogo, con il comma 42, il diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza, ove il defunto ne fosse proprietario, per due anni o per un periodo pari alla convivenza, se superiore a due anni, ma comunque non oltre un quinquennio; ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni. Tre sono i rilievi che meritano di essere segnalati:
• il presupposto per la nascita del diritto, integrato dalla proprietà dell’abitazione in capo al defunto;
• la natura del diritto, verosimilmente personale, com’è quello germinato dall’art. 337-sexies c.c.;
• la necessaria trascrivibilità (o annotabilità, in regime tavolare) del diritto, come già predica la norma dell’art. 337-sexies c.c., non a caso evocata in esordio al comma.
In secondo luogo, con il comma 44, il diritto di succedere nel contratto per la locazione della casa di comune residenza: soluzione, questa, che va confrontata con l’art. 6, L. 27 luglio 1978, n. 392. Invero, da un lato, essa offre il diritto anche al convivente omosessuale, in precedenza non espressamente tutelato. D’altro lato, essa trasforma una successione automatica - conformata come un legato ex lege - in un mero diritto alla successione, oggetto di necessario esercizio per acquisire la prosecuzione del rapporto.
La modestia di queste attribuzioni non è temperata dalla disciplina - dettata con il comma 65 - degli effetti patrimoniali in caso di scioglimento della convivenza di fatto: la norma riconosce soltanto il diritto agli alimenti in senso proprio, sicché essi sono dovuti soltanto dall’obbligato e non dai suoi eredi, come insegna la norma dell’art. 448 c.c., che prevede la cessazione dell’obbligo per morte dell’obbligato.
Né una risposta compiuta può venire dai contratti di convivenza, perché essi sono destinati a disciplinare - così dispone il comma 50 - «i rapporti patrimoniali relativi alla (loro) vita in comune» e hanno per oggetto - come insegna il comma 53 - le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, nonché il regime patrimoniale della comunione legale dei beni.
Non pare, in altre parole, corretto attribuire una funzione anche parasuccessoria a questi contratti, tenuta in conto la ristrettezza del richiamo (pur nella genericità della disposizione); anche se la previsione di un regime di comunione legale può offrire un parziale ombrello al convivente superstite, soprattutto ove si voglia allargare il contenuto di questi contratti sino ad abbracciare un regime di comunione convenzionale.
Rilievo sostanzialmente nominalistico ha la regola di cui al comma 49, là dove prevede la parificazione del convivente al coniuge superstite nel caso di morte del convivente causata dal fatto illecito di un terzo. Si tratta, invero, della codificazione di un insegnamento costante della giurisprudenza, riflessa anche e per esempio nelle cosiddette tabelle milanesi per la liquidazione del danno.
Rilievo indiretto ha invece il nuovo art. 230-bis c.c. (cfr. comma 46), che estende - in modo parziale - i diritti già spettanti al collaboratore nell’impresa familiare.
La soluzione preferita dal legislatore resta, insomma, assai severa, soprattutto là dove centellina anche le vocazioni anomali legali, ad esempio in materia di locazione di immobili urbani, escludendone l’estensione alla locazione di immobili ad uso non abitativo oppure all’affitto di fondi rustici, del tutto ignorati dal legislatore.
Interessanti sono soltanto le norme sulle cosiddette disposizioni anticipate di trattamento. La norma del comma 40 consente a ciascun convivente di fatto di designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati per le decisioni in materia di salute nel caso di malattia. Qui merita ricordare le regole sulla forma: «scritta e autografa oppure, in caso di impossibilità di redigerla, alla presenza di un testimone».

Considerazioni conclusive

Conclusivamente, due sono i profili generali che meritano di essere sottolineati.
Intrinsecamente, la divaricazione tra i due regimi - che separano i regimi successori delle unioni civili da quelli sulle convivenze - è oggettivamente assai forte e suscita dubbi quantomeno sul piano della opportunità, se non sul piano della ragionevolezza.
Ma soprattutto, la legge da poco entrata in vigore manca di una vera spinta innovatrice: il legislatore ha, invero, perso l’opportunità di avviare quella riforma di cui da molto tempo si sente il bisogno.
Forse la soluzione così preferita esalterà le contraddizioni che oggi percorrono il sistema e renderà ancora più evidente l’insoddisfazione che le regole attuali suscitano.
E così forse il legislatore sarà costretto ad affrontare i problemi reali del diritto delle successioni in Italia, adesso ancora più ingessato che nel passato dall’ampliamento della platea dei legittimari nella perdurante vigenza del divieto dei patti successori.


(*) Il presente contributo muove dal precedente studio «Il regime successorio delle unioni civili e delle convivenze», in Giur. it., 2016.

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