Le ragioni della proposta dottrinale del contratto di affidamento fiduciario; la comparazione con il trust
Le ragioni della proposta dottrinale del contratto di affidamento fiduciario; la comparazione con il trust
di Maurizio Lupoi
Emerito di Sistemi giuridici comparati, Università di Genova
Presidente Associazione Il Trust in Italia

Le fonti del contratto di affidamento fiduciario

La configurazione del contratto di affidamento fiduciario è stata l’esito finale della mia ricerca storico- comparativa nel dominio delle situazioni affidanti, alla quale ho dedicato gli ultimi venti anni. La ricerca, mentre a lungo si soffermava sul trust, mi condusse anche nel ius commune europeo, dalla riscoperta del Corpus iuris ai codici ottocenteschi, nelle legislazioni latino-americane, nella dottrina pandettistica con i suoi epigoni italiani, nella nostra giurisprudenza sul negozio fiduciario e in tanti altri ambiti di ricerca: ovunque ebbi di mira la complessità dell’esperienza giuridica, i suoi nessi diacronici e gli interessi al servizio dei quali il dato formale era piegato; mi conduceva anche, naturalmente in quanto comparatista, a scovare i legami, palesi o assai più spesso occulti, fra i diversi ordinamenti(1). Questo, dunque, il retroterra della proposta che ho manifestato nella mia monografia del 2014(2). Di essa si è accorto il legislatore della legge n. 112 sul “dopo di noi” e ne è stato forse troppo entusiasta perché, affiancando in tale legge il contratto di affidamento fiduciario ai trust e ai vincoli di destinazione, ha trascurato il non trascurabile particolare che mentre gli altri due istituti disponevano di fonti legislative, il contratto di affidamento fiduciario disponeva della sola base dottrinale; era significativo che essa fosse già stata approvata da giudici tutelari in più occasioni e ritenuta sufficiente per fondare alcuni atti pubblici(3): significativo, ma certo non dirimente sul piano delle fonti di produzione del diritto.

Le valenze culturali

Il riferimento appena compiuto ai campi nei quali la mia ricerca si è svolta rende ovvio il raffronto fra contratto di affidamento fiduciario e trust, mentre tale raffronto non sarebbe per nulla ovvio se riferito ai vincoli di destinazione o all’ipotizzato contratto di fiducia (sul quale tante energie sono state spese, sinora inutilmente, anche per mezzo di ripetute iniziative legislative); la differenza sta in ciò, che ai vincoli di destinazione e al contratto di fiducia ha posto mano il ceto dei giuristi della precomprensione del trust. La precomprensione venne nel secolo scorso considerata quale inevitabile momento iniziale di un percorso di conoscenza anche nel campo del diritto; il percorso però non è più un percorso quando la precomprensione segni, al tempo stesso, il principio e la fine dell’avvicinamento a un qualunque tema di conoscenza e quando, per necessaria conseguenza, l’intuizione iniziale venga scambiata per conoscenza compiuta(4). Ecco perché il ceto dei giuristi della precomprensione del trust vive in una propria dimensione, che nulla ha da spartire con il contratto di affidamento fiduciario, né ovviamente con il trust.
All’origine dei trust, come si sa, è l’equity, ma all’origine dell’equity sono il diritto civile e il diritto canonico dei secoli fra il XIV e il XVII. Esiste dunque un patrimonio comune del diritto dei trust e del diritto civile moderno(5), donde la mia ipotesi di ricerca: se andassimo abbastanza indietro nel tempo per recuperare il momento unificatore fra diritto civile e trust e poi venissimo avanti fino al giorno di oggi ponendo da un lato la Pandettistica, che in questo campo è stata una superfetazione di istituti di diritto romano privi di interesse per il moderno diritto civile italiano, ma al tempo stesso traessimo vantaggio dal percorrere un cammino intellettuale che non deve confrontarsi, come fu per l’equity in Inghilterra, con le mutevoli contingenze politiche e economiche e con il rapporto con il diritto civile inglese, che aveva proprie origini irriducibili rispetto alle nostre, saremmo in grado di proporre una struttura giuridica competitiva rispetto ai trust? O, se volete, in altre parole: è il diritto civile italiano in grado di porsi di fronte ai trust quale non un avversario, ma un fratello maggiore che dopo tanto tempo torna nella casa comune e qui fa valere la propria ascendenza?
Non è necessario che espliciti le valenze culturali di questo approccio.

Quel che occorre demolire

«Se andassimo abbastanza indietro nel tempo» ho detto poc’anzi; e dobbiamo farlo perché è necessario eliminare le stratificazioni concettuali che impedirebbero di cogliere i frutti della ricerca della quale ho appena indicato i contorni. Andando allora abbastanza indietro nel tempo recuperiamo in primo luogo il concetto di “fiduciario”; lo recuperiamo nei nostri autori dal Trecento in poi, massimamente Baldo, e poi nella giurisprudenza della Rota Romana, faro di diritto nell’orbe civile comunicante: tutte fonti che trattano la materia testamentaria, che in quei secoli è il principale campo di azione del concetto di “fiduciario”.
Il fiduciario è istituito “alterius gratia” e cioè, in termini moderni, a vantaggio dei beneficiari, come il trustee; egli, come il trustee, è un “minister” o, secondo l’espressione di Lord Mansfield, giudice inglese della metà del Settecento, «an instrument of conveyance»(6). Un “minister ad pias causas”, secondo la visione di Baldo, l’equivalente funzionale del moderno ufficio di diritto privato.
Il fiduciario non può trarre alcun vantaggio dall’attuazione del compito che gli è stato commesso: il divieto del commodum si palesa come un dato fisiologico o naturale dell’istituzione fiduciaria(7). Tuttavia, il titolo del fiduciario sui beni è pieno: Baldo scrisse che il fiduciario ha «nomen et ius haeredis»(8)e gli fece eco la Rota romana: «[l’erede fiduciario] haeres verus dicitur respectu tituli haereditari quamvis respectu commodi fiduciarius esset»(9). L’autore della monografia sull’erede fiduciario anticipò la nozione moderna della proprietà temporanea, “interim”: l’erede fiduciario è «custos et nudus minister, interim habens nomen haeredis»(10).
Proprietà temporanea, ma anche finalizzata; il titolo sui beni viene attribuito al fiduciario, cito ancora la Rota romana, «ad effectum exequendi, non autem ad effectum dominij»(11). Limpida, in questo senso, la motivazione del Senato piemontese, resa alla vigilia della codificazione: «Imperocché per ingerirsi nelle cose ereditarie ricercasi, che il fiduciario abbia una qualità che lo faccia considerare quale padrone delle cose medesime, di cui possa, disponendo, eseguire quanto il testatore gli ha confidato»(12). Queste espressioni palesano che il fiduciario ha un compito da eseguire per mezzo dei beni che gli sono stati trasmessi; non, quindi, mera intestazione di beni più o meno fittizia, non schermo o prestanome, non acquirente con danaro altrui, non “negozio fiduciario” come tramandato nella nostra cultura; e, avendo dinanzi la fattispecie tipica, quella testamentaria, neanche rapporto con un fiduciante o con un mandante «qui tamquam mortuus fiduciarium de violata fide redarguere non potest».
Trasferita nel campo dei negozi fra vivi, questa serie di dati strutturali ci colloca lontani dall’area del mandato, così come lontano ne è il trust nel diritto inglese, pur essendo certamente gestoria la finalità del rapporto. Lontano perché - e ora parlo indistintamente del trust e del contratto di affidamento fiduciario, limitandomi a un parziale elenco di ragioni - non vi è attività “per conto” (tanto meno “nel nome”), perché l’interesse dei terzi - dei beneficiari - è dominante, perché l’affidante, vivo o morto che sia, non può (come non lo può il disponente di un trust) modificare le regole dell’attività sancite nel negozio istitutivo, perché il rapporto non cessa con la morte o la sopravvenuta incapacità di alcuno fra i soggetti che ne sono stati all’origine e infine perché esso non cessa neanche in caso di inadempimento del trustee o dell’affidatario fiduciario.
Al termine della ricerca che ho richiamato nell’apertura di questo intervento ho cercato di tradurre il complesso dei dati sinora sommariamente riferiti - tanto storici quanto attuali, tanto del nostro diritto quanto del diritto altrui - in termini di diritto civile italiano contemporaneo; il raffronto con la prassi giurisprudenziale straniera in materia di trust mi ha indotto a aggiungere un dato ulteriore, che reputo rivestire un ruolo scriminante: individuare regole che mirino a assicurare l’autotutela degli interessi preminenti in ciascuno specifico contratto di affidamento fiduciario, riducendo l’intervento del giudice a ipotesi eccezionali.
Ne è uscita la proposta del contratto di affidamento fiduciario illustrata nella mia monografia e che è stata prescelta dalla legge n. 112 unitamente ai trust e ai vincoli di destinazione.

Le fondamenta della costruzione

In principio è il programma.
Il contratto di affidamento fiduciario è una struttura polifunzionale e quindi un insieme di componenti invarianti, alcuni necessari altri facoltativi secondo le circostanze, causalmente neutri; la struttura diviene un rapporto giuridico quando è posta al servizio di un programma perché esso la vivifica in un contratto, del quale fornisce la causa.
Il programma stabilisce quali siano gli interessi preminenti e se necessario li gradua, così apprestando il metro di giudizio di qualsiasi comportamento che potranno tenere le parti del rapporto. Qui la costruzione civilistica si allontana radicalmente dal trust perché sarebbe stato impossibile adottare principi acausali nella circolazione dei beni; anzi, della causalità - e della causa manifesta - il contratto di affidamento fiduciario fa una bandiera e si contrappone ai rapporti giuridici asserviti a finalità indicibili, ai trust interni appropriati da professionisti indegni oltre che ignoranti e regolarmente oggetto di azioni revocatorie altrettanto regolarmente accolte; si contrappone alla simulazione endemica del nostro panorama giuridico, ai segreti accordi del negozio fiduciario(13).
L’affidante propone il programma che l’affidatario fiduciario accetta di realizzare nel contesto di un contratto che vede quali parti l’affidante, l’affidatario fiduciario, usualmente anche il garante del contratto, opzionalmente i beneficiari o alcuni fra essi: ecco altre differenze rispetto al trust.
La struttura del contratto di affidamento fiduciario mira alla stabilità fino al momento in cui il programma venga realizzato e si potrebbe dire che persegue questo obiettivo all’eccesso quando rifiuta i rimedi risolutori: è questo un altro fra i dati invarianti della struttura polifunzionale, che compare nel testo contrattuale. Inadempimento e eccessiva onerosità troveranno altri sbocchi nella dinamica del rapporto di affidamento fiduciario: sbocchi diversi dalla risoluzione perché questa comporterebbe la caduta del programma e quindi negherebbe il fondamento stesso della costruzione giuridica. Questi sbocchi sono manifestazioni dei meccanismi di autotutela - appartenenti anche essi ai dati strutturali - che prevengono l’intervento del giudice. Radicati sul negozio autorizzativo stipulato all’interno di qualsiasi contratto di affidamento fiduciario, essi permettono al soggetto autorizzato di compiere negozi anche con effetti reali sul fondo affidato e sulla stessa posizione contrattuale dell’affidatario fiduciario, vuoi l’iniziale affidatario fiduciario vuoi chi abbia preso il suo posto.
Fra i dati strutturali del contratto di affidamento fiduciario, quindi, è l’assoggettamento del rapporto fra affidatario fiduciario e beni all’intervento, anche ablativo, di altri soggetti del rapporto: la segregazione patrimoniale è l’effetto naturale di questi ineliminabili elementi.
Trasferiti dall’affidante all’affidatario fiduciario i beni necessari per l’attuazione del programma, essi non si confondono con i restanti beni di proprietà dell’affidatario fiduciario perché non è questo l’interesse delle parti, le quali, anzi, non vogliono che l’affidatario fiduciario possa trarre alcun commodum da quei beni: non - attenzione! - perché destinati a terzi, ma perché quei beni costituiscono la provvista per l’esecuzione del programma a vantaggio di terzi. Essi entrano quindi in una distinta zona o articolazione del patrimonio dell’affidatario fiduciario, in ciò percorrendo una via che il nostro ordinamento sempre più di frequente percorre in questi ultimi tempi(14); in quella zona sono considerati come un patrimonio, le cui componenti attive sono liberamente immutabili da parte dell’affidatario fiduciario conformemente al programma che gli è stato commesso.
Il contratto di affidamento fiduciario, infatti, non vincola beni e quindi poco o nulla ha da spartire con gli atti o negozi di destinazione, fiduciari o meno; esso non vincola beni, ma vincola l’attività dell’affidatario fiduciario sui beni - anzi: per mezzo dei beni - e quindi ne conforma il titolo.
Dal punto di vista del creditore dell’affidatario, il quale potrebbe volersi soddisfare sui beni affidati, si rileva che egli nulla più di quanto il suo debitore ha potrebbe prendergli e quindi, portando il ragionamento a compimento, succederebbe, in ipotesi, in un diritto temporaneo e funzionalizzato, per lui di nessuna utilità(15).
L’opponibilità di questa conformazione ai terzi è ora sancita dalla legge n. 112, dato che altrimenti non avrebbe avuto senso parificare il contratto di affidamento fiduciario al trust e ai vincoli di destinazione: se tutti e tre sono stati considerati dal legislatore rapporti giuridici idonei a assicurare che certi beni siano volti al progetto di vita del disabile grave tutti e tre questo in comune debbono avere: la protezione di quei beni rispetto alle vicende del loro temporaneo titolare: trustee, affidatario, gestore, fiduciario, comunque lo si voglia chiamare. Si tratta di una conferma legislativa, certo importante, ma a mio parere non necessaria. Infatti, la non confusione fra i beni affidati e gli altri beni dei quali l’affidatario fiduciario sia titolare deriva dal riconoscimento della conformazione del titolo dell’affidatario fiduciario e quindi dei suoi diritti; non si tratta, quindi, degli effetti riflessi di un negozio né della produzione di conseguenze limitative a carico di terzi estranei al rapporto, ma della presa d’atto di un dato giuridico che produce fra le parti i medesimi effetti che produce per i terzi; non esiste dunque distinzione fra effetti diretti e effetti riflessi(16), ma è il normale operare di un titolo sorretto, ai fini della sua opponibilità, da indici formali(17).
Nella vita concreta si tratterà di valutare come manifestare gli indici formali esterni, quando riguardino beni non iscritti in pubblici registri, ma disponiamo di sufficienti indicazioni normative, per esempio con riferimento all’opposizione di terzo ex art. 619 e ss. cod. proc. civ.(18)

Dati salienti della costruzione

L’affidatario fiduciario, mai concepito quale schermo o prestanome - so di averlo già detto, ma credo che sia bene ripeterlo - è un fiduciario in senso proprio(19), legato al programma a vantaggio dei beneficiari e non alla mutevole volontà dell’affidante, come appare dalla circostanza che egli può operare dopo la scomparsa o la sopravvenuta incapacità dell’affidante, una circostanza che è inusuale nel mandato e che marca una significativa distinzione in favore dell’autonomia dell’affidatario fiduciario rispetto all’affidante.
Il rapporto nascente dal contratto di affidamento fiduciario è allora insensibile non solo alla morte dell’affidante, ma anche alla morte dell’affidatario, per effetto della quale il titolo conformato passa a chi sostituisca quest’ultimo nell’ufficio: l’orientamento impresso ai beni e la strutturazione dei relativi poteri svalutano l’identità soggettiva di chi nel corso del tempo svolga la funzione(20).
L’affidatario fiduciario ha accettato la clausola contrattuale in forza della quale ha consentito che il garante del contratto o lo stesso affidante finché vivo e capace o i beneficiari o alcuni fra essi possano operare sul fondo affidato, trasferendolo per esempio a altro affidatario fiduciario e, ancora di più, possano operare sulla sua posizione contrattuale, cedendola al nuovo affidatario. Opera di diritto, quindi, non solo il trapasso dei diritti sui beni, ma altresì il trapasso della posizione contrattuale ed è questo che consente al rapporto contrattuale di rimanere sempre in vita, pur nel mutare dei soggetti. Sta qui una potenza di fuoco che dovremo imparare a padroneggiare ed è qui il sigillo posto sulla graduatoria degli interessi, che vede quelli dell’affidatario fiduciario collocati all’ultimo posto.

Riflessioni conclusive

Ho così sommariamente delineato alcuni punti salienti del contratto di affidamento fiduciario.
Sono grato a quei notai che, giudicando la mia proposta conforme a diritto, hanno ricevuto contratti di affidamento fiduciario e a quei giudici che hanno rilasciato le autorizzazioni necessarie quando si è trattato di proteggere gli interessi di minori o comunque di soggetti con limitata capacità.
Sono grato ai colleghi che, diversamente da quanto la assoluta maggioranza di essi aveva ritenuto di fare in materia di trust, stanno favorevolmente considerando la mia proposta, magari segnalando profili meritevoli di ulteriori approfondimenti o di qualche revisione (e anche di questo sono loro grato).
Occorre, però, molto altro.
In quanto il contratto di affidamento fiduciario sia, come ho detto, una struttura polifunzionale e quindi un insieme di componenti, alcuni necessari altri facoltativi secondo le circostanze, causalmente neutri, che diviene un rapporto giuridico quando è posta al servizio di un programma che la vivifica in un contratto, del quale fornisce la causa, gli elementi di variabilità sono numerosissimi e non è agevole padroneggiarli, a cominciare dalla presenza o meno del garante del contratto.
Basti pensare ai beneficiari, figura regolarmente posta al singolare “beneficiario” e poi mai approfondita dai giuristi della precomprensione: parti o meno del contratto, terzi in favore dei quali si è stipulato e che possono o meno dichiarare di volere profittare, titolari di diritti, condizionati o meno, soggetti o meno a essere posti nel nulla, per esempio per effetto del primo comma dell’art. 1412 c.c., o in posizione di mera aspettativa o appartenenti a una categoria all’interno della quale qualcuno potrà scegliere come nel meccanismo disciplinato dall’art. 778 c.c. sul mandato a donare o, pensando all’affidamento fiduciario avente fonte testamentaria, dall’art. 631, II comma, sul potere di scelta commesso dal testatore.
Basti pensare alla distribuzione dei poteri nell’ambito del rapporto contrattuale in collegamento con il negozio di autorizzazione e con altre forme di autotutela, come per esempio, la cessione del contratto da parte dell’affidatario fiduciario e, quanto al negozio di autorizzazione, ai rispettivi ruoli dell’affidante e del garante del contratto, quest’ultimo da intendersi quale ufficio con regole circa la sostituzione di un titolare a un altro.
Basti pensare alla difficoltà di realmente affidare un compito che magari potrà durare decenni con le inevitabili incertezze che nessun giurista sarà mai in grado di risolvere per intero in via anticipata e quindi alla necessità di rimettersi alla discrezionalità dell’affidatario fiduciario, naturalmente apprestando i bilanciamenti che caso per caso appaiano necessari.
Tutto questo altri popoli sono stati in grado di realizzare e sono oggi additati a modello in questo campo; la sfida culturale è quindi lanciata.


(1) La ricerca dei nessi occulti fra ordinamenti è una fra le durevoli lezioni di Gino Gorla, il quale parlò in proposito di una “grande lacuna”: v. G. GORLA, «Un centro di studi storico-comparativi sul “Diritto Comune Europeo”», in Foro it., 1978, V, p. 313.

(2) Il contratto di affidamento fiduciario , Milano, 2014.

(3) Trib. Genova, 31 dicembre 2012, in Trusts, 2013, p. 422; Trib. Civitavecchia, 4 dicembre 2013, ivi, 2014, p. 299; Trib. Genova, 30 gennaio 2014, ivi, 2014, p. 511. Si sono aggiunti i decreti del Giudice tutelare di Genova del 29 novembre 2016 e del 20 febbraio 2017 riguardanti una interessante vicenda di fiducia testamentaria, illustrata da P. Piana, in questo volume.

(4) Per un approfondimento rinvio a M. LUPOI, «Si fa presto a dire ‘trust’», in Riv. trim. dir. proc. civ., 2017, fasc. 2, in corso di stampa.

(5) Ne ho dato conto nel mio saggio «Trust and Confidence», in 125 LQR 253 (2009) e in Trusts e att. fid., 2009, p. 353 e 469. Tornano anche qui gli insegnamenti metodologici di Gino Gorla e torna una fra le linee delle sue ricerche, nelle quali in anni oramai remoti ebbi qualche ruolo. Le comunanze non immediatamente percepibili fra diritto civile e common law non sono più oggetto di studio se non occasionalmente ed è perciò da segnalare l’attento e ben informato saggio di D. FREDA, «La Magna Carta e lo jus commune: il difficile “dialogo” fra common law e diritto continentale», in Scienza & Politica, XXVIII, n. 55, p. 113 e ss. (2016).

(6) Attorney-General v. Wheate (1759) 1 Eden 177, 28 ER 652, a p. 226 del primo report; riportato come Burgess v. Wheate (1759) 1 Blackstone W 123, 96 ER 67, a p. 163 del primo report.

(7) Sul “commodum” nelle fonti rinvio a F. TREGGIARI, Minister ultimae voluntatis. Esegesi e sistema nella formazione del testamento fiduciario, I, Napoli, 2002, p. 511-521 e 524-531.

(8) BALDO DEGLI UBALDI, Commentaria in secundam Digesti Veteris partem, Augustae Taurinorum: Apud haeredes Nicolai Bevilaquae, 1576, ad librum XXIII Digesti, § Cum Pollidius, n. 2.

(9) Rota romana, 4 giugno 1640, Bononiensis iurispatronatus, coram Bichio, in Decisiones S. R. Romanae coram Coelio Bichio, Romae: Ex Typographia Reverendae Camerae Apostolicae, 1671, dec. 35.

(10) C. A. DE LUCA, De confidentiali haeredis institutione, Neapoli: Typis Francisci Mollo, 1697, cap. XXXIV, n. 8.

(11) Rota romana, 3 marzo 1617, Romana census viginti millium, coram Coccino, S. R. R. Decisiones. recent., p. IV, t. I, dec. 425, confermativa della sentenza Rota romana, 24 febbraio 1612, Romana census, coram Ludovisio, in Decisiones S. R. R. coram Alexandro Ludovisio, nunc Gregorio XV Pontefice O. M., Venetiis, 1623, dec. 544.

(12) Senato di Piemonte, 17 gennaio 1821, Trompeo c. Rosso e altri, in Giurisprudenza forense ossia Raccolta di decisioni e Sentenze dell’Eccell. R. Senato di Piemonte, Opera dell’avv. F. Arrò, III, Torino, 1824, p. 374.

(13) Per E. BETTI, Teoria generale del negozio giuridico, Torino, 1960, ristampa corretta della II edizione a cura di G. Crifò, Napoli, 1994, § 40, il rapporto interno fra fiduciante e fiduciario non è conoscibile dai terzi (questa è una affermazione che, espressamente o per implicito, condivide tutta la dottrina); V. M. TRIMARCHI, voce “Negozio fiduciario”, in Enc. giur., XXVIII, Milano, 1978, p. 32 e ss., a p. 50, afferma che «la segretezza è, nel fatto, una caratteristica normale del fenomeno». Cfr. SALV. ROMANO, L’accordo fiduciario e il problema della sua rilevanza, in Studi in onore di Gioacchino Scaduto, Padova, 1970, III, p. 35, poi in Scritti minori, III Milano, 1980, p. 1286.

(14) P. SPADA, «Persona giuridica e articolazione del patrimonio: spunti legislativi per un recente dibattito», in Riv. dir. civ., 2002, I, p. 837 e, con specifico riferimento al contratto di affidamento fiduciario, V. ROPPO, «Contratto di affidamento fiduciario e “valore di garanzia” dei beni», in Riv. not,. 2012, III, p. 1243 e N. LIPARI, Le categorie del diritto civile, Milano, 2013, p. 179-182. Sono da considerare anche le disposizioni sul sovraindebitamento: L. 27 gennaio 2012, n. 3, modificata dall’art. 18 del D.l. 8 ottobre 2012, n. 179, a sua volta modificato dalla legge di conversione 17 dicembre 2012, n. 221.

(15) Una utile analogia è quella con il creditore dell’acquirente con patto di riscatto.

(16) Cfr. G. VETTORI, Efficacia ed opponibilità del patto di preferenza, Milano, 1983, p. 136.

(17) Cfr. G. VETTORI, voce “Opponibilità”, in Enc. giur., XXI, Roma, 2000, § 3. V. anche G. VETTORI, Atti di destinazione e trascrizione. L’art. 2645-ter, in La trascrizione dell’atto negoziale di destinazione, a cura di M. Bianca, Milano, 2007, p. 171 e ss., a p. 177; ID., «Atto di destinazione e trust: prima lettura dell’art. 2645-ter», in Obbl. e contr., 2006, p. 777.

(18) Ho approfondito questi temi con riferimento ai trust, ma con rilievi in tutto applicabili anche al contratto di affidamento fiduciario in «La metabolizzazione del trust», in Corr. giur., 2017, fasc. 6, in corso di stampa.

(19) Giustamente affermò Aurelio Gentili che «veramente fiduciarie siano solo le situazioni nelle quali il fiduciario spende un’attività che va oltre la funzione di schermo»: A. GENTILI, «Interposizione, simulazione e fiducia nell’intestazione di quote di società a responsabilità limitata», in Giur. it., 1982, I, 2, p. 411 (nota a Trib. Roma, 18 luglio 1980), a col. 415.

(20) Ho mutuato queste espressioni da F. ALCARO, «Attività e soggettività: circolarità funzionale», in Rass. dir. civ., 2007, p. 883, a p. 906 e ss. (in Studi in onore di Marco Comporti, a cura di S. Pagliantini - E. Quadri - D. Sinesio, I, Milano, 2008).

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