Introduzione - Atti del convegno tenutosi a Roma il 22 giugno 2017
Introduzione
di Michele Tamponi
Ordinario di Diritto privato, Università LUISS Guido Carli

A nome delle Autorità accademiche, oltre che a titolo personale, porgo il benvenuto alla Fondazione italiana del Notariato rappresentata dal Suo presidente, notaio Palazzo, al Consiglio nazionale del Notariato, al Consiglio notarile di Roma nella persona del suo presidente notaio Giuliani. Al contempo, porgo il benvenuto a tutti i presenti convenuti in questa sede per assistere al dibattito su un tema vivo e attuale quale quello odierno.
Accanto al saluto il ringraziamento, rivolto alla Fondazione italiana del Notariato che ha riservato a questo Ateneo l’onore di ospitare i lavori destinati a una categoria - quella notarile - che è sempre stata nel cuore dei docenti, nonché al centro delle attività didattiche e dei programmi. Non a caso la nostra Scuola di specializzazione per le professioni legali ha da tempo siglato una Convenzione con la Scuola Anselmo Anselmi per la preparazione alla carriera notarile, e debbo anche dire - lo posso attestare come direttore della Scuola stessa - che sempre intenso è stato in questi anni il contributo dei notai che si sono avvicendati nel Consiglio direttivo, così come quello dei notai che si rendono disponibili per la didattica. Il peso del loro insegnamento si avverte altresì all’interno dei vari master. Personalmente seguo con particolare attenzione il master di diritto di famiglia, e all’apice dell’apprezzamento da parte degli allievi sono le lezioni da essi svolte.
E proprio per sottolineare le relazioni tra l’Università e il Notariato abbiamo proposto alla Fondazione, in sede di prima organizzazione del programma di questo Convegno, che vi potessero svolgere un ruolo anche giovanissimi notai usciti da queste aule. I giovani autori dei due interventi programmati a conclusione dei lavori della mattinata sono per l’appunto brillantissimi ex studenti dei quali questa Università va, a buon diritto, assai orgogliosa.
Ma moltissimi altri sono i notai di fresca generazione laureati presso di noi, e queste affermazioni professionali costituiscono per i docenti - ma direi più in generale per l’intero apparato accademico - motivo di larga soddisfazione.
Grazie nuovamente, per concludere, alla Fondazione, e un altrettanto caloroso grazie a chi ha scelto di passare la giornata in questa sede per ascoltare gli autorevolissimi esperti che hanno generosamente accettato il ruolo di relatore, e che ovviamente sono anch’essi fin d’ora destinatari di un vivo e sentito ringraziamento
La riforma del c.d. Terzo settore costituisce una pagina importante del diritto privato o, se si preferisce, del diritto privato sociale.
Mi limito a ricordare che nell’arco di un decennio più volte a livello politico è stata assunta l’iniziativa per porre mano alla disciplina degli enti non profit, ma sempre infruttuosamente, a differenza di ciò che è avvenuto per gli enti lucrativi, investiti nel 2003 da una vasta riforma.
I numerosi tentativi succedutisi nel tempo, affidati a personalità di larga autorevolezza (basta ricordare i prestigiosi nomi di Sabino Cassese, di Pietro Rescigno, del presidente Rovelli), si erano arrestati a mezza via. Nel giugno 2016, per contro, è giunta a maturazione un’importante legge delega, ed ora il Governo ha approntato, per il tramite di qualificate Commissioni di esperti, gli schemi di decreti legislativi recanti la nuova disciplina dell’impresa sociale, quella del c.d. “cinque per mille”, nonché il codice del Terzo settore. Ora si attendono i passaggi ulteriori - la legge contempla l’esame da parte delle competenti Commissioni delle due Camere, nonché il concerto di vari Ministeri - ed è dunque ragionevole prevedere che entro il termine in essa previsto (3 luglio p.v.) i decreti vengano emanati (1). Questo denso materiale offre sconfinati motivi di riflessione, e i titoli delle relazioni preannunciate - pur toccando soltanto limitati profili - lasciano agevolmente intuire la densità degli interrogativi, dei dubbi, dei problemi che gli emanandi testi normativi suscitano.
Personalmente, non potendo né volendo sovrappormi o antepormi ai qualificatissimi esperti che sapranno illuminarci, mi limito a lapidarie notazioni introduttive che investono in particolare la bozza di decreto legislativo destinato a costituire il codice del Terzo settore.
Appartengo a una generazione cui era stato insegnato - da Pietro Rescigno in primo luogo - che è ravvisabile nel codice civile una sorta di summa divisio tra enti votati al profitto (le società del libro V) ed enti del libro I, contrassegnati da finalità non lucrative (quegli enti, cioè, per i quali è invalsa dagli anni ’80 la formula no profit o non profit).
La cesura era drastica, netta, rigorosa: riconoscimento automatico per le società, sistema concessorio per gli enti del libro I; piena autonomia per le prime, rigidi controlli ed energici condizionamenti per i secondi (penso soprattutto all’autorizzazione agli acquisti contenuta nell’abrogato art. 17); dettagliata disciplina per le società, a fronte di un’intelaiatura scarna ed essenziale per associazioni e fondazioni. Guardiamo all’oggi come affiora dal progetto di codice del Terzo settore per gli enti ad esso riconducibili: acquisto automatico della personalità giuridica; piena possibilità di svolgere attività d’impresa, sia pure con preclusione alla distribuzione degli utili; previsione di un patrimonio minimo (a imitazione del capitale minimo di determinati modelli societari); ricostituzione del patrimonio, in caso di diminuzione al di sotto di una certa soglia; rinvio alla disciplina del conflitto di interessi dettato per gli amministratori di società; richiamo alle regole di responsabilità degli amministratori di cui agli artt. 2392 e ss. c.c.; introduzione della denunzia al tribunale sulla falsariga di quella contemplata per le società dall’art. 2409 c.c.; previsione di organi di controllo e di precise regole di redazione dei bilanci. Da tempo, in realtà, si assisteva ad una marcia di avvicinamento disciplinare profit/non profit, di cui furono antesignane l’abrogazione degli artt. 17, 600, 786 c.c. e l’introduzione dei meccanismi di riconoscimento della personalità giuridica di cui al D.P.R. 10 febbraio 2000, n. 361. Ma questi interventi costituivano solo la punta dell’iceberg, giacché in realtà l’evoluzione aveva luogo eminentemente sotto il profilo interpretativo e applicativo, ove solo si pensi che si è da tempo affacciato il principio di sostanziale neutralità, o despecializzazione o liberalizzazione che dir si voglia, delle forme giuridiche associative, elaborato sulla scorta del crescente intreccio tra finalità altruistiche e interessi di differente natura: basterebbe considerare - ma è solo un esempio - che per l’art. 5 comma 1 D.lgs. 23 maggio 2011, n. 79 (codice del turismo) le associazioni operanti nel settore del turismo giovanile e per finalità ricreative, religiose, assistenziali o sociali sono abilitate all’organizzazioni e vendita di viaggi per i loro associati.
Tutto ciò ha indotto alla progressiva affermazione della fungibilità funzionale fra le figure associative dei libri primo e quinto del codice civile, e soprattutto al riconoscimento - fino a ieri solo interpretativo - della possibilità, anche per gli enti del primo libro, di svolgere (sia pure con precisi argini) un’attività d’impresa.
Questo percorso perviene ora ad un traguardo normativo, che supera in radice lo steccato emergente dal disegno del legislatore corporativo.
Tutto cambia, del resto. Fino a pochi anni fa i manuali di diritto privato fornivano quale esempio di scuola del negozio giuridico inesistente il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Oggi, al contrario, questo negozio è codificato, pur se non ci si è spinti, ma solo per ragioni di estetica e di convenienza politica, a chiamarlo matrimonio ancorché l’istituto delle unioni civili ne abbia pressoché totalmente recepito la disciplina.
Un altro aspetto vorrei sottolineare, ed è la relazione, all’interno degli enti del libro I, tra associazioni riconosciute e non. Distinzione netta nel codice civile, specie nell’impianto originario. Basti ricordare che l’associazione non riconosciuta non poteva ricevere donazioni, eredità e legati se non mutando natura, e che fino ai primi anni ’80 se ne contestava l’idoneità agli acquisti immobiliari, affermata senza esitazione soltanto quando la legge 27 febbraio 1985, n. 52 riformulò l’art. 2659 c.c. in tema di nota di trascrizione.
È vero che queste differenze sono cadute da vari anni, ma è rimasto un confine saldo, nella disciplina codicistica: per le associazioni riconosciute, atto costitutivo e statuto devono contenere una serie di elementi (art. 16 c.c.); l’assemblea deve essere convocata in determinate circostanze; le regole per la costituzione dell’assemblea sono espressamente enunciate, e l’adozione di deliberazioni contrarie alla legge ne determina l’annullabilità. Per le associazioni non riconosciute, per contro, l’ordinamento interno e l’amministrazione «sono regolati dagli accordi degli associati». Per esse si è sempre detto, cioè, che il legislatore mussoliniano si è fermato sulla soglia, ed ha prestato incondizionato ossequio all’autonomia dei privati.
Tutt’altro quadro affiora ora dalla lettura della bozza di codice che oggi abbiamo sotto gli occhi. Le disposizioni dettate nel titolo IV, dedicato alle associazioni e alle fondazioni rientranti nel Terzo settore, si applicano a tutti gli enti costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, oltre che in forma di fondazione (così dispone l’art. 20). E leggiamo all’art. 23 che la regola della porta aperta trova applicazione alle associazioni di Terzo settore sia riconosciute, sia non riconosciute; ed anche alle associazioni non riconosciute si riferisce la regola “una testa un voto” (art. 24); ancora, l’art. 25 prevede competenze inderogabili dell’assemblea, concernenti non solo le associazioni riconosciute ma anche quelle prive di personalità.
Il legislatore del Terzo settore, dunque, non si ferma più sulla soglia dell’ente privo di personalità giuridica: varca l’uscio, si accomoda in soggiorno, occupa il posto di capotavola e decide il menù della giornata. È bene, è male? Non lo so. Né, del resto, il compito dell’interprete è quello di giudicare le scelte legislative. Voglio solo dire che le differenze disciplinari tra enti del Terzo settore ed enti del primo libro del codice civile estranei a tale ambito sono abissali.
Anche per questo è importante che ci accingiamo ad ascoltare con religiosa attenzione le parole del prof. Giulio Ponzanelli, collega universitario stimatissimo, studioso da sempre del mondo del non profit, e autorevole componente in posizione apicale della Commissione che ha lavorato ai decreti legislativi, il quale si propone proprio di illustrare la categoria, ciò che consentirà di ben cogliere che cosa vi rientra, e che cosa ne rimane fuori.


(1) Così è stato effettivamente: in data 3 luglio 2017 sono stati emanati sia il D.lgs. n. 111 recante “Disciplina dell’istituto del cinque per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a norma dell’articolo 9, comma 1, lettere c) e d) della legge 6 giugno 2016, n. 106”, sia il D.lgs. n. 112 recante “Revisione della disciplina in materia di impresa sociale, a norma dell’articolo 2, comma 2, lettera c) della legge 6 giugno 2016, n. 106”, sia il D.lgs. n. 117 recante “Codice del Terzo settore, a norma dell’articolo 1, comma 2, lettera b), della legge 6 giugno 2016, n. 106”.

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